CAPITOLO PRIMO.

Varie vicende del Colosseo nei secoli XV e XVI — Travertini asportati

— I Papi e il Colosseo — Drammi sacri — Chiesa della Pietà — Chiesa

di S. Giacomo — Ospedale — Altre Chiese ed oratorî che circondarono il

Colosseo — Sisto V.

Fra il 1431 ed il 1447 Poggio Fiorentino scriveva il suo trattato _De

varietate Fortunae_. Si narra in esso che a quei tempi il Colosseo

vedevasi nella sua maggior parte distrutto; e ciò, Ei dice, a motivo

della stoltezza dei Romani: «Atque _ob stultitiam Romanorum_ maiori ex

parte ad calcem deletum».

Che all’epoca di quello scrittore (anzi da molto tempo prima)

l’Anfiteatro Flavio fosse _maiori ex parte ad calcem deletum_[664], non

ne dubito; ma che la causa di questa parziale distruzione sia stata la

_stoltezza dei Romani_, non posso ammetterlo. La cessazione dei ludi,

causa originale dello sfacelo, avvenne forse per la _stoltezza dei

Romani_? I barbari vennero a travagliare ed a impoverire l’Eterna Città

per la _stoltezza dei Romani_? E dei continui terremoti (specialmente

di quello del 1349, descritto dal Petrarca) che conquassarono quella

mole, ne fu causa la stoltezza dei Romani?

Riteniamo pertanto come positivo il fatto della rovina della

maggior parte dell’Anfiteatro al periodo suddetto, ma rigettiamo

assolutamente l’accusa lanciata ai Romani da Poggio Fiorentino. È

indubitato nondimeno che i Romani (come avrebbero fatto e forse fecero

i Fiorentini degli antichi monumenti delle loro contrade; e come

facevasi da tutti i popoli di quell’epoca), si servirono dei massi

(caduti) del Colosseo. Il fatto è provato da un breve di Eugenio

IV, _datum Florentiae_, e forse motivato dalle lagnanze dello stesso

Poggio Fiorentino: lagnanze che riteniamo giuste ma soltanto nel senso

dell’asportazione che da parecchi anni andavasi facendo dei massi

caduti.

Ridotto l’Anfiteatro Flavio in uno stato tanto deplorevole, le

sue rovine addivennero ben presto ricetto di malviventi. Scrive

il Vacca[665] che nel 1431 Eugenio IV fece con muri congiungere il

Colosseo al monastero di S. Maria Nuova, onde togliere l’occasione del

gran male che in quello facevasi.

I monaci Olivetani ne godettero il possesso per molti anni; ma

finalmente il Popolo Romano atterrò quei muri, e divise il monumento

dal monastero col pretesto che una tale antichità non dovea stare

chiusa e nascosta, ma aperta e alla vista di tutti i forestieri[666].

Questo fatto dovette avvenire circa il 1485, come si deduce tanto dalle

parole del Vacca (il quale dice che gli Olivetani «dopo la morte di

Eugenio», ossia dopo il 1446, lo godettero «per molti anni»), quanto

perchè nel 1490[667] s’incominciò a rappresentare nell’Anfiteatro la

passione del Gesù Cristo; e quindi era tornato in possesso del Popolo

Romano. Dopo i primi crolli della parete esterna del Colosseo, avvenuti

(come si disse) con tutta verosimiglianza nel terremoto del Settembre

del 1349, le parti adiacenti, come succede sempre negli edifici

semidiruti e non opportunamente restaurati, principiarono a sfasciarsi

e a gradatamente cadere. Essendo quasi impossibile il ripristinamento,

e prevedendosi che i massi di travertino andrebbero a finire, come

per il passato, in qualche fornace di calcina; si credè cosa più

utile usare i caduti materiali per altre fabbriche. Paolo II (a.

1416-1471) fe’ trasportare una parte di quei travertini, e gli impiegò

nella fabbrica del palazzo detto di Venezia, il quale poi addivenne

l’abitazione dei Papi. L’Adinolfi[668] dice che in quell’occasione il

Pontefice «die’ licenza ad alcuni suoi architetti di poter demolire

alquanti archi del Colosseo nella porzione spettante alla Camera, il

che die’ motivo alla principale e più grande rovina della fabbrica. Ed

in _nota_ aggiunge: «Dico più grande rovina, perchè all’età di Niccolò

PP. V alcuni travertini del Colosseo furono adoperati per la fabbrica

del palazzo apostolico al Vaticano». Ciò che l’Adinolfi afferma non

pare del tutto accettabile. Varî autori, come il Nibby ecc., assicurano

che Paolo II approfittò dei travertini _caduti_; nulla dicono nella

demolizione _di alquanti archi del Colosseo_. Già un secolo circa

avanti il pontificato di Paolo II, e molti anni prima del governo di

Nicolò V, l’Anfiteatro Flavio trovavasi privo della parte che _guarda

il Palatino ed il Celio_[669]. Il ch. Lanciani, tanto competente in

questa materia, sembra essere dello stesso parere, giacchè nel suo

pregevole lavoro sulle _Iscrizioni dell’Anfiteatro Flavio_[670] riporta

letteralmente le parole del Marangoni[671], le quali sono del seguente

tenore:

✠ S. P. q. R.

«Confermasi ancora che circa la rovina di questi due portici australi

del Colosseo, fossero più anticamente di Paolo II atterrati, dal

vedersi negli avanzi interiori rimasti in piedi dipinte le armi

o stemmi del senato romano e della compagnia nobilissima del SS.

Salvatore _ad sancta Sanctorum_, di rozzissima maniera, e con lettere

gotiche espresso il titolo S. P. Q. R. nella targa, e questi, senza

dubbio, furono fatti formare circa l’anno 1386, allorchè il Senato

medesimo donò la terza parte del Colosseo alla stessa Compagnia.... Che

se a quel tempo vi fossero stati i due portici, queste armi sarebbero

state dipinte in fronte agli archi esteriori dei medesimi». L’Adinolfi

si oppose, come abbiam veduto[672], all’opinione del Marangoni, e

ritiene che gli stemmi non siano stati dipinti su gli archi interiori

prima del 1418. Io non intendo farmi arbitro di questa questione, ma

farò osservare che l’opinione dell’Adinolfi, del resto, non intacca la

deduzione del Marangoni; essendochè, dato pure che gli stemmi fossero

stati dipinti nel 1418 anzichè nel 1386, resta sempre vero che i due

portici australi del Colosseo erano già rovinati anteriormente a Paolo

II, e positivamente non meno di quarantasei anni avanti l’elezione

di quel Pontefice, la quale avvenne nel 1464. E se anche fosse certo

quanto l’Adinolfi afferma[673], io con lui stesso[674], concluderei:

«Se molti scrittori incolpano del misfatto il solo Paolo II, io

nol discolperò: imperocchè, segue, eglino non avvertono che niuno

dei parecchi ARCHITETTI che li servivano osò distorlo, siccome era

dovere, di commettere lo sconcio, quando colle loro magistrali ragioni

agevolmente avrebbero potuto persuaderlo a desistere di una faccenda

assai riprovevole, trattandosi di un bellissimo monumento costruito per

giuochi e spettacoli delli quali Paolo era oltremisura compiacente».

Mi permetto inoltre aggiungere che se Paolo II avesse realmente

data ai suoi architetti quella licenza, potè anche averlo fatto per

impedire una rovina maggiore, permettendo di demolire le arcuazioni

pericolanti, e lasciando con quel taglio la parete a sperone. Questo

pensiero me lo suggerisce il breve di Eugenio IV[675], col quale

si proibisce assolutamente «ut et MINIMUS dicti Colisei lapis seu

aliorum aedificiorum antiquorum deficiatur»; non potendomi persuadere

che un Papa il quale governò un trentennio appena dopo quella saggia

disposizione, l’abbia potuto derogare senza un ragionevole e plausibile

motivo.

Il Cancellieri (p. 311) dice che lo stesso Pontefice Paolo II fe’

abbellire coi travertini del Colosseo anche la chiesa di S. Marco,

contigua al palazzo. Il Vasari, nella vita di Giuliano di Majano[676],

aggiunge che una gran quantità di travertini fu scavata da lui stesso

_in certe vigne vicine all’Arco di Costantino, le quali venivano ad

essere contrafforti ai fondamenti del Colosseo_.

Nel 1480 il card. Riario approfittò degli stessi _caduti travertini_

per la costruzione della Cancelleria Apostolica; e nel seguente secolo

i Farnesi con il materiale dell’Anfiteatro e di altri antichi edifici

romani, edificarono pur essi il loro palazzo. Contemporaneamente,

nel periodo che corre fra il 1480 ed il 1550, s’abbellirono con quei

materiali molti altri edifici romani, non esclusi come si legge nel

Ricci[677], i palazzi SENATORIO e dei CONSERVATORI di Roma. Più tardi

(sec. XVII), furono asportati i travertini di tre archi e mezzo (caduti

nel 1644) per l’edificazione del palazzo Barberini[678]. V’ha chi da

questi fatti prende pretesto per censurare i Papi; e, travisando la

storia, si sforza d’ingannare gli incauti e gli ignoranti, dando loro

ad intendere che essi, come tali, fecero abbattere la parte mancante

del Colosseo per fabbricar palazzi, ecc. Ciò è assolutamente falso.

Nel capo quarto della _Parte II_ dimostrammo che il Colosseo, sebbene

gravemente _intronato_, rimase sostanzialmente integro fino al

terremoto dell’anno 1349. I Papi cominciarono ad adoperare i travertini

del Colosseo per altre fabbriche nel principio della seconda metà

del secolo XV, quando una buona parte del recinto era da quasi un

centinaio d’anni precipitata; talchè sarebbe stoltezza il pensare che

essi sperperassero somme considerevoli in demolire, quando una gran

parte dei travertini caduti, che avean formato la famosa _coxa_ o

_cosa Colisei_, era ancora a loro disposizione. «La _cosa_ o _coscia

dell’Anfiteatro_, dice il Lanciani[679], _continuò a fornire travertini

per opere pubbliche fino al principio del secolo decimottavo_».

Aggiunge che «_i documenti da lui raccolti nel capitolo della Storia

della rovina di Roma, provano che allo sfasciamento, masso per masso,

del Colosseo si deve aggiungere la caduta istantanea di gran parte di

portici australi, la quale produsse una montagna o coscia di pietrame,

vera miniera di materiali da costruzione per il giro di quattro

secoli_».

E finalmente: «_Nei registri di conti di quei tempi non ho trovato

alcun accenno a demolizioni permesse od eseguite: si parla soltanto di

concessioni o di spese =per cauar asproni o teuertini a Culixeo=_».

Anzi i Papi s’interessaron sempre di quell’insigne monumento. Trascorso

il primo periodo di dieci lustri appena, dopo il ritorno di Gregorio

XI da Avignone, periodo di scissioni e di turbolenze, nel quale i

Papi avean ben altro a pensare che al Colosseo; trascorso, dico, quel

periodo, essi rivolsero tosto le loro cure alla gigantesca opera dei

Flavî. Ed ecco che vediamo Eugenio IV, il quale nel suo Pontificato

(1431-1447) proibisce con un breve «ut et minimus dicti Colisei lapis

seu aliorum aedificiorum antiquorum deiiciatur» arrecandone la ragione:

«Nam demoliri Urbis monumenta nihil aliud est quam ipsius Urbis et

totius Orbis excellentiam diminuere».

Dal Pontificato di Paolo II (1464) a quello di Giulio III (1550) si

pensò al Colosseo, e si disse: o si riedifichi, o l’informe cumulo

dei suoi travertini caduti risorga in monumenti novelli, che siano

degni della mole che li somministra. Come più ragionevole, si scelse

la seconda parte del dilemma, e sorsero i palazzi di Venezia, della

Cancelleria e Farnese, ai quali non può certamente dolersi l’Anfiteatro

Flavio d’aver ceduto i suoi massi.

La prima parte (riedificazione del Colosseo) che allora parve del

tutto inattuabile e certamente inutile non sembrò tale a Sisto V. Quel

Pontefice dalle idee gigantesche ordinò al Fontana la ricostruzione

del Colosseo; e se fosse vissuto ancora un anno, noi vedremmo oggi

intero il grande recinto dell’Anfiteatro: «_Vixisset_, scrisse il

Mabillon, _Sixtus V, et Amphitheatrum stupendum illud opus integratum

nunc haberemus_». E buon davvero sarebbe stato se egli fosse vissuto;

giacchè l’immenso vantaggio di veder risorto il maestoso recinto del

nostro Anfiteatro avrebbe largamente compensato le interne alterazioni

allora ideate; tanto più che non sarebbe stata impresa difficile il

purgare poi la cavea da quelle recenti costruzioni.

Dopo la morte di Sisto V il Colosseo rimase abbandonato per due secoli

circa. Io non saprei spiegare quest’abbandono, se non come un effetto

del gigantesco progetto di Sisto V. I successori di questo gran

Pontefice ne rimasero sbalorditi: eseguirlo era un’impresa enorme:

dato pure che si volesse, li ratteneva l’idea di deturpare la cavea

dell’Anfiteatro; assicurarne le parti fatiscenti con speroni era un

troncare per sempre l’attuazione di quel progetto: per circa un secolo

si rimase in questa continua incertezza. La mole intanto deperiva

gradatamente, richiamando a sè l’attenzione dei Papi; ed ecco che

nel 1675 Clemente X ridesta la venerazione dei fedeli per quel luogo

consacrato dal sangue dei Martiri, mostrando con tal fatto l’animo

di arrestare la rovina di quel monumento. E vi invitava i fedeli

a concorrere numerosi; ed avremmo veduti certamente gli effetti di

quel desiderio se i provvidi disegni di quel Pontefice non li avesse

troncati la morte avvenuta in quello stesso anno.

Trascorsi cinque lustri appena dal Pontificato di Clemente X, il

gravissimo terremoto del 1703 fece cadere un’altra parte ancora del

Colosseo; e si cominciò a sentire il bisogno di decidersi a qualche

cosa, per impedire almeno la totale rovina dell’Anfiteatro. Ne

sono prova i progetti, più o meno lodevoli dal lato archeologico,

che si venivano elaborando, quale quello dell’architetto Carlo

Fontana; e poscia la sistemazione dell’arena e la costruzione delle

edicole della _Via Crucis_, fatta da Benedetto XIV: cose tutte che

dovean necessariamente portare, onde evitare gravi disgrazie, il

consolidamento delle parti fatiscenti dell’Anfiteatro. Ma nulla si

decideva ancora a tal riguardo, sino a che, minacciando imminente

rovina la parte del recinto verso il Laterano, Pio VII non frappose

più indugio; e non attendendo, saggiamente, all’ostacolo (attuazione

del progetto di Sisto V), fece costruire il colossale sperone, opera

arditissima ed ammirabile.

D’allora in poi i lavori di consolidamento si proseguirono

continuamente. Leone XII consolidò il recinto dal canto del Foro;

Gregorio XVI ricostruì le arcate interne verso il Celio; e finalmente

Pio IX rafforzò la parte che guarda l’Esquilino. Così per la cura dei

Romani Pontefici resterà ai posteri almeno un’imponente reliquia di

quello stupendo monumento.

Ora i Papi, da quarant’anni, non hanno più il dominio di Roma, e

quindi non han potuto più manifestare la loro sollecitudine per la

conservazione dell’Anfiteatro Flavio. Se ancora avessero dominato, noi

forse avremmo veduto l’opera di qualche altro Pontefice spiegarsi a

pro di quel monumento, consolidandone l’ultima ala del recinto verso

il tempio di Venere e Roma (la quale essendo rimasta troppo isolata,

difficilmente potrà resistere ad una forte scossa tellurica), e

ricostruendone i muri della cavea fino al piano del portico superiore,

come già fece Pio IX quanto alla parte che guarda l’Esquilino.

Troviamo che sulla fine del secolo XV[680] o sul principio del secolo

XVI, nel Colosseo si rappresentavano drammi sacri; e questi ci vengono

ricordati in varî libri, stampati prima e dopo il cinquecento.

In uno spazio piano, che trovasi sopra gli archi delle antiche

scalinate ristretto con un’ala di muro di forma circolare, si costruì

una tribuna a guisa di teatro; ed in essa ogni anno, nel giorno del

Venerdì Santo, rappresentavasi la _Passione di Cristo_.

Scelti i personaggi atti all’uopo, tanti di numero quanti ne ricorda il

Vangelo, rappresentavano essi ciò che in questo si legge relativamente

alla passione e resurrezione del Salvatore. Sulle scene v’erano

effigiati i varî luoghi della Palestina, come Gerusalemme, Betania, il

Cenacolo, l’orto di Getsemani, le case di Anna, di Caifa e di Erode,

il tempio di Gerusalemme, ecc. Le vette dei monti Oliveto e Calvario,

l’albero al quale s’impiccò Giuda, e forse il _pinnaculum templi_ erano

rappresentati al naturale. Nella scena del pretorio di Pilato eravi il

tribunale, ed un seggio che costò 40 ducati.

Nella parte superiore della tribuna eravi una galleria, la quale,

dice l’Adinolfi[681] «facea mostra all’occorrenza delle nuvole

con angeli[682], quali nubi venivano ad oscurare nella morte del

Redentore».

In quella stessa galleria v’era la musica, il coro dei Profeti, quello

delle Sibille, nonchè dei pastori e dei re[683]. I fratelli della

Compagnia del Gonfalone offrivano volentieri la loro opera, onde

costruire i palchi e provvedere il necessario per il buon esito della

rappresentazione; e poichè fra loro v’erano abili pittori, architetti,

letterati e mimi, ciascun di essi concorreva col suo lavoro personale:

così uno dirigeva la costruzione dei palchi, un altro dipingeva le

scene; chi componeva i drammi, e chi li recitava. Fra i pittori si

ricordano: Iacobello di Antonazzo, Savo, Antonio da Tivoli e Maestro

Francesco. Uno dei più valenti compositori di drammi fu Giuliano Dati,

fiorentino; e fra gli attori o coloro che nel 1500 recitarono nel

Colosseo i suddetti drammi, si conserva memoria di Gregorio _orefice_,

Mazzagattone, Mercurio, Tommaso _cartaro_[684], Pietro _cartaro_,

Tommaso _libraro_, Marcantonio di Caravaggio, Michelangelo _linaiuolo_,

il fattore della Compagnia _ser Agnolo_, Mariotto _a S. Pantaleo_,

Nardino e Marcello, il quale fece la parte di Erode.

Turba immensa di popolo accorreva in quella circostanza al Colosseo; e

Pietro Felino Martire, il Panciroli ed altri scrittori ci asseriscono

che la quantità di gente uguagliava la quantità degli spettatori dei

ludi profani che vi si celebrarono ai tempi degli Imperatori.

Nella biblioteca domestica del marchese Alessandro Capponi il

Marangoni[685] vide due esemplari di un opuscolo il quale aveva per

titolo: _Rappresentazione della Passione del N. S. Jesu Chiesto, la

quale si rappresenta il Venerdì Santo nel Coliseo di Roma, nuovamente

colle figure ristampata._ Questo opuscolo consisteva in un componimento

poetico in ottava rima; lo stile ne era rozzo e volgare; gli atti erano

intermezzati da _arie_, che certamente venivano cantate. In ambedue

gli esemplari, posseduti dal marchese Capponi, manca l’indicazione del

luogo, dell’anno e della tipografia in cui vennero stampati. Nondimeno,

noi, dai tipi, dal frontespizio e dalla figura di un angelo che in

questo è effigiato, possiamo ragionevolmente dedurre che siano stati

stampati a Firenze verso il 1550.

Altri drammi furono scritti dal lodato Giuliano Dati, da Bernardo di

maestro Antonio Romano e da Mariano Particoppe. Nell’archivio della

Compagnia del Gonfalone se ne conservano tuttora due copie. La prima

incomincia: «Contempla la passion del Salvator, ecc.»; e termina con

quest’_avvertenza_: «Seguita poi la Madonna, colla deposizione della

croce, la musica di Joseph e Nicodemo, e la musica delle Marie».

La seconda copia è del 1531, e principia: «Quel glorioso Iddio, ecc.».

Poichè descrivemmo i varî ludi celebrati nell’Anfiteatro Flavio ai

tempi dell’Impero, e parlammo della _caccia dei tori_ ivi stesso

eseguita nel 1332; ci sia pur lecito di dare una notizia sommaria degli

attori e delle attrici, nonchè di fare un sunto del più antico _dramma

sacro_, conservato nell’archivio del Gonfalone; dramma che darà al

lettore, ne son certo, un’idea chiara del modo con cui si rappresentava

nel Colosseo la Passione di Cristo nei secoli XV e XVI.

L'anfiteatro Flavio nei suoi venti secoli di storia · 第 35 / 94 题