I.

Dolce Saluzzo mia! terra d'antiche

Nobili pugne, e d'alternate sorti

Prospere e infelicissime, e d'ingegni

Che t'onoràr con gravi magisteri,

O con bell'arti, o con sincere istorie,

O coll'affettüoso estro che splende

In ognun che ti canta, e vieppiù splende.

Sovra l'arpa gentil di Dëodata[1],

Tua prediletta figlia! Io ti saluto,

O terra de' miei padri, e dall'affetto

Che ti porto, m'ispiro oggi cantando

Un tuo illustre dolor d'anni lontani,

Che fu dolor da forti alme compianto,

E da forti alme sopportato e misto

Ahi troppo! a colpe, ma pur misto a esempi

Di patrio amor, di lealtà e di senno.

O fantasia, sulle tue magich'ali

Toglimi a' dì presenti, e con gagliardo

Vol ritocchiamo il secolo guerriero

Di Tommaso e Manfredo; il secol pieno

Di guelfe e ghibelline ire, che servo

Parve e non fu dell'ultimo Angioìno;

Il pöetico secol, che dall'ombra

Gigantesca di Dante e dalle pure

Armonìe di Petrarca, e più dal lume

D'ammirabili Santi, era di molti

Olocausti di sangue consolato.

Fra gl'Itali dominii, ecco Saluzzo

Non ultima in possanza: eccola altera

Di lunga tratta di montagne e valli

E feconde pianure, e di castella

Governate da prodi: eccola altera

De' prenci suoi. La marchional corona

Fregia Tommaso, affratellato ai grandi

Ghibellini Visconti, onde Roberto

Angiöin dalla sua Napoletana

Splendida reggia freme, e agguati ordisce,

Impor bramando con novello prence

A' Saluzzesi il guelfo suo stendardo.

Volgea quella stagion, quando Saluzzo

Vede scemar pe' campi suoi le nevi,

E ogni dì s'avvicendano i gelati

Estremi soffi dell'inverno, e l'aure

Che già vorrebbe intepidir l'amica

Possa del Sol che a ricrëarci torna.

E volgeva una sera, ed a tard'ora

Entro alla cara sua celletta prono

Stava orando il canuto Ugo, dolente

Che involontaria a' preghi si mescesse

Nel suo intelletto or questa cura or quella

Di Staffarda pel chiostro, onde ei cingea

L'infula veneranda. E benchè antico

Nelle salde virtù di pazïenza

E d'umiltà, pur non potea ne' preghi

Trovar facìl quïete, anco ove miti

Talor del monaster fosser gli affanni,

Perocch'ei molte conoscea secrete

D'alti alberghi sfortune e di tugurii,

E d'innocenti peregrini oppressi;

E la mente magnanima del vecchio

Compatìa in tutti i cuori illustri o bassi

Delle colpe gli strazi e quei del pianto.

Or mentre inginocchiato ei le divine

Grazie per tutti invoca, ode la squilla

Che a notte suona il vïator venuto

Alla porta ospital. Sospeso allora

Il conversar con Dio, s'alza ed appella

Un de' laici fratelli, e--Va, gli dice;

Provvedi tu che all'arrivante abbondi

Di carità dolcissima il conforto,

Chiunque ei sia.

Quindi, umilmente curva

La nivea fronte, eccol di nuovo a' piedi

Del Crocefisso, e nell'orar diceva:

--Or chi sarà questo ramingo? Oh fosse

Tal di que' mesti a cui giovar potessi!

D'accelerati e poderosi passi

D'un cavalier sonar sembran le volte;

Poscia addotto dal laico entro la cella

Viene... Eleardo.

--Oh amato zio!

--Nepote,

Onde tu di Staffarda alla Badìa?

Il laico si ritrasse. I duo congiunti

Si strinsero le destre, e il giovin prode

Sovra la scarna destra del canuto

Le labbra pose, ed ambe allor le braccia

Aperse questi, e al sen paternamente

Il figlio accolse dell'estinta suora.

Così il giovin comincia:

--Alto mistero

Son chiamato a svelarti.

--In me fiducia

Sai qual tua madre avesse; abbila pari.

--Dacchè in Saluzzo reduce son io

Dalla corte di Napoli e dal Tebro,

Poche fïate al fianco tuo m'assisi,

E assai pensieri d'Eleardo ignori.

--E l'ignorarli mi mettea paure,

Che forse sgombrerai.

--Padre, mentita

È la fama che sparsa han da Milano

I perfidi Visconti incontro al vero

Proteggitor d'Italia tutta e nostro.

In benefizi alto, fedel, possente

È il regio cor del Provenzal Roberto:

Ei la Chiesa vuol grande: ci de' tiranni

Flagello fia; de' buoni prenci scampo.

--Bada, o giovin bollente, omai tremenda

Splender la luce di quel re straniero

Che di Napoli al serto altre aggiungendo

Minori signorìe, stende sue lance

Di castello in castel, di villa in villa,

Fra' Romani, fra' Toschi e fra' Lombardi,

E feudi suoi non pochi ha in Monferrato

E in Piemontesi sponde. A molti egregi

Dubbia pietà è la sua sulle miserie

Delle irate, cozzanti, Itale stirpi.

--Dubbia fu dianzi, or più non è. Sol una

Appalesasi speme, un sol desìo

In re Roberto e nel Pastor del mondo:

Concordia vonno e giuste leggi, e freno

Ad eresìe, a tirannidi, a macelli:

Collegare in un patto a comun gloria

Vonno e prenci e repubbliche e baroni.

--Del supremo Pastor ferve nel petto

Ansïetà pe' figli suoi sublime;

Il so: ma in petto di Roberto ferve

Pericolosa ambizïon.

--Tal grida

Del ghibellin Visconte la calunnia,

Ma smascherato è l'impostor. Lui regge

Ed ognor resse ambizïon! Lui preme

Sete d'oro e di sangue! In Lombardia

Ei d'un mortal più non possede il core:

Sospiran ivi tutti i buoni o il braccio

Liberator dell'Alemanno Augusto,

O della serpe Viscontèa sul capo

La folgor pontificia, e i benedetti

Brandi del re. Quanto i Lombardi omai

Da quella fatal serpe avviluppati,

Contaminati, laceri, scherniti

Non ci vediam noi Saluzzesi forse,

Dacchè sposa al Marchese incantatrice

Venne Riccarda, e tracotante stormo

D'Insubri cortegiani accompagnolla?

--Figlio, ricorda ch'altre volte io seppi

Quell'ira tua sedar. Ragioni mille

Di Saluzzo il dominio alla fortuna

Stringono di Milano.

--Oggi disciolta

È l'infernal necessità.

--Che intendi?

--Svelta alfin oggi dall'ignobil crine

Del marchese Tommaso è la corona.

--Oh ciel! che parli? Come?

--Oggi Saluzzo

E delle valli sue tutti i baroni

Mutan sommo signor: nel seggio ascende

Del marchesato...

--Chi?

--Manfredo.

--Un sogno,

Un sogno è il tuo: Manfredo osò la mano

Stendere al serto del nepote un giorno,

Ma pochi il secondaro, e giurò pace.

--Fur vïolati da Tommaso i sacri

Vincoli della pace, e l'insultato

Manfredo sorge con diritto, e pugna.

--Foggiati insulti! Agli occhi miei rifulge

Di Tommaso la fede.

--Or cessa, o zio,

Di compianger l'iniquo, e sostenerlo.

A quest'ora medesma in ch'io ti parlo,

Invitte squadre ascosamente tratte

Son da più lati del Piemonte, l'une

Da Savigliano e circostanti borghi

Obbedïenti al re, l'altre portando

La Taurinense e la Sabauda insegna;

Ed a lor si congiunge Asti, ed il nerbo

De' Monferrini guelfi; e, pria che albeggi,

Saluzzo investiranno, e di Saluzzo

Da interni guelfi s'apriran le porte.

--Perfidia tanta ah! non permetta il cielo!

--Manfredo, signor nostro, a te m'invia,

A te ch'egli ama e venera, e possente

Crede appo Dio.

--Che vuol da me il fellone?

--T'acqueta.

--Che vuol ei?

--Rende onoranza

A quella fama tua che in parte celi

Per umiltade, e forse in parte ignori,

Ma che sul volgo e sui baroni è immensa.

Il vigor de' Profeti, è nel tuo sguardo,

Nella parola tua, nell'inclit'opre!

Nè fur poste in obblìo le ardimentose

Verità che portate hai cento volte

In nome dell'Eterno a' piè de' forti.

Banditor oggi te desìa, te vuole

Di verità terribili Manfredo:

Vieni i Visconti a maledir nel campo,

Vieni in Saluzzo a maledirli; vieni

Tommaso a maledir, che a' ghibellini

Fatto s'era mancipio; e il tuo ispirato

Ingegno volgi a secondar gl'intenti

Di chi protegge i popoli e il diritto.

Balza a tai detti dal suo antico seggio

Il sacro vecchio, e grida:--Oh sconsigliati!

Oh foss'io in tempo! Oh, me vestisse Iddio

Del vigor de' Profeti un giorno solo!

Ov'è Manfredo?

--Il menan le notturne

Ombre colla invadente oste a lui fida.

--Mi si bardi il corsier, prorompe l'altro.

E mentre il laico diligente move

Ad obbedir, l'illustre coppia ancora

Entro la cella si sofferma, e scambia

Dell'agitato alterno animo i sensi.

--Figlio, sedotto sei. Più che a te noti

Di Roberto e Manfredo i cor mi sono.

Ottimo è il re, ma in Napoli, ove lieto

Di splendid'arti e cortesìa sfavilla:

Lunge di là, malefico è il suo genio,

Però che illude cavalieri e volgo,

Con brame empie di guerra e di rivolta.

E mentre a chi gli sta vicino ei mostra

Amabili virtù, sparge per tutte

Le vie della penisola protetta

Superbi capitani a intimar pace,

Depredando, uccidendo e soggiogando.

Tal è il vantato amico re. Gli giova

Scemar la possa de' Visconti, a noi

Unici grandi appoggi; ed a quel fine

Oggi stromento egli Manfredo elegge.

--A Manfredo parlando e a' regii duci,

Dissiperassi il tuo terror. Brandite

Furon le generose armi con alto,

Solenne giuro d'elevar gli oppressi,

Ed atterrar chi leggi ed are spregia.

--Di chi s'avventa a qual sia guerra, è il giuro.

--Vedrai di stirpe Saluzzese egregi

Baroni alzar la Manfredesca insegna.

--So che vedrovvi tra i cospicui illusi

Quell'Arrigo Elïon che ti governa,

Sua figlia promettendoti. Arrossisci?

Pur troppo non errai.

--Più che gli affetti,

Seguir ragione e coscïenza intendo.

Bardato del canuto è il palafreno,

E accanto ad esso scalpita il corsiero

Del giovin cavalier. Brevi l'abate

Lascia a' monaci suoi caute parole;

Di sua man l'acqua santa a lor comparte,

Li benedice, ed eccolo salito

Guerrescamente sull'arcion, siccome

Uom, che pria della tonaca ha vestito

Corazza e maglia, e nome ebbe di prode.

Stride sui ferrei cardini la porta

Del monastero, e si spalanca. Entrambo

Escon gl'illustri, e su minor cavalli

Duo servïenti; e soffermato resta

In sulla soglia il monacal drappello,

Cui s'abboccò l'abate alla partita.

--Che fia? Si dicon con alterno sguardo

Paventando sciagure, ed ignorando

Le sovrastanti stragi. Intanto s'ode

La campanella de' notturni salmi,

E vien chiusa la porta, e traversato

L'ampio cortil, tutta la pia famiglia

Entra nel tempio e tragge al coro, e canta.

[1] La Contessa DEODATA ROERO DI REVELLO, _nata_ SALUZZO.

Poesie inedite vol. II · 第 22 / 41 题