Che bella sera, che tramonto fatto per i pittori e per i poeti!
Il paesaggio appariva e non appariva.
Le forme incerte somigliavano a nubi; nubi che cambiavano i profili e
i colori ad ogni batter di ciglio.
Il presbiterio era immerso in una nebbia diafana, inargentata dalla
luna.
Cantavano le cicale e cantavano i grilli. I prati erano costellati di
lucciole, e Bazzetta zuffolava una canzone che era in gran voga a quei
tempi.
Mi sentivo triste, una indicibile malinconia mi circondava come un
abito bagnato.
Dissi al farmacista:
--Non incomodatevi più a lungo; il pranzo del sindaco vi aspetta, ci
rivedremo stasera.
Non se lo fece dire due volte.
--A stasera, ripetè, dandomi cordialmente la mano; e svoltò per un
viottolo.
Ma era stabilito dal destino che in questo giorno io non potessi
starmene solo co' miei pensieri.
Inciampai in due bambini, accocolati sulla soglia del presbiterio.
--La signora Mansueta, mi disse il più alto dei due, o dorme o non ci
vuole aprire. E il papà che ci ha detto di venire, e che è su dal
signor curato?
--Suona un'altra volta, disse il più piccolo.
Suonai io, e Baccio fu tosto ad aprirmi quella memorabile porticina.
--Oh! bravi ragazzi, sclamò: siete aspettati. Su, su, Don Luigi vi
vuol vedere.
E, mettendo un dito sulle labbra coll'aria di un cospiratore, mi
sussurrò all'orecchio:
--Sono gli orfanelli della povera Gina; non sanno che la sia morta; ci
penserà Don Luigi--intanto il pranzo è preparato.... Resti
servito....
--Come sta il signor curato? Si può vederlo?
--S'immagini; le farà un regalo.
E il buon uomo mi condusse fino all'uscio della camera del curato.
--Non le faccia parola del sindaco, mi disse, e si accommiatò.