NOTIZIA

Portare sul palco scenico la lotta così altamente drammatica e moderna

fra i capitali dell'ingegno e del danaro e la mano d'opera, e trarne per

conseguenza, senza danno dell'arte, non il troppo facile eccitamento

all'odio ed alle rappresaglie cieche e selvaggie, ma il convincimento

dell'inevitabile ed urgente necessità di armonizzare tutti gli interessi

senza ferirne alcuno, non era, or sono sedici anni, cosa tanto agevole

quanto possa ora supporre il lettore: la era anzi temeraria.

Tutti i comici hanno sempre avuto una dichiarata avversione per ogni

lavoro che inspirandosi alla vita contemporanea, metta in iscena

personaggi desunti dall'osservazione del popolo, per quanto questo sia

l'unica sorgente sempre viva e feconda dell'originalità; e così l'autore

della _Quaderna di Nanni_, fallitogli il tentativo di fondare con

Raffaello Landini, uno dei più potenti comici ed intemerati galantuomini

ch'egli abbia conosciuto nell'arte, un teatro popolare toscano, come

Giovanni Toselli aveva fatto nel dialetto piemontese ed Angelo Morolin

nel veneziano, s'era dovuto contentare, per farla battezzare dinanzi

alla severa autorità del pubblico fiorentino, d'una compagnia di

second'ordine. Buon per lui che la compagnia, per eccezione, era

composta di attori volonterosi ed ordinati, e questo per attori italiani

equivale sempre al dire capaci d'ogni più bello ed inatteso miracolo.

Per quest'altra, scritta allora appunto che ogni mente era

affannosamente rivolta verso la Francia agonizzante in preda al delirio

del vizio e della paura, aveva trovato di primo acchito il migliore di

quanti capicomici abbia avuto l'Italia dopo Gustavo Modena: Luigi

Bellotti-Bon, uomo di iniziativa se mai ce ne fu, sempre vago di novità

ardite, largo dispensatore di benefizi e di incoraggiamenti, e grande

raccoglitore, da ogni parte, di ingratitudini. Ma nè la sua autorità, nè

l'esempio di due valorosi attori, Luigi Biagi ed Enrico Belli-Blanes,

valsero a vincere nè la prima attrice ricusante la sua parte alla prima

prova, nè altri che aveva chiaramente dimostrato di voler fare

altrettanto quando non vi si fossero opposti i suoi obblighi più

espliciti..... Erano tutti da compatire; s'era in piena fioritura di

declamazioni sonanti e di cincischiature incipriate, e la stampa, meno

pochissime eccezioni, non aveva ancora cercato di persuadere attori e

pubblico che le scene popolari o rusticane possono senza sfregio di

chicchessia passare, quando le anima l'arte, dai teatri minori ai

maggiori: lo Zola aspetterà del resto altri dieci anni a muovere la sua

campagna contro quel pasticcio di istrionismi e di luoghi comuni che è

il teatro quando non rispecchia schiettamente la vita.

È bensì vero che l'Italia, avendo GOLDONI, non dovrebbe aver punto

bisogno di altri per richiamare la drammatica all'osservazione del vero,

che è quanto dire del nostrale; ma Dio buono, che sarebbe di noi se le

nostre Alpi — troppo più alte assai dell'orgoglio nazionale — ci

impedissero per ventiquattr'ore di scimmiottare i francesi in ogni cosa?

A farla corta, la commedia rappresentata (la sera del 3 aprile 1871)

colla mosca al naso dinnanzi al pubblico non ostile, ma non avvezzo e

non preparato del _Niccolini_ ad un tuffo così improvviso nella vita

reale fra il contrasto acerbo e stridente dei principali e degli

artefici, il martellare sulle incudini ed il vociare degli scioperanti,

cadde. Dopo la caduta il calcio dell'asino, va da sè; e gli asini, con

tanto dilettantume a tempo ed ingegno avanzato, molti.

Ma se il mestiere è tale che del teatro fa troppo spesso la casa di

Caino, l'arte, la Dio mercè, è tutt'altra cosa! Si capisce: il mestiere

campa di puerilità e di vanità e non può aspirare che al trionfo

esclusivo e brutale dell'io; mentre l'arte che vive di sentimenti

generosi e di pensieri nobili, che cerca la bellezza nella verità, che

anela ad alti ideali nel concetto come nella forma, sdegna di farsi

l'eco meschina di ogni ciancia vuota e maligna, ed invece di gongolare,

sotto la maschera posticcia della critica improvvisata, dell'insuccesso,

inspira quattro compagni in cui il cuore è all'altezza del valore. Paolo

Fambri, Luigi Suner, Angelo De Gubernatis e Paolo Giacometti di cercare

l'autore, e di dire e fare quanto occorre per persuaderlo a ripresentare

il lavoro in altre condizioni di ambiente e di interpretazione. Nè

basta: trova anche il capocomico per la ripresa, Alessandro Monti, un

capitano che dirige la sua compagnia con quella disciplina senza di cui

non c'è salvezza nemmeno in arte e che fa miracoli anche sulla porta

dell'inferno. E il miracolo succede a Ferrara, e che fior di miracolo!

Il rovescio della medaglia addirittura. La commedia comincia subito il

suo giro, e il miracolo, qui sta il buono, a provare che il successo di

Ferrara non è stato un ripicco, si ripete a Milano, a Torino, a Genova,

a Venezia, a Roma, a Bologna, nei teatri più riputati. A Firenze, qui

sta il bello, come e meglio che altrove. A Napoli, dove arriva dopo la

bellezza di dieci anni, e qui sta il meglio, la stampa la proclama una

buona azione. C'è dell'altro a Napoli: finita la stagione, la vogliono

ancora sentire, a scopo di beneficenza, in teatro più vasto che non sia

il _Sannazaro_, e per allestire l'atto dell'officina incaricano non il

trovarobe e l'attrezzista del _S. Carlo_, ma lo stabilimento di

Pietrarsa, il quale manderà macchine a vapore vere e quaranta operai

verissimi... Eh? quando sono d'accordo tutti a dire di sì! Eppure la

commedia è la stessa...

L'autore ha voluto che si ricordassero queste peripezie così diverse per

sciogliere il suo debito verso Paolo Fambri, Luigi Suner, Angelo De

Gubernatis e Paolo Giacometti, veri fratelli d'arte; verso i capicomici

Luigi Bellotti-Bon ed Alessandro Monti ed i migliori interpreti che

abbia avuto la sua commedia: Luigi Biagi, Enrico Belli-Blanes, Giovanni

Ceresa, Giovanni Emanuel, Francesco Ciotti, Gaspare Lavaggi, Salvatore

Rosa, Odoardo Sobrio, Cesira Monti, Amalia Casilini, Celestina

Jucchi-Bracci e Pia Marchi-Maggi.

Si deve ricordare anche una sconfitta, egli dice, quando è per trarne

argomento di lode ai compagni, e si può rammentare anche una vittoria

quando è per darne loro il merito principale.

Capitale e mano d'opera Le Commedie, vol. 1 · 第 7 / 118 题