CAPITOLO PRIMO.

_Quest. 1.a_ — Nella dedicazione dell’Anfiteatro Flavio, ove si

celebrarono le naumachie?

Prima di rispondere a questo quesito e di presentare al lettore le

varie opinioni su questa scabrosa questione, mi sia lecito premettere

che ai tempi di Domiziano, fratello e successore di Tito, l’Anfiteatro

Flavio fu positivamente inondato, vi si fecero giuochi nell’acqua, e

vi si diedero indiscutibilmente battaglie navali. Gli epigrammi XXIV,

XXV, XXVI e XXVIII del libro _Spectaculorum_ di Marziale, e le parole

di Suetonio[859] non ammettono obiezioni di sorta[860]. Ciò premesso,

diciamo:

Nelle solenni feste augurali date da Tito in occasione della

dedicazione della _venerabile mole dei Flavî_, l’arena anfiteatrale

fu inondata, e vi si eseguirono naumachie. Il fatto lo deduco dalla

narrazione di Dione[861] il quale scrisse: «E dedicando il teatro

venatorio ed il bagno che porta il suo nome, diè (Tito) molti

spettacoli e straordinarî. E molti gladiatori pugnarono a duello,

molti in truppa in battaglie terrestri e navali: conciossiachè

avendo fatto riempire all’improvviso quello stesso teatro di acqua,

v’introdusse cavalli e tori, ed altri animali mansueti ammaestrati a

fare entro l’acqua tutto ciò che erano assuefatti a fare sulla terra

e v’introdusse sopra barche anche uomini, e questi ivi combatterono

divisi in Corintî e Corciresi»[862].

La testimonianza di Dione trova un’eco nell’epigramma XXVIII

di Marziale[863]. Qui il poeta cesareo esalta enfaticamente

l’_Anfiteatro-naumachia_ dei Flavî, dicendoci che in questa _Mole_ si

fecero tali giuochi in acqua che nè nella naumachia d’Augusto nè nel

Fucino nè negli _stagni neroniani_ si sarebbero potuti eseguire. Oltre

alla corsa di carri e alle battaglie navali, egli novera il manovrar

dei quadrupedi entro l’acqua, ed aggiunge che le dee marine Teti e

Galatea avean veduto fra le onde della Flavia naumachia, bestie a loro

ignote:

. . . . _vidit in undis_

_Et Thetis ignotas et Galatea feras;_

le quali altre non furono che «i cavalli e tori ed altri animali

mansueti, ammaestrati a fare entro l’acqua tutto ciò che erano

assuefatti a fare sulla terra», come appunto ci dice Dione.

Sebbene i citati autori siano sufficientemente chiari nei loro

scritti, nondimeno alcuni, ad es., il Marangoni ed il Gori, basandosi

sul silenzio di Suetonio relativamente ai giuochi navali dati da

Tito nell’_Anfiteatro_ in occasione delle feste inaugurali di quel

monumento, han dubitato dell’asserzione di Dione. Il primo[864]

sostiene che la battaglia navale rappresentata in Roma nella

dedicazione del Colosseo ebbe luogo unicamente nella _vecchia

naumachia_; che l’_inondamento dell’Anfiteatro_ ed i giuochi, ivi

dati nell’acqua e narrati da Dione, furono eseguiti in altro tempo; e

termina (vedremo con quanta poca saggezza) rinnegando l’autorità del

greco storico. Nè è facile comprendere come egli (il Marangoni) abbia

potuto riferire l’_ibidem_ di Suetonio[865] all’Anfiteatro, quando lo

stesso Dione ci attesta che, per dar nella _vecchia naumachia_ ludi

gladiatorî e cacce, una parte del lago[866] fu coperta con tavolato e

circoscritta da steccati di legno.

Il Gori[867] s’oppone parimenti al passo di Dione, ed asserisce

che Tito non fè eseguire i giuochi navali nell’Anfiteatro, sibbene

e solamente nella _vecchia naumachia_. Impressionatosi egli della

piccolezza dell’arena inondata; pensando non esser possibile che

in essa vi si potesse rappresentare il famoso combattimento navale

descritto da Tucidide, il quale ebbe luogo nel golfo di Ambracia

tra le flotte dei Corintî e dei Corciresi; e credendo che nel

nostro Anfiteatro vi si fosse dovuta _non imitare_ ma rappresentare

_assolutamente al vero_ la summenzionata battaglia, viene a questa

conclusione: «È dunque assai più probabile il racconto di Suetonio:

che, cioè, Tito facesse eseguire tutti i combattimenti navali nella

vecchia naumachia alimentata dall’acqua alsitina nella valle di S.

Cosimato in Trastevere».

Il dubbio mosso dai citati scrittori non mi pare fondato;

primieramente, perchè il loro argomento è negativo, e quindi non

ha valore; secondariamente poi, perchè nel passo di Suetonio

quell’aggettivo applicato a _munus_ in grado superlativo —

_largissimumque_ — ha tale estensione da poter abbracciare i ludi

gladiatorî, navali e molto più. Che poi Tito abbia data in quella

solennità una battaglia navale nel _Nemus Caesarum_, ossia nella

_vecchia naumachia_, non esclude che quel Cesare l’abbia pur data

nell’Anfiteatro: anzi da quell’ET (_etiam_) _navale praelium in veteri

naumachia_ potremmo forse dedurre che la mente di Suetonio sia stata

appunto quella di volerci indicare che, oltre alla battaglia navale

eseguitasi nella _vecchia naumachia_, ne fosse stata data un’altra

nell’Anfiteatro Flavio, benchè in proporzioni tanto piccole da

lasciarla sottintesa. Ed invero: le lotte gladiatorie e le cacce di

belve, date nella suddetta naumachia di Augusto, adattate all’uopo in

quella circostanza, escludono forse il _munus apparatissimum_ (almeno

gladiatorio e venatorio), che, per testimonianza dello stesso Suetonio,

si diè nell’Anfiteatro?

Il parere del Nibby[868] conferma la mia opinione. Ecco quanto egli

scrive a questo riguardo: «Dione serve di chiosa e dilucidamento a

Suetonio, e fa conoscere che questo scrittore non tenendo conto del

combattimento navale dato nell’Anfiteatro alluse a quello dato nel

_Nemus Caesarum_ colla frase _in veteri naumachia_, giacchè ivi come

notossi fu la naumachia scavata primieramente da Augusto...... Quanto

poi al combattimento navale dell’Anfiteatro fu una vera parodia di

quella de’ Corintii e Corciresi, descritta da Tucidide»[869].

In conclusione: l’esplicita testimonianza di Dione, l’allusione di

Marziale[870] e lo stesso silenzio di Suetonio, il quale con ogni

verisimiglianza può contenere un velato accenno, ci costringono a

ritenere che nelle feste d’inaugurazione date da Tito, l’Anfiteatro

Flavio fu inondato e vi si celebrarono naumachie.

Che nella naumachia di Augusto si eseguissero in quella stessa

circostanza battaglie navali, non v’ha dubbio. Gli storici antichi ce

l’attestano concordemente. Nella dedicazione dell’Anfiteatro, dunque,

si celebrarono giuochi in acqua tanto nella _vecchia naumachia_ quanto

nell’Anfiteatro; anzi quelli celebrati in quest’ultimo superarono,

se non nella grandiosità nella singolarità, quelli eseguiti nella

naumachia di Augusto; tanto che Marziale potè esclamare dell’Anfiteatro

Flavio: «_hanc unam norint saecula Naumachiam_».

Sennonchè, se è vera la narrazione di Dione e quanto si deduce

da Marziale, l’Anfiteatro dovette _fin dall’origine_ essere stato

costruito in modo da potervi dare all’occorrenza giuochi in acqua!....

Interroghiamo il monumento, e la sua risposta o smentirà Dione o lo

sosterrà.

Abbiam veduto nella Parte III, cap. V, come l’arena dell’Anfiteatro

Flavio fu stabilmente _sostrutta_ fin da principio, e che il suo

livello, in origine più basso, fu poscia[871] sollevato. Abbiam veduto

che il tavolato dell’arena primitiva con la sua armatura in legname

poggiava sulle mensole di travertino che sporgono dai piloni, dei

quali è fornito il muro di perimetro dell’ipogeo, rimanendo perciò

il suo piano ad un livello più basso di circa due metri da quello

dell’arena rialzata; e deducemmo, per legittima conseguenza, che dalla

soglia delle due porte[872] vi dovette essere un piano inclinato per

discendere nell’arena.

Abbiam veduto che gli archi[873] impostati su quei piloni rimanevano

fuori del piano dell’arena poco meno della lunghezza del raggio.

Osservammo che nella parete di fondo di ciascuna di quelle nicchie, dal

piano superiore delle mensole in giù, v’era un’apertura rettangolare

a guisa di piccola finestra. Riscontrammo che le volticelle a sesto

ribassato, le quali tagliano a metà le nicchie, furono costruite

posteriormente, e che, in origine, eran queste vuote dal piano

dell’ipogeo alla loro cima (V. _Fig. 9ª_).

Nello studio del sotterraneo dell’arena osservammo uno _speco_

(V. _Fig. 11ª_)[874], il quale è situato sotto il pavimento del

cripto-portico (Tav. V, lett. K), e si eleva al di sopra del piano

dell’ipogeo; si vide che il sistema di cloache per lo smaltimento

delle acque e delle immondezze si trova sotto il piano dello stesso

ipogeo; e che tutte quelle cloache vanno a far capo ad una di maggiori

dimensioni, la quale gira attorno all’Anfiteatro[875]. Da questa cloaca

dovette certamente partire un braccio che andava a scaricare le acque

nel grandioso collettore emulo della cloaca Massima, il quale corre a

piè del Palatino, lungo la via che dall’Arco di Costantino conduce a S.

Gregorio[876].

La semplice esposizione della struttura della parte infima

dell’Anfiteatro mi sembra renda più che manifesto il pensiero di

Vespasiano: d’aver voluto, cioè, costruire la sua _mole_ in modo che si

potesse a piacimento inondare. Lo _speco_ anzidetto, come lo persuade

la sua orientazione e la sua elevazione rispetto al piano degl’ipogei,

fu con tutta probabilità destinato ad introdurre in questi un grosso

volume d’acqua, a tale scopo derivando dal castello di divisione,

situato sulla piazza della Navicella (per intero od in parte), la

quantità della Claudia condotta dal ramo celimontano, il cui _speco_ è

largo m. 0,716, alto m. 1,633 fino all’imposta della volticella, che ha

m. 0,445 di freccia[877].

[Illustrazione: _Fig. 11.ª_]

Sul sito preciso di questo castello non può cader dubbio, avendolo il

Cassio individuato matematicamente con due coordinate — _90 passi dal

portone di S. Stefano Rotondo, e 30 dall’arco di Dolabella_. — Questo

dotto scrittore ragiona diffusamente del castello suddetto nella sua

opera _Corso delle acque antiche_[878]. Ecco le parole con cui intitola

il capitolo: «Degli archi, sui quali condusse Nerone la Claudia sul

Celio diramandone un rivo allo stagno dell’aurea sua casa. Questi

non furono opra di Claudio. Delli bassi; si mostra il Castello non

osservato da moderni antiquari». Di questo lungo capitolo recherò in

NOTA i tratti che più c’interessano[879].

Se il Cassio avesse potuto vedere quello che fortunatamente abbiam

veduto noi, lo sbocco, cioè, di quel sotterraneo condotto all’estremità

dell’asse maggiore dell’Anfiteatro dalla parte del Laterano, ad

un livello superiore al piano dell’ipogeo dell’arena; si sarebbe

risparmiato l’improbo lavoro della ricerca di pozzi e conserve

nell’altipiano artificiale dell’orto dei religiosi del convento de’

Ss. Giovanni e Paolo, per l’inondazione dell’Anfiteatro Flavio; ed

avrebbe senza dubbio ritenuto con noi che Vespasiano, il quale risarcì

appunto il condotto della Claudia, si servì dello speco neroniano, che

prima conduceva quell’acqua allo _stagno_, per l’inondazione della sua

magnifica mole.

Il Lanciani[880] giustamente nega che questo _speco_ fosse (come si

credè quando apparve negli scavi del 1874) l’emissario dei sotterranei

dell’arena; ed io convengo pienamente con lui, ed ammetto che le

acque vi dovettero correre «dal Celio verso il bacino del Colosseo».

Convengo eziandio col ch. archeologo che quello speco abbia servito

per uso dello stagno neroniano; ma credo in pari tempo che servisse

ancora alla condotta delle acque per l’inondazione dell’Anfiteatro;

imperocchè nell’edificazione della _Mole Vespasianea_ lo _speco_

non venne distrutto: ciò che si sarebbe fatto, se più non serviva, a

fine di evitare il considerevole ed incomodo dislivello tra il piano

del criptoportico e quello delle due lunghe stanze adiacenti e del

rimanente degli ipogei.

Quel che più poi mi conferma in questa opinione, si è l’orientamento

simmetrico di questo _speco_ rispetto all’Anfiteatro; la qual cosa

ci costringe a ritenere o che Vespasiano orientasse l’Anfiteatro

relativamente allo _speco_, o che, con un nuovo braccio, torcesse

l’antico andamento di questo per farlo riuscire come ora lo vediamo,

vale a dire all’estremità orientale dell’asse maggiore; restando sempre

comprovato da quel fatto che Vespasiano si servì dell’antico _speco_

per l’inondazione dell’Anfiteatro. Anzi sarei di parere che appunto

lo _speco_ che conduceva la Claudia allo stagno di Nerone, dove si

designò d’erigere l’immensa mole, sia stato ii movente nella mente di

Vespasiano di un teatro-naumachia.

Il piano del nostro _speco_ è alquanto più basso di quello degl’ipogei.

Penso che ciò sia stato fatto perchè con quel battente venisse moderato

l’impeto della corrente, impedendo così un urto violento della corrente

stessa contro le _sostruzioni_ dell’arena che le si paravan innanzi.

In un tempo più o meno lungo[881] potevansi in tal guisa inondare

tutte le cavità dell’ipogeo e far giungere il livello dell’acqua fin

quasi a toccare il pavimento dell’arena, sul quale potevansi eseguire

liberamente i ludi, senza che gli spettatori s’accorgessero punto del

sotterraneo inondamento e potessero prevenire la sorpresa che era loro

preparata. Giunto il momento di cambiare scena, cessavano i ludi;

s’apriva di nuovo la saracinesca; l’acqua scendea precipitosamente

dal castello, e, non potendo salire sull’arena, perchè impedita dal

pavimento solidamente assicurato alle _sostruzioni_, rigurgitava dai

trentadue archi delle nicchie, riversandosi sull’arena ed allagandola

con un primo strato quasi in un attimo: _Amphitheatro de repente aqua

impleto_[882].

L’acqua andava man mano crescendo; e non s’arrestava il suo

sollevamento, se non quando era giunta all’altezza necessaria a

sostenere le _rates_.

Le aperture poi che si vedono nel fondo di ciascuna delle trentadue

nicchie, (V. _Fig. 9ª_), furono evidentemente emissarî per far tornar

in secco, in breve tempo, il pavimento dell’arena. Marziale cantò:

_Non credis? spectes, dum laxent aequora Martem_

_Parva mora est, dices hic modo pontus erat._

Il grosso volume di acqua che inondava gl’ipogei veniva, per mezzo di

gore sotterranee, scaricato a comodo nella principale. Con tal sistema

potevasi far salire e discendere a piacimento il livello dell’acqua sul

piano dell’arena; il quale livello poteva variare da _zero_ a pressochè

due metri.

L’inondazione di tutte le cavità dell’ipogeo rimuoveva il pericolo

dell’abbassamento del voluto livello dell’acqua sull’arena:

abbassamento che poteva probabilissimamente avvenire, se, come

opinò Lorenzo Re[883], si fosse introdotta l’acqua solamente sopra

il pavimento, _non giovando certo nè le saracinesche alle porte nè

il catrame alle moltissime commessure del tavolato ad impedire il

filtramento dell’acqua_.

Potrebbesi pur anche immaginare con qualche fondamento che

l’inondazione sotterranea fosse stata limitata al solo primo ambulacro

curvilineo, nel quale si trovavano le nicchie; chiudendo allo scopo

_sigillatamente_ le quattro porte, che da quest’ambulacro mettevano

al secondo. La cosa sarebbe stata molto più semplice, meno dannosa; e

l’inondazione sotterranea si sarebbe eseguita in più breve tempo. Ma

in tal caso rimaneva il pericolo d’accidentale filtrazione dell’acqua

nella parte centrale del pavimento. Io ho preferito l’allagamento

totale, ma non posso asserire con certezza a qual dei due partiti si

saranno attenuti gli antichi.

Un indizio dell’allagamento della parte infima dell’Anfiteatro

l’abbiamo nell’incastro che si vede negli stipiti di travertino della

porta che dall’ipogeo introduce nel cripto-portico meridionale. Anche

gli accessi degli altri tre cripto-portici dovettero avere avuto i loro

incastri, a fine d’impedire l’inondazione di quelle vie sotterranee.

E qui è bene avvertire che nell’ingegnoso ritrovato per l’inondazione

dell’Anfiteatro, chiaramente manifestatoci dall’esame del monumento,

non occorreva munir d’incastri e saracinesche le due grandi porte che

immettevano nell’arena; poichè l’acqua saliva dolcemente su i piani

inclinati già ricordati, e, giunta al massimo livello, appena lambiva

la soglia delle due porte: donde si potevano con agio far discendere

nell’acqua bestie e i cocchî, e varare comodamente le barche.

All’allagamento totale degl’ipogei e dell’arena potrebbesi obiettare il

danno che ne veniva alle parti lignee ed ai meccanismi; nonchè il tempo

e la spesa che occorreva per rimettere ogni cosa allo stato normale.

Obiezione giustissima, ma che per altro conferma il fatto risultato

dallo studio del monumento e degli antichi scrittori. Io opino che

questa appunto sia stata la causa, se non unica almeno principale,

che fè determinare i successori di Domiziano ad abolire per sempre le

naumachie dall’Anfiteatro e a sollevare il livello dell’arena.

Verso la metà del secolo XVIII il Cassio s’interessò del calcolo circa

la quantità dell’acqua necessaria ad inondare l’arena dell’Anfiteatro

Flavio, per darvi naumachie. A questo scopo, dice egli[884], «stimossi

opportuno il ricorrere alla nota abilità del P. Boshovitz pubblico

lettore di tali scienze (_matematiche_) nel Collegio Romano. Egli

sapeva essere stato scritto in altre occasioni sopra lo spazio

ed estensione della medesima Cavea dal sig. Ab. Gaetano Ridolfi

espertissimo in geometria, aritmetica ed anco idraulica. Suggerì

perciò non potersi trovare di lui più idoneo per soddisfare al

proposto quesito. Si compiacque la di lui gentilezza di assumere

il laboriosissimo incarico, e dopo serî riflessi ne stese la dotta

operazione nel foglio che si aggiunge al § 7, pagina 134».

In sostanza, il Ridolfi venne a questa conclusione: che per allagare

l’arena dell’Anfiteatro (ritenuta non _sostrutta_) all’altezza di 10

palmi architettonici, pari a m. c. 2,23 (altezza abbondante perchè

possano galleggiare le barche, ma da lui supposta, perchè, come egli

scrive: «le navi e gli uomini che si sommergessero non avessero a

recare impedimento al libero andare dei naviganti)», occorreva un

volume d’acqua di barili 139784, pari a m. c. 8134,784. — Si deve

avvertire che il Ridolfi suppose l’arena, allora interrata, alquanto

più ampia di quella che realmente era.

Lorenzo Re, il quale sostenne l’arena sostrutta fin da principio, e

la suppose inondata soltanto sopra al pavimento, disse che a sostenere

le barche erano sufficienti tre o al più quattro piedi d’acqua: vale a

dire m. 1,18 il massimo.

Per noi (posta l’arena al piano dei mensoloni e stabilita la superficie

massima dell’acqua all’altezza di metri due dal piano del tavolato)

occorrerebbe un volume d’acqua di 6400 m. cubi. Ma non pare che vi sia

stato bisogno di tanta altezza nè di tanto volume. Le barche infatti

che dovevan solcare il piccolo mare anfiteatrale, non poterono essere

di grande mole nè cariche di molti uomini; ma sibbene di limitate

proporzioni, e, come bene osserva il Gori[885], non più lunghe _di 5

metri_; nè forse ebbero più carico che di un otto uomini ciascuna fra

rematori e combattenti.

La portata dello _speco_ è tale, che in pochissimi minuti l’acqua

potea raggiungere i due metri d’altezza sul pavimento dell’arena. Io

nondimeno credo che non vi se ne introducesse tutta quella quantità

di cui era capace; e congetturo inoltre che a bello studio ne venisse

introdotta minor quantità; che questa raggiungesse il livello sul piano

dell’arena di m. 1,70 circa, altezza, più che sufficiente a sostenere

le piccole barche Corintie e Corciresi; e che l’acqua si facesse

affluire in modo, che, per raggiungere questo livello, impiegasse

un’ora circa di tempo. Questo lo deduco dall’epigramma XXVIII[886] di

Marziale il quale in linguaggio poetico così cantò:..... «_Mentre che

Nereo apparecchia le sue onde a ricevere le truci navi, pe’ i feroci

combattimenti, permette di andare pedestramente nelle liquide acque.

Videro intanto Teti e Galatea guazzar nell’onde animali ad esse ignoti;

e nell’equorea polvere videro cocchi tratti da focosi destrieri che

Tritone stesso credette i cavalli del suo signore. La doviziosa onda

Cesarea t’offriva quanto nel Circo e nell’Anfiteatro s’ammira_».

Le espressioni poetiche del poeta cesareo vengono a dichiararci che nel

tempo del lento sollevamento dell’acqua[887], e mentre questa trovavasi

in un conveniente livello[888], s’eseguivano in essa corse di cocchî e

giuochi di animali «assuefatti a fare nell’acqua quel che facevano in

terra».

L’inondazione degl’ipogei poteva farsi a comodo; e quindi poco

c’importa di conoscere il volume dell’acqua necessaria a riempirli

ed il tempo che questa v’avrà impiegato. Contuttociò, poste le

_sostruzioni_ stabili, si può dedurre che il volume necessario fu circa

di un terzo minore di quello che sarebbe occorso a riempire l’intero

ipogeo vuoto all’altezza di m. 3,50; ossia occorreva un volume d’acqua

di m. c. 7467 circa, ed appena un’ora ed un quarto di tempo.

Opino che simili inondazioni si facessero prima che gli spettatori

occupassero i gradi, acciocchè il rumore del grosso volume d’acqua,

che si scaricava nel sotterraneo, non tradisse il segreto che si voleva

serbare.

E qui mi si permetta manifestare una mia idea circa i varî ludi dati

da Tito nell’Anfiteatro, allorquando lo dedicò, e dei quali parla

esplicitamente Dione.

Alcuni scrittori opinarono essere impossibile il combattimento delle

gru; ed il Casaubono era tanto persuaso di questa _impossibilità_,

che corresse il testo di Sifilino, sostituendo alla gru (γεράυοις)

i germani (Γερμανοὺς). Il Reimaro s’oppose a questa correzione, ed

io non vedo l’assoluta impossibilità di quel combattimento. Chi di

noi non sa che i volatili e tutti gli animali s’azzuffano fra loro,

allorchè vengono a contrasto per una preda? Perchè dunque dovrà

sembrare impossibile che le gru, quei grossi uccelli, abbiano potuto

azzuffarsi fra loro, molto più se, come è possibile, fossero state

antecedentemente ammaestrate, e legate a lungo per una zampa? — Che

realmente si eseguisse questo strano combattimento, me lo persuade

inoltre lo stesso divisamento di Vespasiano, in voler dare nel suo

Anfiteatro giuochi in acqua: divisamento che potè far sorgere in Tito

l’idea di completare, direi quasi, la straordinaria rappresentazione,

dando un combattimento di nuovo genere; esibendo, cioè, nella solenne

dedicazione del nostro monumento, giuochi aerei, terrestri e marini.

Concludiamo:

L’esame del monumento ci ha fatto conoscere la verità della

narrazione di Dione; ha confermato il parere del Nibby relativamente

al passo di Suetonio, ed ha illustrato splendidamente l’epigramma

XXVIII[889] di Marziale, rivelandoci il vero senso di quei versi

oscuri. Ora in grazia di quest’esame, intendiamo come veramente nel

solo _Anfiteatro-Naumachia_ di Vespasiano _Nereus_ poteva concedere

di andare _pedester_ nelle liquide onde, potendo correre sul piano

inondato dell’arena (prima che le acque giungessero ad un livello

da sopportar le barche) i cocchî, camminare gli uomini e guazzare le

bestie; e vediamo come i versi di chiusa, che finora sembravano una

puerile _incensata_, non erano che l’espressione di un fatto vestito di

poetiche forme:

_Fucinus et pigri taceantur stagna Neronis,_

_Hanc unam norint saecula Naumachiam._

L'anfiteatro Flavio nei suoi venti secoli di storia · 第 70 / 94 题