CONCLUSIONE.

Le fonti di questo libro. — La _signora_ nella società moderna.

— Ricordi storici. — Lettera inedita di Cesare Correnti. — Versi

inediti d’Ippolito Nievo.

È finito questo libro?... Nol credo; non già pei numerosi documenti che

reputo utile lasciare inediti e che senza arricchirlo, ingrosserebbero

solo il volume, ma per le comunicazioni che altri forse mi faranno, e

che attendo ed invoco a complemento del lavoro.

Nei dieci anni consecutivi ne’ quali frequentai il salotto Maffei, ebbi

l’onore di conoscervi tutti i principali patriotti del periodo più

memorando: dalla cortesia squisita dell’erede della contessa, dottor

Cesare Olmo, che pubblicamente ringrazio, ebbi tutte le lettere, tutt’i

documenti della rimpianta gentildonna, venuti in suo possesso; numerose

altre carte da altri amici mi furono generosamente affidate: elette

dame vennero pure gentilissime in mio ajuto colle loro comunicazioni,

le quali illuminavano qualche momento della vita del salotto: giornali

e libri autorevoli furono da me consultati, non senza però che io

non sentissi il dovere di verificarne a uno a uno i dati coi ricordi

vivi di persone vive, veri _documenti umani_: non risparmiai indagini

e fatiche, per ordire coscienzioso una tela istoriata che si svolge

mostrando a mano a mano le varie fasi per le quali il salotto Maffei è

passato durante mezzo secolo: eppure, ciò non ostante, m’accorgo che

forse e senza forse qualche cos’altro si deve aggiungere per compiere

la tela, per dipingere il quadro in ogni punto.

L’interesse di questo libro non dovrebb’essere puramente regionale. Il

salotto Maffei, si è visto, non fu lombardo, ma italiano; si fregia di

nomi che come quelli del Manzoni, Verdi, Liszt, Balzac, sono celebri

non solo in Italia e in Francia, ma in tutta Europa, in tutto il mondo.

La sua storia non dev’essere obliata, mi sembra, in quella così vasta

e agitata del risorgimento, nè in quella della vita sociale moderna,

la quale accenna a cambiare carattere se pure non lo ha cambiato da

qualche anno.

Nascerà mai più un salotto Maffei?... Il regno dei salotti è passato

come il regno delle signore. La donna, la _signora_, che nel secolo

scorso e in buona parte di questo, stese il suo scettro, e che nelle

cospirazioni patriotiche spiegò le sue ostinate energie e i suoi

fascini per affrettare il conseguimento dello scopo supremo, è oggimai

rientrata nella penombra. Oggi ella non brilla più coll’uomo negli

splendidi apostolati; e nessuno può ripetere: _Au bout de toute grande

chose il y a une femme_; manca la donna, e manca la “grande cosa.„

La donna è un fiore ch’esala il suo profumo all’ombra: è vero; ma

v’hanno epoche nella storia, in cui si combatte per un ideale, che

il suo spirito creato per gl’ideali è ausilio prezioso, è l’ala che

solleva, è l’iride che abbellisce la tempesta. Oggi, quasi ogni ideale

è frantumato. Questa seconda metà del secolo (fu detto giustamente) è

perciò l’opposto della prima. La consacrazione pura e disinteressata

di tante anime grandi per il trionfo delle idee liberali; l’olocausto

quasi allegro di vite fiorenti in nome d’una patria ch’esisteva solo

nei sogni di solitarii pensatori e poeti, oggi sembra una bella favola

d’un’epoca leggendaria: si combatte, sì, ancora, ma per altri principii

e per altri istinti; non per l’idea poetica ma per la vivanda, non

per il cuore ma per la borsa, non più con amore ma con odio. Certo le

diseguaglianze sociali, talvolta tanto crudeli, specie nelle classi le

quali gemono nella miseria vestita di penoso decoro, e che tacciono (le

sole forse che tacciono!) meritano alfine giustizia; ma pure in mezzo

alle gare di carità che fervono dappertutto, sentiamo qualche cosa che

stride, che irrita, che divide gli uni dagli altri, che divide una

classe dall’altra: non è più l’affettuosa fratellanza de’ giorni del

pericolo, è il disaccordo; non è più la coesione, ma la disgregazione.

Il teatro e la letteratura sono torbidi specchi di torbida vita. La

Musa lasciava passare un giorno tutte le impurità per raccogliere le

sole purezze; oggi è il contrario. Sono questi, ormai, fatti storici,

caratteri del secolo che muore; — che muore con molta scienza; ma

non è sublime, no; ed è fosco. Fra le cose belle che vanno travolte

si notano appunto le consuetudini eleganti, di quell’eleganza, non

puramente esteriore, da parata, da _turf_, ma l’eleganza intellettiva,

spirituale, quasi innata che illeggiadrì la vita anche in Italia, in

questa “dolce terra latina„ per ripetere la filiale carezza di Dante.

La socievolezza fine e colta della generazione passata non è apprezzata

più, non è più capita dalla generazione presente, la quale va,

corre, assordata da troppo fragore d’impetuosi movimenti per porgere

l’orecchio a voci delicate e gentili. Si è tutti spinti, in verità,

da una veemente forza centrifuga, che ci fa obbliare i santuarii

tranquilli della ragione interiore, i nidi accoglienti, gli asili del

pensiero più nobile e la grazia.

Forse questo libro farà ridestare con qualche palpito patriotico

sopito, il desiderio di una vita più intellettualmente ornata e più

alta?...

L’eleganza di buon genere accompagnò in tutte le fasi il salotto

Maffei. L’abbiamo veduto sorgere coi poeti, coi musicisti, coi pittori

di nobilissimi soggetti, in un’epoca in cui la patria scaldava il

cuore di pochi. L’Italia allora si librava nella musica; ma ben presto

altra musica, quella della mitraglia, la scosse. E allora vedemmo i

frequentatori e gli amici del salotto correre alle barricate e ai

campi di battaglia frammisti al popolo eroico, colla serenità e alcuni

persino collo stesso abbigliamento col quale sarebbero volati a una

festa. Come gli amabili Greci, di cui racconta Erodoto, i quali si

profumavano i capelli prima di scagliarsi sul nemico; come que’ prodi

di cui inneggia il Leopardi:

Parea ch’a danza e non a morte andasse

Ciascun de’ vostri o a splendido convito;

così que’ valorosi correano lieti ed eleganti incontro ai cannoni. Mi

narra un degno patriota, il quale nell’ultima delle Cinque Giornate,

venendo dalla campagna, si cacciò, in mezzo al fuoco nemico, sino a

Porta Tosa, che quando, fugato quello, questa si spalancò d’improvviso,

gli comparve in cima a una barricata, tra la folla dei combattenti,

fiera e superba visione, uno degli amici più gloriosi di casa Maffei,

Luciano Manara, che colla sciabola in alto gridava _vittoria_; ed era

vestito del panciotto bianco, cravatta bianca, calzoni neri, giubba

nera, scarpini lucidi.... insomma da ballo! Su quella fronte creata

per l’alloro, ardeva ancora la febbre del cimento disperato; in quella

voce, che per più ore avea lanciati miracolosi comandi, fremeva il

trionfo. Era l’uomo elegante e l’eroe.

Da quell’epoca di riscossa e di valore un nuovo elemento di vita

si diffuse nella società, il sentimento patriotico: nelle vene dei

nostri giovani corse un brivido nuovo. Ed è curioso il vedere da quali

incanti essi furono attratti, dopo che l’Italia, prostrata a Novara, si

trascinava, spasimando, quasi come un ferito sul campo di battaglia. Da

un lato Mazzini, il più potente incantatore della fantasia; dall’altro,

Camillo Cavour il più potente incantatore della ragione; e qui a

Milano, o meglio, qui nel salotto Maffei, a poco a poco il primo perde

il suo prestigio e l’altro lo accresce: il genio del primo è troppo

assorto fra i bagliori dell’ideale per compiere l’azione; il genio

dell’altro infrangibile, tagliente e limpido come il diamante, percorre

la sua via e arriva alla meta. E in mezzo a queste due potenze, ne

vediamo spuntare un’altra, ben diversa, inviataci da oltr’Alpi per

sedurci: un principe di Absburgo, Massimiliano, agitato dalla vertigine

d’un inane sogno d’impero. Ma i nostri non lo seguono: la libertà

ch’egli promette sarebbe la parodia di quella cui si aspira.

Eppure Cavour temeva tanto il prestigio dell’arciduca che raccomandando

agli amici del salotto Maffei la resistenza ad ogni costo, arrivò sino

al punto da scriver loro queste testuali parole: “Ma fate metter Milano

in istato d’assedio!...„

La signora del salotto Maffei, d’umore sempre eguale (virtù rara che

le signore dei salotti devono possedere per reggerli) nei giorni

aspri della lotta s’accende, opera e fa oprare. “L’amour de la patrie

Italienne est sa vie entière;... (scriveva nella _Revue des Deux

Mondes_ del ’60 Edgar Saveney.) Suivant le cours des évènements, elle

brille d’un éclat fièvreux ou s’affaisse. Sa voix douce et sympathique

vibre quand elle parle de l’Italie. Elle a une eloquence qui va au

cœur.„ E così le altre signore del salotto: signore patriotiche (si

noti bene) non politicanti. Quest’ultime sono la più antipatica

degenerazione di quelle: vino diventato aceto. — Le signore di casa

Maffei ebbero il merito di bandire una moda singolare nel bel mondo;

la moda più nobile che sia stata mai ideata: quella del patriottismo,

della lotta; così le altre signore erano costrette ad adottarla se

non volevano essere tacciate di _cattivo gusto_. Nelle cospirazioni,

a quale disciplina si sottoponeano volentieri e allegre; disciplina,

schiavitù d’idee, di sentimenti, di parole, che dovevano essere

_quelle_ e non altre. Volontaria schiavitù per la libertà!

Risorta l’Italia, la contessa Maffei ebbe l’orgoglio di vedere i suoi

cospiratori più tenaci, i più eletti amici suoi toccare i fastigii

del potere. Ma non tutti: qualcuno, come succede nelle mischie,

venne trabalzato e confuso nelle file e lasciato a terra mentre

gli altri capitani volavano innanzi. Dimenticato dalla gloria fu

il povero Ferdinando De Lugo, uno dei più attivi preparatori delle

Cinque Giornate, il quale finì negletto a Parigi; e chi oggi più lo

ricorda?... Cesare Correnti ne scriveva un giorno all’afflitta contessa

tristi parole: “Avevo in animo di far una corsa quest’autunno a Parigi,

e speravo abbracciare il vecchio amico che mi fu, in momenti ardui,

fido e sapiente consigliere, e per cui non ho potuto far nulla. Quanto

ingegno, quanta nobiltà d’animo, e che fine umile e dolorosa! Sento

dir qui che Lugo da più d’un anno non viveva, ma agonizzava, e lo

credo. Lontano dagli amici, lontano da ogni cosa più diletta, lontano

dalla patria risorta a vita novella, gli mancò prima della vita le

consolazioni della vita. Rimpianti inutili, e quasi rimorsi. Avrei

dovuto scrivergli spesso, sempre; ma mi pareva che sarebbe venuta

un’occasione presto. Ecco ora la bella occasione! Noi siamo fatti così:

aspettiamo qualche cosa, che ci ravvii a far quel che si dovrebbe. E

viene la morte.

“Perdonate. Ho detto _noi_, e dovevo dir _io_.„

Ma sono le vittime inevitabili, pur troppo: la via del trionfo de’

popoli, come la via Appia, è seminata di tombe.

Incorruttibile come il mare in cui trovò tomba, poeta-umorista d’un

riso che fa piangere, garibaldino che alle battaglie dell’indipendenza

d’Italia si lanciò come al fulgor d’un ballo, Ippolito Nievo fu tra

i molti che il salotto Maffei pianse estinti innanzi tempo, colui

che avea sortito l’ingegno più elevato. Tanto ei s’accalorò per il

_Crepuscolo_ di Carlo Tenca che volle intitolare _Crepuscolo_ una sua

concitatissima ode inedita la quale comincia:

Tenebre e luce, secoli

Di secoli ed istanti,

Vizii e virtù, delirii

Di gioja e angosce e pianti,

Ecco la via. Se un aspide

Ti fiede, o Madre, il piè,

Se minaccioso un turbine

Si spiega incontro a te,

Osa! — tra nembi e folgori

Sorgi su l’alta via,

E le mortali invidïe

Schiaccia immortale o oblia!

Al vero, al bello, al giusto

Drizza tua meta e va:

Lambi coll’ala i culmini,

E incedi, o Umanità!

Nelle effusioni del canto, il poeta scordavasi la lima, che il Leopardi

diceva già smarrita a’ suoi tempi; ma egli spazia securo per gli ampii

orizzonti ai quali era nato. In _Crepuscolo_, segue l’umanità nella

storia e finisce coll’impeto di chi muove a un assalto:

Avanti, avanti! — Tenebre?...

Scïenza mai non muore.

Vizii?... Lor germe il saggio

Si strapperà dal cuore.

Sventura?... In loro affinasi

Ciò ch’è sublime e grande

Tempo?... Il destin degli uomini

Oltre ogni età si espande.

Osa, o gran Madre! — L’ultimo

Verbo di quel destino

Sulla ragion riverbera

Uno splendor divino:

“Un sol voler nell’anima

Com’una è la virtù!

In terra un solo popolo

Come un sol Dio lassù!„

Infamia al pusillanime,

Infamia a chi non crede!

Feconda di miracoli

L’Umanità che incede.

A lei splendete, o Genii,

Che nel pensier gigante

Torreggiate sul retore

Pigmeo sillogizzante!

Casa Maffei era il vero tempio dell’amicizia, di quest’amore senz’ali.

La contessa viveva della medesima vita de’ suoi amici; e il lettore

se ne sarà accorto da questo libro dal quale, si spera, la figura di

lei esce nitida abbastanza per essere amata. La sua grazia “la grâce

plus belle encore que la beauté„ per dirla con un maestro di grazia,

il La Fontaine, risplende tuttora nella memoria dei più. Così potesse

ella suscitare una gara d’emulatrici e far rifiorire il regno dei

forti propositi e delle eleganti consuetudini, il cui strappo offende

gli spiriti raffinati che ne deplorano la sparizione come d’una corda

infranta alla lira umana.

Il salotto della contessa Maffei e la società milanese (1834-1886) · 第 51 / 77 题