III.

— Ma sa che ho pensato a lei più volte da che sono qua dentro? Mi dia

la mano almeno: ora non gliela lascio più come quella sera, si ricorda?

Mi avrà perdonato? Non può immaginare cosa mi sentivo dentro, allora...

Non si mette a sedere?

Sedetti accanto al letto. La mano che premeva la mia sulle coltri era

calda: mi pareva febbricitante. Egli era rimasto addossato a' cuscini,

col bianco e largo petto scoverto.

— Ricopritevi — dissi — E non vi rigirate per guardarmi. V'ascolto lo

stesso.

L'ercole sorrise, con quell'aria sua solita d'amarezza e di bontà.

Il suo corpo rimase immobile. La testa, soltanto, si volse lentamente

dalla mia parte.

— Egli è che ho piacere di vederla. Non la vedo da tanto tempo! Saranno

tre anni, o sbaglio?

— Due anni e tre mesi. S'era in ottobre...

— È vero... E lei ricorda quella sera della fuga? Lo sa che la Rosina

mi scappò via col pagliaccio? Ah, lo sa? Bene. C'era stato di mezzo

quel Rigo, il gobbo, che aveva preparata la fuga e mi sorvegliava.

L'ombra che scivolò lungo il muro... La ricorda? Rigo. Maledetto!

Si tacque per un momento. Respirava forte, quasi a stento.

Stavo per dirgli che smettesse di parlare quand'egli continuò:

— Presi un anno e tre mesi di prigione per ferite volontarie. Rigo se

la cavò con quaranta giorni d'ospedale: ha il diavolo che l'aiuta, il

mostro. E poi? Poi, si figuri, caro lei, che vita allegra quando sono

uscito dal carcere! Tutto perso, bestie, roba, arnesi: una rovina. E

poi la solitudine. Solo, solo! Tutti scomparsi, e io solo come un cane!

S'accendeva e ansimava. Il respiro faticoso gli sollevava le coltri sul

petto.

Seguì un silenzio. Qua e là degl'infermi si lamentavano, qualcuno

chiedeva da bere, con un piagnucolio da bambino.

L'ercole riprese, più lentamente e più basso:

— Ho ricominciato a lavorar da solo. Cercavo di farmi coraggio. Ma

che vuole, a volte mi cascavan le braccia. I ricordi la mancanza di

esercizio... specie i ricordi, caro lei, che mi tormentano sempre.

Cercavo di scordare, d'avvezzarmi a questa vita nuova. Macchè! E a un

bel momento ecco che principia a pungermi in petto qualcosa come una

spina... Ma davvero, sa, un dolore, una fitta che lei non se lo può

immaginare...

Lo guardai più attentamente. L'abito della diagnosi da' caratteri

fisici soffermava il mio sguardo sullo sciagurato. Labbra esangui,

muscoli denutriti, cianosi al lobulo degli orecchi, a' pomelli, al

lobulo del naso: l'occhio destro gonfio, il collo tumido, turgide le

giugulari...

— V'hanno osservato il petto? Picchiato in petto?

— Picchiato? Altro! Non fanno che questo. Ma scusi, che vogliono dire

tutte queste linee che mi segnano in petto con la matita rossa?

— Regioni in cui si ritrova ottusità — mormorai, come se parlassi a me

stesso.

Egli rimase muto per un poco, meditando. Poi soggiunse:

— Ha mai riveduta la Rosina?

— No: mai più.

— Lo sa che mi portò via pur Bamboccetta? La piccola?.. Figlia del

pagliaccio, sa, non mia... Lo lessi in certi pezzettini d'una lettera

che rinvenni laggiù, nella baracca...

La sua voce si velava. Egli era commosso. Strinse i pugni, fece per

sollevarsi e non potette. Levò gli occhi al cielo e li riabbassò,

inumiditi. Due lagrime gli scesero, lente, su per le pallide gote e vi

brillarono.

— Andiamo!.... — balbettai — Coraggio! Guarirete e dimenticherete.

— Sì — mormorò, cupo — Voglio guarire e mi voglio vendicare!

— Perchè non cercate di riposare un tantino?..

E mi levai. Vedevo mover daccapo alla volta del letto dell'ercole il

professore e i suoi scolari.

— La rivedrò ancora?

E l'ercole mi strinse la mano, aspettando che glielo promettessi.

— Certo. Tornerò.

— Lei è buono... Ha visto che cosa è la vita?... E la mia, signore?...

Che Calvario!.... L'ingratitudine... Bamboccetta...

Balbettava ancora parole che io non compresi. Il professore gli s'era

avvicinato: gli scolari circondavano il letto.

Mi trassi da parte. L'ercole, come preoccupato, si guardava attorno,

guardava i giovani che, fra tanto, gli scoprivano il petto un'altra

volta.

La lezione pratica principiava. Mi trassi a dietro a poco a poco,

giunsi fino alla porta della sala e lì quasi sperai di non udir la voce

del mio ex maestro che parlava, alto, a' discepoli. Ma nel silenzio

che s'era fatto nella _corsia_ essa suonava chiara e distinta, con quel

leggero suo tono declamatorio:

— L'influenza del sesso si spiega assai naturalmente pel genere di vita

speciale a ciascuno d'esso, che imponendo all'uomo — come nel caso —

sforzi muscolari più violenti e dei movimenti più energici, aumenta

in lui l'energia della impulsione cardiaca e dispone le sue arterie

a pressioni e a stiramenti che possono essere fatali, che sono anzi,

quasi sempre, fatali.

Addossato allo stipite della porta mi sentivo quasi male. Ah, la vita,

la vita! Povero Ercole! E ora comprendeva egli la sua condanna?...

Chiusi gli occhi. Rividi, come in un sogno, Giffuni, la piazzetta del

mercato, la grande baracca, quelle viuzze malinconiche e anguste.

Le immagini della Rosina, del pagliaccio, dell'ercole passarono e

ripassarono confusamente davanti agli occhi miei, come in una nebbia...

La voce del professore continuava, fra tanto, implacabile:

— Noi definiremo l'aneurisma un tumore pieno di sangue liquido e

coagulato, distinto, si noti, dal canale dell'arteria con cui esso

comunica e consecutivo alla rottura totale o parziale delle tuniche

arteriose. Voi conoscete, o signori, la conseguenza fulminante e

inevitabile...

Nella vita: novelle · 第 15 / 48 题