XII.

E un dramma sognai, molti drammi sognai, come appena ebbi raggiunto il

letto e chiusi gli occhi che, dopo tante emozioni, ne avevano davvero

bisogno.

La famiglia De Boni, il terribile Sindaco, l'abatino, il caffè di

Zugliano, il signor Intendente, quel misterioso De Emma, passarono nel

mio cervello come in una lanterna magica, a due, a tre, a quattro,

isolati, tutti insieme. mischiandosi, urtandosi, fuggendosi,

fondendosi, come un _imbroglio_ degno delle più romantiche _giornate_

uscite dalla fantasia di Calderon de La Barca o di Lopez de Vega.

Sicchè, quando la luce del giorno venne a svegliarmi, mi alzai balordo e

rannugolato peggio di un autore che ha passato la notte guardando la

punta asciutta di una penna di acciaio. Il tempo mi teneva bordone.

Quale spettacolo mi si offerse quando spalancai le imposte! O sole, o

beatitudine diffusa il dì prima sull'universa natura! Più nulla! Il

cielo, di un grigio plumbeo ed uniforme avea fatto una discesa sulla

terra; esso nascondeva le cime dei monti i quali parevano un altipiano

fuggente in una linea retta senza soluzione di continuità, tracciata per

il passaggio di un convoglio ferroviario. Più in giù di quell'immensa

coperta bianca, erravano, squarciandosi alle cime arruffate dei pini,

alcune nuvole vaporose che mutavano forma ad ogni minuto secondo,

fiocchi di soffice cotone dispersi da un ventilabro invisibile. Aveva

piovuto certo buona parte della notte; ogni foglia, ogni virgulto era

una conca piena di goccie che ad una ad una, a intervalli uguali,

faceano capolino all'orlo, si allungavano in forma di pere, staccavansi

e precipitavano. Quelle migliaia e migliaia di stille facevano un rumor

sottile, indefesso, impercettibile quasi, e che non ha nome nel

vocabolario di nessuna lingua, Ora, pioveva ancora; ma, per

accorgersene, era necessario affissar lo sguardo su qualche cosa di

oscuro. Le fronde pendevano immote; pure, di tratto in tratto, un alito

leggiero di vento le scoteva mollemente; ciò ricorda quei respiri più

lunghi del solito che sollevano a distanza di parecchi minuti il petto

di chi dorme dopo una buona digestione, e che sembrano uscire per

attestar che la vita palpita tuttavia sotto la completa immobilità. I

passeri aggruppati in crocchi malinconici si scambiavano dalle folte

macchie degli onici il loro cicaleccio di semicrome e di semiminime

affastellate, ma senza brio, senza vivacità, come per non tradir

l'abitudine; e la rondine volava dalla campagna alla gronda, spossata, a

malincuore, come un impiegato che vada all'ufficio col dolor di capo.

Giungeva dalle convalli il belato lamentevole delle capre e degli

agnelli in collera col trifoglio bagnato; le giovenche, più parche di

fiato, rispondevano ogni tanto con un lungo muggito che somigliava a

una raccomandazione di aver pazienza.

Sulla strada costeggiante il muro del giardino, quella dove il dì

prima si erano fermati a colloquio il Sindaco e il farmacista, sbucò

d'improvviso una truce apparizione: un uomo con una cassa a spalle,

una cassa da morto. Egli camminava a fatica sotto il peso, il quale, a

tutti gli alberi che incontrava, ne scoteva, urtandovi, uno scroscio

di goccie di pioggia che prevenivano così quelle dell'acqua

benedetta. L'uomo, ad ogni nuovo scrollo, usciva in una bestemmia.

M'accorsi allora delle campane che suonavano pei funerali della povera

Gina.

Ed io che il dì innanzi, a quella finestra, aveva nell'anima un

carnevale di rime!

Discesi, e trovai preparata la tavola per la colazione.

--Tre posate? chiesi a Baccio che ripuliva, strofinando e soffiando,

il mobiglio.

--Ma sicuro; uno voi, due il signor Bazzetta e tre il signor De Emma.

--Il signor De Emma! sclamai, balzando come se mi si fosse posta sotto

i piedi una lastra rovente. Ma chi è il signor De Emma?....

--Eh! Come non lo sapete? Il signor medico..... quello che ho condotto

a casa io, ieri sera. Siccome faceva un tempo del diavolo,--voi non

ve ne siete accorto perchè chi sa come avete dormito..... non

potevate tener gli occhi aperti,--e che la veniva a rovesci, si è

deciso a passar qui la notte. E a momenti verrà a tenervi compagnia.

Io era colpito dal fulmine. Pronunciando quel nome, Baccio mi aveva

rubato, tradito, assassinato! Io che sognavo nello sconosciuto,

nell'innominato di Zugliano, un fantastico personaggio da romanzo a

sensazione, un grande colpevole o una grande vittima costretta dalla

fatalità a ricoverarsi nella solitudine e nell'ombra, mi trovava in

faccia al mio ideale rimpicciolito nella casacca di un semplice

medico! Mi si calava la tela sul più bello del primo atto, mi si era

carpito il denaro del biglietto d'ingresso! Addio curiosità, addio

interesse! Povero Bazzetta! E che noiosa giornata mi si parava

d'innanzi!

Meditavo sul mio avverso destino, quando un rapido movimento di Baccio

mi fe' volgere la testa malinconicamente china al pavimento. Come se

un cenno imperioso lo avesse chiamato, lasciò la granata e un cencio

che avea fra le mani e con quelle sue gambe affusolate fu nel giardino

in due salti. Lo seguii istintivamente, ma mi arrestai tosto, udendo

la voce di Bazzetta che, nascosto dietro lo spigolo, parlava a bassa

voce al campanaro, a due passi dalla finestra.

--Ricordati bene di quanto ti dico. Non pronunciar mai, in presenza

del forestiero, nè il nome, nè il cognome del dottore. Se ti occorre

parlargli, di' «signor dottore» e basta. Hai capito? Lo so io il

perchè.... è una celia, una improvvisata che voglio fare. Siamo

intesi.

Bazzetta doveva essere un ben noto burlone, e Baccio molto abituato

alle sue gherminelle, per rispondergli con perfetta semplicità, come

alla cosa più naturale del mondo, un asciutto:

--Va bene.

Questa ingiunzione confidenziale, ghermita così senza intenzione, mi

rasserenò. Ah! caro Bazzetta, pensaci, tu mi vuoi serbare da abile

drammaturgo, il piacere di una sorpresa,--e,--briccone!--non tanto per

procurarmi una emozione quanto per interesse tuo, darti spasso di

me. A noi due, la partita è doppia, e vedremo chi sarà il più

furbo. Intanto ecco in mancanza del mistero, un intrighetto _extra

machina_, che condirà per bene, ed a mio solo profitto, il resto del

tuo racconto.

--Bravo il mio Baccio, siamo a tempo? sclamò il farmacista, entrando.

--Manca il signor dottore.

--Ci sono.

Il signor De Emma entrò e sedemmo.

Non si trovarono mai riuniti al medesimo desco, tre commensali più

imbarazzati, e più incerti del loro contegno. Risparmierò quindi di

ricordarmi i discorsi o meglio i monosillabi che furono scambiati in

quella mezz'ora di pasto frugale, dopo il quale il medico si

accommiatò e sparve sulla sua rozza per la porta da cui era giunto la

sera.

Bazzetta mi invitò ad uscire per prendere una «boccatinina» d'aria, e

visitar poi la sua farmacia dove,

--Noi due soli, soggiunse ammiccando gli occhi, in santa pace, con un

vinettino bianco che vi piacerà, faremo di passar la giornata alla

meglio.

--Dite che la passeremo a meraviglia se mi continuerete la storia del

Sindaco. Ardo dal desiderio di conoscere finalmente il misterioso

signor De Emma da voi dipintomi con sì bizzarri colori.

--Si continuerà, rispose Bazzetta, e la sua faccia furba fu solcata da

un sorriso che voleva dire: «se tu sapessi come ti godo!»

Quanto al sorriso che nascosi io alla meglio, e che fortunatamente

potè sfuggire a Bazzetta, imagiginatevi voi che cosa dicesse.

Eravamo giunti a metà del sagrato su cui il piede scivolava per l'erba

bagnata che divideva in quadrati innumerevoli le pietre, levigate e

lucide come cristallo.

--Ah! me n'ero scordato! sclamò il farmacista fermandosi di botto; c'è

il funerale di quella povera creatura!

E mi additò la strada in faccia a me, ed il villaggio da cui sbucava

una lunga processione davanti a cui s'alzava pencolando ora a destra

ora a mancina, un sottile crocifisso abbrunato.

--Converrà ch'io ci assista, seguitò il Bazzetta: sapete, nei piccoli

paesi bisogna conformarsi..... e poi... il vedovo mi deve una somma

rotondettina,--sei mesi di malattia,--coglierebbe il pretesto della

mia mancanza al funerale per lesinar sul conto e portar il saldo

alle calende greche. Questi montanari, sapete, uh! sono più furbi di

noi. Voi, del resto, non importa, se non vi piace, potete

tralasciare....

--No, no, vi tengo compagnia.

--Allora poniamoci qui in disparte, a vederli passare. Entreremo in

coda.

Ci levammo il cappello; il funebre corteo era giunto sul sagrato.

Quella smilza croce pencolante, dalle cui estremità orizzontali

pioveva ogni tanto una goccia di pioggia sui gomiti allargati del

portatore, pareva salutar tristamente da una parte e dall'altra,

davanti e di dietro con moti sussultorii ora rapidi ora solenni, come

fa chi cammina dopo aver troppo bevuto.

Il portatore era un vecchio piccolo, magro, serio, maestoso, e da uomo

che compie in pubblico un ministero glorioso e invidiato,--e sudava

come una spugna compressa. Venivano dietro di lui don Gaudenzio

coll'aspersorio in mano, alzato in alto come una sciabola, e un

chierico che portava con evangelica rassegnazione una delle più belle

gobbe ch'io abbia mai viste. Poi, a due a due, i terrazzani di ogni

età, d'ogni statura, ma assimilati, grandi e piccoli, giovani e

vecchi, da una specie di cotta rossa scendente fino quasi agli stinchi

e sormontata da una pellegrina che avrebbe dovuto esser bianca, e qua

e là l'era e non l'era. Salmodiavano, spalancando enormemente la

bocca, guardando in cielo con occhi bovini e indietro di tanto in

tanto, per compiacersi della funzione e per veder se il convoglio

cresceva o diminuiva. Di sotto alla tunica uscian loro i calzoni di

frustagno e le enormi scarpe inzaccherate. Alcuni, fra i giovani, i

quali probabilmente avean comprata o ereditata quell'uniforme

medioevale da qualche confratello di statura più alta della loro, la

sorreggevano dandosi l'aria di non parere, appoggiando una mano

sull'anca o nascondendola fra le pieghe. Di tanto in tanto la fila che

si stendeva sul sagrato colle sinuosità di una biscia, veniva

scomposta dalla sbadataggine di qualche ragazzotto, sulla testa del

quale, pronto come il baleno, cadeva uno scapellotto sonoro, se non

era un urtone infittogli per di dietro da qualche ginocchio poco

cavalleresco.

Il feretro sorretto da quattro robusti montanari, probabilmente i

parenti della defunta e del vedovo, si avanzava col movimento delle

navi che pendono troppo in avanti. Era coperto di un drappo nero, ai

lati del quale scorgevansi delle figure dipinte circondate da fregi

ricamati in oro. sbiadito. Non una corona, non un fiore su quel povero

cadavere disteso.

Son troppi rozzi quei poveri iloti del lavoro e del sacrificio per

intendere e apprezzar le dolcezze simboliche di cui la società posta

più in alto circonda lo spettacolo del feretro e della tomba. Sul

legno volgare dei loro cataletti essi non sanno che spargere lagrime;

non sanno che lasciar crescere l'erba selvatica sulle loro fosse senza

cippi e senza iscrizione, ma che i dolenti rintracciano come guidati

da uno istinto pietoso o come se udissero una voce che li chiamasse da

sotterra.

Non so perchè le donne, che seguivano in gran numero il feretro, non

erano disposte in fila a due a due, come gli uomini. Forse perchè

erano desse le veramente afflitte: e il dolore si ribella alle leggi

dell'ordine. Quasi tutte singhiozzavano; molte avevano il grossolano

fazzoletto turchino e rosso sugli occhi, parecchie, le fanciulle in

ispecie, portavano in tutta la persona, i segni di una angoscia

pensierosa e profonda.

L'umile corteggio, composto di poco meno di un centinaio di persone,

era chiuso da altri terrazzani che, non appartenendo alla

Confraternita, si erano messi i loro giubboni della festa; e in mezzo

a loro, correndo innanzi e indietro, fra le gambe e gli ombrelli

chiusi, una masnada di ragazzetti scamiciati pei quali quella riunione

di gente era una festa tanto più gradita perchè era una soprappiù

delle solite del calendario.

La bara deposta, i _Fratelli_, divisi in due schiere, andarono ad uno

ad uno a collocarsi dietro l'altar maggiore. Tutti gli altri si

gettarono in ginocchio. Squillò sottilmente un campanello. Don

Sebastiano uscì a dir la messa: il coro intuonò le funebri

litanie. Otto grosse candele ardevano intorno alla morta, e la cera

gocciolava agglomerandosi lunghesse in grosse e bizzarre stalattiti,

che Baccio, in ciò assai più decoroso dei sagrestani di città, si

guardava bene di andar a raccogliere. Alcuna di esse, staccandosi di

un tratto, andava a cader sui bossoli di metallo; ciò produceva un

rumor secco e forte che faceva alzar qualche testa piamente china, e

bisbigliare e farsi dar del gomito i ragazzi. Il prete salutava il

tabernacolo, si curvava, si rialzava, spalancava le braccia; dal coro

giungevano gli _ora pro ea_, or gutturali or in tono sostenuto, a

uguali intervalli.

Uno sprazzo di pallida luce illuminò d'improvviso un angolo della

chiesa, e tosto svanì; una porta laterale si era aperta e

rinchiusa. Un uomo era entrato, che non si fece il segno della croce,

non piegò il ginocchio, ma si addossò alla parete e vi restò ritto

come una statua. Soltanto che uno scrollo lo scoteva ogni tanto da

capo ai piedi; allora si passava una mano sulla fronte e poi tentava

di farsi ancor più istecchito, come se volesse penetrare nel muro che

lo sosteneva.

Un sordo mormorìo, come s'ode nella foresta quando una corrente

d'acqua è vicina, era corso da un capo all'altro di quella folla

inginocchiata.

--È il marito della povera morta, mi disse all'orecchio Bazzetta.

In questo, Baccio attraversò difilato la chiesa, nella direzione di

quell'uomo; ma costui come se lo vide vicino, alzò un braccio e parve

dare un comando a cui fosse impossibile non obbedire. E infatti,

l'onesto campanaro si arrestò di botto, stette un istante come

indeciso, poi chinò il capo e ritornò sui proprii passi.

Quando furono finite le esequie e mentre la processione avviavasi

verso il cimitero, ne feci uscir Baccio con un cenno, e gli chiesi:

--Che cosa vi ha detto quell'infelice?

--Va via! mi ha detto, va via, e con una voce che mi ha fatto gelare

il sangue nelle vene. E sì che le mie erano buone intenzioni; volevo

strapparlo da quella scena.... Va via, mi ha detto, come a un cane!

Non so quale attrazione irresistibile mi spingeva a rientrar nella

chiesa. La costeggiai, per non dar nell'occhio a nessuno, e vi

rientrai infatti, ma piano piano, a passo di lupo, come se fossi per

commettere un delitto--dalla porticina da cui era apparso il vedovo.

Quale scena, gran Dio!

Egli era sulla soglia della sagrestia, ai piedi di Don Sebastiano

ancor coperto degli abiti con cui aveva officiato, e gli stringeva e

gli baciava le mani e gli si avvinghiava al corpo, gemendo, interrotto

da rantoli e da singhiozzi:

--Oh! per l'amore del cielo! Buon prete del Signore, aiutatemi a non

morire in grazia dei miei poveri bambini. Vedete... ho pensato tutta

notte che mi sarei gettato anch'io dentro nella fossa e l'avrei

abbracciata così forte quella cassa benedetta che non me ne

avrebbero potuto strappar fuori...--Don Sebastiano! per

carità... ditemi voi qualche cosa... voi che l'avete bagnata adesso

coll'acqua benedetta... perdo la testa; vedo la chiesa, la santa

chiesa che gira, che gira, che gira! aiutatemi a non morire... lo

sapete anche voi, non posso morire... i bambini, i poveri

disgraziati... tre!... li ho mandati sulla montagna... non sanno

niente... quando torneranno a casa!... O povero me!... aiutatemi,

per carità, lasciatemi sentire questo odore d'incenso che mi va al

cuore... ditemi che cosa devo fare perchè il Signore mi soccorra...

Lo sventurato si aggrappava al lungo sacerdote e sprofondava il capo

nelle ampie pieghe della negra sottana e nei merletti bianchi della

cotta, mentre le sue gambe si contorcevano sul pavimento come agitate

da una convulsione spasmodica.

Allora dalle labbra di quel prete il cui volto non aveva mutato nè

colore, nè espressione, udii cader, gelate, asciutte, plumbee, feroci,

queste parole:

--Ho altro adesso da fare; il mio caro indiscreto che sei. Lasciami

dunque andar la stola una volta: tu me la insudici colle tue

lagrime. O che credi di risuscitarla con queste pazzie. Lasciami

andare ti dico. Non ti basta la messa! Colle buone, va via!...

E dato colle sue scarne braccia uno scrollo, si liberò dal

supplicante, il quale si lasciò cader per terra colla testa nelle

mani, mentre il gobbo chierico, datogli un'occhiata di ebete

curiosità, rinchiudeva a chiave la porta della sagrestia.

Volai fuori, più che non uscissi, da quella chiesa che non doveva aver

più per me l'ombra neppure di una illusione; e non so per quanto tempo

corsi pei prati e pei boschi, sbalordito, commosso di pietà e di

sdegno fino alle lagrime, quasi fuori di me. Ma conveniva pure non

abusare della bontà di Bazzetta, e la continuazione del suo racconto

era fatta per sollevarmi l'animo o almeno deviarmi il pensiero dalla

cosa spaventosa che mi aveva siffattamente scombussolato.

Lo trovai nella sua farmacia, dietro il banco, occupato a servire una

vecchia montanara catarrosa e febbricitante. Veder quella donna che,

di femminile, non aveva che la gonna cenciosa, e pensare alle roccie

basaltiche tutte a buchi e a crepacci, che si trovano sulle cime, in

mezzo al verde, sparpagliate non si sa come e perchè--era la stessa

cosa. Quella creatura apparteneva alla montagna, era una parte di

essa; salendovi e scendendovi per settant'anni (che meno non ne

mostrava) se ne era compenetrata la natura. Come esistono rupi che

hanno profili umani,--argomenti a così buie leggende,--quella vecchia

aveva le sembianze di una rupe; con un po' di fantasia ne avreste

scoperto sull'epidermide i licheni e il muschio. Ella brontolava senza

interruzione, con una voce chioccia e malinconica la litania delle sue

sofferenze; il farmacista continuava imperturbabilmente a stritolare

le sue droghe in un mortaio di marmo, mescendovi ogni tanto qualche

gocciola di valeriana, con una eleganza tutta particolare, e un

sorrisetto d'uomo contento. Era, per un simile paesucolo, una farmacia

veramente bella. Il legno inverniciato e i vetri degli scaffali erano

senza scrostature e senza macchie. Le due bilancie scintillavano,

tazze di porcellana, scodellini di ottone, cucchiai, forbici, il

rotolo di cordicina color rosa, tutto era al suo posto, come se si

trattasse di essere ispezionati da una commissione della Facoltà di

Medicina. La porta d'ingresso era ampia; su una delle lastre stava

scritto in lettere gotiche: _Medicamenti nazionali ed esteri_;

sull'altra: _Zafferano d'Aquila_ e _Vischio sopraffino_. Le finestre

ai due lati, dovevano nei giorni di sole versare una luce carissima in

quell'ambiente. Da una piccola porta che si apriva sul fondo, a

sinistra dell'armadio principale, scoprivasi un portichetto, un

cortile, e più in là, dietro un cancello di legno dipinto in verde, un

giardino o un orto che fosse.

--Uh! signor Bazzetta, continuava la vecchia, se provasse. Qui

vede... mi fa sempre tac, tac, tac.

--Già, già, già!

--E di notte poi... è come una cosa che mi vien su, su... che mi par

di morire...

--Ah vi par di morire?

--Come è vero Maria Vergine. È sempre quel tac, tac, tac...

--Già, già.

--E guarirò, dice, con quella polvere lì?

--Vent'anni di meno ci vorrebbero a spalle, la mia comare, e vi

risponderei subito di sì.

--Se non è che per questo! Il mio bisnonno è morto che aveva centosei

anni e due mesi, la mamma mia, che Dio l'abbia in gloria, ne aveva

novantasei quando è caduta nel pozzo. Senza quel pozzo, vivrebbe

ancora che sarebbe un piacere a vederla,

--In un museo, osservò Bazzetta, e mentre la comare si contorceva per

la tosse,--ecco qua, aggiunse, un cucchiaio ogni tre ore... e

abbandonar l'acquavite. Avete inteso. Addio.

E la congedò dandole amichevolmente del palmo sulle spalle; ciò che mi

parve facesse un gran piacere a colei, che uscì dedicandomi un inchino

grottesco.

--Ed ora a noi! Aspettatemi un momento che vado per un certo

affarettino; intanto affilate le orecchie.

Ritornò quasi tosto e m'introdusse sotto il portichetto, dopo aver

dato una girata di chiave alla bottega.

Trovai due comode seggiole davanti a un piccolo tavolo dove ergevasi

maestosa una pingue bottiglia di vino bianco fra due enormi bicchieri.

--Qui nessuno ci sentirà, e c'è un fresco che consola. Un sorso e

riprendo il filo.

Così, in vera santa pace, il facondo Bazzetta cominciò:

--Dicevamo dunque che era arrivato a Zugliano il De Emma e che la

curiosità era grande di sapere i fatti suoi. Del resto si ha il

diritto, quando arriva in paese un forastiere, di conoscere chi

è... per potersi regolare. Io fui dei primi a conoscere la verità,

quando meno me lo aspettava. Naturale. Il signor De Emma era un

medico; tornava dall'Inghilterra, e mezzo per vaghezza di studio,

mezzo per occuparsi, innamorato delle nostre montagne, veniva a

stabilirvi una casa di salute. La nostra farmacia ebbe dunque subito

dei rapporti con lui.

Il dottore si dedicava quasi esclusivamente alle malattie di

cervello. E, come vi dissi, l'Angelo De Boni si arrovellava allora per

liberarsi del padre. Lo presentai al De Emma, il quale, per sottrarre

il vecchio alle sevizie della famiglia, acconsentì, mediante una

modica pensione a prenderlo nel suo nuovo stabilimento.

Il vecchio non oppose alcuna resistenza, ma concepì un odio

implacabile per quelli della sua famiglia, tantochè non voleva più

vederli. Ciò dava fastidio ad Angelo, perchè non essendo accertata

giuridicamente l'alienazione mentale del padre, egli ne temeva un

testamento di vendetta. Del resto il vecchio era mansuetissimo;--solo

rimaneva chiuso, muto, assorto tutto il giorno nella lettura dei suoi

libri religiosi.

Il signor De Emma aveva con sè due giovani donne: una inglese, sua

moglie,--l'altra italiana, vezzosissima, i cui rapporti colla famiglia

per allora rimasero ignoti. Si credeva fosse un'inferma in cura del

dottore--tanto era patita e sparuta. Costei, per suo gusto, si

occupava degli ospiti dello stabilimento.

Aveva una pazienza, e certe maniere e certo visino dolce, amorevole,

che i malati presero a volerle bene: era un pallido raggio di sole

nella tenebrìa squallida della loro vita di ospedale.

Ed anche il De Boni non rimase insensibile alle sue cure.--Un giorno

che il poveraccio s'affaticava, a forza di lenti, di decifrare il

carattere minutissimo di un _Sant'Agostino_, ella glielo prese di

mano, sedette accanto al letto e gli fe' lettura. Poi ci tornò ogni

dì. In breve ella acquistò imperio grandissimo su quel bietolone. E fu

in grazia sua se il signor Angelo potè ripresentarsi al suo padre

senza farlo montare in furore.... La giovinetta un po' colle buone, un

po' colle brusche, come si usa coi ragazzi, sapeva ridurlo docile come

un agnello;--tutte le volte che il figlio si presentava, era lei la

sua introduttrice e assisteva a tutti i loro colloqui. Strani colloqui

di grugniti e di muggiti non interotti che dalle soavi sue

parole. Ella faceva da interprete, da paciera....

In quella il vecchio orologio a pendolo della scala battè sei colpi.

--Sei ore, sclamò Bazzetta, già sei ore!

Era scritto ch'io dovessi rimanere un altro pezzo con la mia curiosità

oramai vivissima.

Memorie del Presbiterio: Scene di Provincia · 第 24 / 46 题