VIII.

Quale la condizione, quale la parte dell'Italia in un'Europa siffatta?

Lo abbiamo accennato già prima; la Pace di Gateau Cambrèsis

abbandonava l'Italia alla Spagna dominatrice; e, pareva, senza

riparo o difesa. Venezia aveva sulle braccia la forza navale de'

Turchi, e, per schermirsene, bisogno dell'alleanza Austro-tedesca e

dell'Austro-spagnuola; il conflitto colla Riforma legava ad entrambi

i rami d'Habsburgo, ma più particolarmente all'Austro-spagnuolo, il

Papato; comprati a Spagna col Monferrato sino dal 1535, e come la

Repubblica genovese, tenuti in fede dalla paura delle poco platoniche

ambizioni savojarde, i Gonzaga; fatti cosa tutta spagnuola, con in mano

di Spagna quel mirabile Alessandro, che di soli diciassette anni aveva

effettivamente partecipato alla battaglia di San Quintino, i Farnesi;

legati a Spagna, per la nemicizia cogli Strozzi e co' Francesi, e

pel vassallaggio di Siena, i Medici; imbrigliata dalla nimistà de'

Gonzaga, da quella di Genova, Casa Savoja; fatte così ausiliarie alla

dominazione spagnuola in Italia le nimistà, le gelosie, le reciproche

paure italiane.

Nè, in paese così diviso politicamente, poteva esser segnacolo

comune di riscossa, una qualsiasi dissidenza religiosa dalla potenza

dominatrice. I parziali moti, i conati individuali non contano;

l'Italia era rimasta cattolica, più assai che per meditato e cosciente

convincimento, per quella gioconda indifferenza verso i grandi problemi

religiosi, ch'era una fra le più infelici conseguenze del Rinascimento;

gli effetti, del resto considerevoli assai, della contro-riforma o

rimbalzo cattolico, bastavano ad acquietare le coscienze di coloro, pe'

quali in qualche cosa altro, che nelle estrinseche pomposità del culto,

consisteva la Religione.

Ogni comune centro di vita, ogni vessillo, sotto cui tutta si fosse

potuta raccogliere ad impresa che, per la mole dell'avversario, e

per la sua situazione nella Penisola, tutte avrebbe richieste le

forze della Nazione, mancava dunque all'Italia. Si portavano ora, nel

servaggio, le pene delle antiche colpe. Le forze abusate e sfrenate,

le idee, con colpevole leggerezza sfatate, mancavano all'opera del

riscatto, più per la difficoltà di adattare ad essa una disciplina, che

per reale esaurimento delle energie nazionali, che inquiete s'agitano,

anzi, si sviano, e traviano; mancava, e questo era il peggio, a una

gran parte di quella Nobiltà, senza la quale Popoli o Dinasti nulla in

tale età avrebbero potuto tentare, la misura del vilipendio, in cui

s'era lasciata cadere la Patria; della Patria stessa e della dignità

propria s'era oscurata l'idea negli animi, compri dalle bugiarde

onorificenze e da' ciondoli, che tanta bile muovevano all'Autore,

qualch'egli sia, delle _Filippiche_, e a quello della _Pietra del

Paragone Politico_.

E ogni giorno arrogeva al danno. Non m'attenterò a rifare il quadro,

che con mano maestra fu condotto da Alessandro Manzoni, della impotenza

arrogante, della insipienza presuntuosa, con cui gli Spagnuoli

sgovernavano il Ducato di Milano. Da quello, ben noto, può ciascuno

argomentare qual si fosse la condizione dei Regni meridionali;

dove, avendo meno da temere di Potentati vicini, i quali degli

errori spagnuoli e del malcontento eccitatone facessero loro pro, la

rapacia, e la insolenza spagnuola si sfrenavano bene altrimenti; e

dove la mole dell'ufficio alle ree loro mani commesso, e le forze di

cui disponevano, inanimavano i Vicerè o a farsi belli a Madrid con

più feroci esazioni, o ad assumere in esizio dei popoli miserrimi,

e a sodisfacimento di loro ree cupidigie, gli atteggiamenti d'una

indipendenza, che taluno fra loro sognò, forse, completa. E ben

potevasi sognare in Napoli dal duca d'Ossuna, una corona indipendente

se, nel dimezzato Ducato di Milano, il governatore Fuentes aveva potuto

rifiutarsi di mandare in Fiandra i 30000 soldati, che, finito l'affare

di Saluzzo tra Enrico IV e Carlo Emanuele I, gli si ridomandavano

dal suo Sovrano. Ai moti, che nel Popolo la fame e la tracotanza

degli esattori destò, la Nobiltà venne meno, dedita, più che in altra

parte d'Italia, a Spagna, che la pasceva di vento; tenera de' fumosi

privilegi, e, per la varietà delle origini sue, difficile a consentire

in un unico simbolo. Di volgersi a un Principe italiano, nè Grandi, nè

Popolo avrebbero fatto il pensiero, chè saria parsa loro dedizione di

loro autonomia, assoggettamento di Provincia vassalla a Stato sovrano;

Principi chiamati di fuora, come i Guisa, avrebbero avuto per sè,

sola quella parte che risaliva ad origini francesi, o a spagnuole.

In Sicilia le rivalità feroci tra Messina e Palermo, e nella stessa

Messina le opposte fazioni di Malvezzi (liberali) e Merli (assolutisti)

guarentivano a' Re spagnuoli la inanità finale d'ogni risentimento,

meglio e più che un esercito.

Meno nota in genere, perchè difficile a cogliersi in un prospetto

sintetico, più lunga a narrarsi, che non paia consentito dalla relativa

picciolezza di certi eventi, la condizione de' Principati, cui rimaneva

dopo il 1559 un'ombra di indipendenza.

D'essi, alcuni erano Dinastie recenti; come Farnesi e Medici; altri di

recente, dopo procelle terribili, tornati in Stato, come casa Savoja;

altri, infine, oltre le italiane, avevano sulle braccia faccende di

gran momento fuori d'Italia, come il Papa e Venezia. Si trattava per

loro di assicurarsi con una buona amministrazione la tranquillità

interna; d'evitare all'interno ed all'estero conflitti, ne' quali il

recente o il rinnovellato edifizio fosse posto a troppo duri cimenti,

od offrisse opportunità all'altrui cupidigia sempre sollecita e

intraprendente.

Ed invero, quanto ad amministrar bene lo Stato, taluni di quei

fondatori o rinnuovatori di Dinastie porsero meditabili esempî. Le

cure di Emanuele Filiberto per italianizzare di lingua, di cultura,

d'interessi il suo Stato, ritolto tutto di mano a' prepotenti

occupatori, e accresciuto della contea d'Oneglia comprata a' Doria;

i provvedimenti per aver molte e pronte e buone armi, senza invocar

mercenarî, col vietare a' suoi nobili di farsi mercenarî essi negli

eserciti altrui, sono le ben note sue glorie. Meno noti, ma non meno

gloriosi sono gli accorgimenti con cui, tolti di mezzo gli Stati

generali, ch'erano omai custodi di vieti privilegi nobileschi e

preteschi, anzichè di libertà, sciolse da ogni rimanenza di vincoli

feudali le persone; e la giustizia distributiva con cui, gravando più

ugualmente la mano su tutti gli ordini della cittadinanza, triplicò in

breve le entrate del Ducato. Nè sono da tacere le molteplici cure date

all'annona, all'igiene, all'agricoltura, alla sericoltura (promosse con

le leggi e col proprio ducale esempio), agli studî sì di Scienze, che

di Lettere e d'Arte; nè il freno posto alle intemperanze clericali, e

la libertà restituita a' Valdesi.

“Bella e cappata gente„ chiama il Botta, nel suo antiquato ma vigoroso

linguaggio, le milizie di quel Cosimo I, che nelle galee di San Stefano

trovò un utile sfogo al Patriziato fiorentino, i cui vivaci spiriti

piacevagli bensì rimuovere dal tentar nuovità interne, ma non sviare,

o fiaccare. La Maremma senese, ch'egli ebbe con settemila abitanti,

ne contava già, alla sua morte, circa a venticinque mila. Gli altri

provvedimenti per la finanza, rispondevano a questi. Grande il merito

suo nel tenere, come tenne, tranquillo senza efferatezze il paese,

tutt'altro che quieto per sè; e si parve sotto il troppo minore suo

figlio Francesco, quando nei primi diciotto mesi del governo di costui

quasi duecento tra ferimenti e omicidî funestarono la sola Città di

Firenze. Men felice la casa Farnese; nella quale potò bensì la buona

amministrazione d'Ottavio far dimenticare in parte a' Piacentini e a'

Parmensi le nequizie di Pier Luigi; ma Alessandro, più che a' sudditi

suoi, prodigò, mal rimeritato, l'alto ingegno e la forte anima a Spagna

nello sterile affanno del debellare le Fiandre; Rinuccio primo, tra'

sospetti e le vendette imbestiò; sinchè quella gente parve ravviarsi a

una politica estera ed interna più sana con Odoardo.

Il virgiliano _Res dura et regni novitas me talia cogunt Moliri_,

ben s'addice alla prontezza colla quale Cosimo, ed altri di que'

Principi novelli, s'affrettavano a spegnere ogni favilla d'incendio.

Lo stento con cui, tuttochè Generalissimo di Spagna, vincitore di San

Quintino per una parte, cognato del Re di Francia per l'altra, Emanuele

Filiberto ricuperava da Francesi e da Spagnuoli gli Stati suoi, e la

stessa Torino destinatane capitale; la agevolezza colla quale, dopo la

uccisione del mostruoso Pier Luigi, s'era disciolto, tra Ecclesiastici

e Spagnuoli, lo Stato Farnesiano, e le pene che c'eran volute a

ricomporlo, e le condizioni sotto le quali Spagna aveva restituito

Piacenza, ammonivano a guardarsi da agitazioni, chi volesse conservarsi

lo Stato; e l'interesse de' Principi era qui interesse de' Popoli, che

certo da Estensi, da Medici, da Farnesi non avevano mai da temere quel

che da Spagna; e che in ogni caso, restavano almeno italiani.

Se la Spagna vegliava, e se conscia a sè stessa d'una già incipiente

disproporzione fra le formidabili parvenze e la limitata realtà

delle posse, ell'era ferma nel non tollerare incrementi de' Principi

italiani, anco devoti apparentemente a lei, lo mostrarono i suoi

sordi furori e le minaccie iraconde allorchè seppe della profferta

che, stanchi della oppressione genovese, avevan fatta di sè a Cosimo

i Còrsi, e la inclinazione di Cosimo ad accoglierli sotto il suo non

libero ma ordinato Governo.

Ond'è da ammirarsi insieme la sagacia e il felice ardimento di Pio V

e di Cosimo, nel conferimento del titolo e della corona granducale,

con cui volevasi por termine alla contesa della precedenza fra

Toscana, Casa d'Este e Savoja; contesa incresciosa, non oziosa; quando

trattavasi di crescere autorità e forza a un libero Stato italiano,

men saldo sino a que' dì che Savoja, men coperto che gli Estensi

dalla sovranità papale. È da ammirarsi Cosimo in quel matrimonio tra

Francesco I e Giovanna d'Austria, che riuscì infelice non per colpa

di lui, e che ad ogni modo poneva sagacemente l'un contro l'altro

i due rami di Habsburgo, e metteva Cosimo in grado di lentare, per

una parte, i lacci spagnuoli; per l'altra, di rispondere non senza

fermezza all'Imperatore stesso, che scriveva altezzoso a proposito del

trattamento fatto a Giovanna.

L'alleanza francese, o il bilanciarsi, con una politica di matrimonî

francesi, di interventi e mediazioni diplomatiche tra Francia e Spagna,

era sin oltre la Pace di Vervins, malsicuro; e malsicuro segnatamente

a Cosimo, sinchè erano in credito alla corte francese gli Strozzi, a'

quali il Re di Francia diceva: _mon cousin_. Ed argomenti di timore

non lievi porgeva quel Ducato senese, di cui, morto Cosimo, volevasi

negare la investitura a Francesco, e che poteva da un momento all'altro

divenire cosa spagnuola; od esser conceduto a quell'inquietissimo

Pietro de' Medici, di cui tanto si valsero gli Spagnuoli per tenere il

suo maggior fratello Francesco in soggezione; o divenir, magari in mano

degli Strozzi, prezzo d'accomodamento tra Francia e Spagna.

Sotto Francesco, per la tema che, mentre travagliavasi nelle interne

sue guerre il Regno francese, la Spagna incuteva più che mai agli

Stati italiani, ed anco per l'indole prava del governante, la Toscana

spagnoleggiò, e vide giorni per diverso modo nefasti; chè, oltre

la frequenza de' delitti comuni notata di sopra, l'assassinio del

Buonaventuri, primo marito di Bianca Cappello; l'uccisione, che della

moglie Eleonora di Toledo perpetrò il già ricordato Piero, cliente di

Spagna; la morte di Elisabetta, altra figlia di Cosimo I, per mano

del marito Giordano Orsini, non a torto geloso; sono ben più certe

tragedie, che non la favoleggiata morte di Garzia e di Giovanni, od

altrettali.

Ma non appena la Francia s'avviò al suo scampo, e prima ancora che

l'abjura di Mantes desse modo a Clemente VIII di trattare apertamente

con Enrico IV, Ferdinando I, felicemente succeduto a Francesco,

entrava mediatore tra Clemente ed Enrico; Venezia tornava all'antica

alleanza francese; il Papa affrettava co' voti e coll'opera il giorno

della pacificazione; le nozze di Maria de' Medici col Re di Francia,

l'attivo intervento papale nella faccenda di Saluzzo, l'accorta e non

disinteressata sapienza d'Enrico IV nella pace di Lione, davano segno

manifesto che la esclusiva preponderanza spagnuola sugli Stati italiani

era scossa.

Delle stipulazioni di Brusolo pare fossero bene informati e paghi

Venezia, il Papa e il Granduca; non la Corte Farnese, veramente

raccostatasi a Francia solo al tempo di Rinuccio II. Senonchè, prima

ancora che la repentina morte d'Enrico IV richiamasse i piccoli Dinasti

italiani a più cautelosi pensieri, e lasciasse Carlo Emanuele in quel

terribile impaccio, da cui, colla tardità, che una mal dissimulata

decadenza ingenerava in ogni moto di Spagna, contribuirono a trarlo

i buoni ufficî della Diplomazia papale, erasi fatto manifesto come,

pur di fronte alla decisa politica e al saldo animo d'Enrico IV,

questi Dinasti non credessero avere completa identità d'interessi, da

potersi tutti ugualmente alienare la Spagna. La cessione di Saluzzo

a Savoja, frutto non meno del perseverante coraggio del Duca, che

della accorta temperanza del Re, spiacque a' Medici e agli altri,

perchè ne pareva fatto men pronto e presente il sussidio francese. Nè

di ciò sembrava ad essi compenso sufficiente l'incremento sabaudo in

Italia. Che se poi questo fosse stato, per avventura, maggiore, e più

se ne sarebbero doluti; perchè meglio s'acconciavano a conseguire una

relativa indipendenza mercè il contrapporsi d'uno ad un altro Potentato

straniero in qualche parte d'Italia, che a subire la egemonia d'uno

fra gli Stati italiani, cresciuto abbastanza per tutelar gli altri da

qualsiasi straniero; al quale ufficio era manifesto oramai non potere,

per la situazione a confine con Francia, per la mole dello Stato, pe'

suoi ordinamenti militari accingersi, con qualche speranza di successo,

se non casa Savoja. E di questa misera e colpevole gelosia non sono da

riprendere soli que' Principi italiani, a taluni de' quali converrebbe

anzi fosse più equamente pietosa la Storia, e che, conosciuti più da

presso (Cosimo II, Ferdinando II, Edoardo I, Rinuccio II), guadagnano;

ma ne sono da riprendere, per lo meno al pari di loro, i Popoli, ne'

quali il particolarismo, ambizioso, sospettoso, era vivo pur troppo;

tantochè, quando, nella guerra di Valtellina, pareva che le armi di

Carlo Emanuele si vantaggiassero soverchiamente in Lombardia contro

alle spagnuole, il Senato milanese, in tante altre faccende sì corrivo

e sì docile, fece pervenire a Madrid le alte e veramente patriottiche

sue lagnanze, perchè il governatore Duca di Feria capitanava con poca

fortuna contro il Principe italiano le genti di Spagna. Tal quale

come quando, sollecitandosi, un secolo e mezzo prima, per Pio II, una

lega di Stati italiani, che formata contro il Turco, sarebbe stata

efficace contro ogni altro Straniero, lo ammonivano del _pericolo (?!)_

di far tutta veneziana l'Italia gli Oratori fiorentini; a' quali il

Papa rispondeva: meglio in ogni modo farla veneziana, che turca, o

comechessia straniera.

La Storia italiana, di questo periodo almeno così poco divertente, non

è, o abbastanza nota o meditata abbastanza. Più nota o più meditata

avrebbe, FORSE! risparmiato all'Italia il vano conato del federalismo

neo-guelfo, chiarendo impossibile a conseguire od a conservare col

buon volere di Dinastie, tutte recenti, e aventi fuor d'Italia le

loro radici e la nativa ragione dell'esser loro, quello, che non erasi

potuto o saputo volere, sotto la ignominia e la rapina spagnuola, da

antiche Famiglie italiane, congiunte le più in parentela fra loro,

e strette anche con casa Savoja da quella “catena d'amore„ di cui le

figlie di Carlo Emanuele avrebbero dovuto essere gli anelli. Più nota

o più meditata, questa Istoria ci farebbe meno corrivi e più oculati a

tutela della conseguita unità.

Chè se i Lombardi, calpestati, dissanguati dagli Spagnuoli, delle

vittorie savojarde si contristavano e si querelavano a Madrid, resta

agevole intendere le fiere ripugnanze di Genova repubblicana contro

le monarchiche insidie di Carlo Emanuele; intendere come co' Sovrani

loro consentissero i Popoli in quelle gare di precedenza, che fecero,

anche dopo la coronazione di Cosimo I Granduca, spargere tanti fiumi

d'inchiostro, e minacciarono fare spargere fiumi di sangue fra Estensi

e Toscani; intendere il furore della guerricciuola fra Lucca e gli

Estensi, omai ridotti a Modena e Reggio, per la Garfagnana. E s'intende

per questo modo quel correre addosso a Carlo Emanuele per vietargli

l'acquisto del Monferrato; e quella suprema vergogna del lasciarlo

solo, quando, non più pel Monferrato, ma sosteneva la guerra con

Spagna, ed a quella invitava, come a debito loro, gli altri Principi

d'Italia, per la indipendenza italiana, ch'egli ad un modo e quei

Principi intendevano a un altro, e stimavano forse minacciata non

meno che dalla Spagna, da lui, che della eventuale vittoria avrebbe

raccolto in aumenti territoriali il massimo frutto. Il fatto è che

mentre per la Francia, per la Spagna, per l'Austria, contro i Turchi,

contro i sollevati Fiamminghi, contro gl'Inglesi troviamo a combattere

volontarî di varie parti d'Italia, e taluni, per vero merito militare,

ne' primissimi gradi, niuno ne troviamo con Carlo Emanuele in quella,

che a lui sembrava guerra d'indipendenza nazionale; a troppi altri

guerra di mero interesse dinastico. Degli altri Stati italiani lo Stato

ecclesiastico, arrotondatosi cogli incameramenti di Ferrara e d'Urbino,

protetto dalla maestà della Religione, e sperante da uno sconquasso

degli Spagnuoli un incremento d'influenza sul Regno meridionale,

si mostrava il meno geloso de' possibili ingrandimenti sabaudi. Gli

errori e le colpe del Governo pontificio, che tanto contribuirono a

far possibile la unificazione italiana, gli sono stati rimproverati

abbastanza; è ufficio della Storia veridica ed equanime il riconoscere

che, nè alla indipendenza d'Italia, nè all'ufficio di potenza

moderatrice e conciliatrice, cui i Papi aspiravano fra gli Stati

italiani, nocquero i predetti incameramenti d'Urbino e di Ferrara, nè

il nepotismo politico, di cui furono frutto i Medici ed i Farnesi, e

avrebbe potuto esser frutto un principato Barberino od Aldobrandino

di Valtellina. Le generose illusioni sono da rispettare; e la difesa,

che delle loro libertà repubblicane fecero Firenze e Siena, onora i

Fiorentini, i Senesi, l'Italia; ma erano illusioni! Se la Lega, che il

Burlamacchi sognò più tardi, si fosse potuta stringere cinquant'anni

prima, se la voce di Pio II e di Paolo II non fosse andata perduta fra

i pettegolezzi delle Repubbliche e delle Signorie tuttora immuni da

contagio straniero, Firenze, che fu percossa da' grossi cannoni forniti

agli Imperiali da Siena; Siena che cadde sotto le armi di Firenze

collegate alle Spagnuole, avrebbero combattuto effettivamente per

conservare i loro ordinamenti repubblicani; ma nel 1530 per Firenze,

nel 1554 per Siena, si trattava, non già di rimanere Repubbliche o di

diventar Principati; sibbene d'essere o Spagnuole o Medicee, e fu gran

ventura che rimanessero a' Medici; gran ventura che tornasse a' Farnesi

Piacenza.

S'intende che qui si risguardano il nepotismo e i suoi effetti sotto

il rispetto della politica positiva italiana; non sotto quello più

generale de' morbi, da cui giova sperare che la catastrofe del Poter

temporale sia per far monda la Curia romana.

Ai torti del Papato temporale nella guerra Barberina, bruttissima,

fanno contrappeso, durante il secolo, che ho cercato ritrarre nel

suo complesso, meriti religiosi e civili non piccoli. Pio IV, forse

soverchiamente severo agli orgogliosi Caraffa, mentre, animato dal

nipote Carlo Borromeo concludeva il Concilio di Trento, fortificava

contro i Turchi, sbarcati testè a Manfredonia, la città Leonina,

Ancona, Civitavecchia; aiutava pur contro a' Turchi di denaro, di navi,

di gente, Malta e l'Impero; ampliava il Vaticano; ornava Porta Pia.

Pio V, oltre il sagace ardimento d'avere, colla incoronazione, contro

le proteste del Corpo germanico, contro le rinforzate guarnigioni

spagnuole, ed i clamori d'Este e Savoja, contribuito alla autorità e

grandezza di Cosimo, che purtroppo consegnavagli il Carnesecchi, ma

dava puranco galere per le guerre turchesche; ed oltre l'accorgimento

con cui difese contro le insidie di Don Giovanni d'Austria la libertà

genovese, ha il merito sommo d'avere, nonostante tutto il malvolere di

Filippo II, menata a conclusione la gran Lega cristiana, e preparata

quella battaglia di Lepanto, mercè la quale, sebbene non se ne

raccogliesse a gran pezza ogni debito frutto, si protrasse la vita, e

vita non tutta ingloriosa, a Venezia. Se pur non è più giusto il dire

che quella Lega, come l'altra, che più tardi Innocenzo XI Odescalchi

stringeva fra l'imperatore Leopoldo e re Giovanni di Polonia,

salvassero per secoli dalla barbarie turca la civiltà cristiana.

La fama popolare predica ancora flagellator grande di banditi, e severo

riordinatore dello Stato Sisto V. E meritamente invero; quantunque

i buoni effetti dell'opera sua non durassero tutti, e gl'inquieti

spiriti di certe popolazioni italiche tornassero a prorompere nelle

geste epicamente brigantesche di quel Battistella, le cui imprese nella

Maremma grossetana finirono solo quando la Spagna n'ebbe prese a' suoi

stipendî le masnade nello Stato de' Presidî; o di quel Marco Sciarra,

arcifamoso, che, dopo fatta contro a Pontificî e Toscani vera e propria

guerra guerreggiata, finì al soldo de' Veneziani, mandatone, pe'

giusti reclami di Clemente VIII, a militare in Candia. Co' quali, tra

i prosecutori ed eredi di Ghino di Tacco, che il confine ecclesiastico

e toscano fecero teatro d'imprese vive pur troppo ancora nella memoria

e nella imaginazione del popolo nostro, convien noverare quell'Alfonso

Piccolomini duca di Marciano, che prima negoziò col Papa da potenza

a potenza la consegna del suo complice Pietro Leoncillo, poi, vinto

da' Toscani in battaglia campale, a San Giovanni in Bieda, era da

Ferdinando I, reclamandolo invano i Tribunali ecclesiastici, fatto

impiccare.

Ma, per tornare alla politica italiana de' Papi, se lo zelo

intemperante di Paolo V dette luogo alla nota contesa della Repubblica

veneziana, restano ad onore suo e d'altri Papi le sapienti ed efficaci

sollecitudini loro per tutti i Principi italiani, ed in specie quelle

d'Urbano VIII per Carlo Emanuele I; ch'egli chiamò replicatamente

“Onore d'Italia„ “Difensore della libertà italiana.„ Poichè, infine, a

quel più di “libertà italiana„ che i tempi lasciavano allora sperare,

indirizzarono i Papi la loro azione politica: e la egemonia, alla quale

aspiravano sugli altri Stati italiani, si esercitò tutt'altro che in

detrimento di questi.

Del resto, questi piccoli Stati, che unirsi ad impresa di comune

indipendenza contro la Spagna non seppero o vollero mai, per una

troppo gelosa cura di loro autonomie e precedenze; che insensibilmente

declinarono col declinare di lor dinastie locali, presto degenerate;

potevano tutti, al precipitar della mole spagnuola dire, come

quell'uomo di Stato francese al cessar del Terrore: _Ho vissuto!_

E l'aver vissuto, l'aver saputo vivere quando, morendo, sarebbesi

fatto luogo a un incremento di dominazione straniera, di dominazione

obbrobriosa, corruttrice, rapace, era già qualchecosa.

Ma se i singoli Stati italiani s'erano ridotti a _vivere_ nel più

modesto significato della parola, il pensiero italiano visse nel

significato più alto e fecondo. Affermando contro la pervadente

Teologia i diritti della Scienza, separando dal campo della Fede quello

dell'esperienza e del raziocinio, contrapponendo alle fole di uno

pseudo-aristotelismo i procedimenti del metodo sperimentale, Galileo

Galilei recava alla famiglia umana beneficio di poco minore da quello,

che le aveva recato la libertà di coscienza.

E di che vita fremessero ancora, non ostante le vecchie colpe paesane

e la ignorante oppressione straniera, le viscere della gran Madre

Italia, ben si pare dalla perseveranza e dal coraggio con cui, in nome

della Verità scientifica, Gentiluomini, a' quali le vie dilettose de'

facili onori erano aperte, Scienziati che dovevano, fatti nuovamente

discepoli, disdire sè stessi, affrontarono le contrarietà, gli scherni,

e le minaccie di peggio; si pare da que' luoghi del Galilei, e degli

altri scrittori della sua scuola, ne' quali l'animo loro, commosso a

portenti di che erano o ritrovatori o testimoni novelli, chiama a Dio,

che di tanto dono li aveva privilegiati.

Nè già potevano essi allora prevedere, o solo in parte assai piccola

le applicazioni, che della verità per essi certificata sarebbersi

fatte alla industria, con aumento di comodità a' men privilegiati dalla

fortuna, e con appressamento della umana famiglia a quella _æqualitas_,

che San Paolo auspicò, e alla quale è preciso debito nostro il

cooperare colla parola e co' fatti. Ma amore del Vero li scaldava;

del Vero per sè medesimo, supremo Bene dell'anima umana dal quale,

non cercati, non sperati o intraveduti talvolta, tutti gli altri Beni

derivano; perocchè a ogni ordine d'umano pensiero, opera, affetto, si

convenga quell'evangelico: “Zelate la giustizia ed il Regno di Dio, ed

il resto verrà da sè.„

Lacera, conculcata, travolta dagli errori e dalle colpe proprie, e

da necessità poco meno che ineluttabili, la Patria nostra aveva, pure

nel secolo per lei sì melanconico, che dalla pace di Cateau Cambrèsis

va a quella de' Pirenei, recato alla universa civiltà il cospicuo suo

contributo.

La vita Italiana nel Seicento Conferenze tenute a Firenze nel 1894 · 第 17 / 92 题