Incontro curioso di Andrea Maffei colla moglie. — Storia d’un
sonetto del Manzoni. — Andrea Maffei in pericolo di vita. — La
contessa va a Firenze. — Nuove conoscenze: Paolo Mantegazza, Atto
Vannucci, Francesco Dall’Ongaro. — Bianca Rebizzo: il suo salotto,
i suoi casi, la sua carità. — Alessandro Manzoni visita la contessa
Maffei. — Riconciliazione di Andrea Maffei colla moglie.
Dopo la pacifica separazione, i rapporti fra Andrea Maffei e la moglie
furono radi, ma non ostili. Il poeta non pubblicava libro senza
inviarlo in omaggio alla moglie.
Peraltro, non si vedevano. Stettero diciotto anni senza vedersi
neppure una volta, quando, nel 29 novembre 1868, in casa di donna
Laura Scaccabarozzi d’Adda (poi moglie a Giovanni Visconti-Venosta)
avvenne un loro incontro grazioso. Quella cortesissima gentildonna,
da me pregata, lo raccontava in una lettera che, commettendo
un’indiscrezione, mi permetto di riportare: è una scenetta da
_proverbio_, che avrebbe potuto inspirare chi creò l’elegante _Caprice_.
“Eravamo nell’autunno del 1868. Io avevo l’abitudine di stare in
casa la domenica per ricevere i miei amici più intimi: fra questi,
la Chiarina Maffei. Essa non lasciava mai passare quel giorno
senza farmi la sua visitina. Ciò era noto ad Andrea Maffei, che
più volte mi disse di non voler venire da me alla domenica per
non incontrarsi con sua moglie; difatti, veniva sempre in altri
giorni della settimana. Il 29 novembre, ch’era una domenica, stavo
discorrendo nel mio salotto col professore Bartolomeo Malfatti
quando, con mia somma sorpresa, mi si annunzia il cavalier Maffei.
Naturalmente, pensai subito, con qualche inquietudine, a un
possibile incontro con Chiarina; e, mentre appunto stavo cercando
il modo di prevenirla che in quel momento c’era nel mio salotto
suo marito, ecco aprirsi di nuovo l’uscio e mi viene annunciata la
Chiarina. Questa, entrando, s’avvide subito di chi era con me. Mi
salutò affettuosamente come sempre; salutò il Malfatti, suo intimo
amico; e fece un leggero inchino al Maffei sedendosi a me vicina.
Il Maffei non riconobbe subito sua moglie; e chiese a bassa voce
al Malfatti: “Chi è quella signora?„ Il Malfatti rispose: “Ma non
riconosci tua moglie?„ Andrea Maffei, alzatosi immediatamente, si
volse a Chiarina e le disse: “Oh, Chiarina, scusate se non vi ho
riconosciuta: incolpatene la mia povera vista che diventa tutti i
giorni più debole.„ “Lo so, disse Chiarina; e ho capito che non
m’avevate riconosciuta.„ Si scambiò qualche parola a proposito del
deplorevole indebolimento della vista del Maffei; poi Chiarina
disse che veniva dall’aver fatta una visita a Manzoni, il quale le
aveva dettato un sonetto da lui scritto nel 1802 e ancora inedito;
e volgendosi a suo marito, gli porse il sonetto dicendogli: “Volete
leggerlo? v’interesserà.„ Il Maffei lo prese; poi visti i minuti
caratteri di sua moglie, soggiunse: “non posso leggerlo; leggete
voi, Chiarina.„ Chiarina lo lesse; ma, quando arrivò all’ultima
terzina, il Maffei l’interruppe recitandola a memoria. E vedendo la
sorpresa di sua moglie, “Ma non _ti ricordi_, Chiarina, esclamò,
che una sera il Rossari venne da noi e ci lesse quel sonetto che il
Manzoni gli aveva dato la sera stessa?„ _Hai ragione_, Andrea; ora
me ne ricordo. Mi pareva, infatti, che quei versi non mi fossero
nuovi!„
“Erano passati dal _voi_ al _tu_; le mie inquietudini erano
cessate. Dopo pochi minuti, Chiarina si alza, saluta me e il
Malfatti, porge la mano anche al Maffei e se ne va. Il poeta
rimase ancora per poco; ripetè di non aver riconosciuta la moglie;
aggiunse poi di averla trovata assai bene, e non fece alcuna di
quelle allusioni spiritose e un po’ sarcastiche che erano in lui
così frequenti.
“Aveva egli voluto incontrarsi con sua moglie? Certo sapeva che,
venendo da me in domenica, l’incontro era possibile; dunque, in
ogni caso era disposto ad affrontarlo.
“Nel dopo pranzo della stessa domenica, Chiarina venne di nuovo da
me. Era molto impressionata dall’incontro con suo marito; mi disse
ch’egli, come avea sempre usato di fare, le aveva mandato una copia
d’una sua ultima pubblicazione; che avrebbe voluto ringraziarlo, e
che, siccome il giorno dopo era la festa di sant’Andrea, avrebbe
pure voluto cogliere l’occasione per esprimergli i suoi augurii,
ma che non credeva opportuno di farglieli direttamente; perciò mi
pregava di scrivere io stessa al Maffei in suo nome. Sulle prime,
rifiutai; mi pareva più semplice, più naturale che tutto ciò si
facesse senza intermediarii; ma Chiarina insistette, ed io finii
per cedere, e scrissi al Maffei.„
Il sonetto del Manzoni era quello che comincia:
Come il divo Alighier l’ingrata Flora
Errar fea per civil rabbia sanguigna;
indirizzato dal poeta al napoletano Francesco Lomonaco per la vita di
Dante: quel Lomonaco che nel 1799 scampò per uno sbaglio di nome a’
supplizii de’ quali furon vittime a Napoli i suoi amici repubblicani
partenopei e che nel 1.º settembre 1810, stanco di soffrire, si affogò
a Pavia. — Bartolomeo Malfatti, nato a Mori nel 1828, crebbe a Trento
nella casa e sotto le cure della contessa Cloz-Salvetti; storico e
geografo, collaboratore del _Crepuscolo_, e professore di geografia,
prima a Milano, poi a Firenze. Era assai apprezzato nel circolo Maffei
ch’egli frequentava.
Nella primavera dell’anno dopo quell’incontro, Andrea Maffei cadde
mortalmente malato di risipola, a Firenze, in un albergo. Aveva
sapiente e amorosa assistenza, ma non forse alcun vero conforto. La
contessa, appena ne apprese la notizia, non esitò un istante, chiuse il
salotto e accorse al letto dell’infermo.
Nel momento di separarsi dal marito, nel 1846, ella gli avea scritto:
“Addio, Andrea mio: esco da questa casa coll’animo addolorato, ma
almeno tranquillo, poichè so che ci lasciamo con dell’affetto e
della stima reciproca. Addio; vivi coi nostri amici, con quelli che
in questa circostanza furono il nostro sostegno e santificarono,
quasi, col loro ajuto un passo per sè stesso fatale, ma per
me inevitabile e necessario se non alla felicità, almeno alla
soddisfazione di tutti e due. Ricordati ch’io ti lascio ma non
t’abbandono, e che in ogni circostanza triste della tua vita io ti
sarò vicina come una sorella. Non dubitare di queste mie parole
poichè sai che non ho mai mentito e che posso garantire della
profondità de’ miei sentimenti.
“Ti ringrazio d’esserti condotto così dignitosamente, e quando
seguirai l’impulso del tuo cuore sarai sempre tale. Addio, addio.„
[Illustrazione: ANDREA MAFFEI (nell’anno 1868).]
E ora, dopo ventitrè anni, Clara Maffei, fedele alla promessa, la
manteneva. Vincenzo de’ Lutti, Anselmo Guerrieri-Gonzaga e Giovanni
Prati, avvertiti della venuta della contessa a Firenze, le andarono
incontro alla stazione. Al Maffei non sembrò vero di vedersi accanto la
Chiarina d’un giorno, che lo assisteva. “Povero Andrea! quanto patire,
ella scrivea a un amico di Milano. Che cos’è il mio piccolo sacrificio
in confronto di quanto egli soffre?... Non ho alcun merito. Vorrei
solo potergli sempre inspirare fiducia e pazienza; e, intanto, devo
dargliene l’esempio col mio contegno tranquillo e sereno.„
A poco a poco, mercè le cure, Andrea Maffei risanava; e la contessa
approfittando degli ultimi giorni del proprio soggiorno a Firenze
girava cogli amici nei dintorni poetici, nei templi e nelle gallerie,
di cui ammirava entusiasta i portenti. Nella società fiorentina, così
ospitale, contrasse nuove elette amicizie e conoscenze. Donna Emilia
Peruzzi, moglie allo statista Ubaldino, la quale teneva e tiene tuttora
a Firenze un fiorente, celebre salotto politico e letterario, l’accolse
con festa. L’Aleardi la volle alle sue smaglianti lezioni di estetica
che nell’Istituto di studii superiori recitava alle sue ammiratrici.
Le venne presentato un abate, Giambattista Giuliani, che spiegava
Dante con Dante, e due ex-abati: il Trezza, illustratore di Lucrezio,
e Francesco Dall’Ongaro, creatore dello stornello politico, attico
ingegno. Il baldo poeta della fisiologia, Paolo Mantegazza; il dolce
poeta degli affetti domestici, Emilio Frullani; lo storico de’ martiri
della libertà, Atto Vannucci; uno dei più eleganti scrittori d’Italia,
Eugenio Checchi amatissimo dal Maffei; ed altri ancora andavano a
visitare la gentildonna lombarda, che nell’albergo dove alloggiava,
s’era improvvisato un genialissimo salotto. A Firenze, la contessa
s’incontrò anche in una dama milanese di rari pregi, che già conosceva:
Bianca Rebizzo, insigne nei fasti della carità.
Il salotto che quest’inclita milanese, vera soccorritrice del popolo,
tenne a Genova per più anni, non può essere dimenticato. Era nata a
Milano nel 1800 da Carlo De Simoni, capitano di Napoleone I, morto nel
fiore della giovinezza, e da Anna Opizzi, che la allevò in ristrette
fortune. Sposatasi al genovese Lazzaro Rebizzo, lo seguì in varii
paesi; fu più volte con lui in Francia e in Germania: nel 1833, ottenne
di riposarsi un po’ a Venezia; e nella città di Daniele Manin divenne
intima della famiglia del grande Dittatore. Nessuno, forse, ella
amò tanto come Ernesta Viezzoli-Manin, dolce, bionda, dagli sguardi
melanconici, e per l’alto sentire degna sorella a Daniele. Questa
angelica Ernesta, all’annuncio che il fratello era stato imprigionato
dopo il fiero suo indirizzo al Governo austriaco, fu presa da tale
angoscia che spirò all’improvviso fra le braccia dell’atterrito
consorte.
Nel 1835, Bianca Rebizzo fissò la propria dimora a Genova, nella cui
città promosse per la prima gli asili dei bambini poveri, lottando a
lungo contro le ripugnanze della poveraglia, che voleva lasciare i
suoi figliuoli nel fango della via e nel fango della vita, piuttosto
che affidarli a un asilo e a quell’affettuosa madre de’ poverelli. Un
filantropo, Giacomo Cervasco, le aprì il varco nei tugurii; ed ella vi
penetrò col suo dolce sorriso, colla sua inesauribile misericordia,
scoprendo, fra colpe e dolori, esempii sublimi di sacrificio. Nel ’50,
fondò il _Collegio italiano_ per le giovinette di condizione civile.
E alla carità sposò nel suo cuore, aperto a tutti gl’ideali, l’amor
di patria. Goffredo Mameli, Nino Bixio le furono amici. Questi forti
versavano l’ardore delle loro anime nei colloquii ch’essi tenevano
con lei nella sua casa; nella quale andavano anche Lorenzo Costa,
autore del più bel poema che si conosca su Cristoforo Colombo,
Terenzio Mamiani, il pittore Nicolò Barabino, e il poeta conte Jacopo
Sanvitale, vecchio esule, indomito patriota di Parma, nemico giurato
d’ogni despota, autore d’una _Nostalgia_, che fino al 1866 rimase il
carme degli esuli. Per un suo sonetto contro Napoleone I, egli stette
imprigionato quattordici mesi: un mese per verso!
Bianca Rebizzo moriva a Genova poco dopo il suo incontro con Clara
Maffei.
Il 21 ottobre 1869, ricorrendo il suo giorno onomastico, ricevette,
come il solito, moltissimi fiori; ma non sapeva più sorridere.... li
contemplava triste.... Era presentimento?... Pochi giorni dopo Bianca
Rebizzo spirava, e le sue stanze serbavano ancora di que’ fiori.
Nella società fiorentina, nella società milanese, ed in altre, non si
discorreva, intanto, che della conciliazione improvvisa dei Maffei; ma
questa si limitò, a dir vero, solo a un’amicizia benevola, mista di
gratitudine da una parte e d’affetto di sorella dall’altra. Nel bel
mondo, non mancò qualche risolino forse poco benevolo su questo tardo
ravvicinamento di due coniugi che per molti anni battevano liberi
vie diverse; ma la contessa, superiore sempre alle dicerie degli
sfaccendati, non se ne occupò, nè punto nè poco.
Crollava, come soleva, la testa, alzando le spalle e avea ragione
di scrivere: “Nulla so di quanto nel mondo si dice o si dirà di
questa nostra posizione; ma sapete che ad esso non ho sacrificato un
sentimento.... Non amo i pompieri morali, nè li amerò mai: arrischiano,
per salvarci dalle vampe dell’entusiasmo, di farci annegare.„
Appena la contessa ritornò a Milano, una fra le prime visite che
ricevette, fu quella di Alessandro Manzoni. Il venerando poeta, co’
suoi ottantaquattro anni, s’affannò a salir su per le scale della
Maffei, e, appena la rivide, prendendole entrambe le mani, esclamò: —
“Vengo a congratularmi! Brava!... Bravi tutti e due!„
Sulla fine del novembre dello stesso anno, la visita del Manzoni fu
seguita da quella di Andrea Maffei risanato. L’idillio di Gessner
rifioriva; e la contessa, parlando delle sue nuove soddisfazioni, le
notava col tocco delicato che le era proprio in una lettera a Francesco
Rosari:
“.... Una di queste vive soddisfazioni me la fa provare in modo
altissimo mio marito. Viene ogni giorno a visitarmi. Oggi andremo
insieme da Manzoni. Non posso dirvi quanto egli sia buono,
gentile, riservato, generoso. Dio ascolta le preghiere de’ miei
poverelli e quella che sempre gli innalzo di accordarmi la pace del
cuore e prima ancora quella della coscienza!.... Andrea partirà
mercoledì per passare l’inverno a Riva di Trento, e tornerà qui
nella primavera per istarvi un mese. Di salute è bene; d’umore,
lietissimo. Viene ogni mattina, e sin’ora mai alla sera.„
Da questo momento, Andrea Maffei fu tutto riguardi verso la moglie.
Di tratto in tratto, le regalava gingilli eleganti, mazzi di rose,
ventagli, come nei giorni del fidanzamento. La contessa, che da più
anni, in un ricco album di fotografie di monumenti classici, avea
collocato _come primo monumento classico_ il ritratto di Andrea
Maffei, lo lasciò lì, lì ancora al suo posto; ma non taceva cogli
amici le attenzioni squisite del poeta ringiovanito, nella devozione
cavalleresca verso di lei, e nell’affetto.
Il traduttore di Schiller soggiornava quasi tutto l’anno a Riva di
Trento, in casa de’ suoi fidi ed esemplari amici Lutti. Tutte le volte
che veniva a Milano, scendeva all’albergo della _Bella Venezia_,
occupando le basse camerette abitate già nel ’48 dal Mazzini e dal
Gioberti e in quelle componeva melodici versi. Alla mattina poetava,
mentre si facea arricciare le folte e argentee chiome dal servo Luigi;
quelle chiome, che “in onda di giacinti„ per usare d’una espressione di
Giacomo Zanella, gli scendevano alle spalle, accrescendo maestà alla
sua bella persona. La malattia gli aveva fatti cadere molti capelli, ma
gliene restavano ancora moltissimi. Scriveva a Clara:
“Le poche tracce della grave infermità prodigiosamente superata se
ne andranno, mi confido: ma dubito assai che i miei capelli così
forti, così fitti m’abbiano a ricrescere; ogni mattina, il pettine
me ne strappa una pioggia. L’uccello, fuggito al vischio, non si
lagna delle piume perdute, ma lieto riprende il suo volo nell’aria.„
Ed egli lo riprese subito il suo volo di poeta, con nuove linde
versioni delle quali, premurosamente, parlava alla moglie:
“Tradussi il primo canto del _Child-Harold_. Come battistrada,
mando ora innanzi il quarto canto sull’_Italia_, poi la farò
finita colla musa, pubblicandone l’intero poema, che mi propongo
indirizzare a te. Tu avesti i miei primi versi, e avrai gli ultimi.„
E gentili così correvano tutte le altre lettere. Mai una parola amara:
bensì espansione e stima.
Quando, nel ’78, morì d’improvviso a Brescia quella virtuosa e gentil
poetessa che fu Francesca Lutti, Andrea Maffei ne sofferse nel profondo
dell’anima, e così si confidava alla moglie:
“Cara Clarina. Non ti scrissi da un pezzo; ma, credimi, la
sventura, dalla quale fui colpito nella morte della Francesca mi ha
così confuso e addolorato, che per molti e molti giorni la penna
non mi reggeva fra le dita. Era la mia creazione, la mia figlia
d’arte, ed una comunanza di sentimenti e di studio me l’avea fatta
un bisogno del cuore e dell’intelletto!„
Si potrebbero moltiplicare le prove de’ nobili sensi del poeta. Certo
la Chiarina e gli amici tutti, imparziali, ne tenevano conto e le
ammiravano, ben lieti che quelle prove cancellassero del tutto antiche
impressioni meno lusinghiere.