*
* *
A pag. 22 dell’operetta intitolata «L’Arcicofraternita di S. Maria
dell’Orazione e Morte e le sue rappresentanze sacre»[810], scritta dal
sig. Augusto Bevignani, leggo: «Un caratteristico progetto ventilato
allora (nel 1832) e degno di essere ricordato fu d’adibire nientemeno
il Colosseo a cimitero provvisorio! Il card. Bernetti, segretario di
Stato, con lettera particolare e riservata in data 22 Aprile 1832,
al segretario di Consulta ne caldeggiò la proposta perchè molto
economica la sepoltura in quell’arena ed adiacenti ambulacri per
essere il monumento appartato e sacro alla religione[811]. Ma la sacra
Consulta _prescindendo da tutte le viste in linea d’arte_ rispose
in data 2 Maggio non potersi adibire quel monumento a tale scopo per
i sotterranei continuamente inondati dalle acque disperse o fluenti
dai colli circostanti, perciò d’ostacolo alla pronta decomposizione
dei cadaveri, e per la mancanza di ventilazione essendo circondato da
cinque colli i quali avrebbero impedito la dissipazione degli effluvî
che si sarebbero riversati sulla città attesi i venti meridionali che
vi dominano».
[Illustrazione: _Fig. 7.ª_]
*
* *
Fortificata e resa sicura la parte superstite del vetusto edificio,
i Romani ed i visitatori nazionali e stranieri poterono tranquilli
aggirarsi a lor agio tra quegli imponenti avanzi; ed i fedeli accorsero
più copiosi a seguire i confratelli del Sodalizio dei devoti di Gesù
Cristo al Calvario, i quali praticavano ancora il pio esercizio della
_Via Crucis_ nell’interno del Colosseo. Questa commovente funzione ci
fu elegantemente descritta dal marchese Luigi Biondi[812], Presidente
della Pontificia Accademia Romana di archeologia. Incomincia così:
«Ne l’arena del Flavio Anfiteatro,
Ove ai feri spettacoli frequente
Correva un tempo il popolo idolatro,
Adunata vid’io turba dolente
D’entrambi i sessi e di ciascuna etade,
La verde, la matura e la cadente».
E chiude:
«Santa Religïon! gli aspri costumi
Tu raddolcisci, e fai stille di pianto
Versar, dove correan di sangue fiumi.
Ed or, vestita in bianchissimo ammanto,
Del sacro loco sei fatta custode,
E mite siedi alla gran croce accanto.
E par che il guardo tuo quasi rannode
Le smosse pietre, e la gran mole i danni
Sprezza del tempo, ch’ogni cosa rode.
Da l’alta cima sua s’affaccian gli anni,
E in lustri uniti, e in più secoli accolti
Batton le pietre co’ lor ferrei vanni.
Ma son da la tua voce in fuga volti,
Che imperïosa questi accenti move:
Fino ai vostri odi, che già furon molti,
Ite, ch’or sacro è il loco, itene altrove».
Mercè questi grandiosi restauri, poterono pei lor fini servirsi del
Colosseo i demagoghi della rivoluzione romana. L’Anfiteatro Flavio,
che nel corso di tanti secoli n’avea vedute d’ogni sorta entro il
suo recinto: lotte feroci e sanguinarie, vittime innocenti immolate,
assalti guerreschi, dolenti e devote rappresentazioni, infami gesta
di malviventi; una sola cosa non avea ancor veduta.... una _scena
comica_... e la vide.
Il 23 di Marzo dell’anno 1848 il Colosseo fu teatro di una frenetica
adunanza popolare; ed ecco come la descrive Alfonso Balleydier[813].
«Avvertito (il Popolo Romano) sino dal giorno innanzi che avrebbe
luogo al Coliseo una grande riunione popolare onde deliberare sui
mezzi di salvare la patria in pericolo, si reca in massa nell’arena
dei gladiatori e dei martiri. Era il 23 di Marzo. Sul cielo di Roma
rischiarato da bellissimo sole di primavera, non appariva un sol
nuvolo; sul volto dei Romani brillante d’entusiasmo non si vedeva segno
di mestizia; i soldati della guardia civica, i membri dei circoli, la
nobiltà, la borghesia, i principi, gli artigiani e i proletarî, erano
colà tutti in un gruppo disposto coll’istinto artistico degli Italiani:
qui il _domenicano_ colla veste bianca e il lungo mantello nero; lì
il _cappuccino_ colla barba lunga rinchiusa nel cappuccio di lana
scura; di quà l’_abate_ col piccolo manto corto ed elegante; di là gli
alunni dei collegi colle sottane turchine, rosse, violette, scarlatte
e bianche, formavano un mosaico umano, e accanto il _militare_, la
cui splendente uniforme facea contrasto col semplice e pittoresco
abbigliamento Trasteverino, e le donne di ogni ceto completavano il
quadro somigliante ad una decorazione o comparsa teatrale. Teatro
magnifico era infatti il Coliseo con le sue ruine, le grandi sue
rimembranze e folto uditorio ritto sotto alle bandiere. Superbo
spettacolo, momento solenne! Allora un uomo di alta statura, un prete
vestito da _Barnabita_ si avanza tra la folla che gli apre libero il
passo, e in atto drammatico si dirige verso il _pulpito sacro_, ove due
volte per settimana un povero frate di S. Bonaventura viene a narrare
con lagrime e singulti alla gente del volgo i patimenti dell’Uomo-Dio.
Questo prete, di andatura fiera è il principale personaggio del dramma
che si prepara, è un frate ambizioso, una meschina copia di Pietro
l’Eremita, è il P. Gavazzi. La parte che ha da fare gli addice e
l’abito che indossa accresce l’illusione della scena. Un lungo manto
nero, in cui si avvolge in atteggiamento artistico, gli copre la toga
nera, stretta alla vita da una larga cintura dello stesso colore.
Una croce verde, rossa e bianca gli appare sul petto; l’ampia fronte
è scoperta; ha sul viso tutti i segni di un’espressione maschile e
robusta; i lunghi capelli neri disciolti gli scendono sul collo; ha uno
sguardo da ispirato, gesto armonioso, voce sonora. Eccolo a predicare
la crociata dell’indipendenza italiana»......
Terminata l’entusiastica arringa del P. Gavazzi, sale il sacro pulpito,
divenuto tribuna politica, un contadino di nome Rosi; dopo il quale
parlarono il Masi, segretario del principe di Canino, poi un giovane
prete, il general Durando, un frate _Conventuale_ francese, di nome
Stefano Dumaine, il general Ferrari e finalmente lo Sterbini. Non è qui
il luogo di narrare tutti i colpi di scena che in quella giornata vide
svolgersi nella sua arena l’Anfiteatro Flavio. Bastami aver accennato
il fatto.
Dopo il proprio consolidamento, il Colosseo incominciò ad offrire grato
spettacolo ai Romani ed ai forestieri colla fantastica illuminazione
delle sue rovine a fuochi di bengala. La prima volta, per quanto io
sappia, fu nel 1849, allorchè il 21 di Aprile, la Repubblica Romana,
per festeggiare il Natale di Roma, fece illuminare a bengala tutti i
monumenti, dal Campidoglio al Colosseo[814]. Questa festa fu descritta
dal cav. Pompili-Olivieri nell’opera «Il Senato Romano nelle sette
epoche di svariato governo, da Romolo fino a noi»[815], in questa
guisa: «Il governo fece illuminare il Foro Romano, gli archi trionfali
che vi esistono e tutti gli avanzi della basilica di Costantino
(creduta da alcuni il tempio della Pace) e dell’Anfiteatro Flavio.
Vi furono ancora copiosi fuochi di bengala, che ne’ magnifici archi,
specialmente del Colosseo, facevano un effetto veramente magnifico. Nel
mezzo dell’arena del Colosseo rallegravano la moltitudine i concerti
musicali, ed il canto degli inni patrî riscaldava mirabilmente lo
spirito del partito liberale, il cui grido di VIVA LA REPUBBLICA
eccheggiava sonoro nelle grandiose vôlte dell’immensa mole. Non
mancarono fra gli applausi oratori estemporanei che rammentavano
al popolo le vetuste glorie di Roma ed infervoravano al suo governo
repubblicano».
La fantasmagorica scena del Colosseo, rischiarato da quella luce
variopinta, piacque tanto, che da allora invalse l’uso, e si conserva
tuttavia, di ripeterla in fauste circostanze, come, ad esempio, per
la venuta in Roma di Principi esteri o per una straordinaria affluenza
di forestieri nell’alma Città: talchè può dirsi non passi anno che il
Colosseo non venga illuminato a bengala. L’effetto dell’illuminazione,
contemplata specialmente dalla cavea, è mirabile: sembra di assistere
all’accensione di un cratere vulcanico. Molti però a questa viva luce,
preferiscono il pallido chiaror della luna, alternato dalle nere ombre
delle rotte vôlte e degli sfondi delle grandi arcate.
«Nel 1852 Pio IX riparò l’ingresso (imperatorio) verso
l’Esquilino[816], davanti il quale vi fu in origine un portichetto
sorretto da colonne scanalate di marmo frigio; e restaurò in quella
stessa parte varie arcate del portico interno»[817], spingendo i
lavori fino al piano del porticale alla sommità della cavea. Di
questi grandi restauri parlò il Canina, che ne fu il direttore, nella
tornata della Pontificia Accademia Romana di Archeologia, il 7 Aprile
1853; ed in questa occasione, scrive il Segretario P. E. Visconti, il
Canina rinnovò all’Accademia l’invito di voler accedere sul luogo per
osservarli, siccome fu in effetto deliberato che seguisse»[818].
Anche questo lavoro ci viene ricordato da una lapide, che dice: