I primi giorni del ’59. — Tumulti al Teatro alla Scala. — Tutti al
campo! — Augusto Verga e altri giovanotti della società elegante.
— Gaetano Negri. — La contessa Maffei e gli emigrati. — Morte e
funerali di Emilio Dandolo. — Comico salvamento del conte Bargnani.
— Giovanni ed Emilio Visconti-Venosta.
Gli avvenimenti incalzano; e nel salotto Maffei le notizie arrivano a
folate. Nel novembre del ’58, si parla d’una guerra in primavera in cui
le armi della Francia saranno alleate colle piemontesi. La città è in
fermento, e si libra più che mai alla speranza di sorgere, dopo tanti
secoli di servitù, a libera vita.
L’ultima sera del ’58, la contessa Clara riceve una folla di liberali
giubilanti che parlano a voce bene alta dell’imminente tempesta.
Qualche loro amico, Leone Fortis, non si trova peraltro in mezzo alla
gioconda riunione, dovendo proprio in quella notte, in seguito a una
“perquisizione politica„ abbandonare colla moglie Milano per comando
della polizia. La contessa raccoglie lì per lì, nel suo salotto, una
somma a favore del Fortis e gliela invia co’ suoi augurii, a mezzo di
Giuseppe Guerzoni e di qualche altro amico, alla stazione; somma mille
volte benedetta, pioggia provvidenziale su un’arida landa!
Le brusche parole, che nel ricevimento di capo d’anno Napoleone III
rivolge al barone Hübner, ambasciatore d’Austria a Parigi, fanno
sussultar di gioia gli amici della Maffei appena esse arrivano nel
salotto. Il carnevale è cominciato allegro: si va in maschera. C’è
forse ragione d’essere oggi malinconici perchè domani si andrà a
battersi? Alla Scala si rappresenta il _Simon Boccanegra_ di Verdi; e
alla fine del primo atto, si leva un frastuono di battimani e di voci:
_Viva Verdi!_ che dalle iniziali del maestro, vogliono dire, si sa,
Viva Vittorio Emanuele re d’Italia! — Un’altra sera (il 9 gennaio)
scoppia una grandiosa dimostrazione al _guerra, guerra_ della _Norma_.
Anche gli ufficiali austriaci, sorti in piedi, battono le mani al
_guerra, guerra!_ Le batte il generale Giulay, comandante delle truppe.
Tutti vogliono finirla con uno stato penoso: guerra!
Nel salotto Maffei, il fervore patriotico aumenta di giorno in giorno,
d’ora in ora. Già il famoso “grido di dolore„ lanciato da re Vittorio
Emanuele nel suo memorando discorso del 10 gennajo, ha fatto passare
al salotto una serata allegrissima. I giovani, impazienti di menar le
mani, si dispongono a partire pel campo: così parte tosto una schiera
di giovanotti appartenenti al salotto Maffei e ad altre società
eleganti. Il primo è il nobile Giulio Venino, poi divenuto capitano
d’artiglieria; e, subito dopo, il principe Gian Giacomo Trivulzio,
Giulio Vigoni, i nobili fratelli Sala, Ulrich, Augusto Viola, il
commediografo Leo Castelnuovo (conte Leopoldo Pullè), Ernesto Turati, i
due Majnoni, l’Esengrini, il giovane Nava, e Fadini, Radaelli, Rosales,
Mazzoni. Questi ultimi si trovano a Vigevano con uno dei don Giovanni
più belli della società milanese, Augusto Verga. Nato a Milano, il
Verga sfuggiva alla coscrizione austriaca riparando in Inghilterra,
dove riuscì ad arruolarsi nella Legione straniera. Ma alle prime voci
guerresche nel ’59, eccolo pronto di ritorno in Italia, portando seco
nel Piemonte il suo bell’uniforme di ufficiale britannico, dentro il
quale (scrive Leopoldo Pullè) sembra Apollo vestito da ussaro inglese.
Il conte Pullè fugge da Milano col favore del padre, il commediografo
Riccardo Castelvecchio. Gaetano Negri, giovanissimo, s’avvia anch’egli
lietamente verso il Piemonte. Il futuro sindaco di Milano, che si è
fatto già notare da alcuni amici pei principii liberali, per la cultura
e pel forte ingegno, è accompagnato al campo dallo stesso suo padre!
Le signore incoraggiano tutti i giovani a partire, amici e fratelli;
punzecchiano, sprezzano i ritardatarii; alcune fissano a questi ultimi
un termine irrevocabile per la partenza. Mentre i mazziniani non
vorrebbero che i giovani emigrassero per non impoverire di braccia
forti la Lombardia nel caso che l’agitatore ordinasse un ultimo e
disperato tentativo d’insurrezione, Camillo Cavour segretamente esorta
i suoi amici della Lombardia e del Veneto ad estendere più che è
possibile l’emigrazione de’ giovani, perchè accorrano ad arruolarsi in
Piemonte; premendo a lui di creare un motivo di più, onde l’Austria,
stanca della ospitalità piemontese prodigata agli emigrati, stanca di
vedere i suoi coscritti accolti sotto le bandiere nemiche, dichiari
alla fine guerra al Piemonte.
È indicibile quanto la contessa Maffei e le signore e gli uomini
principali del suo salotto si adoprino per la fausta riuscita
dell’ardito disegno. Dalla contessa e da’ suoi amici sono aperte
sottoscrizioni segrete per riunire le ingenti somme che occorrono a
promuovere una emigrazione vasta e continua. Non solo devono partire i
ricchi e gli agiati, ma anche i giovani di famiglie povere, ai quali
bisogna naturalmente provvedere i soccorsi e i mezzi di trasporto.
La sola questione del modo di evadere si presenta assai grave. Il
recarsi da queste provincie in Piemonte è cosa irta di difficoltà. Il
Governo austriaco, che si è accorto ben presto del movimento, cerca
d’impedirlo con tutte le forze, in tutte le guise. I confini sono
guardati con rigore da colonne di truppe e di cavalleria. Il passaggio
riesce perciò arduo e costoso. Ma forti sussidii da parte della società
milanese non si fanno attendere. Alcuni si quotano per quattrocento,
per cinquecento lire al mese, e più. La contessa Maffei prodiga la
sua attività e compie prodigi per procurare sussidii e il modo di
varcare le frontiere a quanti si rivolgono a lei o a’ suoi amici. Nello
stesso tempo ella accorre nelle famiglie degli emigrati per confortare
con quella gentilezza che le è propria, tante madri desolate per la
partenza dei loro cari.
“L’emigrazione dei giovani continua (scrive la contessa a Giulio
Carcano) ed ormai si possono contare più quelli che restano che
quelli che partono. La duchessa Visconti credeva d’avere fatto
il sacrificio d’un solo figlio; ed ora è qui sola, chè anche gli
altri due seguirono l’esempio del fratello; e così ogni famiglia,
ricca o non ricca, vede partire i figli. Questo fatto è grandioso
ed onora altamente il nostro paese. I signori che servirono nel
’48 nell’esercito, ora riprendono servigio; sicchè non sono i soli
giovani, ma anche gli uomini che toccano quasi la quarantina che
si arruolano, o con un grado se l’avevano nel ’48 o come soldati
semplici....
“Annibale Sanseverino raggiunse il fratello; nè valsero a
trattenerlo le giuste osservazioni sulla sua salute e le angoscie
della povera madre sua. Anche nella settimana scorsa, quando le
notizie non erano buone, venne il giovinetto Noghera a prendere
congedo. Lo consigliai di tardar di pochi giorni a partire quando
la posizione fosse più sicura, ed egli mi rispose. “Se tutti ci
abbandonano, noi dobbiamo tanto più protestare col sacrificio
della nostra vita!„ Come avete ragione di dire che il bene è più
contagioso del male, e come fa bene all’anima questa convinzione
facendo tutti il nostro dovere. Dio sarà con noi, non è vero? Io
lo credo, lo sento nell’intimo del cuore. Ve lo ripeto: tento
di nulla lagnarmi; anzi sono orgogliosa di soffrire anch’io con
tutt’i buoni, ma soffro davvero, chè la separazione di tanti cari
ed il pensiero dei pericoli che dovranno affrontare i nostri prodi
giovinetti mi stringe il cuore. Dio li protegga! Anche Negri
è in Piemonte: lo accompagnò suo padre. I parenti quasi tutti
assecondano con mirabile abnegazione lo slancio generoso dei figli.„
Ogni sera, un nuovo racconto di fughe audaci, curiosissime, e di vani
inseguimenti intrattiene i crocchi che si vanno formando nel salotto
animato più che mai, pel quale passa un alito libero, vibrante, allegro.
Il modo col quale l’infaticabile Comitato dell’emigrazione la
favorisce, non potrebb’essere più ingegnoso. Il Comitato ha scelto
e fissato in tutti i punti della Lombardia uomini fidati, pronti ad
agevolare in ogni guisa la fuga de’ giovani. Questi si presentano a
loro con una carta speciale detta _scontrino_, ricevuto dal Comitato,
e, presentando lo scontrino, ricevono asilo, vivande, denaro, vetture,
cavalli, barche, barcajuoli, guide e travestimenti per varcare il
confine, deludendo ognora la vigilanza. I giovani della campagna
vengono di notte a piedi, cautamente, a Milano; e qui all’alba,
trovano subito chi li avvia a destinazione sicura. Lo sa bene Giovanni
Visconti-Venosta, che nel Comitato è attivissimo e delle fughe è spesso
orditore audace e fortunato. Le spie presso i confini spesseggiano, ma
non è raro che, in aperta campagna, cadano freddate da qualche palla
vendicatrice.
L’emigrazione diviene ormai un avvenimento politico. Ben presto, in
tutta Milano, in tutta la Lombardia, dai più alti ai più umili strati
sociali l’emigrare non è più una manifestazione ma una necessità, in
vista della guerra che si annuncia imminente. Son quasi diecimila i
giovani che emigrano e accorrono al campo; fatto veramente memorabile!
Ai massimilianisti così manca ogni giorno più, il terreno sotto i
piedi; il salotto Maffei, che dei massimilianisti è il più implacabile
nemico e persecutore, ne gioisce, ne esulta; e Camillo Cavour, intanto,
nel suo gabinetto di Torino raddoppia le classiche fregatine di mano.
Come il grande statista dice agli amici nostri del salotto Maffei e
come ripeterà poscia al barone di Talleyrand, ministro di Francia a
Torino, egli temeva che Massimiliano colle sue singolari qualità, col
suo prestigio, potesse vincere alla lunga le resistenze milanesi;
ma, grazie a Dio (sono sue parole) “le bon gouvernement de Vienne
intervint, et, selon son habitude, saisit sans retard l’occasion de
faire une maladresse, un acte impolitique, le plus funeste à la fois
pour l’Autriche et le plus salutaire pour le Piémont.„
Quest’atto fu l’improvviso richiamo di Massimiliano a Vienna. Alla
Corte della capitale austriaca, le riforme escogitate dall’arciduca
destarono vivissime gelosie; le sue ambizioni di regno davano ombra.
L’arciduca, irrequieto spirito, illudendosi di lasciar nome luminoso
nella storia, aveva sconfinato, veramente, dal programma a lui
prestabilito: programma, il quale doveva limitarsi ad atti di pura
clemenza, di pura cortesia verso gl’_ingovernabili_, come il gabinetto
di Vienna ci definiva volentieri ad ogni affermazione della nostra
italianità.
Il 20 febbrajo 1859 segnò alla fine il termine del dominio delle
blandizie e delle lusinghe di Corte. L’arciduca Massimiliano abbandonò
per sempre Milano. Se ne partì colla sposa Carlotta fra due ale di
popolo silenzioso. Chi poteva prevedere la fucilazione di Queretaro
che fra otto anni avrebbe spezzato quel petto di principe degno
d’alti destini? Chi poteva immaginarsi che quella sorridente bellezza
femminile, la quale avea gioita la luna di miele nelle reggie di Milano
e di Monza, sarebbe impazzita per lo strazio di quella morte crudele,
aggirandosi squallida larva nei tetri silenzi d’un castello del Belgio
nativo?...
Nello stesso giorno in cui parte Massimiliano, muore, a soli ventinove
anni, un fervente apostolo della libertà, uno de’ più intimi amici
di casa Maffei: Emilio Dandolo, fratello d’Enrico, morto a ventidue
anni difendendo Roma dai Francesi nel ’49. Avea combattuto egli pure
a quell’assedio a soli diciott’anni, dopo d’avere operato miracoli
di valore alle barricate dei Cinque giorni. Caduta Milano, imprese a
viaggiare in Crimea, nell’Egitto, nell’Asia, insieme col suo amico
marchese Lodovico Trotti, degno patriota che compì sempre nobilmente il
proprio dovere in tutte le campagne dell’indipendenza.
Ed ora il Dandolo, che sembrava chiamato a splendido avvenire nella sua
patria libera ed una, e proprio alla vigilia di raccogliere i frutti
della sua instancabile opera patriotica, muore miseramente consunto da
tabe polmonare.
Nelle Cinque Giornate, Emilio avea compiute col fratello Enrico,
cose che sembrano favole e sono verissime. Alle barricate di casa
Origo, Enrico, rimasto solo, sostenne le fucilate di venti granatieri
ungheresi, e si ritirò uccidendone tre, applaudito da tutti coloro che
ansiosamente lo stavano osservando, affollati al di là delle acque del
Naviglio. Emilio Dandolo con Emilio Morosini, con Carlo De Cristoforis,
fece retrocedere in via Borgonovo un cannone con settanta uomini!
Due giorni prima di morire, Emilio Dandolo, dal letto di morte diceva
all’amico Lodovico Mancini, che, con lui aveva combattuto nelle Cinque
Giornate:
— Spero di levarmi in tempo per riprendere il fucile....
I funerali del compianto patriota vennero celebrati due giorni dopo la
morte e riuscirono una memoranda manifestazione liberale.
Fin dalle prime ore del mattino, sulla piazzetta di San Babila, stavano
raccolte migliaia di cittadini che attendevano. La facciata della
chiesa era tutta coperta di panni neri coll’iscrizione: _Pace all’anima
di Emilio Dandolo_, la sola permessa dalla polizia, che non volle
accettare la seguente:
PACE ALL’ANIMA GENEROSA, LEALE E FORTE
DI
EMILIO DANDOLO
CHE NELLE LETTERE E NELLE ARMI
LASCIÒ MEMORIA DI VIRTÙ CITTADINE
E UN ALTO ESEMPIO.
PEREGRINANDO CERCÒ VIRILE ISTRUZIONE
E NEL FIORE DI SUA VITA
COMPIANTO DA QUANTI LO CONOBBERO ED AMARONO
PASSÒ DALLE SPERANZE TERRENE ALLE IMMORTALI.
I genitori del Dandolo aveano stabilito di far trasportare la salma
del loro caro estinto ad Adro nella Bresciana per seppellirla nella
cappella della famiglia; ma gli amici pensarono che il trasporto della
bara a un camposanto suburbano poteva far nascere una significantissima
manifestazione politica, quale il Dandolo avrebbe desiderata ne’ suoi
sogni di patriota. Ed ecco, escono dalla chiesa i sacerdoti colla
croce; esce la bara portata dal marchese Lodovico Trotti, dal pittore
Eleuterio Pagliano, da Alessandro Mangiagalli e da Ignazio Crivelli.
Giulio Carcano, Giovanni Visconti-Venosta, il conte Lana di Brescia,
i due Caccianino e Signoroni, stanno ai lati del feretro. Quattro
mutilati del battaglione Manara reggono le nappe del drappo funebre. E
dietro vengono altri amici e signore vestite a lutto, col capo e col
volto coperto da un velo nero. Clara Maffei, Teresa Kramer e altre
dame fanno parte dell’immenso corteggio. Una curiosità è un negro
che piange: è il moro Latif che fin da bambino era stato venduto da
un negoziante turco e che Emilio Dandolo aveva comperato in Egitto,
riscattandolo dalla schiavitù.
All’uscire dalla chiesa, Lodovico Mancini depone sulla bara una
ghirlanda tricolore di camelie. Mille grida in un sol grido si levano:
“viva l’Italia!„ Dalle finestre, dai balconi sventolano centinaja di
fazzoletti bianchi, si battono le mani, si lacrima di commozione. Il
corteo giunge lento al cimitero di San Gregorio (un antico vastissimo
cimitero oggi scomparso) e la fossa già spalancata per accogliere il
feretro, appare tutta circondata e lampeggiante da una fitta siepe di
soldati colle baionette nei fucili. Ma dell’armi, delle minaccie non
si teme. Due fra i più noti amici di casa Maffei, Antonio Allievi e
il conte Bargnani, pronunciano libere parole. Quest’ultimo termina
gridando: “Evviva la Terra dei morti! A noi la vendetta!„
Il conte Bargnani, per le sue parole, vien ricercato subito
dalla polizia. All’alba, il poliziotto Sommaruga si presenta
nell’appartamento del conte in via Sant’Andrea per arrestarlo, mentre
una siepe di gendarmi circuisce la casa. Ma il conte non è là. Egli
ha passato la notte fra amici, e, proprio in quel momento, sta per
ritornare a casa solo e senza alcun sospetto. Per fortuna, gli va
incontro un macellajo, certo Ruscelli, che gli dice a bassa voce:
— Conte, torni indietro subito! La coprirò io col mio corpo.
Il conte Bargnani è sottile e piuttosto piccolo; il macellajo è
una balena. Così il primo trova nel secondo una specie di baluardo
ambulante, e, allontanandosi rasente al muro, coperto dalla mole
del suo salvatore svolta, non visto, nel vicino deserto _Vicolo di
Cornovate_ e fugge in casa del nobile Poldi. Quivi si taglia la barba,
si traveste da lacchè inglese, e con don Giovanni Poldi esce in
carrozza fuori di Porta Ticinese deludendo la vigilanza delle guardie.
Giunto presso Pavia, indossa abiti da contrabbandiere del Ticino; e,
coi contrabbandieri del fiume, lo passa allegramente: è salvo.
Intanto il Governo avea decretato di porre sotto processo i capi del
funerale Dandolo. Alcuni, messi sull’avviso, non rientravano da alcuni
giorni nelle loro case, e la polizia non li trovò. Furono quindi
pochi gli arrestati; fra’ quali un grande amico del salotto Maffei,
Costantino Garavaglia, Costanzo Cardano e il moro del Dandolo, che
rimasero in carcere fino al domani della battaglia di Magenta. Emilio
Visconti-Venosta, il quale non era rientrato in casa la notte degli
arresti (quella del 27 febbrajo) sfuggì alle ricerche della polizia e
passò in Piemonte. Il fratello Giovanni, trattenuto a Milano perchè
aspettava all’alba un manipolo di giovani bresciani inviatigli da
Giuseppe Zanardelli, e ai quali dovea dare i miracolosi _scontrini_
per passare il Ticino, fu svegliato nella notte da due commissarii e
da quattro gendarmi. Egli si alza tranquillamente; e intanto che i
poliziotti fanno una minuta perquisizione per tutta la casa e cercano
il fratello Emilio, che credono nascosto, egli apre d’improvviso un
uscio segreto e giù via, corre a rifugiarsi in casa di Clara Maffei,
donde poscia munito dei miracolosi scontrini passa di borgo in borgo,
di pericolo in pericolo, e si trova verso sera a Lonate Pozzuolo presso
il Ticino, dove entra nella casa d’uno sconosciuto. Per fortuna, questi
è un galantuomo, un liberale, e si dispone a proteggerlo.
— Stia tranquillo, le farò io passare domattina il Ticino, — gli dice.
— E a braccetto d’un commissario!
— Diamine!... Mi pare un po’ difficile.
— Vedrà! Lasci fare a me!
Il giorno dopo, si avviano in carrozzella per la strada maestra al
ponte del fiume. Un commissario, vedendo avanzarsi il veicolo, si fa
sulle prime scuro in viso, ma poi, scortavi persona di sua conoscenza,
saluta.
— Caro commissario! — esclama quel signore campagnuolo balzando giù dal
legno, da una parte, mentre il Visconti-Venosta scende dall’altra. —
Come sta?...
— Bene; e lei?
— _Minga mal!_... La trottata mi ha fatto bene....
E qui volgendosi al Visconti: — Come trotta eh, quel cavallo, signor
ingegnere?
Il Visconti sentendosi dare dell’ingegnere, lo guarda.... ma rimane
serio, e risponde:
— Ah! veramente una cara bestia!
— A proposito.... — soggiunge il signore, volgendosi al commissario,
come uomo colpito da una felice inspirazione — a proposito.... — E qui
accostatoglisi, e abbassando la voce:
— Caro signor commissario, lei mi ha detto una volta che cercherebbe un
posto nelle strade ferrate per suo nipote.
— Sì, certo! Magari!
— Ebbene, se vuole, la presento io all’ingegnere capo....
— Sarebbe mai quel signore ch’è con lei l’ingegnere capo?...
— Precisamente.... siamo venuti qui a beverne un bicchiere, poi andiamo
ad ispezionare i lavori.
— Oh che fortuna! Potrei parlargli?...
— Perchè no?... Egli potrà dirle se suo nipote può ottenere un posto.
Il commissario sorride, si leva il cappello, e tutto umile si avvicina
al Visconti-Venosta che ha capito a volo e che lo aspetta con aria di
grande importanza.
— Il signore m’ha fatto l’onore di dirmi ch’ella è l’ingegnere capo
delle strade ferrate....
— Precisamente.
— E mi ha incoraggiato.... soggiungendomi che ella è tanto gentile....
— La prego, signor commissario, non faccia complimenti....
— Ecco, le dirò, signor ingegnere, ho un nipote che ha studiato da
ingegnere come lei: un bravo giovine, veda.... oh un bravo giovine! Non
è una di quelle _teste calde_.... che di quando in quando vengono da
queste parti e che i miei uomini acchiappano come le mosche.
Il Visconti guarda in viso il commissario per iscrutare se mai egli
sia più furbo di quello che sembra, e se abbia finto il minchione fino
allora per pigliarlo nella rete. Ma non tarda a persuadersi ch’è in
buona fede....
— Ah vedo! — esclama come cadendo dalle nuvole. — Lei vuol parlare di
que’ giovinastri che fuggono da Milano per andarsi ad arruolare di là
nell’esercito Piemontese?... Sono teste sventate, tanti matti, che poi
se ne pentiranno!...
— Ah! crede anche lei?...
— Credo bene. Ma torniamo un po’ a suo nipote. Lei mi diceva, adunque,
che questo suo nipote ha studiato da ingegnere....
— Sì, e sarebbe felice di entrare nelle strade ferrate.
Qui il Visconti si prende il labbro inferiore tra il pollice e l’indice
della destra, e si mette a pensare. E il commissario zio pende da que’
pensieri.
— Ecco qua! — esce a dire finalmente l’ingegnere capo. — Ecco qua; ma
prima di tutto, debbo farle una domanda. Suo nipote aspira a un posto
superiore od inferiore?... Perchè io le parlo franco. Noi, di posti
superiori, per ora, non ne abbiamo assolutamente.
— Oh, egli non pretende tanto!
— Ebbene.... sa ella che cosa deve fare?... Stenda la sua buona
istanza.... l’età, gli studi fatti, il grado cui aspira, ecc., ecc....
Io vado ora girando un po’ qui lungo il tronco.... Poc’anzi, mi hanno
detto che i miei ingegneri sono al di là del fiume, ma torneranno
presto. Stasera, io ripasso di qua, ella mi consegna l’istanza in tutta
regola.... ed io le prometto di pensare seriamente a far ottenere il
posto a suo nipote, anche per un ben dovuto riguardo a lei, ch’è dei
_nostri_.
Il commissario non sa come esprimere l’immensa gratitudine. Ma il
Visconti taglia corto e:
— Siamo intesi; stasera ella è servito. E, adesso, aspetto da lei un
piacere.
— Dieci, cento! Mi comandi!
— Vorrei che mandasse un uomo di là col battello ad avvisare i miei
ingegneri ch’io sono qui ad aspettarli.
— Ma subito, si figuri!... Vincenzo, Ambrogio, Filippo.... qua subito.
E, se ella vuole andare in persona, è padronissimo. Un po’ di spasso in
barca.... fa bene, al dopo pranzo. Il tempo è bello!...
— No, grazie.... non vorrei abusare della sua gentilezza.
— Ma s’immagini!
— Ebbene, signor commissario, giacchè insiste.... Che bel tempo!...
— Bellissimo!
Mentre le rive sono guardate da file d’ulani e di gendarmi, questo
ragguardevole ingegner capo, in una barca condotta da quattro doganieri
austriaci che remano a tutta lena, attraversa il fiume; e poco dopo è
in terra libera e s’avvia a Torino per raggiungere il fratello Emilio.
Questa felice gherminella non tardò ad esser nota in casa Maffei
suscitandovi alte risate; e la contessa fu tutta lieta che i fratelli
Visconti-Venosta, pe’ quali nutriva, oltre la grande ammirazione per
l’ingegno, speciale simpatia da chiamarli persino _i me fiœu_, fossero
giunti nella terra promessa. Qualche anno dopo, la _Cronaca grigia_
raccontò l’avventura del Ticino com’è qui narrata, solo incorrendo in
qualche lieve inesattezza che mi son fatto scrupolo di correggere.
“.... I miei esuli amici sono tutti a Torino sani e fidenti
(scriveva nel marzo del ’59 la Maffei); ma non lieti perchè
sentono l’amarezza dell’esilio, benchè lo prevedano breve. Emilio
mi scrisse una deliziosa lettera che porta l’impronta del suo
_magon_[9] di essere lontano dalla sua famiglia, dagli amici, ed io
aggiungo, dalla cupola del Duomo.„
Il lettore comprende che questo Emilio è il fratello di Giovanni
Visconti-Venosta.
Assunto al seggio di ministro degli esteri e ad altri gradi elevati,
Emilio Visconti-Venosta non potè in seguito frequentare il salotto
Maffei, ma conservò sempre colla contessa la buona antica amicizia.
Un copioso carteggio passato fra lui e la contessa non fu trovato
dopo la morte di quest’ultima: è probabile che la Maffei l’abbia
fatto scomparire nel tempo in cui le perquisizioni potevano piombare
d’improvviso e impadronirsi delle corrispondenze patriotiche, come
erano appunto quelle. Nello stesso modo, altri carteggi della contessa
andarono distrutti dalle fiamme prudenti, specialmente subito dopo il
’48 e la promulgazione dei rigori militari.