mutati a un tratto come per la pace di Cateau-Cambrésis; né mai mutaron
tanto nemmeno i modernissimi, fuorché per la pace del 1814 e 1815. I
vent’anni seguenti furono di quiete non interrotta, di ordinamenti, o,
come or si dice, d’organizzazioni universali. Nel Regno, giá vecchio
suddito spagnuolo, vecchio pur giá era l’ordinamento; in Milano
l’ordinamento piú nuovo s’era modellato sul primo. Un viceré a Napoli,
uno in Sicilia ed un governatore in Milano, non piú che cortigiani in
Ispagna, ma principi assoluti in Italia, governavano non solamente per
gl’interessi di quella, ma per li propri in questa e principalmente
in quella. E cosí facevano allora gli altri governatori spagnuoli in
America, ne’ Paesi bassi. Così giá i proconsoli e legati romani nelle
province dell’imperio; cosí poi i governatori britannici nell’Indie.
Così i governatori lontani dappertutto. È naturale; sempre si mira al
centro, onde vengono grazie, favori, avanzamenti. In ciò il progresso
di civiltà non muta guari. È di quelle cose che durano poco diverse
sempre nella umana natura. Un Consiglio d’Italia in Madrid temperava
solo la potenza di que’ governatori. Tranne una milizia (quasi le
guardie nazionali d’oggidì) che non si convocava guari, se non contro
ai turchi o agli assassini di strada, non v’eran armi, niun corpo
napolitano o milanese; napoletani o milanesi s’arruolavan ne’ «terzi» o
reggimenti spagnuoli, che eran tutti di volontari, o piuttosto levati
a forza, a inganno, a caso. E cosi gl’italiani militavano fuori
per interessi non propri, e gli stranieri in Italia per interessi
anti-italiani. Molta religione, cattolicismo stretto, anzi intollerante
s’affettava; facevasene strumento d’imperio, d’ordine, di soggezione;
e cosí Spagna stringevasi ai papi, quanto i papi a Spagna. Nelle
finanze, imposizioni legalmente gravi, piú gravi di fatto, perché
non erano perfezionate le forme, le quali guarentiscono ai popoli
che non si levi piú dell’imposto. Gran disordine dunque, ma grande
affettazione d’ordine, o almeno di governo, smania di regolar tutto,
di far sentire l’autoritá straniera; onde non solamente severità ma
crudeltà. Ed io dimenticava che in Napoli e Sicilia erano pure resti
di Stati generali antichi, assemblee rappresentative o deliberative;
ma rappresentavano popoli domati, stanchi, senza volontà, deliberavano
a’ cenni del signor lontano, de’ viceré presenti, eran nulla. Non
eran sorti gli esempi che fanno cosí importanti queste assemblee a’
nostri dí; dovunque rimanevano elle, fuori come addentro Italia,
il principe le distruggeva o serbava o dimenticava, a piacer suo,
del paro innocue, con pari facilità. In somma, a que’ tempi non era
sorta, non era quasi possibile l’arte di governar province straniere
e lontane senza tiranneggiarle, e si tirannegg-iavano. Né contro a’
turchi, quantunque soli nemici stranieri che rimanessero, si poteva o
si sapea difenderle. Il Mediterraneo, non piú lago italiano, avrebbe
dovuto essere spagnuolo; era turco-spagnuolo. Una sola volta Spagna
si destò al dovere di non lasciarlo diventar tutto turco; e fatta
una lega co’ veneziani e il papa e il duca di Savoia, allestirono
una grande armata sotto agli ordini di don Giovanni d’Austria figlio
naturale di Carlo V, il quale die’ una gran rotta ai turchi a Lepanto
nel 1571. Ma fosse gelosia di Filippo II contro al fratello, o mollezza
e incapacità spagnuola o italiana o universale, non si proseguì la
vittoria, si sciolse la lega, si lasciarono soli i veneziani contro a’
turchi, al solito.--In Roma Pio IV Medici, che dicemmo [1559-1565],
riadunò e terminò poi il concilio di Trento [1562-1563]. Del quale
molto sarebbe a dire certamente, se avessimo luogo; ma non avendone
nemmeno per gli affari, per li negoziati politici, non sarebbe
ragione che ci estendessimo sugli ecclesiastici, piú ardui a capire
e spiegare. Ondeché, riducendoci alle generalità, diremo solamente:
che il concilio lasciò le cose ecclesiastiche tali quali erano prima
o s’erano svolte intanto tra’ protestanti, i quali non v’assistettero
mai e il respinser sempre; ma che esso ordinò, rinnovò molto bene ed
opportunamente la disciplina della Chiesa cattolica; e che insomma
da esso in poi il protestantismo non ottenne piú una vittoria, un
estendimento, e il cattolicismo non perdette piú una chiesa o una
provincia. È noto, è ammesso dagli stessi protestanti, che il loro
progresso non durò se non un cinquant’anni; che d’allora in poi essi
non ebbero se non stazione e regresso. Del resto, Pio IV fu papa
buono, quantunque nepotista, perché il nipote in credito trovossi
essere san Carlo Borromeo.--Successe Pio V [Ghisilieri, 1566-1572],
che è l’ultimo papa beatificato dalla Chiesa, che fu de’ pochi non
nepotisti fino a’ nostri dí, severissimo del resto contro agli eretici.
E successe Gregorio XIII [Buoncompagni, 1572-1585], che s’unì solo,
non potendo unir altri, con Venezia contro a’ turchi, ma non ne riuscì
nulla.--In Toscana, Cosimo il nuovo duca ordinò il ducato e governò
assoluto, severo, talor crudele, alla spagnuola; men cattivo, perché
è sempre minore la cattivezza d’un principe nazionale e presente.
Ordinò le cerne, o milizie del paese, ma piú simili a ciò che chiamiam
ora «guardie nazionali», che non a veri corpi militari; ed intorno
a sé guardie tedesche o spagnuole. Nel 1569, ebbe dal papa titolo
di granduca, che non gli fu riconosciuto dall’imperatore. Protesse
l’agricoltura, il commercio, Livorno, le lettere innocue, e cosí
[1540] l’Accademia fiorentina, madre di quella della Crusca. In casa
perdette due figliuoli a un tratto; e resta dubbio se fosse caso o
misfatto. Alfieri ne fece una tragedia. Morì nel 1574. Successegli
suo figlio Francesco I, giá molto dammeno. Congiuratogli contro, nel
1575, diventò crudele, dentro e fuori, a’ fuorusciti. Nel 1576, ebbe
conferma dall’imperatore del titolo di granduca; nel 1579, sposò Bianca
Cappello, una veneziana fuggita dalla casa paterna, e giá stata amanza
d’un fiorentino, poi di esso granduca, finché visse Giovanna d’Austria
sua moglie. E Venezia, che avea giá sbandita costei, la dichiarò
ora figliuola della repubblica! A tale erano giunti giá i tempi, di
farsi pubblicamente, legalmente, senza pretender necessità né utile,
per semplice compiacenteria, le viltà.--Dei duchi minori non abbiamo
a dir nemmeno molte successioni, ché in Urbino solo, a Guidobaldo
della Rovere era succeduto nel 1574 Francesco Maria figliuolo di lui;
ed in Ferrara, Parma e Mantova continuarono per questi vent’anni i
medesimi Alfonso II d’Este, Ottavio Farnese e Guglielmo Gonzaga, giá
accennati.--In Genova risorsero turbamenti che si potrebbon dire fuor
d’etá, tra classe e classe di cittadini, tra’ nobili detti di «portico
vecchio» e nobili di «portico nuovo» a cui s’aggiungevano i popolani;
ma non avendo noi detto de’ turbamenti interni de’ comuni antichi
dov’erano piú importanti, dove si disputava almeno della politica,
dell’operosità, della parte a cui rivolger la città, non diremo di
queste dispute le quali furono solamente di grado, o tutt’al piú di
partecipazione ad un governo inoperoso. E continuavan i turbamenti
nella suddita Corsica. E tra tutto ciò fu tolta Scio dai turchi
ai Giustiniani, e cosí alla repubblica sotto cui essi la tenevano
[1566].--In Venezia tutto languiva nella solita pace e mediocrità.
E ad essa pure fu tolta Cipro, una delle isole orientali, in quella
guerra ch’ella fece contro a’ turchi dal 1570 al 1575, e in cui ella
non ebbe se non una volta a Lepanto un vero aiuto dalla cristianità. Ei
si vede: tutti questi Stati decadevano, sopravvivevano, s’ordinavano
a sopravvivere.--Casa Savoia sola a crescere. Emmanuel Filiberto,
non principe nuovo come i piú di costoro, non di famiglie sporcatesi
nel salire alla potenza, discendente d’una lunga serie di principi
buoni, provato dalla cattiva fortuna, e salito alla buona per meriti
propri, riuniva cosí i vantaggi de’ principi antichi e de’ nuovi.
Se ne seppe valere; e gran capitano a riacquistar lo Stato, fu gran
legislatore a riordinarlo, perché lo riordinò secondo il secolo suo.
Non restaurato ancora in tutti gli Stati suoi, nemmeno in Torino sua
capitale, raunò gli Stati generali in Chambéry. Voleva farsene aiuto
a’ suoi riordinamenti, trovolli ostacolo o ritardo; li sciolse, e non
li convocò mai piú, né egli né nessuno de’ successori fino a Carlo
Alberto, riordinator nuovo e piú grande secondo il secolo suo. Quindi
Emmanuel Filiberto è vituperato da alcuni di noi altri presenti,
quasi principe illiberale, usurpator de’ dritti popolani e costitutor
di despotismo. Ma se è certo e santo che de’ vizi e della virtù è a
giudicare nel medesimo modo in tutti i tempi, certo e giusto è pure che
delle istituzioni è a giudicare diversissimamente secondo i tempi. E
degli Stati generali od assemblee rappresentative e deliberative, ei
bisogna ritenere che a que’ tempi elle erano informi, indeterminate
nella loro composizione di nobili e deputati delle città, indeterminate
nelle loro attribuzioni; ondeché, quali erano, o non servivano a nulla,
come in Napoli e Sicilia; o non servivano se non a turbare, come in
Francia e Inghilterra. E quanto a dire che Emmanuel Filiberto le
avrebbe dovute o potute costituire coi modi nuovi, trovati cento e piú
anni appresso in Inghilterra, e ducento e piú in Francia e altrove;
questo sarebbe poco men che dire ch’egli avrebbe pur dovuto fare ne’
suoi Stati le strade ferrate. Io, per me, credo che Emmanuel Filiberto
avrebbe fatte le assemblee de’ nostri tempi a’ nostri tempi; ma ch’ei
fece a’ suoi tutto quello che era da essi. Il fatto sta, che intorno
a quelli venne meno la monarchia rappresentativa in tutta Europa, in
Inghilterra stessa; e sottentrò una monarchia quasi assoluta, ma che
si può meglio dire consultativa, perché fu temperata quasi dappertutto
da vari Consigli che contribuivano in fare o sancire le leggi. Nella
sola Inghilterra, dove non erano e non si fecero tali Consigli dai
principi, la lotta diventò piú forte tra essi e i parlamenti, piú
franca tra assolutismo e libertá, e vinse questa due volte. E perché
dopo aver abusato della sua prima vittoria... la libertá seppe
all’incontro usare moderatissimamente della seconda, ad ordinarsi
lentamente, meravigliosamente per un secolo e piú, perciò ella fondò,
perfezionò, compiè colá quella monarchia rappresentativa che fece, che
fa la felicità, la grandezza, il primato di quella nazione tra tutte
l’altre cristiane; quella monarchia rappresentativa, che di lá venuta
sessant’anni fa, va vincendo a gran colpi di rivoluzione, e trionfando
su quasi tutto oramai il continente europeo, e trionferà, aiutante
Iddio, su tutto.--Del resto, nell’anno medesimo che Emmanuel Filiberto
chiudeva i suoi Stati generali, egli riordinò appunto que’ senati o
corti supreme di giustizia, che mal vi supplirono tra noi come altrove,
e regolò poi i tribunali minori. Nel 1561, incominciò ad ordinare la
milizia nazionale; proseguì egli e proseguirono poi sempre tutti quanti
i suoi successori, non eccettuati i men belligeri, in mutare e rifare
tali ordinamenti; ora piú or men bene, ma sempre secondo i tempi e con
operosità, con insistenza, con amore; tanto che non è cosa di governo
in che’ si sieno essi compiaciuti, né cosa poi in che sieno stati cosí
secondati da’ lor popoli. Gli ordinamenti militari, l’esercito, furono,
se sia lecito dire, quasi patria costituzione ai piemontesi per poco
meno che tre secoli. Ed ora cedano pure il passo a questa, ma di poco,
in nome de’ destini del Piemonte e d’Italia, e della stessa monarchia
rappresentativa. Libertà e milizia sono rivali altrove; ma (per la
ragione che ognun sa, per le passioni ch’ognun sente) elle dovrebbon
essere sorelle in Italia. Sieno almeno su questa terra intrisa di tanto
sangue militare de’ padri, de’ fratelli e de’ figli nostri. Addì 17
dicembre 1562, Emmanuele Filiberto rientrò in Torino, e vi rimase poi
quasi sempre, diverso da’ maggiori che prediligevano il soggiorno al
di lá delle Alpi. Ed a Torino ricondusse, restaurata prima a Mondoví,
l’universitá degli studi che n’era uscita durante l’occupazione
straniera. Nel 1563, estintasi la discendenza diretta degli antichi
marchesi di Saluzzo, il marchesato fu occupato da’ francesi, e
s’accrebbe cosí di nuovo la potenza di essi nelle regioni subalpine.
Nel 1564, il duca incominciò la cittadella di Torino; ed altre fortezze
fece poi, ad imperio addentro, e difesa all’infuori. E nel medesimo
anno incominciò ad ordinare le finanze. Nel 1565, aiutò Malta contro a’
turchi; e nel 1572, mandò sue galere a Lepanto, ed aiutò poi de’ suoi
nuovi reggimenti or Francia or Austria contra gli acattolici. Contra
quelli giá antichi ne’ suoi Stati, i valdesi dell’Alpi, si volse non
senza inopportunità, od anche crudeltà per qualche tempo; ma lasciolli
in pace poi. Nel 1573, ordinò che gli atti pubblici si facessero in
lingua italiana; e sempre chiamò, protesse, pose nell’universitá di
Torino letterati di altri paesi italiani. Egli fu primo a dirozzare i
suoi popoli, beati o macedoni d’Italia; primo ad italianizzarli colla
coltura. Nel 1574 solamente riebbe tutti gli Stati suoi, vuotati di
qua e di lá da’ francesi e spagnuoli; e questo spiega e scusa come
dieci anni addietro avesse sofferta l’usurpazione di Saluzzo. Dal
1576 al 1579, accrebbe gli Stati, comprando feudi imperiali dai Doria
ed altri signorotti. Nel 1579 ordinò la zecca, e nel 1580 mori; cosí
fino all’ultimo operando, legislatore, ordinatore, rinnovatore della
sua monarchia. E tal vedemmo giá dopo le antiche origini Amedeo VIII;
e tali vedremo uno o due altri poi di quella casa. Della quale resta
cosí spiegato il perché, il come crescesse; come, sola forse fra le
dinastie europee, continuasse senza rivoluzioni o mutazioni violente;
fece ella medesima via via, sempre, indefessa, le mutazioni volute, ma
prima che violentata dai tempi. I tempi mutan sempre; ondeché i veri
conservatori sono quelli che mutan con essi; non gl’immobili, che a
forza di resistere si fanno impossibili, e rovinano sé e altrui. Ad
Emmanuel Filiberto debbono i posteri una nazionalitá che altri popoli
loro invidiano, dice di lui uno scrittore italiano, non piemontese: noi
consentiamo volentieri.
14. Carlo Emmanuele I [1580-1630].--La differenza tra Emmanuel
Filiberto e gli altri legislatori italiani de’ venti anni addietro si
vede chiara all’effetto ne’ primi lor successori. Progredí e fecesi
grande quel di Piemonte; scesero e s’impicciolirono via via i Medici
e gli altri. Salito a una signoria rinforzata dagli ordinamenti di
pace, dagli apparecchi di guerra fatti dal padre, si potrebbe dire
che Carlo Emmanuele volle essere l’Alessandro di quel Filippo. E
sarebbegli forse riuscito, se avesse avuto un solo scopo, l’Italia.
Ebbelo, ma con un secondo: farsi grande di lá dell’Alpi, ed anche
piú lontano. Perciò non s’avanzò come avrebbe potuto verso lo scopo
principale, e lasciò nome d’ambizioso piú che di grande (benché datogli
questo da’ contemporanei), e d’avventato piú che di forte, ed anche
di doppio piú che di leale. Leali, forti e grandi appaiono e sono piú
facilmente gli uomini d’un solo scopo; compatiti, è vero, e derisi
da’ faccendieri, dagli enciclopedici, e dagli incostanti, che ne han
molti e vari; ed anche piú dai pigri di spirito e da’ gaudenti, che
non vogliono e non possono averne nessuno, e vivono alla giornata.
Carlo s’avventò prima contro a Ginevra, perduta da sua famiglia fin
dal 1536; e non gli riuscendo, tornò contro essa ad ogni tratto per
vent’anni e piú, fino al 1603, che rinunciovvi e fece pace con essa.
Intanto aprì guerra contro Francia; ed approfittando delle contese
civili e religiose che ferveano colà sotto ad Enrico III, ultimo de’
Valois, s’avventò contra Saluzzo, quella spina francese che rimaneva in
corpo alla monarchia piemontese. Occupolla a forza nel 1588; e quindi
una lunga e varia guerra su tutta la linea dell’Alpi, che condusse
egli di qua, e Lesdiguières di lá. Nel 1590, occupò Aix, Marsiglia,
e si lasciò da alcuni cattivi francesi acclamare conte di Provenza.
Ma ciò era nulla; mirava alla corona di Francia che altri cattivi
volevan tôrre ad Enrico IV; e perciò, non solo combatté, che era giá
stolto e male, ma intrigò, che era peggio. Fu pessimo, se è vero, quel
che segue: che fatta pace a Vervins nel 1598, e lasciata a giudicio
del papa la lite di Saluzzo, e andato Carlo a Parigi nel 1599, ivi
entrasse nella congiura del Biron contra al re, alleato ed ospite
suo. Ed egli negò sempre e si turbò di tale accusa; ma resta in lui
la macchia d’esservisi esposto con gli intrighi precedenti. Ad ogni
modo, Enrico IV, principe poco tollerante, e che tagliava coll’ardita
franchezza le perfidie reali o temute, ruppe la guerra nuovamente nel
1600, ed invase Savoia. Seguiva finalmente il trattato di Lione [17
gennaio 1601], per cui casa Savoia cedette Bressa, Bugey e Valromey,
province in seno a Francia; e Francia cedette Saluzzo, provincia in
seno a Italia. Savoia perdeva in territorio ed anime; ma vi guadagnò di
quadrare i suoi Stati italiani, di non aver in corpo un vicino potente
e cosí suo nemico naturale, e di farsene anzi un naturale amico contro
al nemico anche piú naturale suo e d’Italia, casa d’Austria. Fu detto
che Arrigo IV avea fatto un cambio da mercante, e Carlo Emmanuele uno
da principe e politico; ma non è vero. Cambiando ciascuno province
innaturali con province naturali a’ loro Stati, vi guadagnarono
amendue; e questi sono sempre i migliori e piú durevoli trattati. Il
fatto sta che d’allora in poi Carlo Emmanuele s’accostò a Francia, e
rimase per lo piú con essa. E questa alleanza fu per produrre cose
grandi, quando Enrico IV, quel gran re che avea pacificata ed ordinata
Francia, si volse a voler riordinar Europa contro alla preponderanza
delle due case Austriache. Seguinne [25 aprile 1610] quel trattato di
Bruzolo, il quale, dice uno scrittore lombardo, «trasformava i duchi
di Savoia in re de’ lombardi». Ma fu ucciso allora, come ognun sa,
Enrico IV, e non se ne fece altro; e «quel regno de’ lombardi rimase
ne’ duchi di Savoia un desiderio che non si spense mai». Ad ogni modo,
da questi due trattati di Lione e di Bruzolo fecesi un gran progresso
nella politica, e, se si voglia, nell’ambizione di casa Savoia: ché
ella fu d’allora in poi costantemente, esclusivamente italiana. Morto,
nel 1587, Gugliemo Gonzaga, duca di Mantova e marchese di Monferrato,
e nel 1612 il figlio di lui Vincenzo, e nel medesimo anno il figlio
di questo, Francesco, che lasciava una sola figliuola fanciulla,
succedette Ferdinando cardinale; il quale, legato negli ordini, non
poteva aver figliuoli, ed a cui rimaneva sì un fratello Vincenzo, ma
anch’esso senza figliuoli, ondeché la successione eventuale rimaneva
in Maria, quell’ultima fanciulla de’ Gonzaga. E giá due volte casa
Savoia avea preteso a tal successione; pretesevi ora Carlo Emmanuele, e
volle almeno la tutela di Maria, per farla sposare al proprio figlio,
e riunir cosí tutti i diritti. Negatagli, s’avventò, al solito suo,
sul Monferrato [1613]. Spagna nol volle soffrire; seguinne una guerra
di quattro anni, seguiron trattati vari; quel del 1617 restituiva lo
statu quo; ma intanto un duca di Savoia solo avea resistito a Spagna.
Poco appresso sollevavasi la Valtellina cattolica contra i grigioni
protestanti e signori di essa. La prima fu aiutata da Spagna, i secondi
da Francia, Savoia e Venezia. Riaprissi ed estesesi la guerra. Savoia e
Francia fecero un’impresa insieme contra Genova; e qui di nuovo cadde
il duca in sospetto di complicità ad una congiura contro a quella
repubblica. Ritrassesi poi Francia di quella guerra, e rifecesi pace
a Monzone nel 1626, tra le due potenze grosse; e le piccole, Savoia
fra le altre, dovettersi acquetare. Morto poi, nel medesimo anno, il
cardinale e duca Ferdinando Gonzaga, e nel 1627 Vincenzo fratello di
lui, succedettero lor nipote Maria e il marito di lei Carlo Gonzaga giá
duca di Nevers, e cosí tutto francese. Fu per esso Francia, e furono
contro esso Austria ed il mutabile Savoiardo, tratto e dall’ambizione
antica d’aver il Monferrato, e dall’essergliene data una parte fin
d’allora. Guerreggiossi acremente in tutto Piemonte; e il vecchio e
infermo ma ancora prode duca vinse i francesi nel 1628, ne fu vinto
nel 1629, perdette Savoia, Pinerolo, Saluzzo; e stava alla riscossa
sulla Maira quando, infermato, morí ai 26 luglio 1630. Pochi dí prima
[18 luglio], era stata presa Mantova dagli spagnuoli alleati suoi.
Pro’ guerriero, buon capitano secondo i tempi, ardito, pronto, bel
parlatore, fu amato da’ soldati ch’ei pagava male ma conduceva bene,
adorato da’ sudditi a cui procacciava le miserie, ma l’operositá, ma
l’alacritá, ma l’onor della guerra; continuò, compiè gli ordinamenti
civili del padre; parlò, operò italiano, protesse molti illustri,
Tasso, Tassoni, Marini, Chiabrera, Botero; in una parola, raccolse
piú che mai in sua casa e suoi popoli tutto quello che rimaneva di
vita nazionale durante il mezzo secolo di suo regnare. È impossibile
non far come i sudditi di lui, non amarlo a malgrado tutti i suoi
difetti: fu uomo di buona volontá italiana.--Il rimanente dell’Italia
d’allora val pochi cenni. Oltre la successione dei Gonzaga che turbò
l’Italia, due altre ne furono che senza turbarla ne mutarono alquanto
la distribuzione. Succeduto ad Alfonso II, duca di Ferrara e Modena,
Cesare suo figliuolo naturale [1597], il papa non gli volle lasciar
Ferrara feudo pontificio; e disputatone alquanto, l’ebbe per trattato
[1598]; e la casa d’Este rimase bastarda e ridotta a Modena, fino a
che s’estinse.--In Urbino, avendo il vecchio Francesco Maria II della
Rovere perduto nel 1623 il figliuolo unico che lasciava una figliuola
unica granduchessa di Toscana, ei rinunciò al ducato, feudo pontificio
ancor esso, che fu riunito cosí agli Stati della Chiesa.--In Parma e
Piacenza, ad Ottavio Farnese, morto nel 1586, succedette Alessandro
figliuolo di lui, che fu illustre capitano negli eserciti spagnuoli
e combatté a Lepanto, ne’ Paesi bassi, di cui fu governatore, ed
in Francia. E per questi meriti fu lasciata finalmente, fin dal
tempo di suo padre [1585], la cittadella di Piacenza a’ Farnesi. Ad
Alessandro, morto nel 1592, succedettero Ranuccio II figliuolo di lui,
e morto questo nel 1622, il figliuolo di lui Odoardo.--In Toscana,
a Francesco I, morto (dicesi di veleno) nel 1587 senza figliuoli,
succedette il fratello di lui Ferdinando I, giá cardinale, che fu buon
amministratore dello Stato, buon promotor di commerci ed agricoltura
e lettere, e fece guerra ai ladri interni ed ai barbareschi, a cui
prese una volta Bona in Africa. Al quale morto nel 1609, succedette
Cosimo II, figliuolo degno di lui. Al quale, morto nel 1622, succedette
il fanciullo e dammeno Ferdinando II. E tutti o quasi tutti questi
principotti furono molto protettori di lettere, ma al modo nuovo che
diremo poi.--E tali pure i papi di questo tempo: Gregorio XIII che
riformò il calendario nel 1582, e pontificò fino al 1585; Sisto V
[Peretti, dal 1585 al 1590], che fu il gran distruttor de’ ladri, il
grande avanzator dell’opere d’Alessandro VI e di Giulio II a pacificar
gli Stati della Chiesa, del resto persecutor d’eretici in Germania e
Francia, grande edificator di monumenti in Roma; Urbano VII [Castagna],
che regnò pochi giorni nel 1590; Gregorio XIV [Sfondrato, 1590-1591],
che compiè l’opera di Sisto V contro ai ladri e banditi; Innocenzo
IX [Facchinetti, 1591]; Clemente VIII [Aldobrandini, 1592-1605], che
ricevette in grembo alla Chiesa Enrico IV di Francia, e riuní Ferrara;
Leone XI [Medici, 1605]; Paolo V [Borghese, 1605-1621], che scomunicò
Venezia, e finito San Pietro, vi pose suo nome; Gregorio XV [Ludovisi,
1621-1623], istitutor della congregazione della propaganda; Urbano
VIII [Barberini, 1623-1644]. I nomi de’ quali, rimasti quasi tutti di
famiglie grandi per ricchezze, accennano che parecchi di questi papi
non si salvarono dal vizio del secondo nepotismo; ma fuor di ciò furono
tutti buoni pontefici, e, secondo i tempi, buoni principi.--Di Venezia,
sarebbe a dire quella accanita disputa ch’ella ebbe [1606-1607] con
papa Paolo V, e in che si fece famoso fra Paolo Sarpi di lei teologo.
Gli storici, le memorie del tempo, e Botta poi, si fermano lungamente
in essa, ed in alcune altre che furono e prima e dopo tra’ papi e
principi italiani. Ma noi, oltreché v’avremmo poco spazio, e che tali
contese tra le potenze temporali e la ecclesiastica ne vorrebbon pur
molto per essere bene spiegate e capite, confessiamo di porvi oramai
poca importanza. Queste dispute, per qualche ecclesiastico o qualche
affare che i tribunali civili ed ecclesiastici avocavano a un tempo a
sé, per li diritti d’asilo nelle chiese, per istabilire od estendere
il tribunale dell’Inquisizione, parvero, in vero, grossi affari a que’
tempi ove non n’eran de’ grandi; e son segni appunto di ciò. Ma ciò
detto, non mi paiono piú importanti che tanti altri affari speciali
di giurisprudenza o legislazione civile o militare o marinaresca, che
tralasciamo per forza. Ché anzi, se abbiamo a dir tutto il pensier
nostro, crediamo che parecchi di coloro i quali s’estendono in ciò, ciò
facciano (a malgrado la noia propria e de’ leggitori) per rivolgergli
a quel pochissimo che resta di tali dispute a’ nostri dí, ed in che
essi pongono tuttavia un’importanza che noi non sappiamo assolutamente
vedere. Non è la potenza ecclesiastica l’usurpatrice de’ nostri dí;
tal non era nemmeno nel Seicento; giá difendevasi, indietreggiando
dalle sue pretensioni antiche fin d’allora, ed ella si difende ed
indietreggia ora piú che mai; ondeché, tutto ciò che si rivolge d’ire
e d’attenzioni contro ad essa, sono ire ed attenzioni perdute contro
a’ veri usurpatori. «Dividi e impera» è vecchio arcano d’imperio, e
messo in pratica fino a ieri ed oggi. Ed egli implica e fa lecito
e debito il suo contrario, l’arcano di liberazione, «uniamoci per
liberarci»; uniamoci principi e popoli, nobili e non nobili, tutti gli
educati, e gli ineducati stessi, educandoli; e militari e civili, e
massime laici ed ecclesiastici, secolari e regolari, fino ai frati,
fino ai gesuiti, fino ai piú esagerati, e giá colpevoli di lá o di
qua, che vogliano unirsi a virtuosamente operar per la patria, fino
a coloro che avessero perseguitati od anche calunniati non solamente
noi, ma gli stessi amati da noi[2]. Piú attenzione forse meriterebbe,
se ne avessimo luogo, una guerra tra Venezia e gli uscocchi, pirati
dell’Adriatico [1601-1617], protetti o almen tollerati da casa
d’Austria; un trattato fatto a Madrid [1617] vi pose fine. E l’anno
appresso [1618] successe quella congiura che parve mirare a non meno
che alla distruzione della repubblica; e che compressa, secondo l’uso
di lei, con prontezza e misterio, resta dubbio quanto fosse vera e
pericolosa, e se di semplici venturieri, o se promossa da Spagna, o se
anzi da uno o due dei governatori spagnuoli in Italia che volessero
ribellarsi e farsi essi signori.--Del resto, i due Stati spagnuoli,
Milano e il Regno, peggiorarono via via. A Filippo II, il Tiberio della
monarchia spagnuola, erano succeduti Filippo III [1598] e Filippo IV
[1621], che ne furono poco piú che i Claudi o i Vitelli. Governaron
per essi un duca di Lerma, un d’Uzeda e un conte duca d’Olivarez, via
via piú assoluti a Madrid, al centro di quel grande imperio. S’imagini
ognuno come governassero i viceré e governatori lontani. Depredavansi
le entrate ordinarie, supplivasi con istraordinarie; vendevansi,
ripiglianvansi i feudi, si alzavano, s’esageravano gli appalti, non si
badava ai popoli ma all’erario, o piuttosto questo stesso non era se
non un pretesto, una via per cui passavano le ricchezze, cioè, senza
metafora, il sangue de’ popoli. Ma a che perdere spazio in tutto ciò?
Quando anche n’avessimo piú, non potremmo far meglio che rimandar i
leggitori all’immortal ritratto fattone dal Manzoni. Niuna storia,
nemmen quella splendidissima di Botta, può arrivar a dare una cosí viva
e giusta idea del disordine, delle prepotenze, delle depredazioni,
delle pompe, degli avvilimenti in che giacquero i popoli italiani sotto
al governo ispano-austriaco.