I. U. Tarchetti. — Achille Torelli. — Vittorio Betteloni. — L.
Capranica. — Graziadio Ascoli e altri sapienti. — Giovanni Verga.
— Scrittrici alla moda. — Una poetessa americana e il suo salotto.
— Francesco Coppée e i suoi versi declamati da madame Doche.
— Adelaide Tessero. — Teresa Stolz. — Antonio Bazzini e altri
musicisti. — Serate musicali.
La schiera de’ frequentatori del salotto Maffei, degli amici e amiche
della contessa, le quali la visitavano al giorno e nella sera, è così
lunga, che tutto un capitolo non basterebbe alla semplice enumerazione
de’ nomi. Proviamoci a ricordarne ancora alcuni. Perdoneranno i
dimenticati?... Perdoneranno le dimenticate?...
Un romanziere piemontese, malcontento di tutti e di tutto, melanconico
ingegno, rapito innanzi tempo dalla morte, Iginio Ugo Tarchetti, si
atteggiava talora a ribelle; ma la sua penna gittava torrenti di
affetti gentili.
La contessa gli perdonò quanto ei scrisse contro la vita militare,
nella quale ella vantava a buon diritto prodi amici. Ella avrebbe
voluto che quel giovane non fantasticasse troppo, ma ne ammirava i
pregi singolari. Allorchè egli morì non ancora trentenne, ne seguì la
bara, esprimendo a tutti il proprio dolore nel vedere uccise con lui
tante speranze. Al domani de’ funerali, l’intimo amico del Tarchetti,
Salvatore Farina, si recò commosso a ringraziarla del tributo reso
al povero giovane; ma ella non volle ringraziamenti; e, accogliendo
l’autor d’_Amore bendato_, mentre stava abbigliandosi davanti allo
specchio, gli disse:
— Venite pure avanti, Farina: così vedrete che non mi tingo.
Un altro giovane, bergamasco, allevato nella Svizzera tedesca,
Bernardino Zendrini; discendente dal celebre idraulico della Repubblica
Veneta; alto, magro, ossuto, nervoso; dall’ampia fronte, dalla
erudizione precisa e copiosa, dalla geniale conversazione, tempestata
di motti di spirito all’Heine, suo maestro e donno, era molto amico
della contessa Maffei, e amico d’un’altra dama: la gentildonna più
cara a Margherita di Savoja, la contessa Andriana Marcello nata Zon,
che continuò per più anni a Venezia e nella sua villa di Mogliano, le
ospitali tradizioni dei salotti veneziani.
Achille Torelli, acclamato pe’ suoi spigliati _Mariti_, preconizzato
quale ristauratore della commedia italiana, venne accolto con festa
dalla Maffei e dal Manzoni che nel vederlo gli disse: “Così giovane, e
già così celebre!„ Difatti, egli era allora poco più che ventenne.
Il poeta Vittorio Betteloni (figlio di Cesare), l’autore d’_In
primavera_ e d’altri versi pieni di freschezza (versi che non cantano
ma parlano) appariva nel salotto Maffei nelle placide ore di prima sera
nelle quali continuavano a raccogliersi i più fidi amici della contessa.
Il marchese Luigi Capranica, romano, gentiluomo affabile, dell’antica
razza, entrava nel salotto con quel suo dondolìo tutto particolare,
sorridendo fra la fulva barba. Per difendere un giorno a Roma la
moglie d’un suo amico dalle maldicenze d’un nobilastro, provocò
quest’ultimo a un duello alla spada; e il ferro dell’avversario lo
colpì trapassandogli il polmone. Durante tre anni, Luigi Capranica,
scampato per miracolo da morte, giacque infermo presso il cognato
marchese Guiccioli a Venezia, sotto il cui cielo risanò a poco a poco.
A Venezia, egli presiedeva il Comitato nazionale segreto, provocando
i sospetti della polizia che una bella mattina lo pregò di lasciare
le lagune. Sono popolari i suoi romanzi _Giovanni delle Bande nere_,
_Sisto V_ ed altri, caldi d’amore per l’Italia, caldi d’odio pei
pontefici. Nel salotto Maffei, egli condusse la bella e gentil contessa
Marya Obniska, sua moglie.
Un altro Romano, Fabio Nannarelli, già precettore di casa Ruspoli,
protetto dal Mamiani, e cantore delle cascate del Velino, frequentò
per qualche tempo casa Maffei; così un altro poeta di sapor classico:
Corrado Gargiolli di Fivizzano, fanatico per Giambattista Niccolini,
di cui sapeva a memoria tutti i versi editi e inediti. Il pover’uomo
lo recitava un po’ troppo il suo Niccolini!... Ma chi frenava allora
qualche sorriso canzonatorio nell’ascoltarlo paziente, non prevedeva
certo la tragica fine dell’infelice. In un triste giorno del 1885,
ei si affogò a Pisa nell’Arno, dopo d’aver declamato squarci del suo
Niccolini a un carabiniere stupefatto.
Augusto Vera, di Amelia, filosofo hegeliano; Pietro Rotondi, traduttore
di Longfellow, e il grecista Virgilio Inama contano fra i più stimati
amici di casa Maffei. Un filologo fra i primissimi del mondo, il
goriziano Graziadio Ascoli, apparisce di tratto in tratto, anche nelle
più affollate e più festose sere di domenica colla figlia: e quella
sua testa di profeta, di pensoso sapiente, spicca e contrasta fra le
signore e i giovanotti alla moda. Due suoi allievi arrivano quasi ogni
sera insieme, Carlo Giussani, e Pio Rajna, fortunato scopritore delle
fonti dell’_Orlando furioso_.
Appena la _Storia d’una capinera_ ed _Eva_, fanno conoscere il nome di
Giovanni Verga, questi è presentato nel salotto. Clara Maffei apprezza
sopratutto i _Malavoglia_, e ogni altro forte lavoro del giovane
siciliano, che con mano ferma e poderosa coglie bruscamente il vero
e svela le miserande condizioni de’ lavoratori della sua isola dei
solfi, de’ fiori, e degli spasimi, facendone presentire l’imminente
rivolta. I due Luigi: Capuana e Gualdo appartengono anch’essi al gruppo
de’ giovani romanzieri. Il nobile Gualdo è il milanese più parigino
che sia mai apparso all’ombra del Duomo: parigino nell’abbigliamento
accurato sino allo scrupolo, nei gusti artistici, nell’accento con cui
parla il francese e nelle frasi che usa nello scrivere romanzi ne’
quali (come nel _Mariage Excentrique_) egli si sforza di analizzare
le sensazioni. Il pubblicista Eugenio Torelli-Viollier visita qualche
volta la contessa. Il commediografo Stefano Interdonato, ed altri
giovani scrittori non mancano mai alle riunioni, obbedendo volentieri
alle raccomandazioni della signora, che suol dir loro colla sua grazia:
“Ricordatevi! Siatemi fedeli!„
Tutte le volte che il conte Guglielmo Capitelli, poeta affettuoso,
filantropo, figlio d’un insigne patriota, passa per Milano, fa
visita alla Maffei, cui reca notizie della sua Napoli, delle sue
peregrinazioni e de’ suoi studii geniali. Così, giungendo a Milano,
la contessa Caterina Percoto non tralascia di venir nel salotto,
accompagnata dal suo ammiratore Carlo Tenca, il quale giustamente loda
in lei la coscienziosa pittrice de’ costumi popolari del Friùli, la
novellista fine, che mai passa la misura, la donna semplice, quasi
ingenua di modi, e di principii liberali.
Ingegno virile, ardito, è _Emma_ (Emilia Ferretti nata Viola) cui
abbiamo già accennato altra volta: è una delle scrittrici più lette
della _Nuova Antologia_, autrice di studii su Zola, su Goethe, su
Flaubert, e di romanzi. Ella è salutata fra le bellezze femminili
del salotto. Maria Torriani (_La marchesa Colombi_) e Sofia Albini,
orgoglio di Giovanni Rizzi, di cui è la migliore allieva, vengono esse
pure annoverate presto fra le amiche della Maffei, la quale è felice
quando scorge balenare sull’orizzonte della letteratura qualche lampo
di nuove promesse.
Nel leggere il grazioso _Regno della donna_, la contessa Clara
Maffei, che ne conosce e ne apprezza assai l’autrice, ripete un detto
espressivo: “l’ingegno cerca e il cuore trova.„ Questo motto di Giorgio
Sand, secondo la contessa, potrebb’essere l’epigrafe de’ libri di
_Cordelia_ o della signora Virginia Treves-Tedeschi, che, com’è noto,
è la stessa persona. _Cordelia_ fu presentata alla Maffei nell’ultimo
periodo del salotto, insieme col marito Giuseppe Treves.
Matilde Serao vi fece una momentanea apparizione qualche sera
nell’estate dell’81, l’anno clamoroso dell’Esposizione nazionale:
vestita tutto di bianco, parlatrice fervida, allegra.
Si discorreva d’un’altra animosa scrittrice, dell’americana miss
Anna Lynck, di Nova York, moglie a quel Vincenzo Botta, che abbiamo
incontrato altra volta, e che dall’America, dove avea riparato
dalle tempeste politiche, ritornava di tratto in tratto in Italia
e non ometteva di visitare la Maffei e gli amici del salotto. La
signora Botta-Lynck era nota a Nova York per un salotto simile a
quelli d’Europa. Le due signore non si conoscevano, ma si mandavano,
attraverso l’Oceano, affettuosi saluti: la Maffei in prosa, la
Botta-Lynck in poesia. La poetessa americana amava sinceramente
l’Italia; ne cantò i dolori, la risurrezione, le glorie.
Nel marzo del ’76, entrò nel salotto un giovane snello e bruno come
un tunisino, elegante come un parigino autentico, qual è veramente:
Francesco Coppée. Venendo a Milano, l’autore del _Passant_ volle
riverire l’amica di tanti poeti; la quale riportò di lui l’impressione
più gradita. “Egli ha tutte le buone qualità dei francesi, e non ne ha
i difetti,„ ci disse la contessa di quel mite e fine romantico, la cui
modestia, rara nei poeti, rarissima nei francesi, incantava davvero.
Una sera, i cesellati versi del Coppée vennero declamati da una celebre
attrice parigina, madame Doche, la stessa che rappresentò a Parigi per
la prima volta la _Dame aux camélias_.
La contessa Maffei avea raccolto, per festeggiare la nuova sua
ospite di passaggio, molte sue amiche e i suoi amici. Le sale erano
affollatissime: fu una serata di gala e di dolci emozioni. Madama
Doche, pallida, bruna, un po’ pingue, vestita d’un abito di seta
bianco, recitò con soavità d’inflessioni e con sentimento penetrante
pagine poetiche del Coppée, inni d’affetto patriotico, che, se non
erro, l’esimia attrice scelse a bella posta affine di risvegliare
un moto di simpatia per la Francia, appena uscita dalla sanguinosa
tragedia del ’70. Tutti le erano d’intorno, rapiti alla doppia musica
del verso e della interpretazione.
In una serata somigliante, un’altra attrice, avea recitato pure
applauditissima; un’appassionata attrice italiana dai pronti intuiti e
vera signora nelle parti di signora: Adelaide Tessero. Una ballata di
Francesco Dall’Ongaro, _La Croce del Verbano_, declamata con fuoco da
colei che infondea tanta vita negl’idillii di Leopoldo Marenco e nelle
commedie di Achille Torelli, commosse l’uditorio.
Impossibile ricordare le infinite cantanti che deliziarono delle loro
voci il salotto. Ne venivano dai più remoti lidi; alcune meravigliose
per la bellezza con strascichi di velluto interminabili, vere stelle
comete; brillavano e ben presto sparivano dal firmamento di casa Maffei
e d’Italia, per ignota destinazione. Fra le cantanti celebri, noto la
Pantaleoni, interprete delle opere del povero Ponchielli, e Teresa
Stolz, interprete delle opere Verdiane. Quando la Stolz si decideva
a cantare, era una festa. Ella lanciava sulla folla elegante le sue
note vibrate come squilli. Nel “Pace, o gran Dio!„ della _Forza del
Destino_, commoveva persino i matematici.
Nell’ultimo periodo del salotto, si eseguì molta musica eccellente.
Carlo Andreoli sedeva al pianoforte spiegando il suo magistero di
musicista serio e profondo. Alfredo Catalani, cereo, sparuto, coi
segni della morte vicina sul volto inspirato, suonava al piano sue
delicatissime composizioni, aneliti vaghi a sfere lontane, a velati
paradisi d’amore. Egli ci ricordava un altro giovane d’ingegno
portentoso, il povero Adolfo Fumagalli, rapito a soli ventisette anni!
Antonio Bazzini, uno de’ più antichi amici del salotto, raggiava di
giusto orgoglio paterno quando udiva suonare Alfredo Catalani, il quale
fu senza dubbio il suo più eminente allievo. Franco Faccio e il suo
sostituto nella direzione dell’orchestra alla Scala, Gaetano Coronaro
di Vicenza; Ugo Bassani di Venezia, amico di Liszt; qualche tedesco,
chiomato come un re merovingio, ed altri si notavano nel novero de’
migliori musicisti nel quale una sera, modesto, e inchinevole come
un salice, comparve anche Massenet. Nella schiera delle pianiste
emergevano una delle signorine Garavaglia, la signorina Fumagalli, e
donna Vittoria Cima, amica affezionatissima della Chiarina, una fra le
più colte signore della società milanese.
Tutte le novità musicali piovevano sul pianoforte del salotto, come
tutte le novità letterarie piovevano sul tavolino da lavoro della
contessa. Ogni estate, prima di partire per la villeggiatura di
Clusone, la Maffei radunava gli amici e le amiche per offrir loro
una serata musicale. Fra gl’invitati, si vedevano giovani avvocati
ed economisti, che anelavano un seggio nel Parlamento, ignari di ciò
che il Tenca andava dicendo _ex corde_ alla Maffei: “Nulla più della
politica dà la sfiducia e il disgusto di questa povera vita umana.„
Giovani spose formavano, a parte, gruppi degni delle _Grazie_ del
Canova e degl’inni del Foscolo, il grande poeta della suprema bellezza
femminea, del quale la contessa Maffei teneva, in un posto speciale
del salotto, un ritrattino prezioso. E fino a mezzanotte, al profumo
de’ fiori, sparsi dappertutto — que’ fiori ne’ quali la contessa
scorgeva un sorriso di Dio — si protraevano le musiche, i canti, le
conversazioni vivaci.
Ma la serata _classica_ di casa Maffei era l’ultima d’ogni anno.
Alla mezzanotte del 31 dicembre, la contessa volea vedersi intorno
tutti quanti gli amici in quello ch’ella definiva il suo “salottino
cosmopolita„.
Era allora il momento più animato e più espansivo. Grande l’affluenza
delle signore, d’uomini politici, di letterati e d’artisti. Quel
salotto s’affollava in modo ch’era impossibile movervi un passo. E
nuovi visitatori continuavano sempre a venire, in cravatta bianca e
in guanti bianchi che infilavano per le scale; ma per qualche minuto
dovevano rimanere pazienti ad aspettare che fosse possibile un varco
nella folla. L’adito era arduo nella stessa anticamera ove le signore,
davanti agli specchi, davano l’ultimo tocco sapiente alle loro
acconciature.
Anche coloro che, a quell’ora tradizionale, venivano chiamati intorno a
una patriarcale tovaglia, non mancavano d’accorrere a salutare, fosse
pure con una sola stretta di mano, la gentil padrona di casa che aveva
l’occhio a tutto e volea salutar tutti.
I reduci dal teatro alla Scala, dai circoli, o dagli uffici de’
giornali, portavano le ultime notizie, le _recentissime_; ma non si
faceano commenti: la riunione era consacrata agli augurii, che allo
scoccar preciso della mezzanotte nell’orologio del salotto, diventavano
generali, in mezzo al susurro crescente delle voci allegre, allo
sfruscìo degli abiti delle signore e dei fogli di carta di musica che
si stava per eseguire.
La contessa non perdeva d’occhio neppur uno degl’intervenuti.
Quell’esile, aristocratica personcina, vestita, secondo il solito,
di nero, con signorile semplicità, penetrava in tutti i crocchi.
Su quel volto dai finissimi lineamenti, subitamente acceso da una
febbre di contentezza, illuminato da un sorriso — quel mite sorriso
tutto suo — ogni visitatrice, ogni amico leggeva un augurio. Ella
rivolgeva a ciascuno una parola: una domanda premurosa; e, appena il
primo dei dodici rintocchi solenni della mezzanotte scoccava, ella
stringeva giubilante la mano a uno a uno; e non so come mai quell’esile
corpicciuolo che, per dirla con una frase victorhughiana, pareva un
pretesto preso dal Creatore per far vibrare un’anima, non si spezzasse
in quel movimento incessante, in quella veglia faticosa.
Dopo gli augurii, si eseguiva ottima musica, in mezzo al silenzio
improvviso che la contessa, scherzando, intimava con un colpo secco
di ventaglio sul pianoforte. Un maestro di bel nome sedeva al piano e
accompagnava qualche cantante di grido o qualche stella sorgente della
scena lirica, che avea desiderato penetrare nel celebre salotto dove
potea farsi conoscere in un momento da critici famosi e da maestri
ragguardevoli.
Dopo la musica, veniva il thè, il consueto thè, al quale la contessa
attendeva da così lungo ordine d’anni, con speciale premura e che
distribuiva agli amici, aiutata da alcune graziose signorine. E poi
musica ancora, e augurii ancora. Quella dama cortese non finiva di
ringraziare per quella visita di fin d’anno, a cui teneva come a patto
d’amicizia. Ella che, indulgentissima, non ammetteva schiavitù nel suo
circolo e lasciava venire e andare gli amici a loro piacimento per
tutte le altre sere dell’anno, non tollerava scuse posticcie per quella
serata a lei sopratutte carissima; e se qualcuno, il giorno dopo,
visitandola, mendicava tutto contrito qualche giustificazione, ella era
capace di tenergli il broncio.... per un minuto secondo.
Nei ricevimenti della mezzanotte del 31 dicembre, venivano persino i
più anziani, come il conte Medin e l’avvocato Bartolommeo Benvenuti,
due patrioti veneti, che avevano figurato in prima schiera nel Governo
provvisorio del ’48 a Venezia: il primo dalla parola recisa come taglio
di spada; il secondo tranquillo, acuto, limpidissimo ingegno, lustro
del Foro italiano. Una volta, in uno dei più affollati ricevimenti,
venne anche il glorioso generale Carini, conosciuto dalla contessa nel
1867. Innumerevoli poi le lettere d’augurio d’illustri lontani d’Italia
e di Francia. Tutti si ricordavano di lei; ella si ricordava di tutti.