Donna Clorinda scivolò giù dal letto, in camicia, rabbrividendo al
gelido contatto del pavimento sul quale i suoi piedi nudi avanzavano.
Attaccato al muro di faccia uno specchio accolse d'un subito, e
a mezzo, la sua bizzarra figura bianca procedente con la lentezza
d'un fantasma. A un momento ella ristette, e, vinta da un'abitudine
irresistibile, vi si rimirò, quasi atteggiandosi. Fra tanto principiava
laggiù nel cortile la fatica de' fabbri: della legna arsa crepitava:
guizzava e lambiva un alto muro annerito il fumo azzurrino di una
fiammata: i martelli picchiavano già sulle incudini e un carro di botti
entrava, con sordo fragore, nell'ex monastero.
Stanno intorno ad esso le torri aragonesi, che Ferrante pose a
difesa della Porta Capuana: ora, sul cielo perlaceo, que' baloardi si
stagliavano con un colore plumbeo rilevato da un fitto d'erbe selvagge
ch'erano rampollate ne' loro crepacci e prosperavano sulla lor cresta
interrotta. Da case e da fucine invisibili altre colonne di fumo, più
lontane e sottili, salivano ritte nell'aria: la città si svegliava a
mano a mano, e un'esterna sonorità crescente e confusa faceva sembrare
più cupa, più appartata la fabbrica solitaria dell'antico convento.
Donna Clorinda si raccolse su d'una seggiola, di faccia al letto, e si
cominciò tranquillamente a vestire.
Da parecchi anni la vecchia era dominata da un'innocente follia, che
si esprimeva nella sconfinata considerazione di tutte le sue presunte
qualità, e più precisamente di quelle fisiche. Ella si adorava, in
un apatico egoismo nel quale non riesciva a far breccia alcun caso
esteriore. La felicità o la sventura altrui contemplava di sfuggita,
con un sorriso melenso: ogni più straordinario avvenimento nè la
stupiva, nè la sconvolgeva. Era altrove il suo spirito e rincorreva
fantasime trascorrenti fra la gioventù, la nobiltà, la ricchezza. Le
pareva che la casa di Mastia, ottenuta in carità dal Municipio, fosse
una reggia, che vi troneggiasse lei da regina, che un ammirativo
mormorio la seguisse quand'ella ne usciva e che fosse abituale
argomento d'ogni discorso de' vicini l'incesso magnifico di lei e la
sua benevola maestà.
Pianger Mastia? Macchè! Nell'anima della vecchia, già da tempo, s'era
spento ogni affetto: e poi, da quando la prima volta il marito l'aveva
picchiata, un odio cupo e muto le era man mano cresciuto dentro per
quell'ubriacone brutale che era stato il tiranno della sua gioventù.
Ora, vestendosi, due o tre volte la povera pazza sorrise, di faccia
al cadavere. Pareva davvero soddisfatta. Si mise il cappello, tornò
a riguardarsi allo specchio, aperse la porta e se ne andò via col suo
solito e tardo passo un po' zoppicante.
Qualcuno la vide scendere, lenta, le scale. Borbottava frasi che
parevano rivolte ad esseri invisibili a' quali, di volta in volta,
soffermata sul pianerottolo, ella stendeva la mano, inguantata di seta.
Fu pure osservato che la vecchia s'era più che mai infagottata: pareva
che portasse addosso due o tre gonne una sopra l'altra e due o tre
corpetti. Quello esteriore era verdognolo, orlato di antico _jais_.
Sotto il braccio sinistro ella aveva l'ombrello: il destro era infilato
nel manico d'un cestino, che doveva esser ben greve: la piegava,
quasi. E disparve. Poco appresso giunse lassù il delegato di pubblica
sicurezza con un medico frequentatore della _Farmacia della Rosa_ in
piazza Carbonara. Donna Clorinda era passata per l'ufficio di pubblica
sicurezza, aveva informato il piantone della morte di Mastia e se n'era
andata.
La bisogna fa breve: constatazione del decesso — come si dice in gergo
legale — processo verbale e disposizioni per la rimozione del cadavere.
— Bel caso, eh? — fece il delegato al medico. — Crepa il marito, e la
moglie lo pianta come un cane rognoso.
Il medico, un giovane ch'era al principio della sua professione, si
guardava attorno meravigliato, assalito, in quella desolante misera
della stanzuccia, da una tristezza profonda.
— Se lei mi mette subito il _visto_ alla carta di accompagnamento —
soggiunse il delegato — io mando via _quel signore_ oggi stesso. Non
sente? V'è già cattivo odore.
Accese un sigaro. Il medico sottoscrisse la carta, si levò, guardò
ancora Mastia, la cui faccia deformata si copriva di ombre turchinicce.
Le due guardie che avevano accompagnato il loro superiore contemplavano
e comentavano le quattro o cinque tele addossate al muro: una copia
della Beatrice Cenci del Reni, un paesaggio di Taormina, il tempio
di Pesto, la scena rosseggiante d'una eruzione del Vesuvio, con una
fiumana di lava che affluiva fino al mare in convulsione...
In giornata il cadavere di Mastia fu portato al cimitero nel carro dei
poveri. La stanza rimase vuota e deserta. Donna Clorinda non vi tornò
più.