13. Emmanuele Filiberto [1559-1580].--Non mai i tempi moderni s’eran

mutati a un tratto come per la pace di Cateau-Cambrésis; né mai mutaron

tanto nemmeno i modernissimi, fuorché per la pace del 1814 e 1815. I

vent’anni seguenti furono di quiete non interrotta, di ordinamenti, o,

come or si dice, d’organizzazioni universali. Nel Regno, giá vecchio

suddito spagnuolo, vecchio pur giá era l’ordinamento; in Milano

l’ordinamento piú nuovo s’era modellato sul primo. Un viceré a Napoli,

uno in Sicilia ed un governatore in Milano, non piú che cortigiani in

Ispagna, ma principi assoluti in Italia, governavano non solamente per

gl’interessi di quella, ma per li propri in questa e principalmente

in quella. E cosí facevano allora gli altri governatori spagnuoli in

America, ne’ Paesi bassi. Così giá i proconsoli e legati romani nelle

province dell’imperio; cosí poi i governatori britannici nell’Indie.

Così i governatori lontani dappertutto. È naturale; sempre si mira al

centro, onde vengono grazie, favori, avanzamenti. In ciò il progresso

di civiltà non muta guari. È di quelle cose che durano poco diverse

sempre nella umana natura. Un Consiglio d’Italia in Madrid temperava

solo la potenza di que’ governatori. Tranne una milizia (quasi le

guardie nazionali d’oggidì) che non si convocava guari, se non contro

ai turchi o agli assassini di strada, non v’eran armi, niun corpo

napolitano o milanese; napoletani o milanesi s’arruolavan ne’ «terzi» o

reggimenti spagnuoli, che eran tutti di volontari, o piuttosto levati

a forza, a inganno, a caso. E cosi gl’italiani militavano fuori

per interessi non propri, e gli stranieri in Italia per interessi

anti-italiani. Molta religione, cattolicismo stretto, anzi intollerante

s’affettava; facevasene strumento d’imperio, d’ordine, di soggezione;

e cosí Spagna stringevasi ai papi, quanto i papi a Spagna. Nelle

finanze, imposizioni legalmente gravi, piú gravi di fatto, perché

non erano perfezionate le forme, le quali guarentiscono ai popoli

che non si levi piú dell’imposto. Gran disordine dunque, ma grande

affettazione d’ordine, o almeno di governo, smania di regolar tutto,

di far sentire l’autoritá straniera; onde non solamente severità ma

crudeltà. Ed io dimenticava che in Napoli e Sicilia erano pure resti

di Stati generali antichi, assemblee rappresentative o deliberative;

ma rappresentavano popoli domati, stanchi, senza volontà, deliberavano

a’ cenni del signor lontano, de’ viceré presenti, eran nulla. Non

eran sorti gli esempi che fanno cosí importanti queste assemblee a’

nostri dí; dovunque rimanevano elle, fuori come addentro Italia,

il principe le distruggeva o serbava o dimenticava, a piacer suo,

del paro innocue, con pari facilità. In somma, a que’ tempi non era

sorta, non era quasi possibile l’arte di governar province straniere

e lontane senza tiranneggiarle, e si tirannegg-iavano. Né contro a’

turchi, quantunque soli nemici stranieri che rimanessero, si poteva o

si sapea difenderle. Il Mediterraneo, non piú lago italiano, avrebbe

dovuto essere spagnuolo; era turco-spagnuolo. Una sola volta Spagna

si destò al dovere di non lasciarlo diventar tutto turco; e fatta

una lega co’ veneziani e il papa e il duca di Savoia, allestirono

una grande armata sotto agli ordini di don Giovanni d’Austria figlio

naturale di Carlo V, il quale die’ una gran rotta ai turchi a Lepanto

nel 1571. Ma fosse gelosia di Filippo II contro al fratello, o mollezza

e incapacità spagnuola o italiana o universale, non si proseguì la

vittoria, si sciolse la lega, si lasciarono soli i veneziani contro a’

turchi, al solito.--In Roma Pio IV Medici, che dicemmo [1559-1565],

riadunò e terminò poi il concilio di Trento [1562-1563]. Del quale

molto sarebbe a dire certamente, se avessimo luogo; ma non avendone

nemmeno per gli affari, per li negoziati politici, non sarebbe

ragione che ci estendessimo sugli ecclesiastici, piú ardui a capire

e spiegare. Ondeché, riducendoci alle generalità, diremo solamente:

che il concilio lasciò le cose ecclesiastiche tali quali erano prima

o s’erano svolte intanto tra’ protestanti, i quali non v’assistettero

mai e il respinser sempre; ma che esso ordinò, rinnovò molto bene ed

opportunamente la disciplina della Chiesa cattolica; e che insomma

da esso in poi il protestantismo non ottenne piú una vittoria, un

estendimento, e il cattolicismo non perdette piú una chiesa o una

provincia. È noto, è ammesso dagli stessi protestanti, che il loro

progresso non durò se non un cinquant’anni; che d’allora in poi essi

non ebbero se non stazione e regresso. Del resto, Pio IV fu papa

buono, quantunque nepotista, perché il nipote in credito trovossi

essere san Carlo Borromeo.--Successe Pio V [Ghisilieri, 1566-1572],

che è l’ultimo papa beatificato dalla Chiesa, che fu de’ pochi non

nepotisti fino a’ nostri dí, severissimo del resto contro agli eretici.

E successe Gregorio XIII [Buoncompagni, 1572-1585], che s’unì solo,

non potendo unir altri, con Venezia contro a’ turchi, ma non ne riuscì

nulla.--In Toscana, Cosimo il nuovo duca ordinò il ducato e governò

assoluto, severo, talor crudele, alla spagnuola; men cattivo, perché

è sempre minore la cattivezza d’un principe nazionale e presente.

Ordinò le cerne, o milizie del paese, ma piú simili a ciò che chiamiam

ora «guardie nazionali», che non a veri corpi militari; ed intorno

a sé guardie tedesche o spagnuole. Nel 1569, ebbe dal papa titolo

di granduca, che non gli fu riconosciuto dall’imperatore. Protesse

l’agricoltura, il commercio, Livorno, le lettere innocue, e cosí

[1540] l’Accademia fiorentina, madre di quella della Crusca. In casa

perdette due figliuoli a un tratto; e resta dubbio se fosse caso o

misfatto. Alfieri ne fece una tragedia. Morì nel 1574. Successegli

suo figlio Francesco I, giá molto dammeno. Congiuratogli contro, nel

1575, diventò crudele, dentro e fuori, a’ fuorusciti. Nel 1576, ebbe

conferma dall’imperatore del titolo di granduca; nel 1579, sposò Bianca

Cappello, una veneziana fuggita dalla casa paterna, e giá stata amanza

d’un fiorentino, poi di esso granduca, finché visse Giovanna d’Austria

sua moglie. E Venezia, che avea giá sbandita costei, la dichiarò

ora figliuola della repubblica! A tale erano giunti giá i tempi, di

farsi pubblicamente, legalmente, senza pretender necessità né utile,

per semplice compiacenteria, le viltà.--Dei duchi minori non abbiamo

a dir nemmeno molte successioni, ché in Urbino solo, a Guidobaldo

della Rovere era succeduto nel 1574 Francesco Maria figliuolo di lui;

ed in Ferrara, Parma e Mantova continuarono per questi vent’anni i

medesimi Alfonso II d’Este, Ottavio Farnese e Guglielmo Gonzaga, giá

accennati.--In Genova risorsero turbamenti che si potrebbon dire fuor

d’etá, tra classe e classe di cittadini, tra’ nobili detti di «portico

vecchio» e nobili di «portico nuovo» a cui s’aggiungevano i popolani;

ma non avendo noi detto de’ turbamenti interni de’ comuni antichi

dov’erano piú importanti, dove si disputava almeno della politica,

dell’operosità, della parte a cui rivolger la città, non diremo di

queste dispute le quali furono solamente di grado, o tutt’al piú di

partecipazione ad un governo inoperoso. E continuavan i turbamenti

nella suddita Corsica. E tra tutto ciò fu tolta Scio dai turchi

ai Giustiniani, e cosí alla repubblica sotto cui essi la tenevano

[1566].--In Venezia tutto languiva nella solita pace e mediocrità.

E ad essa pure fu tolta Cipro, una delle isole orientali, in quella

guerra ch’ella fece contro a’ turchi dal 1570 al 1575, e in cui ella

non ebbe se non una volta a Lepanto un vero aiuto dalla cristianità. Ei

si vede: tutti questi Stati decadevano, sopravvivevano, s’ordinavano

a sopravvivere.--Casa Savoia sola a crescere. Emmanuel Filiberto,

non principe nuovo come i piú di costoro, non di famiglie sporcatesi

nel salire alla potenza, discendente d’una lunga serie di principi

buoni, provato dalla cattiva fortuna, e salito alla buona per meriti

propri, riuniva cosí i vantaggi de’ principi antichi e de’ nuovi.

Se ne seppe valere; e gran capitano a riacquistar lo Stato, fu gran

legislatore a riordinarlo, perché lo riordinò secondo il secolo suo.

Non restaurato ancora in tutti gli Stati suoi, nemmeno in Torino sua

capitale, raunò gli Stati generali in Chambéry. Voleva farsene aiuto

a’ suoi riordinamenti, trovolli ostacolo o ritardo; li sciolse, e non

li convocò mai piú, né egli né nessuno de’ successori fino a Carlo

Alberto, riordinator nuovo e piú grande secondo il secolo suo. Quindi

Emmanuel Filiberto è vituperato da alcuni di noi altri presenti,

quasi principe illiberale, usurpator de’ dritti popolani e costitutor

di despotismo. Ma se è certo e santo che de’ vizi e della virtù è a

giudicare nel medesimo modo in tutti i tempi, certo e giusto è pure che

delle istituzioni è a giudicare diversissimamente secondo i tempi. E

degli Stati generali od assemblee rappresentative e deliberative, ei

bisogna ritenere che a que’ tempi elle erano informi, indeterminate

nella loro composizione di nobili e deputati delle città, indeterminate

nelle loro attribuzioni; ondeché, quali erano, o non servivano a nulla,

come in Napoli e Sicilia; o non servivano se non a turbare, come in

Francia e Inghilterra. E quanto a dire che Emmanuel Filiberto le

avrebbe dovute o potute costituire coi modi nuovi, trovati cento e piú

anni appresso in Inghilterra, e ducento e piú in Francia e altrove;

questo sarebbe poco men che dire ch’egli avrebbe pur dovuto fare ne’

suoi Stati le strade ferrate. Io, per me, credo che Emmanuel Filiberto

avrebbe fatte le assemblee de’ nostri tempi a’ nostri tempi; ma ch’ei

fece a’ suoi tutto quello che era da essi. Il fatto sta, che intorno

a quelli venne meno la monarchia rappresentativa in tutta Europa, in

Inghilterra stessa; e sottentrò una monarchia quasi assoluta, ma che

si può meglio dire consultativa, perché fu temperata quasi dappertutto

da vari Consigli che contribuivano in fare o sancire le leggi. Nella

sola Inghilterra, dove non erano e non si fecero tali Consigli dai

principi, la lotta diventò piú forte tra essi e i parlamenti, piú

franca tra assolutismo e libertá, e vinse questa due volte. E perché

dopo aver abusato della sua prima vittoria... la libertá seppe

all’incontro usare moderatissimamente della seconda, ad ordinarsi

lentamente, meravigliosamente per un secolo e piú, perciò ella fondò,

perfezionò, compiè colá quella monarchia rappresentativa che fece, che

fa la felicità, la grandezza, il primato di quella nazione tra tutte

l’altre cristiane; quella monarchia rappresentativa, che di lá venuta

sessant’anni fa, va vincendo a gran colpi di rivoluzione, e trionfando

su quasi tutto oramai il continente europeo, e trionferà, aiutante

Iddio, su tutto.--Del resto, nell’anno medesimo che Emmanuel Filiberto

chiudeva i suoi Stati generali, egli riordinò appunto que’ senati o

corti supreme di giustizia, che mal vi supplirono tra noi come altrove,

e regolò poi i tribunali minori. Nel 1561, incominciò ad ordinare la

milizia nazionale; proseguì egli e proseguirono poi sempre tutti quanti

i suoi successori, non eccettuati i men belligeri, in mutare e rifare

tali ordinamenti; ora piú or men bene, ma sempre secondo i tempi e con

operosità, con insistenza, con amore; tanto che non è cosa di governo

in che’ si sieno essi compiaciuti, né cosa poi in che sieno stati cosí

secondati da’ lor popoli. Gli ordinamenti militari, l’esercito, furono,

se sia lecito dire, quasi patria costituzione ai piemontesi per poco

meno che tre secoli. Ed ora cedano pure il passo a questa, ma di poco,

in nome de’ destini del Piemonte e d’Italia, e della stessa monarchia

rappresentativa. Libertà e milizia sono rivali altrove; ma (per la

ragione che ognun sa, per le passioni ch’ognun sente) elle dovrebbon

essere sorelle in Italia. Sieno almeno su questa terra intrisa di tanto

sangue militare de’ padri, de’ fratelli e de’ figli nostri. Addì 17

dicembre 1562, Emmanuele Filiberto rientrò in Torino, e vi rimase poi

quasi sempre, diverso da’ maggiori che prediligevano il soggiorno al

di lá delle Alpi. Ed a Torino ricondusse, restaurata prima a Mondoví,

l’universitá degli studi che n’era uscita durante l’occupazione

straniera. Nel 1563, estintasi la discendenza diretta degli antichi

marchesi di Saluzzo, il marchesato fu occupato da’ francesi, e

s’accrebbe cosí di nuovo la potenza di essi nelle regioni subalpine.

Nel 1564, il duca incominciò la cittadella di Torino; ed altre fortezze

fece poi, ad imperio addentro, e difesa all’infuori. E nel medesimo

anno incominciò ad ordinare le finanze. Nel 1565, aiutò Malta contro a’

turchi; e nel 1572, mandò sue galere a Lepanto, ed aiutò poi de’ suoi

nuovi reggimenti or Francia or Austria contra gli acattolici. Contra

quelli giá antichi ne’ suoi Stati, i valdesi dell’Alpi, si volse non

senza inopportunità, od anche crudeltà per qualche tempo; ma lasciolli

in pace poi. Nel 1573, ordinò che gli atti pubblici si facessero in

lingua italiana; e sempre chiamò, protesse, pose nell’universitá di

Torino letterati di altri paesi italiani. Egli fu primo a dirozzare i

suoi popoli, beati o macedoni d’Italia; primo ad italianizzarli colla

coltura. Nel 1574 solamente riebbe tutti gli Stati suoi, vuotati di

qua e di lá da’ francesi e spagnuoli; e questo spiega e scusa come

dieci anni addietro avesse sofferta l’usurpazione di Saluzzo. Dal

1576 al 1579, accrebbe gli Stati, comprando feudi imperiali dai Doria

ed altri signorotti. Nel 1579 ordinò la zecca, e nel 1580 mori; cosí

fino all’ultimo operando, legislatore, ordinatore, rinnovatore della

sua monarchia. E tal vedemmo giá dopo le antiche origini Amedeo VIII;

e tali vedremo uno o due altri poi di quella casa. Della quale resta

cosí spiegato il perché, il come crescesse; come, sola forse fra le

dinastie europee, continuasse senza rivoluzioni o mutazioni violente;

fece ella medesima via via, sempre, indefessa, le mutazioni volute, ma

prima che violentata dai tempi. I tempi mutan sempre; ondeché i veri

conservatori sono quelli che mutan con essi; non gl’immobili, che a

forza di resistere si fanno impossibili, e rovinano sé e altrui. Ad

Emmanuel Filiberto debbono i posteri una nazionalitá che altri popoli

loro invidiano, dice di lui uno scrittore italiano, non piemontese: noi

consentiamo volentieri.

14. Carlo Emmanuele I [1580-1630].--La differenza tra Emmanuel

Filiberto e gli altri legislatori italiani de’ venti anni addietro si

vede chiara all’effetto ne’ primi lor successori. Progredí e fecesi

grande quel di Piemonte; scesero e s’impicciolirono via via i Medici

e gli altri. Salito a una signoria rinforzata dagli ordinamenti di

pace, dagli apparecchi di guerra fatti dal padre, si potrebbe dire

che Carlo Emmanuele volle essere l’Alessandro di quel Filippo. E

sarebbegli forse riuscito, se avesse avuto un solo scopo, l’Italia.

Ebbelo, ma con un secondo: farsi grande di lá dell’Alpi, ed anche

piú lontano. Perciò non s’avanzò come avrebbe potuto verso lo scopo

principale, e lasciò nome d’ambizioso piú che di grande (benché datogli

questo da’ contemporanei), e d’avventato piú che di forte, ed anche

di doppio piú che di leale. Leali, forti e grandi appaiono e sono piú

facilmente gli uomini d’un solo scopo; compatiti, è vero, e derisi

da’ faccendieri, dagli enciclopedici, e dagli incostanti, che ne han

molti e vari; ed anche piú dai pigri di spirito e da’ gaudenti, che

non vogliono e non possono averne nessuno, e vivono alla giornata.

Carlo s’avventò prima contro a Ginevra, perduta da sua famiglia fin

dal 1536; e non gli riuscendo, tornò contro essa ad ogni tratto per

vent’anni e piú, fino al 1603, che rinunciovvi e fece pace con essa.

Intanto aprì guerra contro Francia; ed approfittando delle contese

civili e religiose che ferveano colà sotto ad Enrico III, ultimo de’

Valois, s’avventò contra Saluzzo, quella spina francese che rimaneva in

corpo alla monarchia piemontese. Occupolla a forza nel 1588; e quindi

una lunga e varia guerra su tutta la linea dell’Alpi, che condusse

egli di qua, e Lesdiguières di lá. Nel 1590, occupò Aix, Marsiglia,

e si lasciò da alcuni cattivi francesi acclamare conte di Provenza.

Ma ciò era nulla; mirava alla corona di Francia che altri cattivi

volevan tôrre ad Enrico IV; e perciò, non solo combatté, che era giá

stolto e male, ma intrigò, che era peggio. Fu pessimo, se è vero, quel

che segue: che fatta pace a Vervins nel 1598, e lasciata a giudicio

del papa la lite di Saluzzo, e andato Carlo a Parigi nel 1599, ivi

entrasse nella congiura del Biron contra al re, alleato ed ospite

suo. Ed egli negò sempre e si turbò di tale accusa; ma resta in lui

la macchia d’esservisi esposto con gli intrighi precedenti. Ad ogni

modo, Enrico IV, principe poco tollerante, e che tagliava coll’ardita

franchezza le perfidie reali o temute, ruppe la guerra nuovamente nel

1600, ed invase Savoia. Seguiva finalmente il trattato di Lione [17

gennaio 1601], per cui casa Savoia cedette Bressa, Bugey e Valromey,

province in seno a Francia; e Francia cedette Saluzzo, provincia in

seno a Italia. Savoia perdeva in territorio ed anime; ma vi guadagnò di

quadrare i suoi Stati italiani, di non aver in corpo un vicino potente

e cosí suo nemico naturale, e di farsene anzi un naturale amico contro

al nemico anche piú naturale suo e d’Italia, casa d’Austria. Fu detto

che Arrigo IV avea fatto un cambio da mercante, e Carlo Emmanuele uno

da principe e politico; ma non è vero. Cambiando ciascuno province

innaturali con province naturali a’ loro Stati, vi guadagnarono

amendue; e questi sono sempre i migliori e piú durevoli trattati. Il

fatto sta che d’allora in poi Carlo Emmanuele s’accostò a Francia, e

rimase per lo piú con essa. E questa alleanza fu per produrre cose

grandi, quando Enrico IV, quel gran re che avea pacificata ed ordinata

Francia, si volse a voler riordinar Europa contro alla preponderanza

delle due case Austriache. Seguinne [25 aprile 1610] quel trattato di

Bruzolo, il quale, dice uno scrittore lombardo, «trasformava i duchi

di Savoia in re de’ lombardi». Ma fu ucciso allora, come ognun sa,

Enrico IV, e non se ne fece altro; e «quel regno de’ lombardi rimase

ne’ duchi di Savoia un desiderio che non si spense mai». Ad ogni modo,

da questi due trattati di Lione e di Bruzolo fecesi un gran progresso

nella politica, e, se si voglia, nell’ambizione di casa Savoia: ché

ella fu d’allora in poi costantemente, esclusivamente italiana. Morto,

nel 1587, Gugliemo Gonzaga, duca di Mantova e marchese di Monferrato,

e nel 1612 il figlio di lui Vincenzo, e nel medesimo anno il figlio

di questo, Francesco, che lasciava una sola figliuola fanciulla,

succedette Ferdinando cardinale; il quale, legato negli ordini, non

poteva aver figliuoli, ed a cui rimaneva sì un fratello Vincenzo, ma

anch’esso senza figliuoli, ondeché la successione eventuale rimaneva

in Maria, quell’ultima fanciulla de’ Gonzaga. E giá due volte casa

Savoia avea preteso a tal successione; pretesevi ora Carlo Emmanuele, e

volle almeno la tutela di Maria, per farla sposare al proprio figlio,

e riunir cosí tutti i diritti. Negatagli, s’avventò, al solito suo,

sul Monferrato [1613]. Spagna nol volle soffrire; seguinne una guerra

di quattro anni, seguiron trattati vari; quel del 1617 restituiva lo

statu quo; ma intanto un duca di Savoia solo avea resistito a Spagna.

Poco appresso sollevavasi la Valtellina cattolica contra i grigioni

protestanti e signori di essa. La prima fu aiutata da Spagna, i secondi

da Francia, Savoia e Venezia. Riaprissi ed estesesi la guerra. Savoia e

Francia fecero un’impresa insieme contra Genova; e qui di nuovo cadde

il duca in sospetto di complicità ad una congiura contro a quella

repubblica. Ritrassesi poi Francia di quella guerra, e rifecesi pace

a Monzone nel 1626, tra le due potenze grosse; e le piccole, Savoia

fra le altre, dovettersi acquetare. Morto poi, nel medesimo anno, il

cardinale e duca Ferdinando Gonzaga, e nel 1627 Vincenzo fratello di

lui, succedettero lor nipote Maria e il marito di lei Carlo Gonzaga giá

duca di Nevers, e cosí tutto francese. Fu per esso Francia, e furono

contro esso Austria ed il mutabile Savoiardo, tratto e dall’ambizione

antica d’aver il Monferrato, e dall’essergliene data una parte fin

d’allora. Guerreggiossi acremente in tutto Piemonte; e il vecchio e

infermo ma ancora prode duca vinse i francesi nel 1628, ne fu vinto

nel 1629, perdette Savoia, Pinerolo, Saluzzo; e stava alla riscossa

sulla Maira quando, infermato, morí ai 26 luglio 1630. Pochi dí prima

[18 luglio], era stata presa Mantova dagli spagnuoli alleati suoi.

Pro’ guerriero, buon capitano secondo i tempi, ardito, pronto, bel

parlatore, fu amato da’ soldati ch’ei pagava male ma conduceva bene,

adorato da’ sudditi a cui procacciava le miserie, ma l’operositá, ma

l’alacritá, ma l’onor della guerra; continuò, compiè gli ordinamenti

civili del padre; parlò, operò italiano, protesse molti illustri,

Tasso, Tassoni, Marini, Chiabrera, Botero; in una parola, raccolse

piú che mai in sua casa e suoi popoli tutto quello che rimaneva di

vita nazionale durante il mezzo secolo di suo regnare. È impossibile

non far come i sudditi di lui, non amarlo a malgrado tutti i suoi

difetti: fu uomo di buona volontá italiana.--Il rimanente dell’Italia

d’allora val pochi cenni. Oltre la successione dei Gonzaga che turbò

l’Italia, due altre ne furono che senza turbarla ne mutarono alquanto

la distribuzione. Succeduto ad Alfonso II, duca di Ferrara e Modena,

Cesare suo figliuolo naturale [1597], il papa non gli volle lasciar

Ferrara feudo pontificio; e disputatone alquanto, l’ebbe per trattato

[1598]; e la casa d’Este rimase bastarda e ridotta a Modena, fino a

che s’estinse.--In Urbino, avendo il vecchio Francesco Maria II della

Rovere perduto nel 1623 il figliuolo unico che lasciava una figliuola

unica granduchessa di Toscana, ei rinunciò al ducato, feudo pontificio

ancor esso, che fu riunito cosí agli Stati della Chiesa.--In Parma e

Piacenza, ad Ottavio Farnese, morto nel 1586, succedette Alessandro

figliuolo di lui, che fu illustre capitano negli eserciti spagnuoli

e combatté a Lepanto, ne’ Paesi bassi, di cui fu governatore, ed

in Francia. E per questi meriti fu lasciata finalmente, fin dal

tempo di suo padre [1585], la cittadella di Piacenza a’ Farnesi. Ad

Alessandro, morto nel 1592, succedettero Ranuccio II figliuolo di lui,

e morto questo nel 1622, il figliuolo di lui Odoardo.--In Toscana,

a Francesco I, morto (dicesi di veleno) nel 1587 senza figliuoli,

succedette il fratello di lui Ferdinando I, giá cardinale, che fu buon

amministratore dello Stato, buon promotor di commerci ed agricoltura

e lettere, e fece guerra ai ladri interni ed ai barbareschi, a cui

prese una volta Bona in Africa. Al quale morto nel 1609, succedette

Cosimo II, figliuolo degno di lui. Al quale, morto nel 1622, succedette

il fanciullo e dammeno Ferdinando II. E tutti o quasi tutti questi

principotti furono molto protettori di lettere, ma al modo nuovo che

diremo poi.--E tali pure i papi di questo tempo: Gregorio XIII che

riformò il calendario nel 1582, e pontificò fino al 1585; Sisto V

[Peretti, dal 1585 al 1590], che fu il gran distruttor de’ ladri, il

grande avanzator dell’opere d’Alessandro VI e di Giulio II a pacificar

gli Stati della Chiesa, del resto persecutor d’eretici in Germania e

Francia, grande edificator di monumenti in Roma; Urbano VII [Castagna],

che regnò pochi giorni nel 1590; Gregorio XIV [Sfondrato, 1590-1591],

che compiè l’opera di Sisto V contro ai ladri e banditi; Innocenzo

IX [Facchinetti, 1591]; Clemente VIII [Aldobrandini, 1592-1605], che

ricevette in grembo alla Chiesa Enrico IV di Francia, e riuní Ferrara;

Leone XI [Medici, 1605]; Paolo V [Borghese, 1605-1621], che scomunicò

Venezia, e finito San Pietro, vi pose suo nome; Gregorio XV [Ludovisi,

1621-1623], istitutor della congregazione della propaganda; Urbano

VIII [Barberini, 1623-1644]. I nomi de’ quali, rimasti quasi tutti di

famiglie grandi per ricchezze, accennano che parecchi di questi papi

non si salvarono dal vizio del secondo nepotismo; ma fuor di ciò furono

tutti buoni pontefici, e, secondo i tempi, buoni principi.--Di Venezia,

sarebbe a dire quella accanita disputa ch’ella ebbe [1606-1607] con

papa Paolo V, e in che si fece famoso fra Paolo Sarpi di lei teologo.

Gli storici, le memorie del tempo, e Botta poi, si fermano lungamente

in essa, ed in alcune altre che furono e prima e dopo tra’ papi e

principi italiani. Ma noi, oltreché v’avremmo poco spazio, e che tali

contese tra le potenze temporali e la ecclesiastica ne vorrebbon pur

molto per essere bene spiegate e capite, confessiamo di porvi oramai

poca importanza. Queste dispute, per qualche ecclesiastico o qualche

affare che i tribunali civili ed ecclesiastici avocavano a un tempo a

sé, per li diritti d’asilo nelle chiese, per istabilire od estendere

il tribunale dell’Inquisizione, parvero, in vero, grossi affari a que’

tempi ove non n’eran de’ grandi; e son segni appunto di ciò. Ma ciò

detto, non mi paiono piú importanti che tanti altri affari speciali

di giurisprudenza o legislazione civile o militare o marinaresca, che

tralasciamo per forza. Ché anzi, se abbiamo a dir tutto il pensier

nostro, crediamo che parecchi di coloro i quali s’estendono in ciò, ciò

facciano (a malgrado la noia propria e de’ leggitori) per rivolgergli

a quel pochissimo che resta di tali dispute a’ nostri dí, ed in che

essi pongono tuttavia un’importanza che noi non sappiamo assolutamente

vedere. Non è la potenza ecclesiastica l’usurpatrice de’ nostri dí;

tal non era nemmeno nel Seicento; giá difendevasi, indietreggiando

dalle sue pretensioni antiche fin d’allora, ed ella si difende ed

indietreggia ora piú che mai; ondeché, tutto ciò che si rivolge d’ire

e d’attenzioni contro ad essa, sono ire ed attenzioni perdute contro

a’ veri usurpatori. «Dividi e impera» è vecchio arcano d’imperio, e

messo in pratica fino a ieri ed oggi. Ed egli implica e fa lecito

e debito il suo contrario, l’arcano di liberazione, «uniamoci per

liberarci»; uniamoci principi e popoli, nobili e non nobili, tutti gli

educati, e gli ineducati stessi, educandoli; e militari e civili, e

massime laici ed ecclesiastici, secolari e regolari, fino ai frati,

fino ai gesuiti, fino ai piú esagerati, e giá colpevoli di lá o di

qua, che vogliano unirsi a virtuosamente operar per la patria, fino

a coloro che avessero perseguitati od anche calunniati non solamente

noi, ma gli stessi amati da noi[2]. Piú attenzione forse meriterebbe,

se ne avessimo luogo, una guerra tra Venezia e gli uscocchi, pirati

dell’Adriatico [1601-1617], protetti o almen tollerati da casa

d’Austria; un trattato fatto a Madrid [1617] vi pose fine. E l’anno

appresso [1618] successe quella congiura che parve mirare a non meno

che alla distruzione della repubblica; e che compressa, secondo l’uso

di lei, con prontezza e misterio, resta dubbio quanto fosse vera e

pericolosa, e se di semplici venturieri, o se promossa da Spagna, o se

anzi da uno o due dei governatori spagnuoli in Italia che volessero

ribellarsi e farsi essi signori.--Del resto, i due Stati spagnuoli,

Milano e il Regno, peggiorarono via via. A Filippo II, il Tiberio della

monarchia spagnuola, erano succeduti Filippo III [1598] e Filippo IV

[1621], che ne furono poco piú che i Claudi o i Vitelli. Governaron

per essi un duca di Lerma, un d’Uzeda e un conte duca d’Olivarez, via

via piú assoluti a Madrid, al centro di quel grande imperio. S’imagini

ognuno come governassero i viceré e governatori lontani. Depredavansi

le entrate ordinarie, supplivasi con istraordinarie; vendevansi,

ripiglianvansi i feudi, si alzavano, s’esageravano gli appalti, non si

badava ai popoli ma all’erario, o piuttosto questo stesso non era se

non un pretesto, una via per cui passavano le ricchezze, cioè, senza

metafora, il sangue de’ popoli. Ma a che perdere spazio in tutto ciò?

Quando anche n’avessimo piú, non potremmo far meglio che rimandar i

leggitori all’immortal ritratto fattone dal Manzoni. Niuna storia,

nemmen quella splendidissima di Botta, può arrivar a dare una cosí viva

e giusta idea del disordine, delle prepotenze, delle depredazioni,

delle pompe, degli avvilimenti in che giacquero i popoli italiani sotto

al governo ispano-austriaco.

Della storia d'Italia dalle origini fino ai nostri giorni, sommario. v. 2 · 第 5 / 26 段