_Come messer Piero cavalcò sino sulle porte di Pisa battendovi moneta
d’oro e d’argento._
A dì 17 del mese di maggio, messer Piero da Farnese capitano de’
Fiorentini con duemilacinquecento cavalieri, e molti balestrieri e
altra fanteria si partì dal castello d’Empoli, e dirizzossi verso
Pisa, e il detto dì s’alloggiò sopra la Cecina intra Marti e Castel
del Bosco, il seguente passarono il fosso, a malgrado di trecento
uomini da cavallo che erano nel detto Castello del Bosco, e per la sera
s’accamparono a Ponte di Sacco, e valicarono di loro in Valdicalci e a
Caprone, facendo gran danni d’arsioni di ville e manieri. Proseguendo
il capitano sue giornate verso Pisa arse il resto del borgo di Cascina,
e tutto insin presso a Rignone e Borgo delle Campane ardendo tutto,
e quivi fermato mandò a’ Pisani il guanto della battaglia, di poi
lo giorno di Pasqua novella il capitano colle schiere fatte si mosse
verso le porte di Pisa. Messer Amerigone Tedesco con sessanta barbute
si mise innanzi a tutti gli altri, e cavalcò verso le porte di Pisa,
e trovò cento barbute de’ nemici con assai gente da piè, e loro fedì
addosso arditamente e li ruppe, in soccorso de’ quali uscirono di Pisa
dugento uomini da cavallo, i quali volsono indietro messer Amerigone,
al cui soccorso si mise messer Otto Tedesco con cento barbute e
rivolse messer Amerigone, e fatta aspra zuffa i Pisani furono rotti;
allora uscì di Pisa il potestà con seicento barbute e molto popolo,
e ruppono i nostri, e presono i detti due conestabili con alquanta
loro brigata. Messer Piero ciò veggendo come di soperchio ardito,
con trecento barbute di gente eletta, lasciandosi al soccorso la sua
gente grossa presso colle bandiere, con tanto animo si mise sopra i
Pisani che li ruppe e fè volgere, i quali per la gran calca non potendo
entrare per la porta molti se ne misono per l’Arno, de’ quali assai
n’annegarono. Molti presi ne furono, e tanti e tali che i soldati più
tosto vollono i prigioni, che paga doppia e mese compiuto, e assai ve
ne furono morti di quelli del baldanzoso e scondito popolo. Ciò fatto
il capitano a Rignone e allo Spedaluzzo fè battere moneta dell’oro,
e d’argento, e di quattrini: in quella d’argento sotto i piè di san
Giovanni sta una volpe a rovescio. E in quell’ora per i Pisani alla
richiesta della battaglia fatta per messer Piero risposto fu, che alla
battaglia verrebbono a tempo e a luogo; onde fatti per lo capitano
due cavalieri, messer Guglielmo di Bolsi, e messer Giovanni di......
sonate le trombe si fè dipartenza; e mentre che la gente che rimasa
era alla retroguardia, mandati dinanzi a sè gl’impedimenti da Rignone
e dal Borgo delle Campane si partia, gente da piè e da cavallo de’
Pisani vi sopraggiunse, e perchè quivi erano cavalieri novellamente
fatti non vollono fuggire. Nello strettissimo luogo della via, il quale
quivi la natura del luogo leva in alto, quindi l’Arno colle sue ripe
fortifica, furono i nemici da’ nostri aspettati, e subito con gran
grida s’abboccarono insieme con fiera e ontosa battaglia. I nostri
nel principio dubitarono, e crollaronsi: messer Guglielmo cavaliere
novello con la lancia uno levò da cavallo, onde premendo lui co’ nostri
sopra i nemici, quelli che in qua e in là scorreano ripresi furono, e
da capo facendo resistenza lungo tempo si combatterono con dubbiosa
vittoria. Alla fine la virtù de’ nostri crebbe, e soprastette, de’
quali l’Arno molti ne prese, e inghiottì molti pedoni nello stretto
da piè, di cavalli guasti e magagnati: molti ne furono presi, molti
morti, nè prima fu fine alla fuga, che giunsono sulla porta di Pisa.
Quivi fu il grande scalpitamento, ed ivi li scorridori mescolati con i
nemici quasi si metteano nella porta, intra i quali era un trombettino
del nostro comune, il quale sonando, fu di saetta che venne dalle
mura ferito, e cadde da cavallo, allora i nostri per studio d’avere
il giglio del trombettino, perchè il segno non venisse alle mani de’
Pisani, agrissimamente si combatterono, ove oltre a venti dei nemici
furono morti e molti fediti, e la tromba col segno del trombettino
fu ricoverato: de’ nostri ne furono morti..... e otto presi, intra i
quali furono i detti due cavalieri novelli. Alla fine divisa la zuffa i
nostri a salvamento si ritornarono al campo, il quale era fermo a san
Sevino dalla parte sinistra sopra la riva dell’Arno, che san Sevino
era bene guardato; ed essendo molto del dì nelle dette cose consumato,
levate le schiere i nostri s’alloggiarono la sera nella villa di
Peccioli, e per la fatica del giorno stettono senza guardia, solo che
delle spie: il dì seguente il capitano rimandò della gente a cavallo e
a piè verso Pisa a fare quel danno poterono.