Passò un mese. In questo tempo gli studenti fecero chiasso, al solito,
e ruppero vetri e banchi: l'Università fu chiusa e il numero de'
lettori, nella nostra biblioteca, s'accrebbe del doppio. Vi fu un
gran da fare e Stazza fu dimenticato. Soltanto qualche volta, in un
momento di tregua, il suo nome ricorreva nel vaniloquio degl'impiegati
raccolti nella sala della distribuzione intorno all'ultimo bollettino
del ministero, ove apparivano — già indicati, con una crocetta, da
qualche necrologo de' nostri compagni — i nomi di coloro che o eran
morti o erano stati collocati a riposo. La constatazione de' decessi
e de' _ritiri_ — un refrigerio per i superstiti — occupava quelle
constatazioni e quelle conversazioni fredde e indifferenti; per lo
più si discuteva sugli anni di servizio del croce segnato o sulla
somma della sua pensione. Ma la psicologia di queste sparizioni — un
legame di troppo sottili o pietose induzioni che in altri spiriti
potevano forse rampollare dall'esame di casi somiglianti — non
veniva certo a turbare l'animo de' miei compagni. Stazza, dopo tutto,
sottobibliotecario a tremila, liquidava, come si dice, quasi dugento
lire al mese. Una fortuna per un illetterato, una _tabula rasa_ come
lui, che la doveva a quei benedetti tempi borbonici ne' quali era così
facile di entrare, senza le qualità di cultura che vi occorrono, in un
instituto scientifico come di mettersi a tavola in una publica taverna.
— Vuol vedere Stazza? — mi fece un di que' giorni l'usciere addetto
alla spolveratura della mia camera.
Con lo straccio tra le mani s'era avvicinato al balcone chiuso e
guardava nella via, traverso a' vetri.
— Venga, venga! Eccolo lì...
Mi levai e corsi al balcone.
— Lo vede?
— Dov'è?
— Non lo vede? Lì, seduto fuori al caffè di rimpetto. Lo vede? A
quel tavolo a sinistra della porta. Eccolo che leva gli occhi. Guarda
quassù, guarda i nostri balconi.
— Difatti.
Il colosso era lì, seduto a una tavola sulla quale stavano il vassoio
e la chicchera del caffè. Posava le mani sulle ginocchia e di volta
in volta alzava gli occhi e li faceva correre sulla facciata della
biblioteca, lentamente.
— Così fa ogni giorno, da un mese — disse l'usciere.
E ripassò lo straccio sui vetri perchè ci vedessi meglio.
— Arriva al caffè sulle nove ore, si mette a sedere lì fuori, e vi
resta fino a mezzodì. Poi torna dopo pranzo e si rimette alla stessa
tavola e non se ne leva che alle quindici.
— E tu come fai a saper tutto questo?
— Me l'ha detto il caffettiere. Il signor Stazza gli dà una lira al
giorno, per l'incomodo.
Mi rimisi a sedere, pensoso. L'usciere, che non si partiva dal balcone,
rideva e continuava a guardare rimpetto. E come l'alito suo tepido
appannava la vetrata di volta in volta egli tornava a soffregarla con
lo straccio.
— Insomma — seguitava — la biblioteca non se la vuol proprio scordare.
Se n'è dovuto andare e nemmeno la lascia in pace. Adesso ci fa
all'amore da lontano, tutti i giorni.
Non risposi. Ordinavo macchinalmente un mucchio di schede ed aspettavo,
con una certa nervosità, che l'inserviente smettesse e se ne andasse.
— Ecco che s'addormenta — fece lui a un tratto — Venga a vedere. S'è
addormentato.
Tornai a levarmi e mi accostai daccapo alla vetrata. Stazza aveva
allungato un braccio sul tavolino e reclinato la testa sul braccio. Il
cappello di paglia gli era scivolato, di su le ginocchia, a terra. Ora
un lustrascarpe, che aveva posta la sua cassetta all'ombra, a pochi
passi, glie lo raccoglieva e lo posava sul tavolo, accanto al vassoio.
L'ora meridiana avanzava: il sole batteva su' muri. Uscì, a un tratto,
dalla bottega il garzone del caffettiere e si mise a girar la manovella
per fare abbassare la tenda, che scese lenta, e sul deserto e largo
marciapiedi, su' tavoli, su Stazza diffuse un'ombra uguale, per buon
tratto.
Mancava qualche diecina di minuti alla chiusura della biblioteca. E
svogliatamente, aspettando che trascorressero, ricominciavo a ordinar
le mie schede. L'inserviente se n'era andato: le vaste sale, fino a
poco prima turbate dal molesto vocio de' distributori, s'acchetavano,
adesso, in una pace profonda.
Improvvisamente — mi dimenticavo nella mia bisogna — il grande orologio
della stanza de' manoscritti suonò le quindici. Vibrò quel suono nel
silenzio, con un tintinno allegro, come di cristalli percossi. Era
l'ora. M'avviai alla porta.
Ma, sulla soglia, uscendo, m'arrestai, sorpreso. Lì sulla soglia,
sul ballatoio, su per le scale vedevo agitarsi una folla attonita,
mormorante, che quasi m'impediva il passo.
Risaliva le scale, di furia, Pandolfelli, un distributore.
Una voce gli chiese, dal ballatoio:
— Dì, è vero? È vero?
Pandolfelli rispose, alto:
— Si, è morto.
Mi vidi di faccia l'inserviente, in quel punto. Apriva le braccia,
smarrito.
— Stazza! — mi fece.
E battè palma a palma, convulso.
— Lì davanti al caffè, poco prima. Un colpo. Si ricorda? Quando pareva
addormentato.
Apparve il direttore, pallidissimo. Accorrevano altri compagni. Tre o
quattro lettori s'indugiavano sul ballatoio, curiosamente.
Il direttore mi chiese:
— Scende?
Non mi sentivo la forza. Ma lo seguii, e ci seguirono pur tutti gli
altri.
Nella via, come uscimmo dal palazzo della biblioteca, il caffè ci
apparve subito, rimpetto.
La folla si pigiava davanti alla porta.
Pandolfelli si fece largo ed entrò nella bottega.
Subito ne riuscì, annunziando:
— L'hanno posto in una vettura e portato ai _Pellegrini_. Ma era morto.
Ho parlato col medico che s'è trovato a passare. Una sincope.
Uscì sulla via il padrone del caffè, con le lagrime agli occhi.
— Quel povero signore! Che disgrazia, hanno visto? Veniva qui ogni
giorno, sempre alla medesima ora. Anzi, ieri, m'aveva detto, col suo
solito buon sorriso: Lei si meraviglia non è vero? Già: son puntuale.
Mi hanno mandato via di là — e mi mostrava il palazzo ove stanno lor
signori — ma io ci continuo a stare, col pensiero, almeno.
La moglie del caffettiere, una piccola donnetta, era uscita anche lei
sulla strada.
Mi pose una mano sul braccio. Mormorò:
— Ma è vero che l'hanno mandato via?
La guardavo, senza risponderle. Udivo dietro di me le voci, tranquille,
de' miei compagni.
Diceva Pandolfelli a un altro:
— È morto in orario, hai visto?
La voce di quello che segnava le crocette fece notare, lenta:
— Un posto vuoto.