CARLO. — (Tutti capi... ameni.) A voi.
FRANC. — Ho sentito che ha bisogno di un capo-fabbrica.
CARLO. — Sicuro; ma voi vi sentite?...
FRANC. — Perchè non sono bene in arnese non posso essere capace?
CARLO. — Oh giusto io che guardo all'abito! Sarei contentissimo che mi
poteste servire, se possiamo intenderci.
FRANC. — (Non è antipatico, ma sarà qualche asino arricchito dal caso.)
M'interroghi.
CARLO _(preso un disegno di macchina dal tavolo di Oreste)_. — A voi:
che cosa è questa macchina?
FRANC. _(dopo un istante)_. — Deve essere un argano; anzi è una
taglia... da otto a dieci cavalli di forza... e con una semplificazione
di congegno che non ho mai veduto.
CARLO. — Ma bene, a meraviglia! È di mia invenzione, sì; e grazie ad un
processo di fusione, scoperto anche da me e che mi dà una rilevante
economia di carbone, può lottare sui mercati stranieri coi prodotti
francesi ed inglesi. Ho una importante commissione di queste macchine
per il primo di agosto; eppure, sul meglio del lavoro, ho dovuto
licenziare il capo-fabbrica, il quale dimenticava troppo spesso che se
l'inventore ed il capitale hanno bisogno della mano d'opera, la mano
d'opera non può sussistere senza l'inventore ed il capitale.
FRANC. — Il capitale lo ha lei e mi pare inutile parlarne altro.
CARLO. — Pur troppo che non l'ho; ma che l'abbia io o che l'abbiate voi,
non muterebbe punto la cosa. Senza capitale non c'è industria, come non
c'è industria senza mano d'opera.
FRANC. — Dica piuttosto che finchè la società è costituita così, lei
comanda ed io sono condannato a lavorare.
CARLO. — Condannato, come se parlaste d'una galera? Ma non sapete che
mentre io potrei vivere con una certa agiatezza senza far nulla, mi alzo
col sole per lavorare, e quando tramonta vorrei poterlo fermare come
Giosuè per fare almeno un terzo di quello che mi sta qui?
FRANC. — Padronissimo lei di fermare il sole, io di maledire il lavoro,
spero!
CARLO. — Maledire il lavoro, l'unica cosa che faccia lieta la vita, che
ripari la fatalità del nascer poveri, l'unica cosa che facendoci
superiori alla materia ed al tempo, ci renda quasi eguali a Dio?! Oh no!
È impossibile che egli cacciando il primo uomo dai paradiso terrestre,
gli abbia detto: va, ti condanno a lavorare!... _(mutando tuono, quasi
commosso)_ No, no; ma va, disgraziato, e lavora, perchè col lavoro solo
ti potrai consolare; col lavoro solo ti potrai rifare un paradiso!
FRANC. — Senta; io sono venuto qui per offrirle il mio lavoro, ma glielo
dico subito, non per discutere intorno a cose che non ci possono trovare
d'accordo, e tanto meno poi per sentire delle prediche!
CARLO. — Io non predico, ma quando sento certe ragioni...
FRANC. — Buone o cattive, non sono qui per venderle.
CARLO. — E chi vi dice che io voglia comprarle?
FRANC. — Ma allora lei non capisce...
CARLO. — Non alzate la voce, che capisco, e capisco più di quello che
vorrei.
FRANC. — Si spieghi, si spieghi.
CARLO. — Sicuro che mi spiego, e dico che voi sapete senza dubbio il
vostro mestiere; ma diportandovi in questo modo date luogo a sospettare
che il vizio o l'orgoglio abbiano fatto di voi uno di quegli artigiani
che invece di cercare il motivo della loro miseria nella propria
condotta, trovano più comodo di accusarne l'ordinamento della società.
FRANC. — E sia pur così di me; ma lei non sarebbe per caso uno di quei
padroni per cui l'operaio dev'essere uno schiavo senza pensiero e senza
diritto, uno strumento che frutta tanto al giorno, e che appena non è
più capace si butta fuori?