Il primo carnevalone di Milano libera. — Ballo a Corte con Vittorio
Emanuele e Camillo Cavour. — L’Olimpo femminile. — Feste in casa
Beretta e in casa Trotti. — Nuovi visitatori del salotto Maffei.
— Luisa Colet. — Ritorna Massimo d’Azeglio. — Pacifico Valussi e
la Perseveranza. — Esortazioni di Cesare Correnti alla contessa
Maffei. — Milano nuova.
Chi ricorda gli splendori del carnevale del ’60, sostiene che Milano,
dopo d’allora, n’ebbe forse di simili, certo non di eguali. La città
è rapita in un’ebbrezza di feste, di espansioni. Vittorio Emanuele
apre la reggia a un ballo che rimarrà memorabile per il brio, per
la bellezza, per il lusso delle signore, e pei personaggi politici
che fanno gruppo intorno al Re Galantuomo. Camillo Cavour, gajo,
sorridente, si mescola alla folla delle dame e le corteggia con tale
squisitezza che sembra non abbia fatto altro in tutta la sua vita. Fra
le beltà che brillano nella magnifica sala delle Cariatidi, dipinta da
Francesco Hayez, lo arresta la bellezza bionda della giovane contessa
Alemagna-Bassi, colla quale s’intrattiene a conversare. Le gentildonne
Castelbarco, Litta, Jacini, Cagnola, Visconti, D’Adda, che appartengono
all’Olimpo femminile di Milano, rendono ancor più brillante la festa,
dalla quale il solo Vittorio Emanuele, rosso in viso, e stanco delle
interminabili presentazioni d’etichetta, non vede l’ora di partire.
Milano mantiene intatto il vanto della bellezza che, nei primordii del
secolo, Stendhal ammirava nella nostra società, facile allora e quasi
impetuosa nei godimenti, e ora così diversa, in tutto o quasi tutto,
che, se quel fine osservatore ritornasse, non la riconoscerebbe più.
Le beltà, che da questa epoca beata del risorgimento fino al ’70
(e alcune anche più tardi) formarono il così detto “Olimpo„ non
sono cancellate dalla memoria dei milanesi. I nomi della contessa
Eugenia Litta-Bolognini, contessa Mina Durini (figlia dell’illustre
storico Pompeo Litta); Archinto-Gargantini e Dal Verme-Gargantini;
Alemagna-Castelbarco; Mina Bassi-Cusani; — quelli della contessa Gola
Della Porta, Sofia Simonetta Prinetti, Giulia Prinetti-Brambilla, Anna
Prinetti Esengrini, contessa Maria Greppi Padulli, marchesa Luigia
Visconti d’Aragona, marchesa Teresa Visconti Sanseverino, principessa
Cristina Castelbarco Cicogna, contessa Martini Landriani, donna Bice
Bassi Castelbarco; — e ancora i nomi di Paola Righetti-Boselli;
Campagnani-Bonfanti; Laboranti-Fontana; Perelli-Paradisi; Bisleri; Rosa
Maggioni; Luisa Biffi Legnani, e altri nomi, che la penna scriverà in
una nuova sperata edizione di questo libro, sono ricordati sempre da
ammiratori e da ammiratrici.
Gli spettacoli alla Scala, centro della vita milanese, anche per il
gran numero di forestieri accorsi d’ogni dove, sono affollatissimi.
Nei palchi, troneggiano le dame più eleganti, visitate da ufficiali
italiani, ma più da ufficiali dell’esercito francese d’occupazione che
ha posto in Milano il suo quartier d’inverno. Sembra d’essere ritornati
ai bei giorni del primo impero di Napoleone I e di Eugenio Beauharnais.
Alle opere di Donizetti, Rossini e Bellini, chi bada?... Animatissime
le conversazioni nei palchi e nella platea. Solo i balli (danza
la Pochini) destano curiosità negli stranieri, mercè le leggiadre
e agilissime figliuole di Tersicore, fiori del popolo schierati a
brillare davanti al fiore dell’aristocrazia nel tempio dell’arte, della
gioja e della bellezza.
Sontuose riescono le feste offerte dal primo sindaco di Milano, conte
Antonio Beretta (già membro del Governo provvisorio di Lombardia), che,
un po’ secondo il programma del Bonaparte a’ tempi del Primo Regno
Italico, lancia tosto la città sulla via di diventare una metropoli.
Ma nessuna festa, neppur quella a Corte, pareggia il ballo offerto in
casa Trotti; ballo mascherato del quale si parlerà a lungo nei ritrovi
eleganti, e anche nei ritrovi artistici; difatti gli svariatissimi
costumi delle damigelle e delle dame son disegnati da esimii pittori e
qualcuno, speciale, da qualche patrizio, più che dilettante di pittura,
artista vero, come il conte Alessandro Durini, il quale ideava lo
stupendo costume della sposa.
Sontuose altre feste di ballo nelle case patrizie, nella Società del
Giardino, dove comparisce una sera la maestosa figura di Nino Bixio;
e, oltre ogni dire animati i veglioni alla Scala rallegrati vieppiù da
cene nei palchi a tende calate, ne’ quali la gajezza sfolgora tra lo
spumar dei vini e dei motti di spirito. Le cavalcate in maschera sul
corso sotto pioggie di fiori, lo sfilar degli equipaggi superbi in tal
numero che non se ne vedrà eguale per un pezzo; le illuminazioni delle
vie, i concerti, gli evviva accrescono brio alla città risorta, al
tripudio.
Il salotto Maffei rimane modello d’ospitalità squisita anche in mezzo
al carnevalesco tumulto della città. Fra le antiche care conoscenze che
ritornano a visitar la contessa, primeggia Massimo d’Azeglio, mandato
a Milano in qualità di governatore. Egli è sempre franco, arguto,
simpatico tipo di statista e di soldato, di artista e di scrittore. Una
conosciutissima scrittrice francese in questi giorni guizza dappertutto
per comporre il libro _L’Italie des Italiens_, Luisa Colet. Ella è
accolta dalla Maffei, e non finisce d’inneggiare al d’Azeglio di cui
sembra innamorata. La buona contessa, per accontentarla, la conduce un
giorno dal Manzoni al quale ella ripete lo stesso cantico dei cantici.
Se trova per via l’autor dei _Promessi Sposi_, la Colet ha il coraggio
di fermarlo per lodargli di nuovo Massimo d’Azeglio; e allora il
Manzoni per consolarla: _Oui, oui, il est né séduisant!_ E si noti che
Massimo d’Azeglio non la può soffrire!
Nel suo libro, infiorato d’allusioni maligne contro la principessa
Belgiojoso, Luisa Colet riporta un dialogo ch’ella dice d’avere avuto
colla Maffei. Loda assai questa dama; ma, pur di dirne qualche cosa di
male, ne censura e ne deplora.... le scale lunghe.
Giannina Milli così scriveva alla Maffei qualche anno dopo che avea
incontrata la Colet nel salotto:
“E madama Colet è rimasta a Milano? Io l’ho sempre tenuta per donna
di ottimo cuore, e di eccellenti intenzioni per la patria nostra.
Quello che in lei mi spiace sovranamente è quell’_io_ benedetto
che s’infiltra, volere o non volere, in tutto ciò che pensa, dice
o scrive. Non lessi mai l’opera sua sull’Italia, ma un giorno ne
trovai un volume sul tavolino d’una mia amica, e, sfogliandone
alcune pagine, fui sorpresa di trovarvi un lungo dialogo ch’ella
dicea aver avuto con me e a cui, di certo, non ho mai preso
parte.... e vi fo una figura di pedante ch’è una compassione. Del
resto, mi mostra anche una gratitudine che non merito, poichè
dice ch’io l’assistei amorevolmente durante la sua malattia in
Milano!...„
L’Inghilterra, che generosamente colla voce del Gladstone ci ha ajutati
a risorgere, manda alcuni suoi figli nel salotto Maffei. Vi troviamo,
presentato da Tullo Massarani, un gladstoniano de’ più assennati e
de’ più autorevoli, John Webb Probyn, al quale dobbiamo un bel libro:
_Italy: from the fall of Napoleon I in 1815 to the year 1890_, pieno di
simpatia per noi, e dedicato al Massarani.
J. W. Probyn, esprimeva in una lettera alla Maffei il suo pensiero
sull’Italia; pensiero ch’è pur sempre quello di tanti suoi conterranei.
“La _nostra_ Italia mi è sempre cara, sopratutto ne’ suoi momenti
difficili; ma non ho paura: la sua causa è troppo giusta per non
trionfare.„
Madama Bazin, il generale Casanova, la contessa Batthyany, molti
ufficiali piemontesi, molti deputati s’incontrano nel salotto. Fra le
nuove conoscenze, che la contessa fa a mano a mano, lieta di vedersi
sfilar dinanzi tanti ingegni, tante speranze della nuova Italia, si
nota un giovane economista veneziano dall’ardente parola: Luigi Luzzati.
Un altro economista veneto, Fedele Lampertico di Vicenza, è presentato
dal Cabianca. E un altro veneto ancora visita la contessa: un
pubblicista provetto, d’integro carattere, patriota della vigilia:
Pacifico Valussi, friulano; lo stesso che viene eletto a primo
direttore della _Perseveranza_, giornale serio e ascoltatissimo, in
cui scrivono parecchi amici del salotto e quasi tutti i collaboratori
del _Crepuscolo_. Il Valussi è specialmente noto per avere confutata
con coraggio l’opera massima di Giuseppe Ferrari “La mente di Vico„
in cui, quello spirito singolare ma scontento e incontentabile
dichiarava coi Lamartine, coi Metternich e con tanti altri forestieri
morta, addirittura, la Nazione italiana; questa povera nostra terra,
lacerata per secoli e secoli dalle spade e dalle penne straniere,
particolarmente francesi, le quali, anche oggi, lungi dal riposare,
gettano contro di noi più veleno che inchiostro.
“Come è tutta bella la nostra Italia! (esclama Clara Maffei
scrivendo a Giulio Carcano nel ’61). Ovunque si volga lo sguardo
od il pensiero, si benedice Iddio d’essere nati su questa terra;
e quando poi si pensa che ora è proprio nostra e che certo fra
non molto sarà tutta indipendente ed una, l’anima, non avvezza
a tale gioja, non sa quasi esprimerla che colla manifestazione
della sorpresa, delle lagrime, col ringraziare senza fine il Cielo
di questo gran bene e col rendere un omaggio di riconoscenza e
d’ammirazione ai tanti nostri prodi che col loro sangue prezioso ce
l’acquistarono.„
Milano, che fino a questo momento conservò una fisonomia propria, il
carattere spiccatamente ambrosiano, a poco a poco andrà perdendolo per
diventare una città cosmopolita. I milanesi puro sangue, pur palpitando
per l’Italia, al cui ideale sacrificarono averi e vite, rimpiangono a
buon diritto la sparizione dell’antico carattere della città nativa.
Più di tutti, lo rimpiange Cesare Correnti, il quale pur tanto pensò
e oprò per quest’Italia una e che, caldeggiando coll’Jacini il
traforo del Gottardo, contribuì forse più di tutti a trasformare il
carattere, la vita, l’avvenire di Milano. In una lettera elegiaca da
Como (15 marzo 1861) alla contessa Maffei, così il Correnti raccomanda
l’amatissima città che lo vide nascere e promovere con Carlo Cattaneo e
con altri animosi la gloria delle Cinque Giornate:
“V’ho detto che vi raccomando Milano: ve lo ripeto. Voi siete uno
dei buoni genii del luogo. Non ditelo a nessuno, ma ricordatevene
sempre: quest’Italia nuova, Dio la benedica! ma fin qui è un corpo
che non ha ancora trovato un’anima. E, intanto, l’anima del nostro
vecchio Milano se ne va. Forse mi farà cieco il dolore; forse,
avendo finito io, mi par che molte cose, le quali mi furono sante e
dilette, minaccino di finire!„