IL TOPO DI BIBLIOTECA.

Nel tardo autunno dell'anno 19.. il professor Fulai, appartenente allo

Stato Maggiore dell'alta cultura, era alquanto preoccupato.

Il signor Sigismondo Fulai era ancora un imponente uomo. La sua salute

era regolare; i suoi denti erano regolari e sorridevano con grazia e

sopportazione. La sua testa, benchè contenesse una biblioteca (un'altra

biblioteca del pari ordinatissima esisteva in casa, primo piano nobile,

verso giardino), incedeva eretta, con bel dondolamento. La sua voce era

pacata e soave, la sua pelle era rasata, le sue scarpe scricchiolavano

eleganti e sempre lucide per opera di Battista.

Battista (e non _il Battista_) era il nome del suo domestico, il quale

dava col piumino contributo alle schede; ed era giunto a conoscere i

libri della biblioteca dalle rilegature dei medesimi.

*

Ora per cause tuttora ignote, nel tardo autunno del detto anno, i topi

avevano invasa la biblioteca; quella del primo piano verso giardino; e

questa cosa era preoccupante.

Feroci, inafferrabili, questi malvagi topi avevano perpetrato guasti

notevoli. Un incunàbolo — ad esempio — , l'_Ars Moriendi_, con rarissime

silografie di Lorenzo Coster d'Harlem, era stato rosicchiato. V'era poi

il topo burlone, che era andato a mettere il nido proprio dentro

l'armadio della camera da letto del signor Professore, e da mezzanotte

all'alba, durava con uno sgretolamento così tenace che a giudicare dal

fracasso doveva essere un bestione come il gran Maligno. Durava tutta la

notte quel lacerante rumore, e se per caso cessava, ciò non avveniva che

per un raffinamento di crudeltà: appena il signor Professore si

assopiva, e lui ricominciava.

— Che ne dite, Battista, della mia congettura che sia lo stesso topo che

ha deturpato le silografie del Coster?

Molto egli odiava codesto topo, quasi come odiava quei falliti che

chiamavano lui _topo di biblioteca_; perchè il professor Fulai era

gentile sì, ma velenosetto.

Che se egli stava nelle biblioteche ed archivi, — come del resto il

chimico sta nel gabinetto e l'astronomo nella specula, — non si pensi

per questo che egli fosse come uno di quegli antichi nostri arruffati

umanisti che si diceano intenti a risuscitare i morti. Fulai era, anzi,

mondanetto, nè privo con le dame di amàbili arguzie: tutt'al più

riusciva ad addormentare i vivi.

*

— Battista, — diceva al suo fidato domestico, — questa invasione di topi

è preoccupante. Nell'armadio vi deve essere poi un enorme _mus

decumanus_.

— Signore, — diceva Battista, — la gatta della portinaia ha figliato. Mi

sono fatto tenere due micini che ancora prendono il latte. Attenda

qualche giorno, e poi vedrà che il solo odore del gatto manderà via i

topi.

— Voi credete?

— Certamente, e intanto provvederò con qualche trappola.

— Oh, egregiamente pensato! — disse il Professore.

E Battista collocò alcune trappole; due nella libreria ed una

nell'armadio, e le fornì di buon'esca.

Ora, una notte, il signor Professore sente che l'orribile rumore è

cessato di botto: poi sente un nuovo, ma piccolo, curioso rumore.

— Tu se' giunto! — esclamò dantescamente il signor Professore; e mette

fuori le gambe dal letto, infila le pantofole, apre la corrente della

luce, apre, infine, l'armadio e vede un piccolo _quid_ caudato, che

s'agitava vorticosamente attorno per la trappola.

Era il maligno topo! Possibile che fosse lui solo e così piccolo? Sì, un

solo, minuscolo topolino, perchè, spenta la luce, non si udì altro

rumore più.

— Apollo Sminteo non ti salverà, — pensò il signor Professore, e voleva

ora dormire: ma era ormai mattutino e i vetri segnavano il lividore del

giorno autunnale. Ah, possedere un nemico in gabbia, sia esso uomo o

topo, e poterne far strazio senza alcun pregiudizio, è tal cosa da far

perdere il senno. Il Professore scese dal letto, prese la trappola e,

alla luce del giorno, esaminò il suo nemico.

Il topolino si rivolse a preghi, e disse: “O Professor, per lo tuo

Iddio, non esser sì crudel!...„.

Ma il Professore prese un puntuto tagliacarte, e due o tre volte

trapassò le sbarre della trappola, ma non colse il suo nemico, onde ne

ebbe dispetto.

— Attendi e vedrai nuovo ludo! — disse, ed affocò il tagliacarte alla

fiamma di una candela; ma sebbene sapesse a menadito tutti i duelli di

Ranaldo e di Ferraguto, non riuscì neanche allora ad infilzare il

topolino.

Se non che il topo aveva, per sua mala ventura, la coda e questa

sporgeva fuori della trappola. Il Professore, che si era intanto

riscaldato nel combattimento, capì senz'altro il vantaggio che si poteva

ricavare da quella coda; e benchè con ribrezzo, la prese, tirò, ed

immobilizzò il topolino, che, intelligente anche lui, si agitava

furibondamente con la parte del corpo non immobilizzata per meglio

schermirsi; e intanto digrignava e scopriva l'apparecchio formidabile,

in tanta sua piccolezza, degli acuminati denti. Le due pupille, poi,

quelle due capocchie nere, balenavano la disperata rabbia. Ma il

Professore, al contrario dei cavalieri antichi che per onor di

cavalleria colpivano davanti, colpì di dietro perchè era più facile. Il

ferro rovente penetrò, e uscì allora da quel topo uno strido lacerante.

Il topo si abbattè: batteva convulsamente i piccoli denti. Sussultava

ogni tanto nel piccolo corpo, che si gonfiava e si comprimeva: poi i

sussulti cessarono.

Allora il signor Professore ebbe l'idea di uccidere un topo morto. Ma

“cortesia fu lui esser villano„!

Levò il topo dalla trappola, e sospèsolo per la coda, ne lasciò cadere

la testolina puntuta, orecchiuta, dai feroci baffi, su la fiamma della

candela.

Fu allora che il topo dimostrò al Professore che non è tutta fantasia

quello che si legge dei cavalieri antichi, i quali per quanto si

martellassero, non erano mai ben morti.

Al contatto della fiamma, il topo scattò, si rivoltò in su. Fu lesto il

Professore a lasciare andare la coda; ma più balenante fu la mossa del

topo, ed il Professore ebbe per un orribile istante la visione, e anche

la sensazione, dell'abominevole topo sospeso coi denti al suo dito

pollice.

*

— Battista, non avete voi dell'acido borico? — suonò questa insolita

voce nel corridoio silenzioso.

Battista, quando il signore chiamava, aveva ordine di portare il caffè

al signore, che lo sorbiva a letto; e di non parlare se non per qualche

speciale avvenimento meteorologico, successo durante la notte.

Ora quella mattina, Battista, accorrendo, vide il signore già alzato, in

mutande rosee, presso i vetri, occupato a scrutare il suo dito pollice.

No, egli non aveva dell'acido borico.

— Ebbene, recatevi alla più vicina farmacia e fatevi dare un potente

disinfettante.

Battista sparì, e poco dopo rientrò, ma desolato: il farmacista non

poteva dare potenti disinfettanti senza l'ordinazione del medico. Poteva

dare il _lysoform_; e Battista rientrava, infatti, con una latta

contenente il detto _lysoform, antisettico potente, di grato odore, non

velenoso: distrugge tigna, scabbia, scarafaggi, lumaconi_, come era

dichiarato nella dicitura. Il signor Professore lavorò con molta

pazienza intorno al suo dito pollice, con molto di quel disinfettante,

finchè Battista si permise di avvertire il signore che se voleva recarsi

all'inaugurazione del Sanatorio, era tempo di cominciare a vestirsi.

In quel giorno, infatti, alle ore dieci, si inaugurava il Sanatorio

provinciale dei tubercolosi con l'intervento di un sottosegretario di

Stato nonchè di tutti i personaggi rappresentativi della città e

provincia, in tuba e _redingote_. Il professore Fulai rappresentava

l'alta cultura e perciò anche lui doveva intervenire. Il senatore X***

si era spostato apposta da Napoli, ed avrebbe parlato. Una dozzina di

automobili impazienti trasportò queste tube e queste _redingotes_

attraverso il grigio della campagna spoglia, a dodici chilometri dalla

città, dove in una posizione, che tutti giudicarono “oh, splendida!„,

sorgeva il Sanatorio. Poi le tube nere e le _redingotes_ nere girarono

in lunga fila per le corsie, abbaglianti di bianchezza; ammirarono il

gran loggiato, esposto a mezzodì, esclamarono molte esclamative

ammirazioni, che significavano: “Come staranno bene qui i signori

tubercolosi!„. Quindi il senatore X*** fece un quadro grandioso della

tubercolosi o peste bianca. Portò dati statistici impressionanti,

rispetto ai quali le statistiche dei morti nelle grandi battaglie sono

una ben lieve cosa; poi entrò nella parte polemica, riguardante la cura

della detta infermità, e questa seconda parte entusiasmò il pubblico dei

sanitari.

Ma il professor Fulai era posseduto da un'insolita agitazione. Quelle

statistiche di morti, quelle piramidi di morti, quell'edificio bianco in

cui dovevano abitare i condannati a morte, gli producevano

un'insurrezione di immagini funerarie. Vedeva le logge popolate dalle

file dei tubercolosi immobili; la foresta funeraria dei pini; la spera

infaticabile del sole che gl'infermi saluteranno senza sapere se la

rivedranno ancora. Quella festosa polemica dei signori medici gli parve

una mostruosa cosa, una lacerante contraddizione.

In condizioni normali il professore Fulai non avrebbe avvertito nulla di

tutto questo: egli non sarebbe morto nè in guerra, nè tubercoloso:

dunque la cosa non lo riguardava. Tutt'al più sarebbe morto come

Francesco Petrarca, con un codice in mano, per effetto di un soffio

soave, come si spegne una candela.

Ma in quel giorno egli non si trovava in condizioni normali, e perciò

percepiva cose che comunemente non si percepiscono. Gli pareva che gli

dolorasse il dito pollice.

Che strana agitazione crescente! Ah, finalmente è finita quella lugubre

conferenza: finalmente egli si può muovere! Vede che tutte quelle

_redingotes_ sono festanti; tutti vanno a complimentare l'oratore. Ma

Fulai guarda il sole che, dal basso arco del cielo, rompe la bruma

autunnale, si proietta su la gran corona nera dei pini, sull'edificio

bianco.

Al ritorno, in automobile, egli si trovò proprio di fronte al

commendatore G***, direttore del laboratorio farmacologico

dell'Università. Il commendatore G*** era molto infervorato con un suo

collega a commentare il discorso del senatore X***: “Straordinario! —

diceva. — Vero, professore (si rivolgeva a Fulai), che anche dal lato

letterario, è stato uno splendido discorso?„.

Ma la presenza di quel farmacologo e batteriologo aveva suscitato nel

professor Fulai una smània spasmodica di interrogarlo su la esistenza

dei microbi; come infettano l'organismo, come si procede alla

disinfezione, alla cauterizzazione in caso di morsicature;

sull'efficacia del _lysoform_.

— Ah, il _lysoform_? — Tutti quei tre medici ridevano ironicamente sul

_lysoform_. — Molto efficace, commercialmente.

— Allora la cauterizzazione? — domandò Fulai.

— Io non credo che tale pratica sia raccomandabile, — rispose l'illustre

farmacologo. — Vi sono dei _virus_ che, appena trenta ore dopo

l'innesto, sono già passati irremissibilmente ai centri....

— Ma scusi, commendatore, io ho letto che il torrente sanguigno si muove

con una maggiore lentezza.... — si permise Fulai di osservare.

— Ma non tutti i _virus_, caro signore, si propagano attraverso il

sangue. Il _virus rabbico_ si propaga, ad esempio, attraverso i nervi e

non attraverso il sangue. Le morsicature nelle parti scoperte, come la

faccia, o i polpastrelli delle dita, che sono ricchissimi di filamenti

nervosi, permettono la invasione dei centri in meno di trenta ore. Oh,

Dio! io non posso mica fare un trattato di batteriologia qui in

automobile....

Il professor Fulai non parlò più: non per effetto di quelle parole, cioè

che il “_virus rabbico_ si propaga attraverso i nervi„ ma per uno _choc_

gelido, immobilizzante. Da quello _choc_ — come da nube nera nel cielo —

si scatenò un ciclone. Era un'idea unica cresciuta d'improvviso, a

dismisura: mostruosa idea che girava attorno vorticosamente nella

scatola cranica di lui, come il topo nella trappola: girava sradicando,

traendosi dietro tutte le idee della vita consueta. “Ferma!„ diceva

Fulai. Orribile tortura invisibile! Non poteva fermare. Non esistevano

più freni nella scatola cranica.

A casa, l'ottimo Battista aveva preparato la solita igienica e delicata

colazione; ma la zuppa raffreddava: e tre volte blandamente aveva

bussato alla porta dicendo:

— Signore, è in tavola.

Ma il Professore era con le pupille fisse su di un dizionarietto, dove

era scritto: _Rabbia (Rabies): malattia virulenta, comune all'uomo e a

certi animali, cani, lupi, gatti, ecc., manifestantesi con sintomi

nervosi, poi con sintomi di depressione e terminante con la morte._

— Battista! — si sentì chiamare Battista con voce insolita, — avete voi

trovato un topo morto nella mia camera?

— Sì, signor padrone.

— E dove è?

— È nella _pattumera_.

— Ebbene, quel topo bisogna ritrovarlo nella _pattumera_ e portarmelo, —

disse con raccapriccio, — e se non ci riuscite voi, chiamate un uomo

dell'arte.

Battista, dopo mezz'ora di lavoro fra le immondezze, aveva trovato.

— Ah! bene. Non voglio vedere: mettete in una scatola.

Poco dopo un uomo usciva frettolosamente di casa: esso portava la sua

morte nella tasca del suo paltò.

*

Il basso edificio rosso, nuovo, dove era scritto in grandi caratteri:

_Istituto Antirabbico_, sorgeva in mezzo ad un giardinetto, appena fuori

della vecchia porta daziaria.

Fulai suonò ad una porticina che era semiaperta. Si presentò una pingue

donna con le braccia nude e tutta coperta da un lungo camice bianco.

— Il dottor R*** c'è?

— C'è, ma non so se possa ricevere.

— Portate, portate questo, — e diede il biglietto di visita.

La donna scomparve: il Professore rimase solo nella stanza, bianca,

nuda, soffocante dal calore e dall'odore dell'etere: nel mezzo, su di

una lastra di vetro, sorgeva un apparecchio, e dentro l'apparecchio era

fissato un coniglio, vivo, scorzato e sanguinante sul mezzo del cranio.

Fulai rabbrividì.

— Entri pure: riceve, — disse la donna.

La donna tornò al lavoro del coniglio.

Nel salottino attiguo dove entrò, il Professore vide il giovane elegante

dottor R*** che si levava dal suo tavolo e diceva:

— A che debbo l'onore, signor Professore?...

Il Professore mostrò, per sorridere, tutti i denti bianchi. Volle

parlare stando in piedi. Aveva un gran convulso.

— Un caso strano, — disse, — egregio dottore, un caso da romanzo, anzi

da novella fantastica. (Proprio quello fra i generi letterari, per cui

il signor Professore nutriva il maggior disprezzo.)

Egli dovette ben raccontare tutto, e tutto era giustificatissimo quando

si pensi che i topi gli avevano rosicchiato quel prezioso incunàbolo

dell'_Ars Moriendi_ con le silografie di Lorenzo Coster d'Harlem.

— Va bene, ma scusi, — disse il dottore, che pur essendo assai giovane,

parlava, o pareva al signor Professore che parlasse con una odiosa

meticolosità dolciastra, proprio come lui, Fulai, era abituato di

parlare, — come ha fatto questo topo a morderla?

— Io lo presi per l'appendice caudale, credendolo morto.

— Ma lei non doveva, mi perdoni, prenderlo per la coda! In altri

termini, lei ha martoriato l'animale....

Era mortificante che un uomo così grande dovesse confessare di aver

martoriato un animale così piccolo, ma siccome nella mente del

Professore stava inchiodato il tremendo sospetto che i maltrattamenti

avessero potuto provocare nel topo lo sviluppo della rabbia, così fu

costretto a confessare.

— Il volgo crede infatti, — disse il dottorino, — che i maltrattamenti,

la sete, l'astinenza sessuale possano ingenerare la rabbia. Ma non è

opinione attendibile.

— E allora? — chiese il Professore, che, per la prima volta in sua vita,

si vedeva mescolato col volgo.

— Allora per trasmissione, cioè per innesto. Bisognerebbe, quindi,

supporre che il topo di cui si ragiona, fosse stato, alla sua volta,

morsicato da un gatto già infetto, il che si presenta poco verosimile.

— Ma non è inverosimile, — azzardò timidamente Fulai.

— Non è inverosimile, — confermò il dottorino con una calma esasperante;

eppure la calma era fra le virtù più pregiate da Fulai.

— Sì, ma l'origine prima del _virus rabbico_?... — domandò Fulai; e

quelle due parole, _virus rabbico_, gli davano una pena che non le

poteva proferire: si arrestava spaventato davanti a quelle due parole,

come davanti ad un abisso.

— Quanto all'origine, — disse il dottorino con un sorriso a labbra

sigillate, — lei ne sa più di me: _felix qui potuit rerum cognoscere

causam_, come dice Lucrezio.

La citazione era per triplice verso inesatta, ma a Fulai — quel giorno —

non importò niente.

— Quando è così, dottore, io posso essere autorizzato a credere che la

rabbia possa svilupparsi negli animali irragionevoli anche sotto

l'azione di qualche strazio fisico....

— Se le fa piacere, può anche credere così....

— Piacere...; scusi, anzi mi fa dispiacere: ma siccome non è del tutto

irrazionale, dato il punto oscuro dell'origine di questo male, così ero

venuto da lei per avere una prova indiscutibile, una prova di

gabinetto....

— Ah, se le fa piacere, ben volentieri; ma occorre un reperto

batterioscopico....

— Inoculare un coniglio come quello che ho visto là? — chiese il

Professore inabissando di nuovo nel suo folle terrore.

— Noi possiamo agire anche in modo più sollecito, — disse il dottorino

con compiacimento, lisciando la barbetta — , possiamo fare l'esame

istologico; guardare se nel cervello si trovano i così detti corpi del

Negri. Ma converrebbe avere il materiale di perizia....

— Il topo?

— Già; ma in buona conservazione. Se la putrefazione ha invaso più o

meno il pezzo di esame, la prova si presenta malsicura.

— Il fatto è avvenuto stamane....

— Oh, allora andiamo benissimo.

Che strana sensazione quell'avverbio _benissimo_ in un caso così

tragico! Ah, gli insensibili uomini della scienza! Eppure anche lui,

Fulai, godeva della sua insensibilità nel sezionare con la critica le

anime dei morti.

Il Professore porse l'orribile cartoccino. Il dottore lo svolse, scoprì

il topo, lo guardò con piacevole curiosità.

— Si direbbe che sia stato anche bruciacchiato — disse guardando con

occhi di indagazione, di sotto in su, il professor Fulai.

— È stato il domestico.

— Ah, bene. Allora passi o mandi qui domattina, e le sapremo dare la

risposta che lei desidera.

*

Quando fu la dimane il dottorino arrivando con placido ritardo

all'Istituto, trovò il Professore che andava su e giù davanti

all'ingresso. Balbettava, era curvo, aveva due lividi sotto gli occhi:

le pupille erano lucide, il rossore del viso, malsano: balbettava, dico,

convulsamente.

— Ma lei, scusi, — disse il dottorino, — mi pare alquanto agitato.

— Sì, un po' agitato, — disse Fulai sforzandosi di sorridere.

— Non mi meraviglia: è un caso dei più frequenti. Noi abbiamo oggi in

cura quarantacinque morsicati, e tutti da cani riconosciuti idrofobi,

che vengono qui, allegri, indifferenti....

— .... allegri, indifferenti? — ripetè automaticamente il Professore.

— Ma certo! I più sono di campagna, gente che ha il bene di non pensare.

Capita invece l'individuo che ci pensa, e sopravvengono allora i più

strani fenomeni di autosuggestione. Timore del tutto infondato! Pensi;

sopra tremila persone curate nel nostro Istituto, le statistiche non

dànno che due insuccessi, cioè una mortalità di zero, zero sessantasei

per cento.

— E se io fossi il terzo insuccesso? — domandò Fulai, a cui solo il suo

caso stava a cuore.

— Il suo caso? Benissimo!

— Ha visto?

— Adesso vediamo. Così vede anche lei.

La donna paffuta, dalle braccia nude e dalla tonaca bianca, lavorava

attorno ad un altro coniglio: prese dalla scansia e porse al dottore un

piccolo vetro. Andarono di poi, il dottore e Fulai, di là nel gabinetto.

— Ora vediamo, ora vediamo.

Il dottorino si levò, appese il suo _raglan_, depose la sigaretta nel

piattellino, scoprì un lucido istrumento, un microscopio; adattò, girò,

guardò.

Era spaventosamente calmo quel piccolo uomo.

— Ebbene? Ebbene? Ebbene?

— Come le dicevo ieri, niente; reperto negativo.

Il professor Fulai da ventiquattro ore si trovava in uno stato che non è

facile dire: intanto quell'idea folle e turbinosa nella scatola cranica;

poi tutti gli organi come inchiodati, serrati, frenati che non agivano

più, gli organi della respirazione, della digestione: per contrario

l'organo del cuore andava disperatamente come un cavallo che ha preso la

mano al guidatore, e le pupille gli si erano sbarrate sì che non poteva

dormire. Oh, un ben deplorevole stato! Ora quando il dottorino disse:

_reperto negativo_, sembrò che quella idea folle che girava nel

cervello, fosse scomparsa per effetto di magìa, come scompare un

pipistrello (che è una specie di orribile topo) dal soffitto di una

stanza dove è penetrato e dove gira vorticosamente: e insieme provò la

sensazione deliziosa degli organi, che, serrati, gli si aprissero: vi

entrava l'ossigeno, la gioia di vivere.

Ma fu un attimo solo; per sua mala ventura gli saltò in mente di

chiedere: — Matematicamente?

A questa domanda il volto del dottore si concentrò, un po' cupamente,

con grande terrore di Fulai che lo spiava.

Il dottorino, benchè in un'altra branca dell'umano sapere, era seguace

dello stesso metodo che seguiva il signor professore Fulai nelle sue

ricerche d'archivio: nulla affermava senza il documento.

— Ebbene, l'esame istologico negativo, — disse gravemente il dottorino,

— non è bastevole. Conviene innestare una cavia o un coniglio, avere la

pazienza di attendere da un minimo di venti giorni ad un massimo di

quattro mesi, sissignore, quattro mesi! e dopo possiamo dire

_matematicamente_. Scusi, professore, ma lei ne vuol sapere più di noi

che ci viviamo in mezzo?

Una tenue disputa si accese tra i due scienziati: l'uno aveva studiato

le carte, le cartapecore, le pergamene, i codici, i papiri; l'altro

aveva studiato i pezzi anatomici, i nervi, i parenchimi, i vari cocchi a

catena, a lancia, a bastone, a virgola: aveva lavorato col microscòpio:

ma nessuno dei due aveva studiato quella grossa bestia che è l'uomo; non

la avevano osservata con gli occhi più adatti, cioè con gli occhi

semplici, gli occhi puri, quelli che ha dato Iddio; perciò la disputa

fra i due scienziati fu alquanto acerbetta.

— Ma, illustre professore, — disse il dottorino, — io le dico: “si

fidi!„. Ma lei vuole il documento matematico; ed io non glielo posso

fornire, nessuno glielo può fornire se non da qui a quattro mesi, e per

l'appunto così....

Per l'appunto in quel punto la donna dalle braccia nude recava un

coniglio nero, penzoloni per le orecchie. Una specie di crisma

sanguinoso e mortale era segnato fra le due orecchie. Il coniglio fu

collocato dalla donna in una gabbia dalle forti sbarre di ferro, dove si

mosse vivacemente, anzi si mise subito a mangiare. Il dottore vi incollò

un cartellino con la data: 28 novembre 19.., e disse: — Se lei,

professore, viene qui, tra otto giorni, vedrà questo coniglio che non si

muove più, che non mangia più. Se invece mettiamo in gabbia un altro

coniglio, inoculato col cervello del suo topo, da qui a quattro mesi lei

lo trova ancora vispo, allegro, come è questo qui, adesso. Io ne sono

convintissimo; ma matematicamente, scusi, matematicamente, io come

scienziato non lo posso dire, e lei non lo può pretendere.

— Quando le cose stiano così, — disse il professore Fulai, — facciamo la

prova matematica, così io, dopo, sarò anche più tranquillo....

— Benissimo, ed io farò innestare un bel coniglio, — disse il dottorino.

— Io la ringrazio della sua gentilezza, e mi abbia per iscusato se mi

sono espresso un poco vivacemente.

Il dottorino accompagnò il Professore sino alla porticina di servizio:

lì attese che il Professore varcasse il cancelletto del giardino. Al

quale limitare come il Professore fu giunto, si voltò e fece un bel

saluto col cappello; il dottorino dal limitare fece, alla sua volta, un

altro bell'inchino, e la porticina lentamente si chiuse.

*

Il professor Fulai camminò da prima speditamente. Era nella via di

circonvallazione: dai grandi plàtani cadevano a terra le foglie, secche,

gialle.

Allora per la prima volta Fulai guardò le foglie secche che si

staccavano dai plàtani, e un verso, come il cavalier della morte, sbarrò

il passo a Fulai in mezzo al viale.

Era un verso d'Omero:

A che dimandi del mio lignaggio?

Qual delle foglie, tale è la stirpe degli umani....

Egli, Fulai, conosceva la questione omerica, ma solamente quel giorno

trovò che Omero aveva un contenuto diverso dalla questione omerica.

Omero, con i suoi occhi spenti, gli sbarrava la via. Strano! Omero, che

non è mai esistito, sbarrare la via!

_A che dimandi del mio lignaggio? Qual delle foglie, tale è la stirpe

degli umani._

“Tutti senza nome, allora? Tutti come le foglie, allora? Le foglie, le

foglie! Cumuli di letame diventan le foglie; poi altre foglie nuove,

come dice Omero.„

E le rinnova

la frondeggiante selva in primavera.

“Ma io sto bene come sono: non voglio rinnovarmi, io!„ E ricordò gli

antichi monaci che, già vivi, buttavano via il loro nome. Tutti senza

nome, come le foglie. Anche Dante quando bussò al monastero, non disse

suo nome.

*

Ma a casa, il professor Fulai era aspettato.

Il giovane professor Leviathan, assestatuzzo della persona, ma badiale

intelletto, era la sua pianta spirituale: era stato inviato a Madrid

donde aveva riportato tre varianti di un codice; era stato a Berlino,

dove aveva arricchito la propedèutica dantesca con il contributo _su la

trìsava di Dante, Dante's Urgrossmutter_. Leviathan differiva da Fulai

forse in questo, che Fulai nei ponderosi volumi si trascinava sempre il

paludamento delle eleganze cinquecentesche, mentre Leviathan procedeva

scientifico e perfettamente ostrogoto.

Ed ora Leviathan attendeva, in collaborazione con Fulai, a colmare una

vera lacuna studiando i rapporti intercedenti tra Federico Nietzsche e

Giacomo Leopardi.

Ma quel giorno Fulai non sentì voglia di collaborare; anzi sentì un

disgusto immenso, più che ad immergersi nel _Dugento_. Nietzsche e

Leopardi erano bensì alla superficie del tempo; ma ora soltanto si

accorse che quei due giovani formavano un gruppo tràgico nell'amplesso

della morte.

— Ne parleremo un altro giorno, caro Leviathan.

— Sta forse poco bene, illustre maestro? — domandò la voce dolce di

Leviathan.

— Un po' di emicrania, infatti.

— Si vede dagli occhi, illustre maestro.

— Lucidi forse?

— Oserei dire, — disse Leviathan, — brillanti e scintillanti.

*

— Brillanti e scintillanti?

Leviathan se ne era andato, e Fulai si trovò solo con questa disperata

domanda: “Che cosa devo fare io?„.

Il polso batteva novantasette pulsazioni al minuto; e stare fermo, non

poteva; e aveva un peso nel cervello, quasi ci fosse stato messo un

contrappeso di piombo che tenesse per forza sbarrate le pupille, come

nelle teste di porcellana delle bàmbole mettono un contrappeso di piombo

perchè tenga sbarrate le pupille. “Via, andiamo in Biblioteca!„ Ma poi,

quando si trovò all'angolo di via B*** e vide scritto in bronzo

_Biblioteca Nazionale_, ebbe paura. L'idea di studiare gli dava

avversione profonda, come ad uno scolaro negligente. Ma se prima gli era

cosa tanto piacevole! Il suo tavolo verde, nella gran sala della

Biblioteca, con tutti i volumi volumoni, volumini, era religiosamente

rispettato. Era quello il suo regno, dove, al suo entrare, tutti

chinavano la testa.

La sua scarpa scricchiolava signorilmente su la passatoia; un bisbìglio

lusinghiero feriva talvolta i suoi orecchi: “Quello è Fulai„. Al suo

tavolo, i distributori, cameristi silenziari, deponevano incunàboli,

codici cartacei e pergamenacei. Ma quel giorno Fulai guardò con terrore

i codici cartacei e pergamenacei.

Gli pareva di mettersi lo scafandro per calarsi a dieci, quindici metri

di profondità; dieci, quindici secoli nell'oceano del tempo defunto: nel

_Dugento_! Vedeva tutti i morti delle età morte, vivi: così come il

palombaro vede i giganteschi cadaveri entro una nave naufragata.

Ma sino a quel giorno Fulai non aveva visto nel tempo che fu, che dei

morti! Ora vedeva dei vivi. Allontanò con ribrezzo gli occhi dai libri.

Girò attorno gli occhi con gli occhiali d'oro.

Vide i soliti studiosi, vide i giovani studenti che studiavano devoti

secondo le sue indicazioni. Lo studente A*** era curvo su la tesi di

laurea su _Le storie dì Alfonso del Barbicone_; lo studente B*** (un

pretino) collazionava con delicatezza le epistole latine che un tempo

non eran di Dante, ma adesso tornavano ad esser di Dante; la studentessa

C*** languiva su gli aurei trattati _De Mascalcia_.

Ma a Fulai non parevano studenti veraci; sì bene talpe. Scavavan

cunicoli in fondo ai secoli per arrivare a rodere cattedre.

La studentessa C*** vedendo il maestro con gli occhi levati, osò

alzarsi, osò accostarsi, osò domandare se era meglio dire _gli itali

petti_, o gli _itàlici petti_.

Fulai non rispose: la guatò con occhi torbi e domandò:

— È ancora vergine lei?

— Oh, signore!

E la poverina se ne era tornata al suo banco,

— Portatemi, portatemi un testo, — aveva detto Fulai al distributore, —

su la rabbia canina.

E il distributore era tornato a lui recando un libro, legato in

pergamena: _Dissertazione fisico-medica del signor Boissier de Sauvage,

medico consigliere del re di Franza, su la natura e causa della rabbia,

nella quale si ricerca quali possino essere i Preservativi e Rimedi,

aggiuntovi un trattatello su gli animali velenosi d'Italia, dal franzese

in italiano tradotta e commentata, con licenza dei superiori._

— Ma chi vi ha detto di portarmi questi vecchiumi? — disse il professor

Fulai.

E siccome il professor Fulai non parlava mai _tumido ore_, così il

distributore stupì, e tutti alzarono la testa sentendosi rimbrottare

nella sala riservata.

— Non si arrabbi, signor commendatore, — bisbigliò il distributore.

Fulai non fe' motto: aprì i vecchi cartoni, e i suoi occhi caddero su

questo capitolo: _Aperture de' cadaveri.... Il cervello ed il principio

del midollo spinale più secchi del solito, il cuore secco._

Rabbrividì. Voltò pagina e lesse: _il veleno della rabbia fa i suoi più

grandi effetti nelle gorgozzule...._

Forse il gorgozzule....

Si sentiva stringere il gorgozzule; e uscì dalla biblioteca non con

l'usato passo.

“Andiamo al _tea-room_.„ A quell'ora al _tea-room_ c'è la contessa Bosis

con la senatoressa D***. Esse prendono il tè con i _petits-fours_, o

_pasticcetti_ — come correggeva il professor Fulai. — Esse sono molto

intellettuali e ammirano le arguzie del professor Fulai. Ma l'idea di

dover stare fermo in quel salottino abbacinante di stucchi ed oro, stile

_Louis kenz_ (diceva la contessa; _decimoquinto_, correggeva Fulai), gli

era cosa penosa come fare il palombaro nella Biblioteca. Quel lucido

degli specchi e degli stucchi gli dava terrore: sentiva che non avrebbe

potuto inghiottire i pasticcetti, o _petits-fours_ (che per lui oramai

era indifferente come chiamare) per effetto del gorgozzule.

Egli, Fulai, ritrovò allora se stesso che camminava frettolosamente per

il gran viale deserto dei plàtani, fuori di porta. Ma non Leviathan, non

la contessa, non la Biblioteca Nazionale erano le cose a cui pensava. La

cosa a cui pensava, a cui solo pensava, a cui non poteva fare a meno di

pensare era quell'idea turbinosa di essere idrofobo. “Io sono un

professore idrofobo.„ “Ma è pazzia pensare così!„ diceva e faceva dire

dalla sua ragione, arrestandosi ogni tanto. Ma non si arrestava l'idea

turbinosa. C'era come un demonio spaventosamente logico che poneva

davanti alla sua ragione tutti i casi delle possibilità, in quanto che

“di una morte o di un'altra, non ti pare che si debba morire, professor

Fulai?„ diceva quel demone.

Davanti a lui la doppia fila dei gran tronchi dei plàtani si perdeva

nello sfondo grigio della sera cadente senza luce di vespero. I lumi

della città si scorgevano dall'altra parte già lontani, come un'aureola

di biancore, un riverbero delle luci elettriche. Ma egli era ben lontano

dalla città! “Io sono corso sino qui come un cane randagio„ pensò. Un

enorme ribrezzo lo colse a questo paragone che inconsapevolmente avea

concepito. Volle tornare indietro; ma aveva paura delle luci elettriche

della città come del buio fra i plàtani. Un lumino brillava davanti.

Forse era il casotto dei dazieri. Sarebbe arrivato sino là. Avrebbe

parlato coi dazieri. Ma il lume si faceva sempre più lontano: era un

fanale che si moveva lentamente. Allora si sovvenne che quel viale

conduceva al cimitero. _Fanale, ferale, feralis!_ Radice: _bar, fero, io

porto: la bara!_ Un'orrenda mistura filologica. Si ricordò di quelli che

non possono più dormire nel proprio letto, e vanno volontariamente a

dormire sotto quei cipressi. Voltò, e si mise a correre disperatamente

verso la città.

*

— Oh, ma lei, signor padrone, è tutto bagnato; lei è uscito senza

ombrello, — disse Battista, quando il signore rientrò nel suo alloggio.

— Infatti, ho dimenticato l'ombrello: sparecchiate, Battista, perchè ho

già pranzato in casa del senatore. Vi volevo telefonare, caro Battista,

ma poi me ne sono dimenticato. Scusate, caro Battista.

Era la prima volta che Battista udiva _caro_ davanti a Battista. Che

stia poco bene?

— Sta poco bene, signor padrone?

Fulai certo era padrone, anzi sultano, anzi in Italia, il paese bigotto

delle libertà, Fulai esercitava la tirannide dove solo la libertà è

bene: sopra la intelligenza! Guai a chi non era intelligente della

intelligenza di Fulai! Fulai dolcemente, clandestinamente tagliava la

via: ma inesorabilmente. Oh, era ben padrone Fulai! Ma quella sera gli

suonò strana la parola “padrone„.

— Battista, è ben accesa la lampada nella mia camera da letto?

Ma quella parola _lampada_, _lampàs-lampàdos_, gli richiamò alla mente

la paràbola delle sette vergini sagge e delle sette vergini fatue. Esse

lo attendevano, sul limitare, con le lampade levate, _perchè noi non

sappiamo nè l'ora nè il giorno_. Ma è tutta lugubre la letteratura? Egli

non se ne era mai accorto.

Spense la lampada; ma le tenebre erano incresciose al pari della luce.

“Bene! vediamo un po': che male ho io? Paura! Di che cosa ho io paura?

Di morire.„ Anche morire come Francesco Petrarca con un libro in mano

non gli piaceva più, adesso. E poi Petrarca aveva settant'anni, e poi

lui era un'altra cosa; lui credeva, ad una cosa che non è la morte, a

Maria Vergine, _ch'accolga il mio spirto ultimo in pace_. Come era

lugubre del resto anche quel poeta lì! “Quando sarò arrivato a

settant'anni, ne parleremo. Pensare che ieri mattina ero così

tranquillo, così felice! Cosa mi venne in mente di toccare quel

maledetto topo?„ Il professor Fulai aveva una gran voglia di dare molte

percosse alla sua persona. “Tu, piuttosto, non devi aver paura!„ —

disse, e accese la luce, e balzò dal letto, e puntava il dito contro se

stesso, nel mezzo della notte, in abito da notte, contro se stesso,

riflesso in mezzo della specchiera. Ma quel suo gesto gli parve

pazzesco. _Erebus et Terror_ stavano davanti a lui. Era la lùcida

bottiglia sul comodino. Gli pareva di non poter bere. Fulai invocò

_Logos_ e _Bulè_, la _Ragione_ e la _Volontà_ contro _Erebus et Terror_.

Ma la Ragione girava attorno come uno scarabeo a cui fu strappata

un'ala; e _Bulè_, la Volontà, era ferita.

“Quando verrà il sole, — disse la Ragione a Fulai, che non ne poteva più

dalla stanchezza, — allora, forse, _ Erebus et Terror_, i due mostri,

scompariranno.„ Venne infine la luce del sole.

La Ragione potè prender campo. Ma due lividi enormi stavano sotto le

pupille del professor Fulai a testimoniare dell'orribile notte

trascorsa.

*

Una forza strana sospingeva il professor Fulai verso l'Istituto

Antirabbico. Era cosa assurda, grottesca: ma egli non aveva più pudore

di nascondere la sua miseria. Quel coniglio! tutto il mondo per lui era

quel coniglio. Idea ossessionante: Chi sa come stava quel coniglio?

— Come sta il mio coniglio?

— Benissimo, illustre professore, — disse il dottorino.

— Lei crede che non morirà? Intendo dire di morte idròfoba.

— Mai più.

— Io sto molto male, dottore, — e raccontò la sua notte insonne.

— Terrori dei letterati, — disse il dottorino.

Fulai, veramente, era scienziato e non letterato: il dottorino non

distingueva le due funzioni, ben distinte, di critica e di arte. Ma quel

giorno non ci badò.

Il dottorino era gaio.

— Illustre professore, — disse — , c'è proprio di là nel gabinetto il

professor X***. Gli racconto il suo caso, lo faccio visitare. Attenda un

istante.

L'allegro dottorino non aspettò nemmeno la risposta. Piantò Fulai in

anticamera.

Il professor X**** direttore della Clinica universitaria; un Padre

Eterno anche lui, un uomo che conosceva per quali fessure entrano

_Erebus et Terror_ nel cervello, un uomo che addomesticava la _Volontà_

e la _Ragione_, un uomo che conosceva bene il cervello come lui Fulai

conosceva bene il _Dugento_. Due illustri, dunque, due Padri Eterni che

si erano spesso salutati a distanza. Fulai non aveva mai pensato di

cadere sotto la giurisdizione di quell'uomo.

Se avesse avuto volontà, Fulai sarebbe fuggito. Ma non aveva più

volontà.

— Illustre professore, venga, — disse il dottorino. Fulai lo seguì.

Il professor M*** era lì. Fulai si sentì avvolto nella virile canizie di

quell'uomo. Lo sentì parlare con dolcissimo sorriso. Un balsamo di

parole.

Mai Fulai aveva rivolto la parola ai letterati e poeti, morti e vivi,

con tanta dolcezza.

Lo stupirono anche le parole di lui.

— Caro collega, — disse, — il nostro dottore (e accennava il dottorino)

pecca dell'entusiasmo dei neofiti. Mi permetto di parlare così perchè fu

mio scolaro. Egli vive chiuso nel laboratorio, ed ha l'illusione di

guardare gli uomini mentre questi in realtà sono lontani. In verità egli

non guarda che cavie e conigli. Lo sperimentatore di laboratorio non

prende dalla natura ciò che egli vuole. Più modestamente: lo

sperimentatore imita la natura quanto meglio può. Ora le malattie degli

uomini sono tutt'altro che gli esperimenti che noi vogliamo. È la natura

che ci impone le malattie, e noi, per tentare di imitarle, dobbiamo

prima un po' sapere in che consistano e a quali leggi soggiacciano.

Certo queste leggi esistono; ma sono ardue a conoscere ed impongono a

noi medici la più gran modestia di pretese. _Subtilitas naturae

subtilitatem argumentandi multis partibus superat._ Questo le dico per

spiegarle come quel _matematicamente_ che il mio amico ha proferito

ieri, era esatto per i conigli, ma poco esatto per l'uomo. Di scienze

perfette non ne esistono. Ma al primo errore di quel malaugurato

_matematicamente_, ne fu aggiunto un secondo: egli non doveva

accondiscendere a far innestare il coniglio. Il coniglio innestato fu

come la porta per cui è entrato, non il _virus rabbico_, ma il terrore

del _virus rabbico_ in lei; il quale terrore, del resto, è una malattia

non meno reale che la rabbia canina. Anzi oggi, che, grazie alle

immortali osservazioni di Luigi Pasteur, la rabbia è curabile, creda che

la paura è male ben più temibile.... Ah, lei sorride, professore?

Fulai sorrideva: gli pareva di star bene.

— Ma c'è di più: se nel sospetto ci fosse stata un'ombra solo di

possibilità, il mio amico dottore le poteva proporre sùbito e come

estremo di precauzione, la cura Pasteur. Perchè non l'ha fatto? Per un

ragionamento istintivo, per cui lui era convinto che nel suo caso non

esiste infezione.

Così parlò il gran maestro canuto.

Ma Fulai in quel momento non istava più male, o almeno così allora gli

pareva. Certo aveva sofferto un orribile male, e raccontò dell'immenso

stupore che era in lui; cioè come attraverso una piccola scalfittura, se

pure scalfittura ci fu, cagionata dal dente di un topo, fosse potuta

entrare nel suo cervello un'idea così spaventosa. Quale è l'abitazione

nel cervello di un'idea così spaventosa? E come può un'idea far tremare

un uomo? vietargli ogni altra attenzione? rendergli nero il sole?

impedirgli la volontà? il sonno? il sorriso?

E Fulai raccontò ancora:

— Il mio cervello era prima come un paesaggio svizzero, tutto mondo,

tutto ordinato con cura; ma adesso è diventato un paesaggio su cui già

passo l'uragano, la tempesta, la guerra, la morte. L'idea di morire

arrabbiato ha sconvolto tutto ed in un modo indecente per un uomo

rispettabile come io credo ancora di essere. Certo quel genere di morte

per idrofobia deve essere orribile; ed io lo ho escluso, valendomi a un

dipresso del ragionamento che lei ha fatto, dottore. L'idea un po' va, e

poi torna. Torna con l'insistenza dell'antico demonio nell'animo degli

asceti d'altri tempi. Dice: “Con permesso„. Ed è entrato già. “Guarda,

mi dice, che anche Morgante che era un gigante, è morto per il morso di

un granchiolino.„ Ma quella, dico io, è una fola di Luigi Pulci. “Sì, è

vero; ma non ricordi nel _Giornale del Vespero_ quel bel racconto di

tanti anni fa di quel signore americano che morì idrofobo per una

carezza di un suo cagnolino?„ Ma è una combinazione dell'uno sul

milione. “Sì, hai ragione: tu probabilmente non morirai idrofobo. Però

ammetti, Fulai, che di una morte devi pure morire!„ E questa idea mi si

annida allora nel cervello e non se ne vuole più andare.

Ma v'è di peggio: tutti i miei placidi libri mi incutono un'idea

spaventosa del tempo. Dante è un abisso, e mi fa paura. I codici del

_Dugento_ mi incutono terrore.

Io vedo il tempo materialmente: lo vedo in forma di un abisso senza

fondo. Me ne sta davanti la spaventosa etimologia: tempo, cioè _l'andata

senza fine_, _l'eterno che tutto assorbe_. Gli uomini hanno immaginato

certe eleganti divisioni del tempo, cioè evo, cioè le ore, le olimpiadi,

le calende, i mesi; come in certi edifici si mettono dei diaframmi per

evitare il capogiro guardando in giù: ma in realtà è tutta una

continuazione; e l'abisso rimane. Questi versi del Leopardi, che prima

leggeva indifferentemente:

E mi sovvien l'eterno,

E le morte stagioni.

adesso mi dànno un senso di raccapriccio. Come faceva quel ragazzo del

Leopardi a scrivere queste spaventose cose senza morire?

Era un gran pazzo o un gran savio? Era fisiologico o era patologico,

Leopardi? È fisiologico l'_essere_ o il _non essere_? Se non fosse

questa mia lingua bianca e questo mio polso convulso, direi che è

fisiologico _non essere_. Quel coniglio! La mia vita è quel coniglio!

Il gran vecchio sorrideva. Come faceva piacere a Fulai quel sorridere

che pure era derisione delle sue parole!

— Caro collega, — disse, — la nostra scienza terapèutica va poco più in

là di un purgante e di un calmante. Bene io vorrei violentare certe

leggi di natura; eppure anch'io, come il più modesto dei sanitari, non

ho a mia disposizione che un calmante o un purgante. Ma nel suo caso

speciale, abbiamo un rimedio a sua disposizione: visiti ogni tanto il

suo coniglio. Già che l'amico dottore ha fatto il male di farlo

innestare, faccia la penitenza di farglielo visitare.

— E lo troverò sempre in ottima salute?

— Matematicamente.

*

Andò a casa quasi saltellante, Fulai. Il dottore gli aveva levato la

_bua_.

Come quando diceva: “Mamma, mamma, vieni!„. Ed egli vide la sua mamma,

nel tempo lontano, quando lui era un bambino piccino; e la sua povera

mamma gli voleva tanto bene, lo curava dei suoi mali, mali piccoli, mali

dòcili. Li faceva andar via.

Così aveva fatto anche ii dottore canuto. La Bontà! Che strana parola!

Una parola che le mamme dicono ai bimbi, e poi scompare.

— Sì, caro Battista: oggi sto realmente meglio e noto che questo brodino

è un poco leggero.

— Allora posso fare, signore, una bistecchina _sautee_ o “saltata„, come

vuol lei.

— Bravo, Battista: una piccola bistecca, o saltata o _sautee_ che poi è

lo stesso; e un gocciolino di Barolo. Sapete, Battista, che questo

Barolo è molto ben conservato? Voi siete un servo modello, Battista, un

uomo buono, non è vero, Battista? Battista, assaggiate anche voi di

questo eccellente Barolo.

“Professore, — disse una silografia di mastro Lorenzo Coster, che

illustrava quel prezioso incunàbolo sull'_Ars Moriendi_ — vogliam fare

qualche meditazione?„

“Al diavolo! — disse Fulai — io mi voglio dare alla pazza gioia.„

*

Al mattino Fulai si destò: aveva dormito molto, ma senza incubi.

La stipsi si era risolta un po', e Battista condivise al proposito la

soddisfazione del signore, anzi si permise di osservare:

— Quando avrà il beneficio di prima, starà come prima.

*

— Sì, infatti la cupa cupola di piombo che era sul suo cervello, si

veniva squarciando: appariva il sereno. Ma perdurava tuttavia una strana

oscillazione nelle idee. Si provò a leggere, ma non poteva studiare, non

poteva fissare. La sua testa era prima come un ordinatissimo,

tranquillissimo schedario. Ora invece ogni scheda si era gravata della

sua profonda significazione: accanto ad ogni scheda era un uomo vissuto

già nel tempo; v'era la sua fatica, la sua opera: e tutte queste

infinite opere formavano un enorme peso, e tutto questo peso formava una

spaventosa leggerezza: _Vanitas!_

Ma il suo pensiero correva là, all'Istituto Antirabbico, dove c'era il

coniglio.

Per star bene aveva bisogno di vedere il coniglio.

Il dottorino non c'era: c'era solo la donna dal camice bianco e dalle

braccia nude.

Ella disse:

— Proprio abbiamo innestato un bel coniglio bianco. Vedrà come è vispo,

come mangia!

— Ah, sì? è proprio vispo? proprio mangia?

Gli pareva, ecco, di tornare a star meglio ora che aveva udito questo.

Scesero giù in una specie di sotterraneo.

— Dio! cos'è quella cosa sanguinante, là? — chiese atterrito Fulai.

— La testa di un cane, signore. Oh, ne arrivano ogni giorno. Lei è

troppo sensibile.

— Sì, io sono molto sensibile.

— Ecco qui, — disse la donna aprendo una porticina.

Era una stanza grigia, gelida, con tutte gabbie di ferro all'intorno: in

ogni gabbia c'era un coniglio o una cavia; tutti, tutte, con quel crisma

sanguinante sul cranio.

— Ecco, signore, questo qui comincia, disse la donna.

— Che cosa? Comincia che cosa?

— La paralisi. Vede? — Ed essa, con un bastoncello fra le sbarre,

sollevava la bestiola giacente; ma questa non poteva star ritta e

ricadeva pesantemente. — Quest'altra qui comincerà domani, — proseguiva

colei metodicamente.

— Ma se mangia!

— Mangia, ma vede? Vede che non corre più? Oh, buttiamo via questo.

(C'era in una gabbia un coniglio stecchito, che faceva da pavimento ad

un altro, sovra accovacciato.)

— No! no! — disse Fulai. — Quello vivo può uscire. Poi non temete voi

che vi morda?

— Ci sono abituata, — disse la donna, e introdusse il braccio nella

gabbia, e ne tolse quella cosa stecchita e arruffata, che buttò su di un

mucchio di segature.

Quella donna gli parve più coraggiosa di Marfisa, di Camilla.

— E il mio coniglio?

— Ecco qui il suo coniglio.

— Ah, il mio coniglio, — disse Fulai distratto sino allora da tutti

quegli istrumenti di vita e di morte. — Il mio coniglio! Dio! ma se è

accoccolato là in fondo come gli altri! — esclamò rabbrividendo.

— Sì, ma vede che begli occhi, che bel pelo liscio? E poi guardi: Pipin!

È il più bello della conigliera, e lo chiamiamo Pipin!

E toccatolo appena col bastoncello, il coniglietto si mosse, tutto

vivacemente.

— Mangia! — esclamò Fulai pieno di ammirazione e di felicità.

— Guardi: non ha più crusca.

Fulai respirava benone. Vedeva il suo coniglio con le orecchie ritte, e

invece tutti quegli altri conigli si stavano con le orecchie storte,

mogie, tutti arruffati, orribili, immoti.

— Muoiono così?

— Così.

— Allora tranquilli.

— Oh, le cavie, — disse la donna, — si mordono, anche, fra loro. Guardi,

guardi quelle due cavie che mordono le sbarre!

— E gli uomini fanno lo stesso? Voi ne avete visti?

— Ah sì! È brutto. Molte volte bisogna legarli. Dicono loro stessi:

“Via! via! che adesso mordo„.

Fulai si sentiva come un laccio alla gola. Voleva fuggire e voleva

sapere. Domandò:

— È vero che hanno paura dell'acqua?

La donna era dotta e tranquilla:

— Veda, signore, basta molte volte il solo rumore del rubinetto aperto,

una corrente d'aria, per dare le convulsioni.

Fulai non si sarebbe mai staccato da quel lugubre luogo. Volle sapere

tante cose.

— Tutti i cani che mandano qui sono arrabbiati?

— Ah, sì, quasi tutti. E poi guardi le cavie e i conigli: essi glielo

dicono.

— Ma il mio no, eh? nevvero?

— Già, tutti, fuori del suo.

— Ah bene! Ma agli altri, a quegli uomini che fanno la cura, lo dite voi

che il coniglio è morto o sta male?

— Non diciamo niente. Già i più sono contadini o bambini, che non lo

sanno nemmeno.

— E se qualcuno lo sa? e se qualcuno vuol vedere?

— Non lo facciamo mica venire qui. Viene lei perchè ha il permesso del

professore.

— E quelli realmente ammalati, guariscono con la cura Pasteur?

— Tranne quelli che muoiono, guariscono tutti.

Fulai diede una bellissima mancia alla donna.

Ma andandosene, disse:

— Sentite, la mia brava donna, voi non potreste collocare il mio

coniglio in una stanza più bella, con un po' di sole? Capirete, in

questo buio, in questa specie di cantina, potrebbe fare

un'indisposizione di altro genere, e questa cosa mi darebbe disturbo. Io

vi ricompenserò assai bene se tratterete il mio coniglio con tutti i

riguardi.

*

Battista la mattina ebbe l'ordine di lasciar correre l'acqua per il

rubinetto.

— Macchè, non mi fa nessuna impressione. Io sto benissimo!

E anche a bere Barolo nel cristallo lucido non gli faceva impressione.

“Benissimo! Ma è veramente vergognoso che un uomo che ha sempre avuto

coraggio, deva ora avere tanta paura. Ma confronta il tuo caso, —

diceva, — con quello di Dante! Tutti contro di lui, che se lo trovavano,

te lo bruciavano vivo e senza remissione, e lui contro tutti; e te li

scaraventa all'inferno i suoi nemici fra quelle fiamme cantanti, senza

paura di nessuna querela per diffamazione; e poi va solo a cercare

l'eterno, il nirvana, l'assoluto, Dio, lui, solo! e naviga l'oceano

spiritale, con tutte le vele spiegate.„

O voi che siete in piccioletta barca,

Tornate a riveder i vostri lidi!

E gli pareva che Dante mandasse indietro lui, e i suoi Leviathan.

“Allor va tu, che sei saggio e valente, — disse Fulai a Dante, — va tu a

cercare Dio. Io ancora preferisco stare qui.„

Oh, andava meglio, molto meglio il professor Fulai; e più il tempo

passava, più andava meglio. Quando poi passarono finalmente quegli

ottanta giorni, andava benissimo. Egli era tornato un uomo normale come

prima: forse un po' più di prima scrupoloso della sua persona, della sua

pelle, della pulizia, dell'igiene; ma per il rimanente, uguale a prima.

La biblioteca, quella entro la testa, non gli pesava più come una corona

di piombo; le schede erano tornate lievi come foglie, appena agitate

dall'auretta.

Forse Battista, interrogato, avrebbe potuto rispondere che il signore si

era fatto un tantino anche più pedante.

— Ma, Battista, — diceva Fulai con la sua voce in falsetto, — sapete che

quei due gatti, sporcano molto per casa? E quel coniglio poi!

Perchè Fulai, animo riconoscente, aveva voluto ricompensare Pipin, il

coniglio, della sua gentilezza nel non essersi mai ammalato, in quegli

ottanta giorni di passione, che Fulai aveva durato.

Perciò lo aveva sottratto alla certa morte di laboratorio, lo aveva

accolto in casa; ma sporcava, come sporcava per casa quello stupido

Pipin dai tondi occhi rossi.

— Caro Leviathan, — diceva Fulai all'autore della propedèutica _Dante's

Urgrossmutter_, — creda che non ci vuol molto a diventare come Leopardi.

È una storia che le racconterò.

*

Ma sporcava, sporcava quello stupido Pipin dagli occhi rossi.

Novelle d'ambo i sessi · 第 5 / 26 题