Le famiglie milanesi e i feriti di Magenta. — Ingresso di Vittorio
Emanuele e di Napoleone III. — Scene grandiose. — Ufficiali
francesi nel salotto Maffei. — Amici morti in battaglia. — I
garibaldini nel salotto Maffei. — Ippolito Nievo. — Tèleki. — Il
ricevimento più memorabile della contessa Chiarina. — Giannina
Milli e le sue improvvisazioni patriotiche.
Gli occhi di tutta l’Europa sono rivolti su Milano. La città appare
una fantasmagoria. La sera del 4 giugno ’59, arrivano notizie sulla
vittoria di Magenta; e il domani, fra delirii di gioia, le bandiere
tricolori, cucite di nascosto, sventolano dai balconi, dalle finestre,
sui negozi, sui campanili, sugli abbaini, abitati dai più poveri,
dappertutto. E dappertutto coccarde tricolori: sui cappelli, sui
petti, all’occhiello degli abiti: ne portano le signore, i bambini,
i sacerdoti. Gli evviva continui: Viva l’Italia!... Viva i nostri
soldati! Viva gli alleati!... — Il nome di Magenta si ripete da tutti.
Molti piangono di commozione; si baciano, si abbracciano; e si va....
si corre.... a leggere i manifesti che il municipio pubblica a ogni
momento. La Congregazione municipale esorta i cittadini ad erigere
le barricate, nel timore d’una rappresaglia del presidio militare; e
chi si arma di badile, chi di zappa, chi di piccone per rinnovare le
barricate del ’48. S’improvvisa la Guardia nazionale. Il municipio
ordina che chiunque possiede armi, munizioni e cavalli li rechi al
quartier generale della guardia. Il presidio lascia intanto Milano; e
il dominio straniero dispare per sempre. — Un triste spettacolo succede
ora al tripudio. Arrivano i primi feriti su’ carri; ne arrivano altri,
lenti, lenti; e quelle teste bendate, quei volti rigati di sudore e
di sangue, quegli sguardi languidi, quei corpi immondi di polvere, di
fango, di fumo, quei lamenti, stringono il cuore. Sono feriti italiani,
francesi, austriaci; e tutti, amici e nemici, vengono accolti con alti
sensi di pietà; quella pietà che è gloria suprema e inesauribile dei
Lombardi. I convogli dolorosi continuano, spesseggiano, formano una
fila interminabile che vien da Porta Nuova: barelle portate a mano o
in ispalla, con uno o due feriti, moribondi, o morti, spirati lungo
il viaggio penoso sotto la sferza del sole: carri, omnibus, carrozze
pubbliche e private cariche d’infelici, muti, chiusi nell’assopimento
foriero della morte, o imploranti soccorso.
Molte signore vanno premurose a ricevere i feriti e li portano nelle
proprie case per curarli. Non v’è famiglia agiata che non ne accolga
uno o più: le sale delle case sono trasformate in ospedali; e gli
ospedali tutti della città ricevono a centinaia i feriti e gl’infermi.
L’antico Monastero Maggiore (il solo che il Barbarossa quando distrusse
Milano volle salvo) ne accoglie cinquecento. — I medici e il clero
gareggiano nei soccorsi: la carità femminile è instancabile. Bende e
filaccie escono in gran copia da mani di popolane e di gentildonne: ma
non bastano ai bisogni: i chirurghi e i medici ne domandano ancora; e
molte giovinette e signore vegliano le notti per prepararne.
Il mattino del 7 giugno la scena cambia di nuovo; ritorna l’esultanza.
Giunge l’avanguardia del maresciallo Mac-Mahon, il vincitor di Magenta.
Irrefrenabile la curiosità di vedere gli alleati liberatori, la brama
di salutarli col grido del cuore riconoscente! Arrivano i fanti, i
cacciatori d’Africa, gli zuavi, gli artiglieri, le bandiere lacere e
affumicate dai combattimenti gloriosi. Nel vederli, è un urlo solo
di giubilo: si gettano pioggie di fiori sulle teste, ai loro piedi;
le signore porgono agli ufficiali mazzolini di fiori: ai soldati si
offrono sigari, bottiglie di vino, che tracannano avidamente. È uno
spettacolo pittoresco, sublime nella sua confusione, nel suo disordine:
queste faccie brune, aduste, dagli sguardi balenanti e fieri,
quest’insoliti uniformi dai vivaci colori, questi tamburi che rullano,
queste fanfare rallegrano, eccitano, esaltano la folla che invade le
vie, e ondeggia fitta, immensa fiumana; e altra folla sui balconi,
alle finestre, sui cornicioni degli edifici, sui tetti, confonde il
suo applauso di riconoscenza, d’amore. E nuove acclamazioni, nuovi
evviva frenetici salutano le avanguardie italiane, che entran rapide,
precipiti fra le musiche. Adesso la curiosità diventa affanno e
l’entusiasmo delirio. Si cercano i volontarii lombardi che partirono
per il campo. Sono vivi?... Non ci sono, non si vedono.... Che siano
fra i caduti? fra i feriti?... Ma qualcuno d’essi, sorridendo, fa segno
che ha ravvisato, che riconosce i suoi parenti, i suoi amici accorsi ad
incontrarli; ed è allora una esplosione di gaudio, di esultanza divina,
inenarrabile, che soffoca le parole; parlano le lagrime.
E subito dopo, un altro spettacolo più grandioso, un altro delirio.
Vittorio Emanuele II e Napoleone III entrano in Milano, passando per
l’arco del Sempione, in mezzo alla folla che frenetica applaude, in
mezzo ai fiori che piovono sui cavalli dei due monarchi liberatori;
e dietro a loro gli ufficiali e soldati. Napoleone un po’ curvo,
dall’occhio velato e stanco; non guerriero che sussulta al trionfo, ma
politico che medita Villafranca. Vittorio Emanuele è diritto, vigoroso
sul suo cavallo come un vincitore antico, e gira qua e là lo sguardo
vividissimo non sovra un popolo di conquistati, ma sovra un popolo
di amici, di figli. E continuano le acclamazioni, che nella piazza
del Duomo e sul corso di porta Orientale prorompono come inni; sono
applausi e grida; e tra le mille bandiere tricolori alle case e sulle
vie, cadono nuovi fiori, e, tra il pulviscolo, il lampo di quelle file
d’armi che jeri si volgevano contro il nemico e che oggi scintillano
nella luce del trionfo, quell’onda di cavalli, quel fluttuare di fanti
e di popolo inebbriato di gioja, è tale spettacolo che mai eguale
Milano ha veduto, mai eguale forse vedrà.
Alla sera, non ostante una pioggia dirotta, ancora folla, folla
sterminata per le vie. Preceduta dalla guardia nazionale e da bandiere
e da fiaccole, una moltitudine si reca alla villa dove trovansi
Napoleone e Vittorio Emanuele. La calca entra nel cortile e stringe
da presso i due Sovrani che si presentano sullo scalone. Alla sera
dopo, spettacolo alla Scala; e si rinnovano gli entusiasmi febbrili.
Accanto alle signore, nei palchi, siedono gli ufficiali brillanti di
decorazioni; e sono le signore del salotto Maffei, le signore dell’alta
società milanese e delle città vicine.
Nelle sere seguenti, il salotto Maffei, ornato di fiori, illuminato a
festa, riceve una folla d’amici entusiasti: accoglie ufficiali italiani
e francesi che sono festeggiati, acclamati. Le signorine suonano al
pianoforte gl’inni nazionali; la contessa è la prima a battere le
mani. Quel volto è acceso d’una fiamma, quel corpicciuolo è fremente;
quell’anima italiana è felice. Il salotto, in questo momento, è un
salotto italo-francese. Tutti conversano in francese. La contessa
Maffei abbonda in cortesie, in premure, verso gli ufficiali liberatori:
vuol lasciare in tutti loro grata impressione della riconoscenza, del
patriottismo e dell’ospitalità italiana.
Fra gli ufficiali francesi vediamo il conte de Vogüé, il capitano
conte de Novion che sull’album della contessa, fra un inno e l’altro
suonato al pianoforte dalle signore, delinea con garbo d’artista varie
caricature; vediamo il capitano di stato maggiore Teodoro Joung, che
diventerà segretario generale al ministero della guerra al tempo
di Boulanger e scriverà un libro inspirato a sinceri sentimenti di
simpatia pel nostro paese. Il luogotenente della guardia imperiale
francese Rayat (morto poi, nel ’70, combattendo contro la Comune)
consacra alla contessa una poesia. Troviamo Emilio Saigey, che nella
_Revue des deux Mondes_ scriverà su Clara Maffei un profilo squisito.
Appena può rimettersi dall’amputazione d’un braccio ferito, un altro
valoroso ufficiale, Fly Sainte-Marie, si reca a visitare la contessa
e le lascia il proprio ritratto in omaggio. Lo stesso Napoleone III
manda la propria fotografia colla firma autografa alla contessa,
che la appende alla parete del salotto, vicino al posto, dove suole
star seduta ricevendo. E quanti altri valorosi ufficiali francesi si
potrebbero accennare, divenuti poi generali!... Se alcuni superstiti
potranno leggere queste pagine, sentiranno svegliarsi nel cuore teneri
e profondi ricordi di unanimi festeggiamenti, di femminili sorrisi,
premio al valore!
Giuseppe Verdi scrive da Busseto all’amica sua Chiarina una lettera
stupenda in cui le confessa che avrebbe anch’egli ben voluto impugnare
la spada per l’Italia se la sua salute glielo avesse permesso; è
dolente, il grande Italiano, è mortificato di non averlo potuto, e
quasi se ne accusa colla donna gentile!... Così egli sente, così scrive
colla semplicità d’un cuor leale e forte, il maestro, le cui note
ardenti pur valsero tanto per la risurrezione d’Italia nostra! E lo
confessa a lei, perchè ad altri (ei soggiunge) parrebbe una millanteria.
“Quanti prodigii in pochi giorni! Non par vero!... L’altro ieri, un
povero prete mi portò i saluti di Montanelli che aveva incontrato
a Piacenza soldato semplice ne’ volontari. L’antico professore di
diritto patrio che dà si nobile esempio! Ciò è bello, è sublime!„
Così Giuseppe Verdi, di cui è doveroso raccogliere ogni parola che
insegna.
La liberazione di Milano riconduce i patrioti emigrati, i patrioti
ch’erano accorsi al campo; ma non tutti, pur troppo! D’alcuni si piange
la morte. Fra i più vivamente rimpianti, sono Carlo De Cristoforis
e Giacomo Battaglia; entrambi morti nella stessa ora e nello stesso
combattimento a San Fermo; entrambi intelletti e cuori elettissimi;
entrambi del gruppo più intimo della contessa Maffei.
Avevamo lasciato Carlo de Cristoforis profugo nel Piemonte, dov’egli
avea riparato per isfuggire alla polizia che lo ricercava dopo i
moti del 6 febbrajo 1853. Egli, che nel ’48 avea combattuto sui
campi lombardi e poscia all’assedio di Roma, salutò con gioja la
partecipazione del Piemonte alla guerra di Crimea; e anche allora
strinse le armi militando in quella campagna col grado di luogotenente.
Dichiarata la guerra del ’59, s’arruolò con Garibaldi, che lo nominò
capitano; e a Casale, a Sesto Calende e a Varese, fu l’anima della
propria compagnia. “Ho bisogno di San Fermo,„ disse Garibaldi al
Medici vedendo su tutta la strada fra Rebbio e San Fermo accampati
i nemici; e il general Medici (come narra esattamente Jessie W.
Mario nel _Garibaldi e i suoi tempi_) spedì subito a San Fermo la
compagnia del capitano De Cristoforis, ordinandogli di attaccarlo di
fronte. Cominciato il fuoco, Carlo de Cristoforis, avanzando di molti
passi da’ suoi, corse all’assalto fra una grandine di palle, e cadde
mortalmente ferito colla fronte e col petto lacerato mentre agitando
la sciabola in alto, gridava: “Viva l’Italia!„ Dovette il fratello
suo, dottor Malachia de Cristoforis, arruolatosi come chirurgo nelle
ambulanze, riceverlo morto fra le braccia!... Il povero Giacomo
Battaglia era anch’egli nel fiore della vita (contava soli ventisette
anni) e anch’egli trattava con pari valore la penna e la spada. “Aveva
(rammenta Tullo Massarani nel forte libro _Carlo Tenca e il pensiero
civile del suo tempo_) poco più che ventenne dato alle scene un
“Girolamo Olgiati„ tutto un bollore di patria e di poesia...; modesto
e gentile come una donzella, ma fiero in faccia al nemico quanto uomo
dovea esserlo, s’era battuto con un ufficiale austriaco per non so
che sottigliezza di galateo; e n’era uscito con l’onore d’un contegno
ammirato anche dagli avversarli, e con una bella ferita.„ Era figlio di
Giacinto, fondatore della _Rivista Europea_. Con quali lacrime la madre
ricevette il corpo del figlio!... e con quale tenerezza la contessa
Maffei tentava di consolarla!
Come il pittoresco costume degli zuavi, così le camicie rosse
garibaldine mettono nel salotto Maffei una nota giuliva. Fra i
garibaldini italiani, si vede nel salotto un poeta e romanziere, alto,
bruno, dall’aspetto burbero, ma di cuor valoroso e gentile, Ippolito
Nievo. Tra gli stranieri ardenti amici d’Italia spicca un ungherese di
gran nome, che sarà soldato dei Mille: Tèleki.
Il conte Alessandro Tèleki è una delle più belle figure, uno dei più
liberali e più avventurosi gentiluomini accolti nel salotto Maffei.
Cominciò a combattere nelle lotte dei Carlisti nella Spagna, e fu fatto
prigioniero dai realisti; quindi tornò nel proprio possedimento di
Kolto dove ospitò Petöfi, e prese parte in Transilvania alla guerra
della rivoluzione. Fatto prigioniero, fu condotto ad Arad; ma potè
fuggire riparando illeso a Costantinopoli, dove seppe che in patria
era stato condannato alla forca. Da Costantinopoli passò a Parigi, ma
dopo il colpo di stato venne, come inviso ai Bonaparte, bandito; onde
dovette rifugiarsi a Londra. Ma anche a Londra la polizia napoleonica
non lo lasciò in pace; egli allora chiese e ottenne ospitalità a
Guernesey presso Vittor Hugo. E nel ’59 eccolo prima a Torino dove si
abbocca coi migliori patrioti italiani, e poi a Milano per organizzare
un anno appresso la legione magiara e salpar con essa da Quarto alla
liberazione delle Due Sicilie.
La sera del 31 dicembre 1859, ha luogo il più memorando ricevimento del
salotto Maffei. Tutti gli amici della contessa vengono ad augurarle
lieto “il primo anno della redenzione italiana.„ Questo è il motto del
momento, la parola d’ordine. La folla è tale che persino l’anticamera
è rigurgitante. Le signore sfoggiano abbigliamenti speciali, in cui
non manca un fregio tricolore. Molti occhi sono rivolti su una bruna
giovane di trentadue anni, di Teramo, poetessa, non bella, ma di volto
espressivo: Giannina Milli, l’improvvisatrice della nostra rivoluzione.
Ella è sollecitata dalla Maffei a improvvisare qualche lirica. Ingenua
di modi e di cuore, la Milli sulle prime si schermisce quasi impaurita,
poi sorge, coi neri occhi fiammanti, e, in mezzo, a religioso silenzio
successo all’allegro mormorio, improvvisa un sonetto sulla libertà.
Appena finito l’ultimo verso, scoppiano applausi. La poetessa
singhiozza di commozione, e va a nascondere le lagrime sul petto della
madre sua. La contessa l’avvicina, le bacia la fronte infocata, non
senza lagrime anch’essa. Alcune settimane dopo quella serata trionfale,
Giannina Milli manda manoscritte alla Maffei alcune quartine che,
meglio di tutte, dipingono le impressioni dell’improvvisatrice nei
momenti vulcanici dell’estro, e ricordano quella sera memorabile:
. . . . . . . . . . . . . . . . . .
Oh che strazio nell’anima sentìa!...
Ansia, spossata, delirante ancor,
Del cortese altrui plauso il suon venìa
A me qual eco di un dileggio allor.
E, singhiozzando, tra le fide braccia
Della madre correami a rifugiar,
Quando l’amica tua pietosa faccia
Dolcemente su me vidi raggiar.
Nel sorriso, nell’umida pupilla
Era l’eloquio che mentir non può,
E più mi disse una soave stilla
Che l’infocato mio fronte bagnò.
Oh ti sien grazie, o mia cortese!... Io molto
Più che non dico amar posso, e soffrir;
Ma ne’ convegni, il vedi, ilare ho il volto,
E sorrido all’altrui schietto gioir.
Sol quando accolta nella fida stanza,
Libera sciolgo a’ miei pensieri il fren,
Vanir la gioia dalla mia sembianza
Tu vedresti qual rapido balen.
Mi vedresti arrossir del facil vanto
Profuso al carme che in oblio cadrà
E superbir del tuo tenero pianto
Qual di un trïonfo che l’egual non ha.
Chè se propizio il ciel sperar mi lice
Al caldo voto che dal cor mi vien,
Tu scorderai l’errante trovatrice,
Ma non l’amica che stringesti al sen!
Come premio, la Maffei condusse la Milli in casa di Alessandro Manzoni.
Alla poetessa sembrò di vedere un nume nell’autor de’ _Promessi Sposi_.
Questi offrì graziosamente alla Maffei un mazzolino di fiori che andò a
fregiare il petto della poetessa, orgogliosa e beata di tale reliquia.
In quel ricevimento del primo d’anno dell’indipendenza, emergeva il
conte Cesare Giulini della Porta, del quale si narrava un nuovo recente
servigio reso alla causa nazionale. Alla vigilia della guerra egli
andò a Corsico, e là, ajutato dalla sua potente memoria, notò tutt’i
reggimenti austriaci che passavano; quindi potè mandare in Piemonte
precise notizie delle truppe nemiche. Cavour, convinto più sempre
del singolar valore di lui, si affrettò ad offrirgli una prefettura,
un’ambasciata, un portafogli; ma egli, modesto, rifiutò tutto. Il
19 novembre 1862, a soli quarantasette anni, il Giulini moriva, con
acerbissimo dolore degli amici del salotto Maffei, che nei giorni più
ardui aveano trovato in lui un ispiratore e una guida sapiente.