I SALUZZESI.

Cantica.

L'amore che porto a Saluzzo, mia città nativa, m'ha indotto a cantare

un fatto luttuosissimo, che trovasi ne' suoi annali, al secolo XIV. Il

Marchesato di Saluzzo era di qualche importanza a quei tempi, e la

vicenda di cui parlo si collegava colle passioni che ferveano per

tutta Italia.

Nel 1336 Tommaso II succedette al padre nella signorìa di Saluzzo, ma

gli fu contrastato il seggio da Manfredo suo zio. Tommaso avea per

moglie Riccarda Visconti di Milano, ed era quindi uno de' Principi

ghibellini, ai quali i Visconti erano capo, tutte le speranze della

parte ghibellina appoggiandosi a quel tempo sovra Azzo fratello di

Riccarda di Saluzzo, e poscia sovra Luchino Visconti, loro zio.

Manfredo si professò guelfo per avere la protezione del potentissimo

capo de' guelfi, Roberto Re di Napoli, della casa d'Angiò. Era questi

un ragguardevole monarca per ingegno e per possedimenti. Oltre al suo

regno ed alla contea di Provenza, suo avito dominio, gli

appartenevano, per diritti veri o dubbii, parecchie signorìe qua a là

in tutta la lunghezza della penisola. Roma e Firenze lo riconoscevano

per protettore. Sventolava la sua bandiera sopra molte castella delle

terre Lombarde, Monferrine, Astigiane, Piemontesi. A lui obbedivano

Savigliano, Fossano, Cuneo ec. Non conduceva eserciti egli medesimo, e

teneva, tutti quei disseminati dominii con masnade Provenzali,

Napoletane o d'altre razze, sotto al comando di valorosi baroni, i

quali, governando ciascuno a modo suo, mal sapeano affezionare le

genti al loro sovrano. Voleva Roberto far cadere la potenza

ghibellina de' Visconti, e domare tutti gli Stati Italiani; ma non

essendo egli d'indole guerriera, operava con lentezza, e non conseguì

mai l'ardito proposto. Guelfi e ghibellini si vantavano a vicenda

d'essere i veri amanti della nazione, i veri fautori della civiltà,

della giustizia, della causa di Dio; ed intanto mal si sarebbe

distinto da qual lato fossero più errori e più colpe, benchè in tali

tenebre pur lampeggiassero alcune alte virtù. L'età era cavalieresca e

religiosa, con elementi di gelosie repubblicane. Tutto ciò è

sommamente poetico.

A que' giorni viveano con immensa fama di dottrina Petrarca e

Boccaccio, ed altri uomini sommi; ed il re Roberto ed i Visconti si

gloriavano d'averli ad amici. Siccome il Marchesato di Saluzzo

attraeva gli occhi della corte di Napoli, non è maraviglia che il

Boccaccio abbia dato luogo fra le sue più nobili novelle alla

Saluzzese Griselda.

Mentre quella splendida corte era modello di gentilezza, le schiere di

Roberto, capitanate dal siniscalco Bertrando del Balzo, provenzale, e

congiunte con altre armi, proruppero ne' nostri paesi per sostenere i

pretesi diritti di Manfredo, empierono di rubamenti e di carnificine

la contrada, espugnarono ed incendiarono Saluzzo, presero prigione il

marchese Tommaso co' suoi figliuoli, gareggiarono con Manfredo a

commettere ogni barbarie, e così in breve disingannarono coloro fra i

prodi Saluzzesi che avevano sognato in Roberto un semidio, e ne' suoi

guelfi altri semidei, chiamati ad abolire le antiche ingiustizie, ed a

stabilire in Italia il secolo della sapienza e della rettitudine.

Ottenne Tommaso per riscatto la libertà, e trovando che Manfredo e

tutti i guelfi erano esecrati, si volse ad adunare nuova oste di

ghibellini, v'aggiunse uno stuolo assoldato di lance straniere, ma ben

disciplinate, guerreggiò e vinse. Il tiranno Manfredo e i suoi alleati

furono espulsi.

Questi avvenimenti di Saluzzo sono il soggetto della mia

Cantica. Tratta di essi con assai numero di rilevanti particolarità la

storia di Saluzzo di Delfino Muletti, e di Carlo suo figlio; ed ivi

leggesi pubblicato la prima volta da esso Carlo uno scritto, in cui il

cominciamento di quella guerra e delle crudeltà di Manfredo è dipinto

con forza da autore di quel secolo, stato anzi egli medesimo

testimonio della distruzione del luogo nativo. Quello scritto

intitolato _Calamitas calamitatum, Commentariolum Iohannis Iacobi de

Fia_, rivela nell'uomo che lo dettava una mente colta e generosa. Ei

dimandava al cielo, e presagiva la caduta degl'invasori.--(_Ploremus

ergo coram Deo, poeniteat nos iniquitatum nostrarum, et a praesenti

calamitate calamitatum maxima liberi facti erimus_).

La cacciata degli stranieri diede novella virtù ai Saluzzesi; le

discordie civili scemarono, e s'estinse a que' giorni con Roberto la

gloria della fatale casa d'Angiò, che aveva cotanto illuso ed

insanguinato l'Italia. Carlo, figlio di Roberto, era premorto al

padre, e lo scettro passò nelle mani di Giovanna, figlia di Carlo, la

quale, rea dell'uccisione d'un marito, patì infiniti guai, ed infine

dal vendicatore del primo marito fu data a morte.

Poesie inedite vol. II · 第 20 / 41 题