Scavi eseguiti nell’Anfiteatro Fiavio dal 1810 sino ai nostri tempi.
Prima d’incominciare la narrazione degli scavi regolarmente eseguiti
nell’Anfiteatro Flavio a fin di studiarlo e conoscerlo in tutte e
singole le sue parti, mi si permetta di ricordare un tentativo, quasi
direi _preistorico_, fatto nel secolo XV.
Nell’«EXCERPTA _a Pomponio, dum inter ambulandum cuidam domino
ultramontano reliquias ac ruinas urbis ostenderet_», il cui testo
genuino fu rinvenuto dal De Rossi nel codice Marciano latino[822],
e divulgato negli _Studi e Documenti di Storia e Diritto_[823]; al
f. 25º si accenna «a scavi, nel corso dei quali furono scoperte le
cloache che solcano in vario senso il _substrato_ dell’Anfiteatro, come
pure il largo marciapiede che lo attorniava, scoperto nuovamente nel
1895»[824].
Gli scavi intrapresi nel Colosseo dal Governo Francese, rappresentato
dal barone Daru, Intendente della Corona, furono fecondi di buoni
successi. Si lavorò indefessamente per lo spazio di quattro anni
circa: la direzione degli scavi fu affidata al famoso architetto
romano Valadier, e lo sterro dell’arena si eseguì con inappuntabile
regolarità. Fu allora che si rinvenne il podio, il passaggio di
Commodo, gli ipogei dell’arena, ecc. Questi ultimi consistevano in tre
pareti concentriche al podio, delle quali la più vicina a questo era
formata da una serie di pilastri egualmente distanti fra loro; in due
ambulacri racchiusi dalle dette pareti, ed in altri cinque ambulacri
centrali, tre rettilinei e due mistilinei, i quali fiancheggiavano
quattro serie di _bottini_ o _pozzi_, come più piace chiamarli, che,
per la loro uniforme regolarità, indicavano d’essere stati fatti per
uno scopo determinato (V. _Fig. 8ª_).
[Illustrazione: _Fig. 8.ª_]
La costruzione di questi muri appartiene evidentemente ad epoche
diverse; giacchè mentre alcune parti sono d’_opera quadrata_ di
massi regolari di travertino e tufo, nell’insieme presentano quella
costruzione irregolare (formata di pietre e laterizio), che apparisce
sovente negli edificî dei tempi della decadenza. La varietà di
costruzione e la promiscuità di materiali usati in una stessa opera,
furono l’origine di vivaci dispute e di disparate opinioni fra i dotti,
le quali noi per ragion di storia riporteremo in succinto, ed esporremo
in fine il nostro parere.
Vi fu chi opinò che quelle costruzioni fossero coeve all’Anfiteatro o
del tempo di Tito, e che poscia fossero state risarcite da Basilio.
Altri le giudicarono dell’epoca dei Frangipani. Altri finalmente
opinano nè esser quelle contemporanee all’edificazione dell’anfiteatro
nè dell’età di mezzo, ma della fine del secolo II o degl’inizî del
III. La prima opinione fu difesa dal Bianchi, coadiuvato nella parte
archeologica dal Prof. Lorenzo Re, i quali basarono la loro tesi:
1º Sulle regolarità dei _pozzi_, donde, dissero, uscivano le gabbie che
racchiudevano le belve.
2º Sul fatto che il podio era munito di «macchine versatili, reti e
denti lunghissimi sporgenti sull’arena»[825].
3º Sul passo di Erodiano[826], nel quale leggesi: ἀναῤῥιπτέιν (_sursum
mittere, sursum iacere_).
Il Bianchi prevenne l’obiezione che gli si potea facilmente rivolgere,
ricordandogli le naumachie narrateci da Suetonio e da Dione; e,
disprezzando soverchiamente e con poca equità la fama storica del
secondo, asserì che una sola naumachia ebbe luogo nell’Anfiteatro
Flavio; quella cioè che si diè ai tempi di Domiziano; ed aggiunse che,
anche ammettendo altri combattimenti navali, questi non osterebbero
alla sua opinione, _imperocchè_, dice, _quattro piedi d’acqua possono
sostenere qualunque barca; e con ripari provvisori si potè impedire che
l’acqua penetrasse negli ambulacri e nei portici_.
Il difensore della seconda opinione fu l’avv. Fea[827], il quale asserì
ostinatamente che l’arena del Colosseo non fu giammai _sostrutta_, e
che le _sostruzioni_ che noi vediamo son opera dei _bassi tempi_, e
precisamente dell’epoca dei Frangipani. Il Fea procurò provare il suo
asserto coi seguenti argomenti:
1º Il podio, ammessa l’arena sostrutta, sarebbe stato alto appena
dieci piedi. Malgrado dunque le _rotule_, i _denti_ e le _reti_, la sua
altezza era insufficiente a _salvare gl’Imperatori, i Pretori, ecc. dai
salti delle tigri e dalla proboscide degli elefanti_.
2º Un’arena _sostrutta_ è affatto inadatta per le naumachie.
3º Finalmente il _piano_ rinvenuto, disse, non può essere il vero e
primitivo livello dell’arena; ma questo _devesi ricercare in maggiore
profondità_.
Il Masdeu[828] tentò di conciliare le due opposte opinioni: scrisse
a questo scopo 21 lettere, ma ricevè ai suoi scritti un’acre risposta
dall’avvocato Fea[829].
Il Nibby, nelle _Aggiunte_ al Nardini[830], propendè per l’opinione
difesa dal Fea; ma nella sua pregievolissima opera _Roma nell’Anno
MDCCCXXXVIII_ cambiò d’opinione, e scrisse:
«Le testimonianze di Suetonio e di Dione apertamente dichiarano che
nell’Anfiteatro Flavio vi si diedero combattimenti navali sotto Tito
e sotto Domiziano. Stando.... ai fatti riconosciuti, e dando il peso
dovuto all’autorità degli antichi scrittori, parmi doversi stabilire,
che da principio, sotto Tito e Domiziano, quando vi si diedero giuochi
navali, l’arena era di livello più basso e non sostrutta; che Traiano
nel restauro fatto nell’Anfiteatro comprese ancora il lavoro di alzare
l’arena al piano attuale, per mezzo di sostruzioni regolari essendo
crollate pe’ terremoti avvenuti sotto Teodosio II e Valentiniano III
nel quinto secolo, e sotto Teodorico sul principio del sesto furono
risarcite secondo lo stile di quei tempi da Lampadio e da Basilio
prefetti di Roma; così si dà ragione della diversità delle costruzioni,
così pure si comprende HARENAM AMPHITHEATRI . . . . RESTITUIT, e
quella della lapide di Basilio: ARENAM ET PODIVM QVAE ABOMINANDI
TERRAEMOTVS RVINA PROSTRAVIT . . . . RESTITVIT: così chiaramente
s’intendono i passi di Petronio, Erodiano e Calpurnio. Il primo nel
_Satyric._ c. IX dice: _non taces gladiator obscoene quem de_ RVINA
ARENA DIMISIT. Erodiano raccontando le cacce date da Commodo appunto in
quest’Anfiteatro, così si esprime: λεοντων δε ποτε εξ ὑπογαιων ἑκατον
αναρρ’ ιφδεντων, ισαριδμοις ακοντιοις παντας απεκτεινεν: _ed una volta
essendo stati lanciati su dai_ SOTTERRANEI _cento leoni con altrettanti
strali tutti li uccise_: finalmente Calpurnio, ecl. VII, v, 69,
esclama:
_Ah trepidi quoties nos_ DESCENDENTIS ARENAE
_Vidimus in partes ruptaque voragine terrae_
_Emersisse feras!_
Il Lanciani, come altrove dicemmo, opina che, almeno fino dal
principio del secolo III, l’arena lignea fosse _pensile sulle proprie
sostruzioni_; ed aggiunge[831] che «Pausania nel cap. 12 delle ΗΛΙΑΚΩΝ
§ 4, registra fra le grandi opere di Traiano in Roma, καὶ Θέατρον μέγα
κυκλοτερὲς πανταχόθεν[832], cioè l’Anfiteatro Flavio. Dalla quale
inesatta asserzione del geografo alcuni hanno voluto trarre indizio
di restauri avvenuti sotto l’impero dell’ottimo Principe, dei quali
non si ha altrimenti notizia. Il Nibby R. A. I, 421, suppone che
Traiano abbia costruito gli ipogei dell’arena, ma questa è supposizione
gratuita[833]. Sul piano dell’abaco di un capitello a foglie d’acqua,
caduto dal vertice dell’Anfiteatro in fondo all’arena, rimangono le
casse di nove lettere di metallo, alte m. 0,37 spettanti ad iscrizioni
monumentali:
[Illustrazione: Iscrizione]
«Il capitello, prosegue, è dei tempi bassi: e non reca maraviglia il
vederlo scolpito con masso di marmo appartenente a più antico edifizio,
forse all’_arcus divi Traiani_ della region prima, le spoglie del quale
servirono ad abbellire il vicino _Arco di Costantino_»[834].
Il Canina, finalmente, congettura che la costruzione dei muri degli
ipogei suddetti sia dell’epoca di Severo Alessandro.
Alle varie opinioni già esposte mi sia lecito aggiunger la mia.
La _sostruzione_ dell’arena è talmente necessaria ad un anfiteatro,
che se questo ne fosse privo, perderebbe, quasi direi, la sua speciale
caratteristica. Immaginare infatti un edificio anfiteatrale senza
gl’ipogei dell’arena, sarebbe lo stesso che immaginar un corpo animato
senza gli organi interni. La vita, dirò così, dell’anfiteatro si
svolgeva negl’ipogei, e si manifestava sull’arena; e non mi sembra
plausibile l’opinione o la supposizione che Vespasiano abbia voluto
erigere il suo celeberrimo Anfiteatro senza l’arena _sostrutta_. Poteva
per avventura mancare nell’Anfiteatro per eccellenza, costruito in
pietra, e, giusta l’idea d’Augusto, _media urbe_, ciò che ebbero fino
i _temporanei_ che lo precedettero? Petronio, scrittore dei tempi
Neroniani, dice: «_non taces gladiator obscoene, quem de ruina arena
dimisit?_» e poco dopo: «_ergo me non ruina terra potuit haurire . . .
. . . . . aufugi iudicium, arenae imposui_»[835].
Io opino adunque che l’arena fosse _sostrutta_ fin dal principio, e che
avesse un livello più basso di quello a cui fu poi elevata.
Sennonchè, a cagione delle naumachie (le quali positivamente si
rappresentarono due volte nel nostro Anfiteatro), l’arena fu da prima
_sostrutta_ stabilmente con muri, oppure con un’armatura lignea da
potersi rimuovere all’occorrenza? La seconda ipotesi è inammissibile
per molte ragioni, che credo qui inutile addurre perchè gli scavi
decisero la questione.
Nei muri degl’ipogei si sono rinvenuti avanzi tuttora al posto di
massi regolari di travertino e tufo, che sono la materia adoperata in
grandissima copia nella costruzione dell’Anfiteatro, e specialmente
nei siti ove richiedevasi maggior solidità. I due portici esterni
sono stati costruiti di pietra tiburtina, ed i muri che nel piano
terreno formano i cunei delle scale e dei passaggi, sono composti
d’intelaiature di massi di travertino, racchiudenti specchi in
parallelopipedi di tufo. Di questo parere fu eziandio Lorenzo Re,
il quale, nelle sua _Illustrazione e difesa delle Osservazioni
dell’architetto Pietro Bianchi sull’arena e sul podio dell’Anfiteatro
Flavio_, dice: «Fig. 8, 9, 10. Porzioni delle sostruzioni dell’arena
in bellissima costruzione di grandi pietre rettangolari uniforme
perfettamente alla generale costruzione dell’Anfiteatro»[836].
Se le _sostruzioni_ dell’arena avessero potuto o no impedire
l’esecuzione delle naumachie, lo vedremo allorquando si parlerà di
queste.
Gli scavi, oltre all’averci indicato negli avanzi dei muri primitivi
l’_originaria sostruzione stabile_ dell’arena, ci hanno pur anche
manifestato l’antico suo livello.
Il muro di perimetro dell’ipogeo ha in ogni quadrante dell’ovale una
serie di otto grandi nicchie arcuate, a fondo piano, larghe m. 3 e
profonde oltre un metro[837]. Dalla fronte di ciascuno dei trentasei
piloni che sostengono gli archi, sporgono due mensoloni di travertino,
i quali si trovano 3 metri circa sotto il livello attuale dell’arena:
tra una mensola e l’altra, nella fronte del pilone, v’è un’incavatura
verticale, a piè della quale è murato un masso di travertino, lungo
quanto è grosso il pilone; l’incavatura poi sarebbe atta a ricevere una
trave (V. _Fig. 9ª_).
Dall’imposta degli archi in su, per tutto il giro dell’ovale, vedesi
un taglio praticato nella fronte delle nicchie: taglio, che riduce alla
metà circa la profondità delle vôlte, la sommità delle quali è ripresa
(dove più dove meno, secondo che occorreva) con archi di mattoni. Nel
fondo di ciascuna nicchia, dal piano superiore delle mensole in giù,
v’è un’apertura rettangolare, a guisa di piccola finestra, addossata al
pilone, larga m. 0,70 circa, la quale ha un grosso architrave di pietra
tiburtina.
[Illustrazione: _Fig. 9.ª_]
Nella parte inferiore delle nicchie si vedono addossate ai piloni per
tutta la loro profondità due piccole spalle, sulle quali son gettate
volticelle a sesto _scemo_, terminate in fronte da archi. Le vôlte,
l’estradosso delle quali trovasi ora al piano inferiore delle mensole,
otturano, per la metà circa, l’altezza delle aperture ora descritte
nel fondo delle nicchie. La costruzione laterizia dei piloni e del
fondo delle nicchie è dell’epoca di Vespasiano, e quindi contemporanea
all’edificazione del monumento; mentre la costruzione degli archi
_scemi_, delle piccole spalle e della ripresa delle vôlte è discreta
anch’essa, ma d’epoca posteriore a quella dei Flavî.
Sarei di parere che il taglio nella parte superiore delle nicchie e le
volticelle _sceme_ con le loro spalle riportate, sia un lavoro eseguito
contemporaneamente ai pilastri di opera quadrata di tufo, per formare
dietro di essi un passaggio.
Che le trentadue nicchie appartengano alla primitiva disposizione
della parte infima dell’Anfiteatro, oltre alla costruzione dei muri,
ce lo manifesta quella serie di pilastri che noi vediamo costruiti di
massi di tufo, collegati fra loro con architravi della stessa materia,
i quali, a breve distanza dalle mensole, si ergono fin quasi al piano
attuale dell’arena, disposti con regolarità fra loro, ma con nessuna
rispetto alle mensole stesse ed ai piloni retrostanti; dichiarandoci
quei pilastri, col complesso di tutte le circostanze concomitanti,
che essi furono costruiti posteriormente ai piloni, e che questi e le
mensole avevano a quel tempo perduto il loro scopo.
Io congetturo pertanto che, ai tempi di Vespasiano, sopra i mensoloni
fossero collocate orizzontalmente attorno attorno delle grosse travi,
sulle quali e sui muri di opera quadrata degli ipogei riposassero
altre travi che sostenevano il tavolato dell’arena. Posta la mia
supposizione, detratte dal dislivello che v’è tra il piano delle
mensole e quello dell’arena attuale (che è il medesimo dell’_antica
rialzata_) le grossezze delle travi e del tavolato, ne segue che
il livello dell’arena primitiva era più basso di quello dell’arena
posteriormente rialzata, di circa due metri, e che l’ipogeo ebbe
in origine un’altezza di circa tre metri e mezzo[838]. E siccome il
podio nella sua primitiva costruzione non fu più basso di quello che
ora lo vediamo (poichè i muri che sostengono la gradinata del podio
suddetto e le scale che conducevano al ripiano dei senatori, sono di
assoluta costruzione Vespasianea); così dovrà concludersi che il ciglio
superiore del parapetto del podio all’epoca dei Flavî distava dal piano
dell’arena di circa sette metri.
Disposte le cose in tal maniera, risulta pure che gli archi impostati
su i piloni rimanevano quasi del tutto fuori del livello dell’arena;
ed io credo che questi, muniti di grate, servissero verosimilmente
a doppio scopo: tanto, cioè, per dar luce all’ipogeo, quanto, e
principalmente, nell’esecuzione delle naumachie come a suo luogo
vedremo.
Le incavature poi, che appariscono nella fronte dei piloni fra le
mensole dovettero servire, come giustamente osservò il Gori, a ricevere
le travi che sostenevano la grande rete.
Un rozzo graffito antico (V. _Fig. 10ª_) rinvenuto negli scavi eseguiti
nel 1874 dal Comm. Rosa negl’ipogei dell’arena, ha tutto l’aspetto
di una rappresentazione della fronte primitiva del podio. Così anche
parve al Gori[839], e corrisponde, quasi direi, a capello col risultato
dei miei ragionamenti. È questo un frammento di lastra marmorea su
cui si veggono in graffito, una presso l’altra, cinque arcate di un
sesto poco inferiore al semicircolo, munite d’inferriate; sopra queste
vi sono pure in graffito linee che formano una _transenna_ enorme
relativamente agli archi sottoposti; e sembra che in essa si sia voluto
rappresentare, in modo rozzamente convenzionale, la grande rete del
podio. Al di sotto delle arcate poi rimane la parte superiore di due
figure, le quali ci ricordano probabilmente i bestiarî. La riproduzione
che presento a _Fig. 10ª_ è tratta dall’opera del Gori.
[Illustrazione: _Fig. 10.ª_]
Per ciò che riguarda il piano dell’arena, esso fu evidentemente
rialzato. Noi non sapremmo precisare l’epoca; ma possiamo con ogni
certezza affermare che ciò avvenne dopo il regno di Domiziano.
Pausania, nell’elenco delle opere fatte da Traiano, dice: «theatrum
magnum undequaque rotundum», ossia l’Anfiteatro Flavio. Varî scrittori,
basandosi su questo passo, opinarono che l’arena fosse stata rialzata
da quell’Imperatore. Ed invero, la serie di pilastri di opera
quadrata di pietra tufacea, che noi vediamo disposti regolarmente a
brevissima distanza dal primitivo muro di perimetro dell’ipogeo (la
cui costruzione ben s’addice ai tempi Traianei), e la riflessione
che, abbandonata dopo la morte di Domiziano l’idea della naumachia
nell’Anfiteatro, si fosse ben presto pensato a sollevare il piano
dell’arena, troppo profondo, affinchè gli spettatori potessero godere
completamente le rappresentazioni gladiatorie e venatorie, sembrano
favorire l’opinione di quei dotti.
L’espressione di Pausania però è troppo ampia, e fuor di questa, come
osserva il Lanciani, non se ne ha altrimenti notizia. Comunque sia, dal
complesso delle cose a me pare che l’arena prima dell’incendio avvenuto
nel regno di Macrino già fosse rialzata.
Molte parti dei muri dell’ipogeo si vedono risarcite in opera laterizia
di un carattere conveniente agl’inizî del secolo III. Questi restauri
furono fatti probabilmente da Eliogabalo e da Severo Alessandro, dopo
l’incendio. Vi si ravvisano poi evidentemente le riparazioni eseguite
nel secolo V da Teodosio II e Valentiniano III, ed i restauri fatti da
Teodorico sul principio del secolo VI.
L’idea finalmente proposta da alcuni, i quali vorrebbero che anche
i Frangipani abbiano fatto dei lavori nell’ipogeo, non mi pare possa
avere fondamento. All’epoca dei Frangipani l’arena era la _piazza del
castello_: ora perchè questa _piazza_ fosse ben livellata non occorreva
altro che interrar gl’ipogei!...
Scoperta l’arena, si volle ricercare l’antica cloaca che
dall’Anfiteatro portava le acque al Tevere, passando per la valle del
Circo Massimo. Il lodato Fea[840] oppugnò questo progetto per essere,
dice, «in esecuzione difficilissimo e costosissimo per tanto tratto
di strada». Ideò invece di ripristinare la Mèta Sudante, e rendere con
quell’acqua e relativa costruzione di fontane un vantaggio ai cittadini
di quel rione. La spesa, secondo i calcoli del Fea e del muratore
Lezzani, sarebbero state tenuissime; grande invece l’utilità pubblica.
Nessuno di questi progetti fu messo in esecuzione; anzi nel 1814 il
Governo ordinò di ricoprire gl’ipogei, eccettuandone il _passaggio di
Commodo_.
Nel 1874, ad istanza del Comm. Rosa, si ripristinarono gli scavi nel
Colosseo[841].
A settentrione, sotto il podio, tornarono in luce i tre ambulacri
circolari, già scoperti dal Valadier; ed il Gori[842] s’affrettò
anch’egli a dare il suo giudizio sull’epoca di quei muri. «Questa
costruzione, dice, che poco si adatta colla regolarità usata nelle
fabbriche del primo impero, dimostra che gli ambulacri vennero
edificati dopo il terremoto del VI secolo (?), in un’epoca cioè in cui
erano in decadenza, per la irruzione dei barbari, tutte le belle arti»
(V. _Fig. 8ª_).
Da quel che sopra si è detto giudicherà il lettore quanto sia _giusto_
il parere del Gori!...
Alla profondità di circa tre metri apparvero 32 delle 72 mensole di
travertino, sporgenti dai piloni delle nicchie poc’anzi descritte (V.
_Fig. 9ª_).
In questo stesso scavo tornarono in luce i cripto-portici, il
pavimento, le _bocchette_[843], le scale, ecc., di cui già parlammo nel
capit. III, Parte I, ed i residui seguenti:
1º Varî rocchi marmorei, due dei quali di giallo antico.
2º Fusti di colonne, basi e capitelli.
3º Frammenti d’iscrizione, i quali riporteremo all’App. II di questo
lavoro[844].
4º Lucerne fittili, tra le quali una cristiana. L’Armellini[845] così
la descrive; «Fra la varia suppellettile tornata alla luce degli sterri
dell’arena nell’Anfiteatro Flavio, merita particolar attenzione una
lucernina cristiana adorna di storiche e pregevoli rappresentanze.
La lucerna, di cui io parlo, manca di circa una metà rimanendone
abbastanza conservato il disco sul quale si vedono effigiati i tre
giovani ebrei in atto di negare l’adorazione alla statua aurea di
Nabucco. Il concetto artistico è identico a quello che trovasi ripetuto
frequentemente nei sarcofagi cristiani ed anche in taluna delle
pitture delle romane catacombe. Più raro a trovarsi un tal soggetto è
nelle lucerne cristiane, ed è per questo che propongo all’attenzione
dei dotti cotesto non dispregevole cimelio, il quale può aggiungere
alcun lustro benchè assai tenue alle grandiose memorie cristiane del
Colosseo».
5º Sei basi di statue ed un bassorilievo rappresentante un coniglio
agguantato da una zampa di leone scherzante.
6º Nove teste di statue e sette lastre di marmo[846], le quali ultime
hanno uno speciale interesse per i _graffiti_ che in esse scorgiamo.
Nella prima di queste lastre si vedono a graffito le cinque arcate, le
inferriate e la transenna, ecc., di cui sopra parlammo (V. _Fig. 10ª_).
Nel secondo _graffito_ vi sono tracciati due gladiatori; l’uno è munito
di scudo quadrilatero, l’altro armato di coltello e rete, ed ambedue
sono _galeati_. In questa scena è forse rappresentata la lotta fra
un _Trace_ od un _Mirmillone_ con un _Reziario_, giacchè si scorgono
assai chiaramente il tridente ed il _balteus_[847]. V’è poi una lepre
inseguita da un cane; e più in basso un toro avente sul dorso una
specie di _sella_: scena che ci ricorda il sarcofago rinvenuto nel
palazzo Fiano, negli scavi eseguiti nel 1874-75.
In un terzo graffito è delineata la figura di un bestiario, avente
nella mano destra il _venabulo_ e nella sinistra la _mappa_.
Il quarto graffito[848] rappresenta l’arena divisa in due parti. Nella
prima parte scorgesi un bestiario armato di lancia e lottante con due
orsi. Nella seconda, una fiera che trascina una corda, porta un palo
al petto e s’azzuffa con un’altra belva sciolta; mentre l’arenario,
appoggiando il piede destro sul dorso di una fiera, è per colpire con
la lancia un’altra belva fuggente.
Il quinto graffito, fatto in un masso di cipollino, rappresenta
un atleta, il quale colla destra stringe una palma, simbolo della
vittoria[849], e sul petto gli scende una doppia collana[850], _torques
gladatoria_, da cui pende un _ciondolo_[851] simile a quello che vedesi
nel cippo di Batone. Al sommo della pietra è scritto [FELICI] TER.
L’atleta è del tutto nudo, tranne il _subligaculum_, i calzari, ed
alcune fasce alle ginocchia. La figura fu incisa con grosso chiodo:
ricordando il PINGIT ZOZZO della _Domus Gelatiana_, direi, col Prof.
Correra[852] che questa figura e le altre sono _scariphatae_.
Nel sesto marmo v’è disegnata la testa di Diana, adorna di diadema e
con frecce in mano.
I diversi sterri ci restituirono finalmente una pietra, in cui è
incisa «una grossa palma, ed altrove, fra alcune palme, leggonsi dei
nomi di gladiatori od atleti come: HONORVS, QVINTIVS, sormontati
dal busto, e vi si scorge l’avanzo di una cartella ansata con le
sigle [Illustration:ill-pe.jpg] che potrebbesi leggere PALMA VICTORI
FELICITER; e finalmente il nome di VINDICOMVS»[853].
«Il Comm. Rosa, onde meglio far vedere le vesti, i calzari, le armi,
le fisonomie dei gladiatori, ecc., dipinse a nero l’incavo dei singoli
rilievi»[854].
Più tardi si scavarono le cavee delle fiere, e vennero scoperti gli
ambulacri della parte meridionale degl’ipogei dell’Anfiteatro; e si
misero a nudo le costruzioni laterizie e di tufo, nonchè le mensole di
travertino, simile a quelle del lato opposto. Oltre a ciò si rinvennero
altri capitelli e rocchi di colonne; nello stanzone poi che trovasi
a destra del cripto-portico orientale, e in due ambulacri dell’arena
furono trovate varie tavole di legno, le quali «o sono residui di
macchine o vi furono poste per togliere l’umidità del pavimento»[855].
Nell’ambulacro centrale, finalmente, si rinvennero grosse e lunghe
travi, rafforzate da travicelli messi a traverso, ora del tutto
scomparse.
Nell’_Iconografia_ del suddetto Gori vediamo disegnate alcune
costruzioni che attualmente non esistono. Questa mancanza si deve al
direttore di quegli scavi, il quale «troncò quei muri, credendoli più
recenti; spezzò i massi di tufo che trovò rovesciati al suolo, e li
asportò dall’Anfiteatro»[856].
Essendo Ministro della Pubblica Istruzione il Prof. Guido Baccelli,
s’intrapresero, di concerto coll’amministrazione comunale di Roma,
grandiosi lavori di sterro[857], onde la parte esterna e più conservata
dell’Anfiteatro Flavio possa essere ammirata in tutta la grandezza
delle sue proporzioni e nella magnificenza della sua architettura.
Gli scavi s’incominciarono sulla piazza che guarda la via di S.
Giovanni in Laterano, e precisamente dal punto corrispondente
all’estremità dell’asse maggiore dell’Anfiteatro; e furono continuati,
per una zona larga circa trenta metri, tutt’attorno al monumento.
Questi lavori diedero risultati di non lieve importanza; giacchè
tornarono in luce cinque degli antichi cippi terminali, dei quali già
parlammo nella PARTE I, cap. III; il lastricato di pietra tiburtina,
che girava intorno all’Anfiteatro e che costituiva una zona annessa al
lastricato stesso; nonchè il primitivo pavimento stradale, formato di
poligoni di lava basaltina.
«A Nord dello stesso Anfiteatro, sul declivio dell’Oppio, avvenne poi
un’altra importante scoperta. Alla distanza di m. 18 dal Colosseo e
allo stesso livello di questo, tornò in luce la strada che dalle Carine
dirigevasi al Celio, seguendo il corso della moderna via Labicana.
A Nord della strada rimane una serie di pilastri, costruiti in buon
laterizio, le cui basi poggiano sopra un grande masso rettangolare di
travertino. Sono decorati da mezze colonne, parimenti costruite con
cortina laterizia; ed in origine erano collegati da arcuazioni delle
cui imposte restano tuttora alcuni avanzi. Cotesto porticato, la cui
costruzione presenta i caratteri propri delle fabbriche della seconda
metà del primo secolo, trovasi sopra una linea parallela all’asse
maggiore dell’Anfiteatro, ed il suo punto medio corrisponde (_quasi_)
all’ingresso dall’estremità settentrionale dell’asse minore»[858].
Dopo gli scavi testè descritti, nessuna importante esplorazione, che mi
sappia, è stata intrapresa nel Colosseo.