ULTIMI GIORNI DEL SALOTTO.

Fine di Andrea Maffei. — Suoi ultimi versi improvvisati. — Amici

scomparsi. — Addio di Giuseppe Verdi alla contessa. — Disposizioni

testamentarie e funerali di Clara Maffei. — Il suo monumento. —

Epigrafi di Ruggero Bonghi.

Il salotto decade.

“La mia società va languendo e direi spegnendosi. Io lascio scorrere

l’acqua per la sua china. Bisogna ricevere senza orgoglio e neppur

senza troppa umiltà,„ aveva scritto, alcuni anni prima la Maffei a

un’intima amica sua, alla signorina Maria Carcano, degna figlia di

Giulio Carcano e di Giulia Fontana, anime gentili, unite in un sol nodo

d’affetto, care alla contessa. — Ella si sente stanca, rifinita più

che mai. Le perdite dolorose d’amiche e d’amici carissimi le riempiono

il cuore di lagrime; e un velo di tristezza scende nel salotto, che

crolla, non ostante cerchino di ravvivarlo alcune giovani briose, fiori

delle rovine.

Muore una delle più intrinseche e affezionate compagne d’ideali di

Clara, una delle anime più delicate: la contessa Gina Della Somaglia

Greppi. Il 4 settembre dell’83, dopo lunga malattia, muore a Milano

Carlo Tenca; e la contessa, senza lagrime, ma trangosciata, pallida

come una larva, ne accompagna la salma al cimitero. L’anno dopo,

a Lesa, sul lago Maggiore, muore Giulio Carcano, e il 27 novembre

dell’85, a Milano, nell’albergo della _Bella Venezia_, dopo non lunga

malattia, spira Andrea Maffei.

Appena Carlo Tenca cadde malato, la contessa sospese le serate

musicali, consacrandosi alla cura dell’infermo, il quale dinanzi a

una serie di sventure onde era stato negli ultimi anni colpito avea

serbato stoica serenità, e, anche prossimo a morire, mostrava la

calma imperturbabile d’un savio antico. Avea sortito vera tempra di

filosofo, egli che, a proposito di certi indegni attacchi diceva a

Clara: “Non sento offesa se non quando mi viene dalla mia coscienza:

di quel che altri possa dire o pensare di me non mi curo affatto.„

Lavorò assiduo sempre, infaticabile, e senza chiasso. “Voi sapete,

soggiungeva all’amica sua, ch’io amo l’operare modesto e produttivo,

e aborro da tutto ciò che sa di spettacolo.„ Non si facea schiavo di

rispetti umani: e il rispetto umano, che cos’è difatti, molte volte, se

non una mancanza di rispetto verso noi stessi? — Nutrito del cibo degli

Enciclopedisti, ei non era fra i _tementi dell’ira ventura_; ma al pari

del Littré e d’altri sapienti increduli, rispettava la fede religiosa

delle anime. “So che la fede religiosa è un gran balsamo (scriveva alla

contessa credente). È un gran balsamo, lo so, e nessuno più di me la

rispetta in quelli che ne hanno bisogno per alleviare i mali della vita

e per tollerare le ingiustizie sociali.„

La contessa si recava ogni giorno in casa del Tenca (in quella casa,

al N. 12 di via Andegari dov’egli vivea da tanti anni solo con una

vecchia domestica) per prodigare all’infermo le sue cure affettuose,

raccogliendo all’uopo tutto il coraggio di cui, dopo lunghe afflizioni,

era ancora capace. Un riflesso di que’ giorni di pena ineffabile è

rimasto in una lettera della contessa al nipote Cesare Olmo:

“Ora non ricevo che intimamente. Non ho lena morale per fare

gli onori a delle brillanti _soirées_, e poi mi stancano molto

e voglio tenere tutta la mia forza per conservarmi al caro mio

sofferente. È un modello di virtù oggi, come è stato in ogni ora

dell’operosa e tanto provata sua vita. Quando esco per andare da

lui, quasi le gambe mi mancano; e mi sento turbata, timorosa al suo

aspetto sempre calmo e quasi sereno. L’animo mio pure s’inspira

al coraggio, a quelle speranze che Dio infonde in chi tutto tenta

accettare, con terribili schianti ma con ferma rassegnazione.

Pure sono assai misteriosi i suoi decreti! Un uomo così altamente

buono soffrire tanto ed aver dovuto lottare tutta la vita! È

molto considerato, è vero; e resterà d’onore ed esempio al paese

e ad ognuno che lo conobbe intimamente. E questo non è un piccolo

conforto per chi sente l’orgoglio dell’affetto!„

Andrea Maffei resse anch’egli con coraggio sino all’ultimo. Ricordo

che, qualche settimana avanti d’ammalarsi a morte, venne a leggermi,

colla sua voce piana e grave, dalle pause frequenti, una sua nuova

poesia per una giovane e abilissima arpista dalle chiome innanellate,

ch’egli avea condotto in casa della moglie. Si vedea che soffriva:

la sua alta, elegante persona s’incurvava ancor più sotto un tetro

pensiero; tuttavia egli non n’era turbato e si preparava ad abbandonare

con serenità la vita che non gli era stata avara di sorrisi. Egli

presentiva la fine, e non la celava agli intimi. Pochi giorni prima di

morire, andò a visitare un suo vecchio amico, il dottor Andrea Verga, e

si congedò da lui improvvisando questi versi:

Quando la Morte si farà vicina

Del letto alla cortina,

Tu ciò che il mondo ignora

Deridi, e t’addormenta

Nelle tenèbre che non hanno aurora.

Recitati questi versi, di scatto il vegliardo si alzò, disse al Verga

_addio_, e scomparve. Alla sera, si recò al Teatro Fiando, allo

spettacolo delle marionette, per trovarvi Ernesto Rossi, che gli avea

dato ivi appuntamento. Poi si pose a letto dal quale non dovea levarsi

mai più. Soffriva atrocemente, e al Verga andava dicendo con fioca

voce: Finiscimi!

Morì nella bassa cameretta dove alloggiava da più anni, su un modesto

lettuccio di ferro. La moglie non avea fatto a tempo di venire da

Clusone per assistere gli ultimi momenti del marito. Pochi amici intimi

stavano intorno a quel morente, che, d’un tratto, gettò indietro con

forza la testa pallidissima, e spirò.

Gli furono celebrate esequie solenni. Al Cimitero monumentale, Gaetano

Negri parlò dell’opera del traduttore celebrato, dinanzi a gran folla,

che ben conosceva il nome di quel poeta e l’onda belliniana de’ suoi

versi. La bara venne trasportata da Milano a Riva di Trento e, per cura

della famiglia Lutti, fu sepolta in quel lembo d’Italia per il quale il

Maffei avea un giorno composto un sonetto _irredentista_, non isfuggito

al plauso di Benedetto Cairoli che volle il poeta fra i senatori del

Regno d’Italia:

Italo non sarà questo ridente

Suol che perpetua primavera abbella?

L’onda di questo lido è differente

Dall’itala di Sirmio onda sorella?

Itali non saranno il cor, la mente

D’ogni nostro garzon, d’ogni donzella?

Nè suona forse a chi parlar ci sente

La melodia dell’itala favella?

E noi fratelli della madre istessa,

D’un amor, d’un accento e d’un desìo,

Noi dal suo grembo scompagnar si vuole?

No! fin che l’orma del tuo genio impressa

Stampi, Italia, in noi pure, e fin che Dio

A noi pur riconduca il tuo bel sole[11].

Agli ultimi di giugno dell’86, di sera, nel salotto regna uno

squallore quasi sepolcrale. Pochi vengono a stringere la mano della

contessa, immota nella sua poltrona e quasi annientata. I suoi occhi

d’una profonda espressione di tristezza, girano qua e là in cerca di

qualcuno. Il balconcino del salotto nereggia coperto dalle frondi di

edera; sul pianoforte chiuso, fiammeggiano le ultime rose; e dalla

via Manzoni salgono, intanto, i fragori delle carrozze e della gente,

contrasto a quel cupo silenzio. Dei pochi amici intervenuti, nessuno

parla; nessuno ha il coraggio di offendere con un tentativo di dialogo

la quiete piena d’angoscia. Si comprende che mille visioni dolorose

passano davanti agli occhi della donna che non si vede più d’intorno

tanti amici carissimi, strappati alle sue conversazioni dalla morte.

Forse ella ricorda le parole a lei dirette un giorno da Carlo Tenca:

“È doloroso lo scomparire di coloro con cui si hanno avuti comuni

pensieri, speranze, opere, vita! Quale solitudine ci si fa intorno!„ E

forse rammenta quest’altre, pure di lui: “Le perdite che facciamo non

ci toccano solamente negli affetti più cari; lasciano un vuoto nella

società che non si riempie o si riempie male. La vecchia generazione

porta con sè virtù e caratteri che vanno sempre più illanguidendo in

quelle che le succedono; e chi è vissuto in altri tempi ed è rimasto

fedele alle buone tradizioni che lo hanno educato si trova a disagio in

questo ambiente sociale che ora ne circonda e nel quale diventa sempre

più rara la nobiltà del sentire e dell’operare.„

La sera dopo, la contessa non occupa più il suo antico posto....

Colpita da meningite, giace in uno stato lagrimevole; non può più

levarsi dal letto, e la malattia inesorabile di giorno in giorno

s’aggrava. Alla porta di casa Maffei vengono a prendere notizie

numerose persone, e lasciano la loro firma: da Paolo Ferrari,

all’Ascoli, ad Arrigo Boito, ai primarii magistrati della città, pure

frequentatori del salotto. Giuseppe Verdi vuol essere informato a

ogni momento della malattia dell’amica amatissima; e, appena apprende

che ormai non v’ha più alcuna speranza di salvezza, lascia affannoso

Montecatini, dove s’era recato per la solita cura estiva, e arriva a

Milano prima dell’alba; e a quell’ora fa aprire il portone della casa,

sale precipitoso, e giunge appena a salutare per l’ultima volta colei

che per tanti anni gli fu sorella. Nella stanza, avvolta nelle tristi

penombre, si muovevano alcune figure di signore, intime amiche della

contessa, che non l’aveano lasciata un istante. La poveretta non era

ancora spirata. Si avvide ella della presenza di Verdi?... Qual gioja

sarebbe stata per lei l’accorgersi che, nel momento supremo, era venuto

Giuseppe Verdi, colui, del quale solea dire: “Egli ha santo il cuore,

quanto altissima la mente!...„

Il 13 luglio 1886 fu l’ultimo della povera contessa.

Nel testamento, la Maffei ricordandosi dei poverelli del suo Clusone,

lasciò ventimila lire per istituirvi e mantenere un asilo di carità per

l’infanzia; e aggiunse: “Lascio alla maestra che custodirà l’asilo a

Clusone la preghiera d’amare quelle povere creaturine e crescerle nella

fede in Dio, nell’amore del bene.„

I suoi funerali furono semplici, quali ella li avea desiderati. Non

molto numeroso corteo d’amici accompagnò la bara al tempio e all’ultima

dimora nel Cimitero monumentale. Parecchi erano ai bagni, ai monti, ai

laghi, in villeggiatura, e rimasero mortificati di non poter rendere un

tributo d’onore alla salma della gentildonna carissima.

Il sole cadeva dietro ai cipressi, quando il feretro fu calato nella

fossa “in piena terra„ com’ella avea prescritto nel testamento. A noi

pareva che una parte della nostra vita disparisse con quella creatura,

la quale, indovinando spesso gli altrui dolori, li consolava con parole

profonde; e che tanto avea amato la patria e onorati i forti caratteri

e i forti ingegni, facendo rifiorire nelle sue affollate adunanze

l’antica ospitalità e gentilezza italiana; primo suo merito codesto,

sua splendida corona. Tramontava con lei una cara luce. Ma il ricordo

della sua bontà dura tuttavia, come il profumo d’un lento, ricco

convoglio di fiori che sia appena passato.

La sera del 1.º luglio 1888, pochi amici si raccoglievano di nuovo

nel Cimitero monumentale di Milano, davanti a un piccolo monumento.

Il sole discendeva dietro una fila di cippi, di statue, di lapidi, e

pareva donare il suo bacio a quel mesto segno di riverenza e d’affetto

che si stava per inaugurare in memoria di Clara Maffei. Gli eredi,

gli amici, gli estimatori della signora avevano riunito il loro obolo

per erigere quel marmo, perenne omaggio all’estinta. È un monumento

grazioso, scolpito da un giovane artista meridionale, Salvatore

Pisani, che interpretò felicemente il comune pensiero. Consta d’una

croce, e d’un angelo che accanto alla croce sparge fiori sulla tomba:

la croce, simbolo della Fede da cui tanta forza la poveretta avea

attinto ne’ suoi dolori; l’angelo, simbolo della bontà di lei. Uno

degli amici, Emilio Bignami Sormani, quale segretario d’un’eletta di

signore promotrici del monumento, pronunciò poche parole d’elogio

della sepolta. Nessun altro discorso. Parlava abbastanza la mestizia

dei volti delle signore, di tutti; parlavano abbastanza le epigrafi di

Ruggero Bonghi scolpite sul sepolcro:

_Sulla fronte:_

A

Il salotto della contessa Maffei e la società milanese (1834-1886) · 第 48 / 77 题