E un dramma sognai, molti drammi sognai, come appena ebbi raggiunto il
letto e chiusi gli occhi che, dopo tante emozioni, ne avevano davvero
bisogno.
La famiglia De Boni, il terribile Sindaco, l'abatino, il caffè di
Zugliano, il signor Intendente, quel misterioso De Emma, passarono nel
mio cervello come in una lanterna magica, a due, a tre, a quattro,
isolati, tutti insieme. mischiandosi, urtandosi, fuggendosi,
fondendosi, come un _imbroglio_ degno delle più romantiche _giornate_
uscite dalla fantasia di Calderon de La Barca o di Lopez de Vega.
Sicchè, quando la luce del giorno venne a svegliarmi, mi alzai balordo e
rannugolato peggio di un autore che ha passato la notte guardando la
punta asciutta di una penna di acciaio. Il tempo mi teneva bordone.
Quale spettacolo mi si offerse quando spalancai le imposte! O sole, o
beatitudine diffusa il dì prima sull'universa natura! Più nulla! Il
cielo, di un grigio plumbeo ed uniforme avea fatto una discesa sulla
terra; esso nascondeva le cime dei monti i quali parevano un altipiano
fuggente in una linea retta senza soluzione di continuità, tracciata per
il passaggio di un convoglio ferroviario. Più in giù di quell'immensa
coperta bianca, erravano, squarciandosi alle cime arruffate dei pini,
alcune nuvole vaporose che mutavano forma ad ogni minuto secondo,
fiocchi di soffice cotone dispersi da un ventilabro invisibile. Aveva
piovuto certo buona parte della notte; ogni foglia, ogni virgulto era
una conca piena di goccie che ad una ad una, a intervalli uguali,
faceano capolino all'orlo, si allungavano in forma di pere, staccavansi
e precipitavano. Quelle migliaia e migliaia di stille facevano un rumor
sottile, indefesso, impercettibile quasi, e che non ha nome nel
vocabolario di nessuna lingua, Ora, pioveva ancora; ma, per
accorgersene, era necessario affissar lo sguardo su qualche cosa di
oscuro. Le fronde pendevano immote; pure, di tratto in tratto, un alito
leggiero di vento le scoteva mollemente; ciò ricorda quei respiri più
lunghi del solito che sollevano a distanza di parecchi minuti il petto
di chi dorme dopo una buona digestione, e che sembrano uscire per
attestar che la vita palpita tuttavia sotto la completa immobilità. I
passeri aggruppati in crocchi malinconici si scambiavano dalle folte
macchie degli onici il loro cicaleccio di semicrome e di semiminime
affastellate, ma senza brio, senza vivacità, come per non tradir
l'abitudine; e la rondine volava dalla campagna alla gronda, spossata, a
malincuore, come un impiegato che vada all'ufficio col dolor di capo.
Giungeva dalle convalli il belato lamentevole delle capre e degli
agnelli in collera col trifoglio bagnato; le giovenche, più parche di
fiato, rispondevano ogni tanto con un lungo muggito che somigliava a
una raccomandazione di aver pazienza.
Sulla strada costeggiante il muro del giardino, quella dove il dì
prima si erano fermati a colloquio il Sindaco e il farmacista, sbucò
d'improvviso una truce apparizione: un uomo con una cassa a spalle,
una cassa da morto. Egli camminava a fatica sotto il peso, il quale, a
tutti gli alberi che incontrava, ne scoteva, urtandovi, uno scroscio
di goccie di pioggia che prevenivano così quelle dell'acqua
benedetta. L'uomo, ad ogni nuovo scrollo, usciva in una bestemmia.
M'accorsi allora delle campane che suonavano pei funerali della povera
Gina.
Ed io che il dì innanzi, a quella finestra, aveva nell'anima un
carnevale di rime!
Discesi, e trovai preparata la tavola per la colazione.
--Tre posate? chiesi a Baccio che ripuliva, strofinando e soffiando,
il mobiglio.
--Ma sicuro; uno voi, due il signor Bazzetta e tre il signor De Emma.
--Il signor De Emma! sclamai, balzando come se mi si fosse posta sotto
i piedi una lastra rovente. Ma chi è il signor De Emma?....
--Eh! Come non lo sapete? Il signor medico..... quello che ho condotto
a casa io, ieri sera. Siccome faceva un tempo del diavolo,--voi non
ve ne siete accorto perchè chi sa come avete dormito..... non
potevate tener gli occhi aperti,--e che la veniva a rovesci, si è
deciso a passar qui la notte. E a momenti verrà a tenervi compagnia.
Io era colpito dal fulmine. Pronunciando quel nome, Baccio mi aveva
rubato, tradito, assassinato! Io che sognavo nello sconosciuto,
nell'innominato di Zugliano, un fantastico personaggio da romanzo a
sensazione, un grande colpevole o una grande vittima costretta dalla
fatalità a ricoverarsi nella solitudine e nell'ombra, mi trovava in
faccia al mio ideale rimpicciolito nella casacca di un semplice
medico! Mi si calava la tela sul più bello del primo atto, mi si era
carpito il denaro del biglietto d'ingresso! Addio curiosità, addio
interesse! Povero Bazzetta! E che noiosa giornata mi si parava
d'innanzi!
Meditavo sul mio avverso destino, quando un rapido movimento di Baccio
mi fe' volgere la testa malinconicamente china al pavimento. Come se
un cenno imperioso lo avesse chiamato, lasciò la granata e un cencio
che avea fra le mani e con quelle sue gambe affusolate fu nel giardino
in due salti. Lo seguii istintivamente, ma mi arrestai tosto, udendo
la voce di Bazzetta che, nascosto dietro lo spigolo, parlava a bassa
voce al campanaro, a due passi dalla finestra.
--Ricordati bene di quanto ti dico. Non pronunciar mai, in presenza
del forestiero, nè il nome, nè il cognome del dottore. Se ti occorre
parlargli, di' «signor dottore» e basta. Hai capito? Lo so io il
perchè.... è una celia, una improvvisata che voglio fare. Siamo
intesi.
Bazzetta doveva essere un ben noto burlone, e Baccio molto abituato
alle sue gherminelle, per rispondergli con perfetta semplicità, come
alla cosa più naturale del mondo, un asciutto:
--Va bene.
Questa ingiunzione confidenziale, ghermita così senza intenzione, mi
rasserenò. Ah! caro Bazzetta, pensaci, tu mi vuoi serbare da abile
drammaturgo, il piacere di una sorpresa,--e,--briccone!--non tanto per
procurarmi una emozione quanto per interesse tuo, darti spasso di
me. A noi due, la partita è doppia, e vedremo chi sarà il più
furbo. Intanto ecco in mancanza del mistero, un intrighetto _extra
machina_, che condirà per bene, ed a mio solo profitto, il resto del
tuo racconto.
--Bravo il mio Baccio, siamo a tempo? sclamò il farmacista, entrando.
--Manca il signor dottore.
--Ci sono.
Il signor De Emma entrò e sedemmo.
Non si trovarono mai riuniti al medesimo desco, tre commensali più
imbarazzati, e più incerti del loro contegno. Risparmierò quindi di
ricordarmi i discorsi o meglio i monosillabi che furono scambiati in
quella mezz'ora di pasto frugale, dopo il quale il medico si
accommiatò e sparve sulla sua rozza per la porta da cui era giunto la
sera.
Bazzetta mi invitò ad uscire per prendere una «boccatinina» d'aria, e
visitar poi la sua farmacia dove,
--Noi due soli, soggiunse ammiccando gli occhi, in santa pace, con un
vinettino bianco che vi piacerà, faremo di passar la giornata alla
meglio.
--Dite che la passeremo a meraviglia se mi continuerete la storia del
Sindaco. Ardo dal desiderio di conoscere finalmente il misterioso
signor De Emma da voi dipintomi con sì bizzarri colori.
--Si continuerà, rispose Bazzetta, e la sua faccia furba fu solcata da
un sorriso che voleva dire: «se tu sapessi come ti godo!»
Quanto al sorriso che nascosi io alla meglio, e che fortunatamente
potè sfuggire a Bazzetta, imagiginatevi voi che cosa dicesse.
Eravamo giunti a metà del sagrato su cui il piede scivolava per l'erba
bagnata che divideva in quadrati innumerevoli le pietre, levigate e
lucide come cristallo.
--Ah! me n'ero scordato! sclamò il farmacista fermandosi di botto; c'è
il funerale di quella povera creatura!
E mi additò la strada in faccia a me, ed il villaggio da cui sbucava
una lunga processione davanti a cui s'alzava pencolando ora a destra
ora a mancina, un sottile crocifisso abbrunato.
--Converrà ch'io ci assista, seguitò il Bazzetta: sapete, nei piccoli
paesi bisogna conformarsi..... e poi... il vedovo mi deve una somma
rotondettina,--sei mesi di malattia,--coglierebbe il pretesto della
mia mancanza al funerale per lesinar sul conto e portar il saldo
alle calende greche. Questi montanari, sapete, uh! sono più furbi di
noi. Voi, del resto, non importa, se non vi piace, potete
tralasciare....
--No, no, vi tengo compagnia.
--Allora poniamoci qui in disparte, a vederli passare. Entreremo in
coda.
Ci levammo il cappello; il funebre corteo era giunto sul sagrato.
Quella smilza croce pencolante, dalle cui estremità orizzontali
pioveva ogni tanto una goccia di pioggia sui gomiti allargati del
portatore, pareva salutar tristamente da una parte e dall'altra,
davanti e di dietro con moti sussultorii ora rapidi ora solenni, come
fa chi cammina dopo aver troppo bevuto.
Il portatore era un vecchio piccolo, magro, serio, maestoso, e da uomo
che compie in pubblico un ministero glorioso e invidiato,--e sudava
come una spugna compressa. Venivano dietro di lui don Gaudenzio
coll'aspersorio in mano, alzato in alto come una sciabola, e un
chierico che portava con evangelica rassegnazione una delle più belle
gobbe ch'io abbia mai viste. Poi, a due a due, i terrazzani di ogni
età, d'ogni statura, ma assimilati, grandi e piccoli, giovani e
vecchi, da una specie di cotta rossa scendente fino quasi agli stinchi
e sormontata da una pellegrina che avrebbe dovuto esser bianca, e qua
e là l'era e non l'era. Salmodiavano, spalancando enormemente la
bocca, guardando in cielo con occhi bovini e indietro di tanto in
tanto, per compiacersi della funzione e per veder se il convoglio
cresceva o diminuiva. Di sotto alla tunica uscian loro i calzoni di
frustagno e le enormi scarpe inzaccherate. Alcuni, fra i giovani, i
quali probabilmente avean comprata o ereditata quell'uniforme
medioevale da qualche confratello di statura più alta della loro, la
sorreggevano dandosi l'aria di non parere, appoggiando una mano
sull'anca o nascondendola fra le pieghe. Di tanto in tanto la fila che
si stendeva sul sagrato colle sinuosità di una biscia, veniva
scomposta dalla sbadataggine di qualche ragazzotto, sulla testa del
quale, pronto come il baleno, cadeva uno scapellotto sonoro, se non
era un urtone infittogli per di dietro da qualche ginocchio poco
cavalleresco.
Il feretro sorretto da quattro robusti montanari, probabilmente i
parenti della defunta e del vedovo, si avanzava col movimento delle
navi che pendono troppo in avanti. Era coperto di un drappo nero, ai
lati del quale scorgevansi delle figure dipinte circondate da fregi
ricamati in oro. sbiadito. Non una corona, non un fiore su quel povero
cadavere disteso.
Son troppi rozzi quei poveri iloti del lavoro e del sacrificio per
intendere e apprezzar le dolcezze simboliche di cui la società posta
più in alto circonda lo spettacolo del feretro e della tomba. Sul
legno volgare dei loro cataletti essi non sanno che spargere lagrime;
non sanno che lasciar crescere l'erba selvatica sulle loro fosse senza
cippi e senza iscrizione, ma che i dolenti rintracciano come guidati
da uno istinto pietoso o come se udissero una voce che li chiamasse da
sotterra.
Non so perchè le donne, che seguivano in gran numero il feretro, non
erano disposte in fila a due a due, come gli uomini. Forse perchè
erano desse le veramente afflitte: e il dolore si ribella alle leggi
dell'ordine. Quasi tutte singhiozzavano; molte avevano il grossolano
fazzoletto turchino e rosso sugli occhi, parecchie, le fanciulle in
ispecie, portavano in tutta la persona, i segni di una angoscia
pensierosa e profonda.
L'umile corteggio, composto di poco meno di un centinaio di persone,
era chiuso da altri terrazzani che, non appartenendo alla
Confraternita, si erano messi i loro giubboni della festa; e in mezzo
a loro, correndo innanzi e indietro, fra le gambe e gli ombrelli
chiusi, una masnada di ragazzetti scamiciati pei quali quella riunione
di gente era una festa tanto più gradita perchè era una soprappiù
delle solite del calendario.
La bara deposta, i _Fratelli_, divisi in due schiere, andarono ad uno
ad uno a collocarsi dietro l'altar maggiore. Tutti gli altri si
gettarono in ginocchio. Squillò sottilmente un campanello. Don
Sebastiano uscì a dir la messa: il coro intuonò le funebri
litanie. Otto grosse candele ardevano intorno alla morta, e la cera
gocciolava agglomerandosi lunghesse in grosse e bizzarre stalattiti,
che Baccio, in ciò assai più decoroso dei sagrestani di città, si
guardava bene di andar a raccogliere. Alcuna di esse, staccandosi di
un tratto, andava a cader sui bossoli di metallo; ciò produceva un
rumor secco e forte che faceva alzar qualche testa piamente china, e
bisbigliare e farsi dar del gomito i ragazzi. Il prete salutava il
tabernacolo, si curvava, si rialzava, spalancava le braccia; dal coro
giungevano gli _ora pro ea_, or gutturali or in tono sostenuto, a
uguali intervalli.
Uno sprazzo di pallida luce illuminò d'improvviso un angolo della
chiesa, e tosto svanì; una porta laterale si era aperta e
rinchiusa. Un uomo era entrato, che non si fece il segno della croce,
non piegò il ginocchio, ma si addossò alla parete e vi restò ritto
come una statua. Soltanto che uno scrollo lo scoteva ogni tanto da
capo ai piedi; allora si passava una mano sulla fronte e poi tentava
di farsi ancor più istecchito, come se volesse penetrare nel muro che
lo sosteneva.
Un sordo mormorìo, come s'ode nella foresta quando una corrente
d'acqua è vicina, era corso da un capo all'altro di quella folla
inginocchiata.
--È il marito della povera morta, mi disse all'orecchio Bazzetta.
In questo, Baccio attraversò difilato la chiesa, nella direzione di
quell'uomo; ma costui come se lo vide vicino, alzò un braccio e parve
dare un comando a cui fosse impossibile non obbedire. E infatti,
l'onesto campanaro si arrestò di botto, stette un istante come
indeciso, poi chinò il capo e ritornò sui proprii passi.
Quando furono finite le esequie e mentre la processione avviavasi
verso il cimitero, ne feci uscir Baccio con un cenno, e gli chiesi:
--Che cosa vi ha detto quell'infelice?
--Va via! mi ha detto, va via, e con una voce che mi ha fatto gelare
il sangue nelle vene. E sì che le mie erano buone intenzioni; volevo
strapparlo da quella scena.... Va via, mi ha detto, come a un cane!
Non so quale attrazione irresistibile mi spingeva a rientrar nella
chiesa. La costeggiai, per non dar nell'occhio a nessuno, e vi
rientrai infatti, ma piano piano, a passo di lupo, come se fossi per
commettere un delitto--dalla porticina da cui era apparso il vedovo.
Quale scena, gran Dio!
Egli era sulla soglia della sagrestia, ai piedi di Don Sebastiano
ancor coperto degli abiti con cui aveva officiato, e gli stringeva e
gli baciava le mani e gli si avvinghiava al corpo, gemendo, interrotto
da rantoli e da singhiozzi:
--Oh! per l'amore del cielo! Buon prete del Signore, aiutatemi a non
morire in grazia dei miei poveri bambini. Vedete... ho pensato tutta
notte che mi sarei gettato anch'io dentro nella fossa e l'avrei
abbracciata così forte quella cassa benedetta che non me ne
avrebbero potuto strappar fuori...--Don Sebastiano! per
carità... ditemi voi qualche cosa... voi che l'avete bagnata adesso
coll'acqua benedetta... perdo la testa; vedo la chiesa, la santa
chiesa che gira, che gira, che gira! aiutatemi a non morire... lo
sapete anche voi, non posso morire... i bambini, i poveri
disgraziati... tre!... li ho mandati sulla montagna... non sanno
niente... quando torneranno a casa!... O povero me!... aiutatemi,
per carità, lasciatemi sentire questo odore d'incenso che mi va al
cuore... ditemi che cosa devo fare perchè il Signore mi soccorra...
Lo sventurato si aggrappava al lungo sacerdote e sprofondava il capo
nelle ampie pieghe della negra sottana e nei merletti bianchi della
cotta, mentre le sue gambe si contorcevano sul pavimento come agitate
da una convulsione spasmodica.
Allora dalle labbra di quel prete il cui volto non aveva mutato nè
colore, nè espressione, udii cader, gelate, asciutte, plumbee, feroci,
queste parole:
--Ho altro adesso da fare; il mio caro indiscreto che sei. Lasciami
dunque andar la stola una volta: tu me la insudici colle tue
lagrime. O che credi di risuscitarla con queste pazzie. Lasciami
andare ti dico. Non ti basta la messa! Colle buone, va via!...
E dato colle sue scarne braccia uno scrollo, si liberò dal
supplicante, il quale si lasciò cader per terra colla testa nelle
mani, mentre il gobbo chierico, datogli un'occhiata di ebete
curiosità, rinchiudeva a chiave la porta della sagrestia.
Volai fuori, più che non uscissi, da quella chiesa che non doveva aver
più per me l'ombra neppure di una illusione; e non so per quanto tempo
corsi pei prati e pei boschi, sbalordito, commosso di pietà e di
sdegno fino alle lagrime, quasi fuori di me. Ma conveniva pure non
abusare della bontà di Bazzetta, e la continuazione del suo racconto
era fatta per sollevarmi l'animo o almeno deviarmi il pensiero dalla
cosa spaventosa che mi aveva siffattamente scombussolato.
Lo trovai nella sua farmacia, dietro il banco, occupato a servire una
vecchia montanara catarrosa e febbricitante. Veder quella donna che,
di femminile, non aveva che la gonna cenciosa, e pensare alle roccie
basaltiche tutte a buchi e a crepacci, che si trovano sulle cime, in
mezzo al verde, sparpagliate non si sa come e perchè--era la stessa
cosa. Quella creatura apparteneva alla montagna, era una parte di
essa; salendovi e scendendovi per settant'anni (che meno non ne
mostrava) se ne era compenetrata la natura. Come esistono rupi che
hanno profili umani,--argomenti a così buie leggende,--quella vecchia
aveva le sembianze di una rupe; con un po' di fantasia ne avreste
scoperto sull'epidermide i licheni e il muschio. Ella brontolava senza
interruzione, con una voce chioccia e malinconica la litania delle sue
sofferenze; il farmacista continuava imperturbabilmente a stritolare
le sue droghe in un mortaio di marmo, mescendovi ogni tanto qualche
gocciola di valeriana, con una eleganza tutta particolare, e un
sorrisetto d'uomo contento. Era, per un simile paesucolo, una farmacia
veramente bella. Il legno inverniciato e i vetri degli scaffali erano
senza scrostature e senza macchie. Le due bilancie scintillavano,
tazze di porcellana, scodellini di ottone, cucchiai, forbici, il
rotolo di cordicina color rosa, tutto era al suo posto, come se si
trattasse di essere ispezionati da una commissione della Facoltà di
Medicina. La porta d'ingresso era ampia; su una delle lastre stava
scritto in lettere gotiche: _Medicamenti nazionali ed esteri_;
sull'altra: _Zafferano d'Aquila_ e _Vischio sopraffino_. Le finestre
ai due lati, dovevano nei giorni di sole versare una luce carissima in
quell'ambiente. Da una piccola porta che si apriva sul fondo, a
sinistra dell'armadio principale, scoprivasi un portichetto, un
cortile, e più in là, dietro un cancello di legno dipinto in verde, un
giardino o un orto che fosse.
--Uh! signor Bazzetta, continuava la vecchia, se provasse. Qui
vede... mi fa sempre tac, tac, tac.
--Già, già, già!
--E di notte poi... è come una cosa che mi vien su, su... che mi par
di morire...
--Ah vi par di morire?
--Come è vero Maria Vergine. È sempre quel tac, tac, tac...
--Già, già.
--E guarirò, dice, con quella polvere lì?
--Vent'anni di meno ci vorrebbero a spalle, la mia comare, e vi
risponderei subito di sì.
--Se non è che per questo! Il mio bisnonno è morto che aveva centosei
anni e due mesi, la mamma mia, che Dio l'abbia in gloria, ne aveva
novantasei quando è caduta nel pozzo. Senza quel pozzo, vivrebbe
ancora che sarebbe un piacere a vederla,
--In un museo, osservò Bazzetta, e mentre la comare si contorceva per
la tosse,--ecco qua, aggiunse, un cucchiaio ogni tre ore... e
abbandonar l'acquavite. Avete inteso. Addio.
E la congedò dandole amichevolmente del palmo sulle spalle; ciò che mi
parve facesse un gran piacere a colei, che uscì dedicandomi un inchino
grottesco.
--Ed ora a noi! Aspettatemi un momento che vado per un certo
affarettino; intanto affilate le orecchie.
Ritornò quasi tosto e m'introdusse sotto il portichetto, dopo aver
dato una girata di chiave alla bottega.
Trovai due comode seggiole davanti a un piccolo tavolo dove ergevasi
maestosa una pingue bottiglia di vino bianco fra due enormi bicchieri.
--Qui nessuno ci sentirà, e c'è un fresco che consola. Un sorso e
riprendo il filo.
Così, in vera santa pace, il facondo Bazzetta cominciò:
--Dicevamo dunque che era arrivato a Zugliano il De Emma e che la
curiosità era grande di sapere i fatti suoi. Del resto si ha il
diritto, quando arriva in paese un forastiere, di conoscere chi
è... per potersi regolare. Io fui dei primi a conoscere la verità,
quando meno me lo aspettava. Naturale. Il signor De Emma era un
medico; tornava dall'Inghilterra, e mezzo per vaghezza di studio,
mezzo per occuparsi, innamorato delle nostre montagne, veniva a
stabilirvi una casa di salute. La nostra farmacia ebbe dunque subito
dei rapporti con lui.
Il dottore si dedicava quasi esclusivamente alle malattie di
cervello. E, come vi dissi, l'Angelo De Boni si arrovellava allora per
liberarsi del padre. Lo presentai al De Emma, il quale, per sottrarre
il vecchio alle sevizie della famiglia, acconsentì, mediante una
modica pensione a prenderlo nel suo nuovo stabilimento.
Il vecchio non oppose alcuna resistenza, ma concepì un odio
implacabile per quelli della sua famiglia, tantochè non voleva più
vederli. Ciò dava fastidio ad Angelo, perchè non essendo accertata
giuridicamente l'alienazione mentale del padre, egli ne temeva un
testamento di vendetta. Del resto il vecchio era mansuetissimo;--solo
rimaneva chiuso, muto, assorto tutto il giorno nella lettura dei suoi
libri religiosi.
Il signor De Emma aveva con sè due giovani donne: una inglese, sua
moglie,--l'altra italiana, vezzosissima, i cui rapporti colla famiglia
per allora rimasero ignoti. Si credeva fosse un'inferma in cura del
dottore--tanto era patita e sparuta. Costei, per suo gusto, si
occupava degli ospiti dello stabilimento.
Aveva una pazienza, e certe maniere e certo visino dolce, amorevole,
che i malati presero a volerle bene: era un pallido raggio di sole
nella tenebrìa squallida della loro vita di ospedale.
Ed anche il De Boni non rimase insensibile alle sue cure.--Un giorno
che il poveraccio s'affaticava, a forza di lenti, di decifrare il
carattere minutissimo di un _Sant'Agostino_, ella glielo prese di
mano, sedette accanto al letto e gli fe' lettura. Poi ci tornò ogni
dì. In breve ella acquistò imperio grandissimo su quel bietolone. E fu
in grazia sua se il signor Angelo potè ripresentarsi al suo padre
senza farlo montare in furore.... La giovinetta un po' colle buone, un
po' colle brusche, come si usa coi ragazzi, sapeva ridurlo docile come
un agnello;--tutte le volte che il figlio si presentava, era lei la
sua introduttrice e assisteva a tutti i loro colloqui. Strani colloqui
di grugniti e di muggiti non interotti che dalle soavi sue
parole. Ella faceva da interprete, da paciera....
In quella il vecchio orologio a pendolo della scala battè sei colpi.
--Sei ore, sclamò Bazzetta, già sei ore!
Era scritto ch'io dovessi rimanere un altro pezzo con la mia curiosità
oramai vivissima.