Pensieri del Manzoni sulle donne innamorate, sui grandi poeti,
sulla Religione, sulla Chiesa. — Ricordi di Enrichetta Blondel. —
Sentimenti del Manzoni sulla propria casa paterna. — Donde trasse
il tipo di don Abbondio e del dottor Azzeccagarbugli. — Incontro di
Giuseppe Verdi con Alessandro Manzoni. — Emilio Broglio.
Abbiamo accennato qua e là all’amicizia che la contessa Maffei nutriva
per Alessandro Manzoni: è giunto il momento di dirne qualcosa di più,
poichè ora quell’amicizia si conferma, si eleva.
La contessa Maffei visitava Alessandro Manzoni ogni domenica dopo la
messa, nella casa del poeta in via Morone n. 1, e parlava a lungo
con lui, ammirata di quella mente, di quella coscienza. Ella soleva
chiamarlo il “nostro grande sant’uomo.„ Nessuno più di lei adorava quel
genio e quella rettitudine. Dopo averne uditi i colloquii, durante la
visita domenicale, ella ne riportava i detti più preziosi nel suo libro
di memorie dove li trovo scritti accuratamente colla sua fine mano di
scrittura dagli asteggi eleganti.
Un giorno, ella chiese al Manzoni che cosa egli pensasse sulla
sincerità dell’amore nell’uomo e nella donna. Ei le rispose: “Ho
l’idea, forse suggeritami dall’esperienza, che le donne _blaguent_
sul sentimento, mentre gli uomini al contrario sono _fanfarons
d’indifférence_.„ Un altro giorno gli domandò quali fossero, secondo
lui, i più grandi poeti. Ed egli: “Virgilio e Shakespeare. Chiunque
voglia scrivere poesia deve leggere Shakespeare. Come conosce tutt’i
sentimenti!...„
Alessandro Manzoni le definiva sempre la poesia “la quintessenza
del buon senso„ definizione che conduce a quella di Victor Hugo
sull’ideale: “L’idéal n’est autre chose que le point culminant de la
logique.„ Il Manzoni narrò un altro giorno alla Maffei come divenne
credente. Il fatto d’avere smarrita la moglie, Enrichetta Blondel, in
una folla a Parigi, d’essere entrato angoscioso e tremante nella chiesa
di San Rocco e d’avere esclamato: “Dio, se esisti, rivelati a me; fammi
trovare Enrichetta....„ è perfettamente vero. L’ombra di qualche dubbio
sulla fede pare sorgesse qualche volta nell’animo acutamente analitico
del Manzoni; ma era ombra fuggevole. Nell’album della contessa,
leggo: “Le doute me tue, disse Goethe a Cousin; e a me venne detto da
Manzoni.„ L’autore della _Morale cattolica_ disapprovava recisamente
l’indirizzo politico del Vaticano. Diceva alla Maffei: “Interessi
della Chiesa?... Parole di partito, trovate da Montalembert. Dicano
onore, decoro, e c’intenderemo.„ E ancora: “Povera religione!... Preti,
vescovi e papa la distruggerebbero se la luce potesse perire benchè
avviluppata da tenebre!„ Alessandro Manzoni voleva che l’indulgenza
fosse una delle virtù del Vaticano, preferendo in tutto alla severità
l’indulgenza. Nell’album della Maffei, leggo in prova di questo un suo
detto: “Come la malignità è odiosa anche quando coglie nel vero, così
l’indulgenza è amabile anche quando le accade di travedere.„
Sentiva l’amore il Manzoni?... Certo non s’innamorava facilmente.
Egli adorò la prima moglie, Enrichetta Blondel, e ancora dopo molti
anni che l’avea perduta, ne parlava commosso ai più intimi, a Clara
Maffei. Ho veduto nel giardino della villa Manzoni a Brusuglio, due
robinie moribonde, cui sono uniti i più soavi e più dolorosi ricordi
d’amore del Manzoni. Nella parte del suo giardino, che guarda i monti,
il poeta piantò due robinie giovinette. Una sera, egli stava colla
sua Enrichetta appena sposata là in mezzo al verde e in quella pace
conversando. La Blondel s’avvicinò alle due robinie, e colle sue mani
attortigliò l’una coll’altra dicendo allo sposo: “Così vivranno le
nostre vite!„ E le robinie crebbero attortigliate e forti, insieme.
Quando morì la Blondel, il Manzoni, soffocato quasi dai singhiozzi, si
portò presso le due robinie e nel loro tronco incise col coltello una
croce; e volle educare egli stesso per lungo tempo in giro alle piante
un’ajuola di fiori.
“Manzoni è stato male un giorno (scriveva la Maffei a un amico).
Immaginatevi il mio sgomento. Quale perdita sarebbe per me quel santo,
che, col suo consorzio, m’illumina il cuore, forse più che co’ suoi
scritti, poichè in lui veggo la vera attuazione del Bene!„ E due mesi
dopo: “Jeri visitai Manzoni di ritorno da Brusuglio. Stava benissimo,
grazie al Cielo! M’accolse come una figlia. Di mente poi è un miracolo.
Non solo ha tutta la potenza del pensiero — e di qual pensiero! — ma
la prontezza, la vivacità dello spirito e spesso, anzi sempre, quando
ne ha l’occasione, una _repartie_ pronta come il più spiritoso dei
francesi!„ E ancora: “Passeggia, fuma come un giovinotto.„
Il Manzoni parlava alla Maffei delle inspirazioni attinte ai paeselli
lombardi quando dimorava al _Caleotto_ presso Lecco, alla cui
amministrazione cittadina, da giovane (pochi forse lo sanno) egli avea
preso parte.
Il Manzoni vendette poi il Caleotto, palazzo paterno (ora lasciato in
abbandono), coi possessi uniti e colla cappella sotto la quale era
seppellito suo padre don Pietro.
Uno de’ motivi della vendita fu che il Manzoni voleva sottrarsi alla
soggezione d’un amministratore impostogli dal padre nel lasciargli,
morendo, quei beni.
Il Manzoni si pentì, poi, amaramente, d’aver venduta la tomba di
colui del quale portava il nome. Egli soffriva tutte le volte che
ripensava al Caleotto. Quando l’ingegnere Scola, nuovo proprietario
del palazzo, si recò a Milano e a Brusuglio per avere dal Manzoni
schiarimenti sopra certi diritti d’acqua, gli disse ossequioso che, se
avesse voluto ritornare a dimorar qualche tempo al Caleotto, sarebbe
stato grand’onore per lui l’ospitarlo. Il Manzoni lo ringraziò e,
sospirando commosso, rispose: “Io non verrò mai più in que’ luoghi! Se
vi ritornassi, non vi farei che piangere tutto il giorno[10].„
Alessandro Manzoni preferiva Brusuglio; la villa ivi eretta dalla madre
Giulia Beccaria, la quale vi avea deposto la salma del suo diletto
Carlo Imbonati.
Il Manzoni, parlando di varii scrittori milanesi a lui carissimi,
esprimeva a Clara Maffei la sua ammirazione per la potenza di Carlo
Porta nel creare tipi veri e vivi; egli stesso volle creare un prete
sul taglio di quelli del gran meneghino; e creò don Abbondio, ritraendo
un parroco di Germanèdo, paesello distante due chilometri da Lecco.
Quel disgraziato servo dell’altare era la favola di tutto il territorio
per la sua pusillanimità. Bastava che qualcuno alzasse la voce,
tremava. Si raccontano molte burle che una specie di _bravi_ (certi
giovinastri dei dintorni) gl’infliggevano, comandandogli questo e
quello, per ridere allegramente alle sue spalle.
Così il dottor Azzeccagarbugli non è un’immaginazione del Manzoni,
bensì la riproduzione fedele d’un lungo, allampanato e sudicio legulejo
di Lecco, colà assai noto per l’abilità nel trovare cavilli.
La contessa Maffei ci raccontava una sera curiosi esempi della
scrupolosa precisione con cui il Manzoni voleva accertare i fatti, e
dei dubbii che lo assalivano anche dopo d’averli accertati. Ad alcuni,
che gli riferivano qualche fatto singolare del risorgimento di cui
erano stati testimoni ed attori, il Manzoni, dopo averli attentamente
ascoltati, domandava: “Ma ne siete poi ben sicuri?...„
Un giorno, l’autore dei _Promessi Sposi_, che conosceva a menadito i
nomi delle piante, s’incurvò sopra un alberello che il suo giardiniere
mondava, e gli chiese: “Come si chiama questa pianta?„ E, avutane
risposta, egli che non si fidava della propria scienza e neppure di
quella del giardiniere, andava ripetendo: “Ma siete poi ben sicuro che
questa pianta si chiami così?...„
Pensava a lungo prima di scrivere un biglietto; scritto, lo rileggeva
più volte e, inviatolo alla posta, lo faceva talora ritirare
(raccontava la Maffei) nel dubbio che gli fosse sfuggito qualche
errore! Quando ristampò la sua lettera famosa al marchese Cesare
d’Azeglio intorno al _Romanticismo_, ne volle rivedere le bozze tredici
volte; e si trattava d’una ristampa. Questi sono gli scrupoli legittimi
degli autori coscienziosi, si chiamino Ariosto, Renan, Giusti. Ma è
anche vero che il sommo scrittore si lasciava avviluppare troppo dal
dubbio: i fisiologi moderni non tarderanno forse a collocare Alessandro
Manzoni fra gl’infermi affetti dalla _malattia del dubbio_.
Certo egli soffriva la _malattia degli spazii_. Qui non si parla della
“mobil vertigo„ come egli la chiama, di cui soffriva sulle alture, e
di cui tocca nell’inno _A Parteneide_; ma dell’impressione penosa che
provava in una larga strada se non vi era accompagnato da qualcuno. Per
questo, passeggiando, rasentava da un lato il muro e tenevasi all’altro
il fido Luigi Rossari.
Mi raccontava la contessa Maffei, e me lo riconfermava il vecchio e
gentil parroco di Brusuglio, col quale il Manzoni amava discutere
di filosofia rosminiana, che il poeta si sentiva di tratto in
tratto invadere la testa da un caldo flutto di sangue; e che da
quell’impressione ei trasse la similitudine del _Cinque maggio_:
Come sul capo al naufrago
L’onda s’avvolve e pesa....
Il Manzoni nutriva per la Maffei vera affezione. Tutte le volte che
passava sotto il balconcino di lei guardava su, e se scorgeva fra le
piante d’edera onde quel balconcino era adorno il volto della contessa,
le faceva un saluto grazioso agitando il fazzoletto.
Alessandro Manzoni avrebbe voluto visitar lui la Maffei; ma questa
non gli permetteva che salisse le lunghe sue scale. Pure il Manzoni
volle in qualche fausta occasione vincere le resistenze e far visita
all’amica gentilissima, la quale, giubilante, staccava allora dalle
spalliere d’edera, ond’era ombrato il poggiuolo del salotto, una foglia
di quella pianta simbolica e la inviava agli amici lontani.
La contessa desiderava ardentemente che Alessandro Manzoni e Giuseppe
Verdi, i quali non si erano mai veduti, s’incontrassero almeno una
volta. È necessario raccontare la storia di questo incontro, poichè
esso accese, nel Verdi, oltre la profonda ammirazione che già nutriva
per il Manzoni-artista, l’ammirazione per il Manzoni-uomo. Dopo questo
incontro, Giuseppe Verdi amò con intenso affetto Alessandro Manzoni.
Tutti sanno che alla morte dell’autore de’ _Promessi Sposi_, Giuseppe
Verdi scrisse spontaneo la _Messa di requiem_ (eseguita per la prima
volta nella chiesa di San Marco a Milano il 22 maggio 1874) quale
tributo alla memoria dell’uomo insigne e amato.
Nel maggio del 1867, Alessandro Manzoni, subito dopo qualche parola
dettagli dalla contessa, vergò sotto un proprio ritratto parole di
dedica per Giuseppe Verdi; e questi, nel 24 di quello stesso mese,
appena ricevuto a Sant’Agata il prezioso dono dell’autore dei _Promessi
Sposi_, espresse in una lettera memoranda alla Maffei tutt’i suoi
sentimenti di riconoscenza e di entusiasmo per il Grande. La moglie
del maestro, signora Giuseppina Verdi-Strepponi, era stata presentata,
intanto, ad Alessandro Manzoni dalla contessa che le era molto amica; e
Giuseppe Verdi invidiava di tutto cuore alla moglie tanta fortuna.
Sono sicuro del perdono del sommo maestro se dopo quasi trent’anni
traggo dall’ombra d’un album una sua pagina, solenne omaggio ad
Alessandro Manzoni. Il mondo conosce e ammira la _Messa di requiem_; e
niuno conoscerà il sentimento donde quelle note sgorgarono?...
“.... Quant’invidio mia moglie (scrive il Verdi alla contessa
Maffei) d’aver visto quel Grande! Ma io non so se, anche venendo
a Milano, avrò il coraggio di presentarmi a Lui. Voi ben sapete
quanta e quale sia la mia venerazione per quell’uomo, che, secondo
me, ha scritto non solo il più gran libro dell’epoca nostra, ma uno
de’ più gran libri che sieno usciti da cervello umano. E non è solo
un libro, ma una consolazione per l’umanità. Io aveva sedici anni,
quando lo lessi per la prima volta. Da quell’epoca, ne ho letto
pur molti altri, su cui, riletti, l’età avanzata ha modificato o
cancellato (anche su quelli di maggior reputazione) i giudizi degli
anni giovanili; ma per quel libro il mio entusiasmo dura ancora
eguale; anzi, conoscendo meglio gli uomini, si è fatto maggiore.
Egli è che quello è un libro _vero_; vero quanto la _verità_. Oh,
se gli artisti potessero capire una volta questo _vero_, non vi
sarebbero più musicisti dell’_avvenire_ e del passato; nè pittori
veristi, realisti, idealisti; nè poeti classici e romantici; ma
poeti veri, pittori veri, musicisti veri.
“Vi mando una mia fotografia per Lui. M’era venuta l’idea
d’accompagnarla con due righe, ma il coraggio m’è mancato, e mi
pareva d’altronde una pretensione che io non posso avere. Se lo
vedete, ringraziatelo del suo ritrattino, che, col suo nome,
diventa per me la più preziosa delle cose. Ditegli quanto sia
grande il mio amore ed il mio rispetto per Lui; che io lo stimo
e venero, quanto si può stimare e venerare su questa terra e
come uomo e come altissimo e vero onore di questa nostra sempre
travagliata patria. Addio, e grazie di tutto e per tutto.„
L’incontro fra Alessandro Manzoni e Giuseppe Verdi avvenne un anno
dopo a Milano, in casa del primo, il 30 giugno 1868: era un martedì.
Giuseppe Verdi ne rimase commosso e poco dopo scriveva da Sant’Agata
alla sua ottima amica Chiarina:
“.... Cosa potrei dirvi di Manzoni? Come spiegarvi la sensazione
dolcissima, indefinibile, nuova, prodotta in me, alla presenza
di quel Santo, come voi lo chiamate? Io me gli sarei posto in
ginocchio dinanzi, se si potessero adorare gli uomini.... Quando
lo vedete, baciategli la mano per me, e ditegli tutta la mia
venerazione.„
Qui non si arrestarono i ricambi d’affetto dei due eccelsi artisti. Nel
19 marzo 1869, l’autore dei _Promessi Sposi_ si ricordò dell’onomastico
dell’autor di _Rigoletto_, e gl’inviò una sua carta di visita con
queste parole:
“A Verdi — Alessandro Manzoni, eco insignificante della pubblica
ammirazione per il gran Maestro, e fortunato conoscitor personale
delle nobili ed amabili qualità dell’uomo.„
Appena il Manzoni cadde infermo, senza lasciare, pur troppo, buone
speranze di guarigione, la contessa Maffei s’affrettò a informarne
Giuseppe Verdi, che ne rimase rattristato fino alle lagrime....
Un giorno del ’73, si vide un signore, vestito di bruno, alto,
austero, dal passo veloce, scendere nei tetri colombarii del Cimitero
monumentale di Milano dov’era stata provvisoriamente deposta la salma
del Manzoni e là ristare, commosso, a lungo, dinanzi a quella tomba.
Nessuno a Milano, tranne la contessa Maffei e un suo famigliare, seppe
di quella visita. Il visitatore era Giuseppe Verdi.
Sempre cagionevole di salute, la Maffei provava di tratto in tratto
il bisogno d’uscir dal suo salotto e respirare un po’ d’aria salubre.
E allora, Giuseppe Verdi e la moglie la invitavano nella villa di
Sant’Agata. La contessa una volta vi andò all’improvviso per fare
una sorpresa agli amici. Ma udiamo raccontar da lei le accoglienze
ricevute: è una lettera gaja a un amico, una delle pochissime lettere
gaje da lei scritte:
“Sant’Agata, 19 maggio 1868.
“Da questo luogo, ove l’anima veramente si ritempra ed il cuore
si conferma nella fede che vi è del Bene e dei Buoni, voglio
scrivere a Voi, ottimo amico, che siete una delle persone che più
amo e stimo. Sono proprio felice d’avere effettuato il pensiero di
venire a trovar Verdi. Egli m’accolse come una sorella; mi conobbe
tosto, ma non credeva ai proprii occhi. Mi guardava attonito: poi
gettò delle esclamazioni; vi fu una tale commossa esultanza che mi
provò che il suo affetto grande e profondo ei me lo rende per sola
benevolenza. Mi promise immediatamente di venire a Milano, e verrà
presto.... La casa è elegante e confortabilissima; il giardino
vasto e bello; porteremo a Milano dei boschi di fiori. Stamane
Verdi mi parlò delle piante di rose, di cui vi mando una foglia per
ricordo. Oggi andremo a Busseto; poi a visitare la casa ove egli
nacque. Tutto è caro e sacro con noi.„
E il Tenca a lei:
“Non dubitavo che Verdi vi avrebbe fatte molte feste e che vi
avrebbe resa oltremodo gradita la dimora presso di lui. È così caro
il poter contare sulle vecchie amicizie e il ritrovarle dopo molti
anni vive e fresche come in passato!„
La contessa conservava religiosamente tutt’i ricordi di Giuseppe Verdi.
Talora, di prima sera, nel salotto, passava a qualche intimo (uno dei
così detti _andeghée_) le più belle lettere del maestro perchè le
leggesse; e quegli non s’accontentava di leggerle; ammirato, se le
copiava nel proprio taccuino, dove le conserva tuttora. Nelle questioni
d’arte, i giudizii di quelle lettere erano, come si può immaginare,
altissimi: nella musica e nella drammatica, per esempio: sulle commedie
più forti di Paolo Ferrari che a Verdi piacevano; su qualcuna di
Achille Torelli; e via via. Intorno alle questioni politiche, egli
vedeva con una chiaroveggenza lucidissima, da politico consumato.
Il ricordo della consorte di Giuseppe Verdi non può essere disgiunto
da quello di lui e di Chiarina Maffei, della quale ella era una delle
amiche più affettuose e più apprezzate. Giuseppina Verdi-Strepponi
rappresentava agli occhi della contessa, come agli occhi di tutti, il
tipo più serio della compagna fida, docile, esemplare. Quel giorno in
cui la Chiarina seppe d’un grave pericolo da lei corso con Giuseppe
Verdi sul lago della villa di Sant’Agata, ne fu tutta costernata. I
conjugi Verdi, per non rattristarla, non volevano ch’ella ne sapesse
nulla; ma la contessa non tardò a conoscere la verità e ne rimase
turbata per qualche giorno. Era avvenuto che, un dopo pranzo d’estate,
il maestro avea invitato cortesemente alcuni suoi ospiti a fare un giro
con lui e colla moglie sul lago. La signora Giuseppina, nello scendere
nella barca dove il marito, fermo, le porgeva la mano, si vide non so
per quale accidente, d’un tratto travolta nell’acqua, dove il maestro
pur cadde colla barca capovolta sopra di lui. Quel vigorosissimo uomo
fu presto a salvare la moglie e se stesso. Tutto ciò avvenne in un
attimo, colmando di terrore gli astanti, che dalla sponda aveano dovuto
assistere alla scena.
È noto che la signora Giuseppina Strepponi (sposata dal maestro a
Collange, piccolo villaggio della Savoja) fu la prima interprete del
_Nabucco_, in cui emergeva, come in ogni altra opera interpretata da
lei, per la voce estesa, magnifica, e per l’espressione drammatica.
Suo padre era il maestro Feliciano Strepponi, autore di quattro opere
(_Chi fa così fa bene, Francesca da Rimini, Gl’Illinesi_ e l’_Ullà
di Bassorra_), morto nel 1832 a Trieste, nel cui teatro Comunale
tre anni dopo Giuseppina esordì come cantatrice guadagnando subito
l’attenzione di quel pubblico diviso allora in due furiose fazioni:
l’una parteggiante per Giuditta Grisi e l’altra per la Ungher. Pel
matrimonio con Giuseppe Verdi, la Strepponi si ritirò dalle scene: così
la sua carriera teatrale si chiuse presto: fugace, ma fulgida come una
meteora.
Impossibile chiudere questo capitolo manzoniano, senza toccare d’uno
de’ più diletti amici del Manzoni e del salotto Maffei: Emilio Broglio,
il patriota milanese, economista, storico, ministro della pubblica
istruzione, tutto vita, tutto gajo splendore. Camillo Cavour, che
avea tesori di spirito, ammirava nel Broglio oltre gli ottimi studii
lo spirito; e così Daniele Manin che si onorò d’averlo avuto a suo
cooperatore nell’insurrezione lombardo-veneziana nel ’48. Egli piaceva
tanto al Manzoni che questi, così alieno dagli armeggii politici, si
trasformò nel 1861, con Massimo d’Azeglio, in agente elettorale per
promuovere la sua elezione a deputato nel collegio di Lonato-Desenzano!
Tutti sanno con qual fervore il Broglio si fe’ banditore delle idee
unitarie del Manzoni in fatto di lingua; ma tutti non sanno quanto brio
egli recava nel salotto Maffei sia che discorresse del Manzoni, o del
Rossini (altro suo idolo) o di mille cose sulle quali trasvolava con
una sicurezza da disgradare Diderot. Amicissimo della Maffei, veniva
nel salotto con grande frequenza. Intercalava a’ più serii discorsi
episodii ameni che rendevano la sua conversazione divertentissima.
Egli rappresentava assai bene il salotto Maffei dove si dicevano e si
facevano cose serie, ma in cui (tranne nel più tetro periodo delle
repressioni) si rideva anche molto. Nessuna pedanteria nel salotto
Maffei. Con tanti uomini e signore di spirito, la pedanteria era
impossibile: e se questa pianta spinosa vi fosse fiorita, nè i Broglio,
nè i Verdi, nè i Manzoni, nè tanti altri vi avrebbero posto piede
neppure una volta!
“Lo spirito (scriveva la contessa al nipote dottor Cesare
Olmo) deve non solo studiare, ma anche piacevolmente distrarsi
per conservare quella specie di leggerezza che fa accettare
anche il parlare serio da tutti perchè scevro da pedanteria
(che uccide qualunque influenza amabile) e forse utile sugli
altri. Manzoni quanto era piacevole anche quando diceva cose e
pensieri sublimi!... La sua santa altissima memoria è un precetto
intellettuale e morale per l’anima mia; e quante volte rimpiango
che alcuni non l’abbiano avvicinato: avrebbero conosciuto il
vero spirito che crea e non distrugge, coll’esser serii ma con
disinvoltura e amabilità ed alla portata di tutti. L’ho sempre
nell’anima quel santo grand’uomo!„
E ancora allo stesso:
“Addio, amatissimo: lavora, studia, ma divertiti, anche; godi della
gioventù: è così lunga la vecchiaja!...„