EGISTO. — (Ecco che cominciano a bisticciarsi dal bel mattino!)

CARLO _(ad Agnese)_. — Vieni o no, Agnese?

AGNESE. — Io verrei subito, ma... Abbi pazienza per qualche giorno...

(Che stizza mi fa mia madre!)

CARLO. — Fa come ti pare; ma in questo momento io sperava che tu avessi

un pochino più di cuore per me. _(chiama)_ Carlotta! _(Carlotta dal

fondo)_ Vuoi venire con me a Belmonte? Qui resterà Giulietta.

CARL. — (E il damo? Oh! me ne farò uno lassù). Scusi, c'è mercato a

Belmonte?

ANNA _(seccamente)_. — È inutile il saperlo. Partirai quando te lo dirò

io che ti ho fissata.

CARLO _(contenendosi)_. — Guarda se è giunta Giulietta, che dia un bacio

a Cesarino... _(Carlotta esce dalla destra; ad Agnese)_ se questo almeno

mi è ancora permesso, bene inteso!

AGNESE. — Carlo!

CARLO. — Mi è permesso? Da tutti? Sia lodato il cielo! _(esce dalla

destra colle carte)_

AGNESE. — Senti, Carlo... Madre mia, fin qui non mi hai parlato che del

pericolo che corre il nostro avere, e sta bene; ma che per la sola

questione del denaro debba non solo ricusare di soccorrerlo colla mia

dote...

ANNA _(con vivacità)_. — Ma, quand'anche tu lo volessi, la dote non si

può toccare.

AGNESE. — E sia; ma che io mi separi da lui, che lo lasci mortificare

dinanzi ai servitori, e partire solo; che mi debba sentir dire che io,

la madre del suo Cesarino, la moglie che ha sempre rispettato ed amato,

non ho cuore, oh! chiedimi qualunque sacrifizio, ma questo no, perchè

sento che sarebbe al disopra delle mie forze!

EGISTO. — Quest'altra ci mancava ora!

ANNA. — Quando si ha fede nella sollecitudine della madre, signora

figliuola, non si cerca di più, si obbedisce...

EGISTO. — E si sta tranquilla!

AGNESE. — Ma io debbo pur sapere se faccio bene o male a trattarlo così;

e finora, malgrado la fiducia che ho in te, il cuore mi dice che faccio

male, e molto male!

ANNA. — Senti, fratello, senti come mantiene le sue promesse?

EGISTO. — Ma dille tutto una volta, che sia finita: era carità fiorita

il tacerlo; ma dal momento che lo vuole, vuota il sacco, sorella!

AGNESE. — Sono moglie e madre, e nessuna cosa che riguardi la famiglia

mi deve essere ignota.

ANNA. — Ebbene, poichè lo vuoi, sappi qual sorte attende gli uomini pari

al tuo Carlo; sappi come è finito suo padre, e poi lagnati che io faccia

il possibile per svegliare tuo marito da un sogno che finisce in modo

tanto crudele! Tu hai sentito dire che nostro cugino Pietro Valori è

morto vittima dello scoppio d'una caldaia a vapore della sua officina a

Piombino.

AGNESE. — So anche che tu lo assistesti pietosamente nei suoi ultimi

momenti.

ANNA. — Ora ti dirò ciò che non sai. Pietro era il babbo nato dei

credenzoni. Per lui tutti galantuomini; e i galantuomini gli vendevano

di nascosto il materiale, il carbone, gli utensili; lo screditavano sui

mercati, lo minacciavano pei pagamenti, sia che fossero debitori o

creditori. Volergli aprire gli occhi? Fiato sprecato. Ma un bel giorno,

alla presentazione di alcune cambiali, dopo di aver telegrafato invano

alle case di commercio con cui era in maggior relazione, si accorse di

aver perduto quasi tutto il suo avere, peggio, di non aver più credito.

Che cosa abbia allora sofferto, egli che non credeva al male, lo sa solo

Iddio! E suo figlio era all'estero e noi a Livorno! Il disgraziato si

senti perduto e solo; andò nell'officina mentre gli operai erano a

desinare, e un'ora dopo era raccolto spirante sotto un mucchio di

rovine!

AGNESE. — Dio! Ma chi può assicurare che egli si sia ucciso?

ANNA. — Raccolti i pezzi della caldaia scoppiata, si trovarono chiuse le

valvole di sicurezza!

AGNESE. — E se fosse stato per sbaglio, per dimenticanza?

ANNA. — Tutti lo credettero e lo crede ancora lo stesso tuo marito; ma

non io che ho assistito lo sventurato in quella sua eterna agonia!...

Che notte orribile! «Non dir nulla a Carlo,» mi susurrava, «forse egli

non mi perdonerebbe!» Dopo ventiquattr'ore di strazio, spirò, e tutti lo

dissero martire del lavoro, e lo era, ma in ben altro modo! _(facendosi

forza per non soffocare dal pianto)_ E tuo marito, che io combatto, ma

non disprezzo, anzi in fondo al cuore ammiro, è della stessa razza che

sa di monte e di macigno; è di quella stessa gente che muore e non si

arrende! Ora che sa tutto, mi dica la signora figliuola se c'è più cuore

ad incoraggiarlo nella sua illusione, come vorrebbe far lei, o ad

impedire in ogni modo, come faccio io, ch'egli precipiti, come suo

padre, nell'abisso del fallimento e della disperazione!

Capitale e mano d'opera Le Commedie, vol. 1 · 第 34 / 118 题