CAP. LIV.

_Come messer Piero cavalcò sino sulle porte di Pisa battendovi moneta

d’oro e d’argento._

A dì 17 del mese di maggio, messer Piero da Farnese capitano de’

Fiorentini con duemilacinquecento cavalieri, e molti balestrieri e

altra fanteria si partì dal castello d’Empoli, e dirizzossi verso

Pisa, e il detto dì s’alloggiò sopra la Cecina intra Marti e Castel

del Bosco, il seguente passarono il fosso, a malgrado di trecento

uomini da cavallo che erano nel detto Castello del Bosco, e per la sera

s’accamparono a Ponte di Sacco, e valicarono di loro in Valdicalci e a

Caprone, facendo gran danni d’arsioni di ville e manieri. Proseguendo

il capitano sue giornate verso Pisa arse il resto del borgo di Cascina,

e tutto insin presso a Rignone e Borgo delle Campane ardendo tutto,

e quivi fermato mandò a’ Pisani il guanto della battaglia, di poi

lo giorno di Pasqua novella il capitano colle schiere fatte si mosse

verso le porte di Pisa. Messer Amerigone Tedesco con sessanta barbute

si mise innanzi a tutti gli altri, e cavalcò verso le porte di Pisa,

e trovò cento barbute de’ nemici con assai gente da piè, e loro fedì

addosso arditamente e li ruppe, in soccorso de’ quali uscirono di Pisa

dugento uomini da cavallo, i quali volsono indietro messer Amerigone,

al cui soccorso si mise messer Otto Tedesco con cento barbute e

rivolse messer Amerigone, e fatta aspra zuffa i Pisani furono rotti;

allora uscì di Pisa il potestà con seicento barbute e molto popolo,

e ruppono i nostri, e presono i detti due conestabili con alquanta

loro brigata. Messer Piero ciò veggendo come di soperchio ardito,

con trecento barbute di gente eletta, lasciandosi al soccorso la sua

gente grossa presso colle bandiere, con tanto animo si mise sopra i

Pisani che li ruppe e fè volgere, i quali per la gran calca non potendo

entrare per la porta molti se ne misono per l’Arno, de’ quali assai

n’annegarono. Molti presi ne furono, e tanti e tali che i soldati più

tosto vollono i prigioni, che paga doppia e mese compiuto, e assai ve

ne furono morti di quelli del baldanzoso e scondito popolo. Ciò fatto

il capitano a Rignone e allo Spedaluzzo fè battere moneta dell’oro,

e d’argento, e di quattrini: in quella d’argento sotto i piè di san

Giovanni sta una volpe a rovescio. E in quell’ora per i Pisani alla

richiesta della battaglia fatta per messer Piero risposto fu, che alla

battaglia verrebbono a tempo e a luogo; onde fatti per lo capitano

due cavalieri, messer Guglielmo di Bolsi, e messer Giovanni di......

sonate le trombe si fè dipartenza; e mentre che la gente che rimasa

era alla retroguardia, mandati dinanzi a sè gl’impedimenti da Rignone

e dal Borgo delle Campane si partia, gente da piè e da cavallo de’

Pisani vi sopraggiunse, e perchè quivi erano cavalieri novellamente

fatti non vollono fuggire. Nello strettissimo luogo della via, il quale

quivi la natura del luogo leva in alto, quindi l’Arno colle sue ripe

fortifica, furono i nemici da’ nostri aspettati, e subito con gran

grida s’abboccarono insieme con fiera e ontosa battaglia. I nostri

nel principio dubitarono, e crollaronsi: messer Guglielmo cavaliere

novello con la lancia uno levò da cavallo, onde premendo lui co’ nostri

sopra i nemici, quelli che in qua e in là scorreano ripresi furono, e

da capo facendo resistenza lungo tempo si combatterono con dubbiosa

vittoria. Alla fine la virtù de’ nostri crebbe, e soprastette, de’

quali l’Arno molti ne prese, e inghiottì molti pedoni nello stretto

da piè, di cavalli guasti e magagnati: molti ne furono presi, molti

morti, nè prima fu fine alla fuga, che giunsono sulla porta di Pisa.

Quivi fu il grande scalpitamento, ed ivi li scorridori mescolati con i

nemici quasi si metteano nella porta, intra i quali era un trombettino

del nostro comune, il quale sonando, fu di saetta che venne dalle

mura ferito, e cadde da cavallo, allora i nostri per studio d’avere

il giglio del trombettino, perchè il segno non venisse alle mani de’

Pisani, agrissimamente si combatterono, ove oltre a venti dei nemici

furono morti e molti fediti, e la tromba col segno del trombettino

fu ricoverato: de’ nostri ne furono morti..... e otto presi, intra i

quali furono i detti due cavalieri novelli. Alla fine divisa la zuffa i

nostri a salvamento si ritornarono al campo, il quale era fermo a san

Sevino dalla parte sinistra sopra la riva dell’Arno, che san Sevino

era bene guardato; ed essendo molto del dì nelle dette cose consumato,

levate le schiere i nostri s’alloggiarono la sera nella villa di

Peccioli, e per la fatica del giorno stettono senza guardia, solo che

delle spie: il dì seguente il capitano rimandò della gente a cavallo e

a piè verso Pisa a fare quel danno poterono.

Cronica di Matteo Villani, vol. 5 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 162 / 217 题