Primizie della politica di Camillo Cavour nel salotto. — La
nuova politica di Vienna. — L’arciduca Massimiliano e la società
milanese. — Duelli fra cittadini e ufficiali. — La contessa Maffei
e altre dame nella lotta patriotica. — Vita gaja. — Il salotto si
ravviva; nuovi frequentatori. — Scherzi satirici.
Perquisizioni della polizia, arresti, processi, condanne, esilii,
patiboli, terrori nelle famiglie, pianto e angoscia delle madri....
È questo il quadro di Milano. Triste è il salotto Maffei; triste è
la contessa, anche per altre sventure. Ella ha perduto un amico, de’
più antichi e più fidi: Tommaso Grossi. Un giorno, mentre il poeta se
ne stava curvo davanti al fuoco del caminetto, sollevò d’improvviso
la testa ad una chiamata e battè del cranio sul marmo.... L’autopsia
provò che l’infelice, contrariamente a quanto un famoso medico curante
affermava, era morto per gli effetti di quel colpo.
Un anno dopo, la contessa è straziata da più acerbo lutto. A Venezia,
le muore l’amica Teresa Papadopoli. Il tristissimo annuncio le vien
comunicato da Francesco Venturi. Questo dotto legista, nato ad Avio
presso Roveredo, patriota della prim’ora, inviato nel ’49 da Daniele
Manin presso i Governi di Toscana, di Torino, di Roma, è fra gli
amici più intimi e più fidi della Maffei; uno de’ più apprezzati
pel sentimento patriotico, per la dottrina e per l’integrità del
carattere. Egli, con delicato pensiero, inviò da Venezia alla contessa
un braccialetto dell’estinta con alcuni capelli tolti alla salma, non
trovando parole per consolare l’afflitta amica.
“Ottimo amico mio (scrive la Maffei a Giulio Carcano), imploratemi
ed inspiratemi coraggio e rassegnazione: per ora, il cuore è come
stretto da una inesorabile mano di ferro: le lagrime non cadono
più, e sono ammutolita e prostrata da questa grande sventura. Dio
mio, che ho mai fatto per condannarmi a questa completa solitudine
d’affetti? So che mi restano dei buoni amici: se non avessi questi,
parmi impazzirei. Ma Teresa era più che una sorella per me, e,
colla sua morte, è spezzato l’ultimo legame che ancora m’univa
alla mia infanzia, a quella sola epoca non infelicissima della mia
vita. Nello sciogliere questo nodo, mi si rompe proprio il cuore.
Perdonatemi questo forse troppo forte grido di dolore; ma oggi non
so che gemere: in seguito spero saper essere più calma.„
Calma e conforto, la contessa traeva a poco a poco dalla devozione
degli amici e, fra questi, Carlo Tenca.
“L’amore più intenso, più profondo e più durevole, è quello nel
quale si possono esercitare tutte le potenze migliori del nostro
cuore: la protezione, la pietà, il sacrificio. La donna, la
quale mostra di non aver bisogno che della nostra adorazione,
del nostro culto, ma che all’infuori di ciò, basta a sè stessa,
c’inspirerà della passione, un misto, altissimo se vuolsi, di sensi
e di imaginazione, ma non si collocherà nell’intimo dell’anima
nostra; non ci darà tutte le compiacenze dell’amore. L’amore è
spesso soddisfazione d’orgoglio o di vanità; ci esaltiamo nella
persuasione di occupare la mente e l’anima della persona che noi
preferiamo e che crediamo ambita da tanti; ma una più dolce e
potente soddisfazione ci dà l’amore che mette noi al servizio della
debolezza altrui e che ci fa esercitare la più bella parte delle
nostre facoltà. Qui è la vera simpatia. Ciò spiega anche l’amore
tra caratteri differenti, i quali si completano l’un l’altro.„
Così il Tenca pensava, in quei giorni, e sempre; così scriveva,
spiegando la propria consacrazione a quella dolorosa anima gentile.
A scuotere la contessa e tutti gli amici del suo salotto, arriva un
giorno, per fortuna, una singolare notizia: la partecipazione delle
armi piemontesi alla guerra di Crimea. Il conte Emilio Dandolo,
frequentatore di casa Maffei, è in segreti rapporti con Camillo
Cavour; così il conte Giulini; e agli amici del salotto entrambi
recano solleciti le primizie della politica ardita e sagace del grande
statista. Si avvalorano le speranze; risorge nei liberali l’ardimento:
l’aurora d’un’azione seria e definitiva sembra alfine spuntata!...
Camillo Cavour, che vuole attrarre nella sua orbita quanti egregi
patrioti vanta Milano e il resto di Lombardia, dà, in questo tempo,
agli amici di casa Maffei affidamenti della sua politica liberale e
unitaria. E sono questi affidamenti segreti il ponte che conduce a lui
definitivamente la maggior parte di coloro che militavano a favore
del concetto d’un’Italia repubblicana. Nelle trattative che corrono
attivissime fra Camillo Cavour e i patrioti del circolo Maffei, e dal
cui esito dipendono le sorti della patria, ha parte principale un
giovane che abbiamo più volte nominato: Emilio Visconti-Venosta.
E qui cade a proposito di rivolgere meglio l’attenzione a questa
nobile figura della storia del risorgimento, la cui influenza sui
giovani lombardi nel decennio che corse fra il ’49 e il ’59 fu
potente. La sua posizione sociale che lo pone a contatto con tutti, la
sua avvenenza, il suo ammaliante e acuto ingegno, la sua cultura, i
suoi modi simpatici, l’audacia accompagnata da freddezza ch’ei mette
nell’affrontar tutt’i pericoli nella cospirazione, segnalano lui,
giovanissimo, fra gli stessi anziani. In mezzo alla gioventù, Emilio
Visconti-Venosta gode d’un’autorità che negli anni giovanili raramente
s’accorda ai coetanei. Di lui si può ripetere ciò che il Manzoni
diceva del d’Azeglio: “è nato seducente.„ Durante il giorno, studia e
compone articoli destinati al _Crepuscolo_ e alle riviste straniere,
nutrendo per le belle lettere, al pari di tanti altri statisti del
risorgimento, culto, passione. Alla sera, Emilio Visconti-Venosta
entra in qualche convegno di giovani, fra’ quali ordisce le trame di
una politica segreta e attiva; quindi, lasciati diremmo così i soldati
e gli ufficiali del partito, passa verso la mezzanotte ad abboccarsi
collo stato maggiore dello stesso partito nel salotto Maffei. Nelle
cospirazioni che precedettero i processi di Mantova, egli fu uno dei
più ardimentosi; e se non finì sul patibolo di Belfiore a ventidue
anni, lo deve all’eroico silenzio de’ suoi amici, specialmente del
Lazzati e del conte Ulisse Salis. Col Mazzini, che aveva in lui riposto
le sue compiacenze, mantenne per qualche tempo attiva corrispondenza;
ciò non ostante, Emilio Visconti-Venosta, benchè addolorato, non esitò
a rompere ogni vincolo con lui quando lo vide persistere su una via
che non conduceva a pratici risultati. Camillo Cavour indovinò presto
il senno del giovane Emilio; e col mezzo del Giulini e del Dandolo, si
accaparrò quella mente, di cui dovea ben presto lodarsi, impiegandone
le rare qualità in ardui mandati.
L’attitudine de’ patrioti, se non fiaccata, resa più circospetta dai
processi di Mantova e dai supplizii, si fa adesso di nuovo apertamente
operosa; e vediamo anche farsi più numeroso e più animato il circolo di
casa Maffei.
La contessa allarga i suoi inviti, apre le sue sale a un maggior
numero di persone attratte dalla sua gentilezza e dall’aureola di
severa rispettabilità dell’ingegno e fama de’ suoi intimi. Allargando
i ricevimenti, la Maffei è guidata dall’intenzione (ch’essa esprime
poi a chiare note) di riunire ciò che v’ha di meglio nella società
seria e nella società elegante, sia di signori che di signore, perchè
si affratellino tutti in un preciso concetto patriotico; concetto
che adesso è quello d’una più vivace resistenza, d’una più sciolta
e implacabile battaglia al dominio straniero: ella vuole che tutti
gli amici del salotto, alla loro volta, ne facciano la più attiva
propaganda nelle famiglie, nei circoli, dappertutto.
L’irradiazione, che emana da questo focolare di patriotismo per
varii anni, è incredibile. I molti cospicui forestieri, specialmente
francesi, che vengono a Milano e che quasi sempre hanno lettere per
Clara Maffei, trovano nel salotto la nota altissima del sentimento
patrio. Così, ritornando ai loro paesi, ne parlano nelle famiglie,
nei giornali, nei libri, nei ministeri, nelle reggie. Nessuno meglio
di loro è testimone che la questione nazionale italiana, creduta
spenta a Novara, ardeva sotto le ceneri.... Tale propaganda (è
necessario insistere) d’ogni giorno, d’ogni ora, d’ogni minuto; questa
infrangibile disciplina degli animi che ricevono sempre una nuova
parola d’ordine in casa Maffei, esercita una forza possente a sostenere
lo spirito pubblico nella guerra della resistenza, che forma la pagina
più virtuosa della storia di Milano. La lotta delle Cinque Giornate è
splendida d’una grandiosità da epopea; ma è l’eroismo di pochi giorni
sublimi, è la folgore che incenerisce; — la lotta della resistenza è
d’apparenza meno abbagliante, ma è l’eroismo segreto di dieci anni; è
il raggio che feconda.
La guerra di Crimea è dichiarata e si combatte: e le armi piemontesi
ritornano vittoriose in patria che ne trae auspicio di nuovi allori più
gloriosi. Il piccolo Piemonte ha ormai voce in Europa. Camillo Cavour
è ammirato, e temuto. Lo teme il governo di Vienna che, per eclissare
il suo prestigio nelle terre Lombardo-Venete, muta verso queste d’un
tratto politica. Non più la politica delle repressioni feroci, bensì
delle concessioni clementi; non più giudizi militari, non più processi
politici; cessa il regime del patibolo; comincia il regime del sorriso.
L’imperatore concede amnistia generale. In forza di questa, i processi
di Mantova sono troncati d’un tratto: possono ritornare in patria gli
emigrati e tutt’i condannati che languivano nelle fortezze dell’impero.
Anche il Lazzati e Giuseppe Finzi ritornano, dopo cinque anni di
carcere, e nel salotto Maffei vengono ricevuti con grandi feste; ma
al giubilo si mesce la commozione nel vedere sul loro volto sparuto
le traccie de’ patimenti.... Si sciolgono i sequestri, inflitti alle
proprietà di cospicue famiglie lombarde; e, come segno di pace,
l’imperatore annuncia una sua visita, e arriva. Ed arriva a Milano
colla bella sposa un giovane colto e cavalleresco, Massimiliano,
che spera di conquistare i milanesi colla cortesia della quale è
maestro: i giovanotti mondani cogli inviti ai balli, alle caccie, ai
banchetti; gli uomini politici con idee di riforme e con promesse di
cariche cospicue e onorificenze. Egli non solo desidera, vuole che
il Lombardo-Veneto non sia più trattato quale terra di conquista; e
sogna di formarne uno stato autonomo sotto la protezione dell’aquila
imperiale.
“Il popolo, in massa, non possiede intelligenza ma istinto, e
codesto istinto è sempre giusto. I reggitori che lo sanno dirigere
verso un graduato e libero sviluppo, raccoglieranno pace e
prosperità. Se poi questo istinto è disconosciuto sistematicamente
pel momentaneo soddisfacimento di una politica che vive alla
giornata, ne seguirà una immensa irragionevolezza e terribili
catastrofi.„
“L’avarizia è nei principi un delitto, giacchè il popolo sa che il
danaro loro esce dalla borsa sua.„
“Quel governo che non vuole dare ascolto alla voce dei governati, è
un governo tarlato e precipita a una prossima rovina.„
“Non i popoli sono fatti pei principi, ma i principi per i popoli.„
“Le bajonette rivolte all’esterno sono armi difensive; rivolte
all’interno non possono servire che al suicidio.„
Di chi sono questi aforismi?... Si direbbero d’uno degli amici del
salotto Maffei. Invece sono d’un arciduca d’Absburgo, proprio di
Massimiliano[8]. Immaginarsi se un principe, il quale sente così, non
può sperare ascolto; ma è straniero; la bandiera ch’egli innalza non è,
non può essere la nostra.
Appunto per le sue qualità di principe elevato e seducente, egli segna
per l’idea unitaria il più pericoloso momento; e subito se ne avvede
Cavour, che ne è preoccupato, e mette tosto in guardia gli amici di
Milano, gli amici del circolo Maffei che godono presso di lui speciale
considerazione. Ed, ecco, allora la contessa Maffei rendersi più che
mai battagliera e intransigente con quanti mostrano d’accogliere le
prime mitezze della nuova politica di Vienna, non diremmo con favore,
ma senza opposizioni recise. Frequentatore del circolo è il giovane
Stefano Jacini. Nato da ricca e stimata famiglia lombarda, allievo
delle università di Germania, erudito per forti studi, e per lunghi
viaggi in Europa, economista di salde speranze, egli è uno de’ primi,
e perciò non può sfuggire all’occhio dell’arciduca. Addolorato per le
lagrimevoli condizioni nelle quali versa da più tempo la Valtellina,
dove il pane manca agli agricoltori e i contadini sono costretti di far
bollire le erbe dei campi, quando non muojono letteralmente di fame,
Stefano Jacini accetta, dopo alcuni dubbii e ritrosie, l’invito che
Massimiliano gli porge: di scrivere una memoria sullo stato doloroso
di quei lavoratori, per alleviarne il peso. L’Jacini, animato anche
dal patriotico intento di mostrare come il Governo avesse fino allora
trascurata una delle più ragguardevoli regioni, si accinge allo studio
magistrale, che più tardi sarà tradotto in inglese da un grande amico
d’Italia, Gladstone. Ma gli amici del salotto Maffei non approvano
punto l’adesione del giovane economista, convinti che dallo straniero
nessuno debba accettare incarichi di nessuna specie, sieno pure a
sollievo dei sofferenti!
Carlo Tenca non ascolta certo le preghiere del Governo. Egli vien
pregato con cortesia dal governatore d’annunciare sul _Crepuscolo_
la venuta dell’imperatore d’Austria; il semplice arido annunzio,
come fatto di cronaca, senz’altro: ma Carlo Tenca, freddo e risoluto
risponde di no. Il Governo invita tutte le famiglie nobili, aventi
(come si dice) i diritti di Corte, perchè si dispongano ad accogliere
l’imperatore e andare a’ suoi ricevimenti, a’ pranzi; e quasi tutte
queste famiglie nobili gli rispondono con qualche scusa che mal
nasconde il vero motivo del rifiuto.
Se qualcuno non sapendo resistere ai modi affabili dell’arciduca,
accoglie qualche invito a Corte o presso i ministri del seguito, è
messo al bando della società, gli vien tolto il saluto, è perseguitato
dal ridicolo, è provocato a duello. Il duca Melzi, che entra illuso
nella schiera massimilianista, il duca Scotti, il marchese Corio,
e qualche altro, non isfuggono ai sarcasmi. Il giornale umoristico
l’_Uomo di Pietra_, diretto da Bernardino Bianchi, poi prefetto, e
scritto da Antonio Ghislanzoni, Carlo Baravalle (Anastasio Bonsenso),
Carlo Righetti (Cletto Arrighi), Emilio Treves e altri capi scarichi e
arguti, ne coniano di belline; le quali entrano subito in circolazione
nella società milanese, cui sono sempre piaciuti il buon umore e il
frizzo; questa volta poi il frizzo e il ridicolo sono armi necessarie
per la causa liberale.
Nel maggio 1858, Alessandro Manzoni è quasi morente per una doglia
sotto al cuore. I suoi ammiratori, tutta Milano n’è costernata. Si
recitano tridui per la sua guarigione persino a Parigi alla Maddalena e
a Londra per cura del cardinale Wiseman. Massimiliano manda a chiedere
frequentissime notizie dell’infermo; ma questi, nè allora nè poi, fa
atto di adesione al premuroso arciduca, come non ne avea fatta prima
del ’48 alle _avances_ di Metternich, durante il soggiorno di questo
principe a Milano, secondo narra un diplomatico austriaco, l’Hübner,
nell’_Année de ma vie_; il quale non esita a collocare per questo _le
vieux Manzoni, le célèbre auteur des Promessi Sposi_, nel numero dei
_patriotes rigides_. — Massimiliano, che ama le belle arti, ch’è anima
d’artista egli stesso, accarezza gli artisti: va a visitare, fra altri,
il pittore Domenico Induno e gli commette un quadro, scegliendo un bel
tema che avrebbe tentato un artista liberale qual’era veramente quel
degno fratello di Gerolamo: _Eugenio di Savoja_. Ma Domenico Induno non
dipinge il quadro, e non restituisce la visita.
L’arciduca, desideroso d’ammirare Gustavo Modena, gli fa dire col
mezzo d’un certo Robaglia (impresario del teatro di Santa Radegonda)
ch’ei può liberamente da Torino dove vive emigrato, passare a Milano,
chè l’indulto imperiale non si farebbe aspettare a favore del più
eccelso attore del mondo. E il più eccelso attore del mondo risponde
al Robaglia in un biglietto, inedito tuttora, condito di quel sale
e pepe ch’ei spargeva volentieri nelle sue lettere umoristiche e
originalissime:
“_Sig. G. Robaglia a Milano_,
“Da Torino, 14 aprile.
“Le sono gratissimo delle sue cortesi offerte; ma c’è un guajo,
ed è: che il teatro di Santa Radegonda non può venire di qua da
Buffalora, ed io ho una spina in un piede la quale non mi permette
di venire di là, dunque...
“Dunque mi devo limitare a concambiare cordialmente i suoi saluti
protestandomi
“_Suo obb.mo e devoto_
“GUSTAVO MODENA„.
Le classi intelligenti, le classi alte della società, cui il governo
direttamente si rivolge poichè in esse vede il timone della nave,
sentono in questo momento, dinanzi a tutta l’Italia, una grande
responsabilità; e come già nel ’48, rispondono degnamente al loro
cómpito. Sin dai moti carbonari del ’21, i più illuminati di quelle
classi compresero quale fosse la via più onorevole da battere; e
quanto sfidassero impavidi la morte, e sostenessero nell’esilio o
nello Spielberg le più dure prove, è noto a tutti; ma forse non tutti
ricorderanno che da quegli uomini del ’21 fu dato l’abbrivo alle idee
emerse nel ’48 e avvalorate nelle guerre dell’indipendenza italiana.
Nel salotto Maffei si ordiscono manifestazioni contro il Governo e
persino duelli contro gli ufficiali per tener viva l’attitudine di
ostilità che può solo, alla sua volta, tener viva l’idea nazionale.
Gli ufficiali austriaci, a Milano, formano una famiglia a parte; qui si
sentono più che mai in terra d’esilio.
Tutti di ragguardevoli famiglie, parecchi di famiglie patrizie, ricchi,
di figure signorili, allevati nel Teresiano di Vienna e nella migliore
società, potrebbero figurar bene in qualunque festa; ma essi, almeno i
più ragionevoli, comprendono che le famiglie italiane degne del nome,
hanno tutte le ragioni di non accoglierli, finchè le loro sciabole
strisciano padrone sulle nostre vie. Appartengono anch’essi, infine,
chi alla Polonia, chi alla Boemia, chi all’Ungheria, a terre, insomma
che, al pari del Lombardo-Veneto, aspirano a più lieti destini; e
mentre alcuni, accesi di furor soldatesco, e incitati dal contegno
ostile della cittadinanza, vorrebbero che si ritornasse al regime
Radetzky; altri non restano insensibili agli sforzi sanguinosi dei
popoli d’Italia, che sfidano tutto pur di godere alla fine la loro
parte di libero sole. Così, fra gli ufficiali e i funzionari stranieri,
si segnano due correnti: quella di chi non approva la politica mite,
e quella di chi non solo l’approva ma deplora sia giunta troppo in
ritardo per isperarne gli effetti. Alcuni funzionari stranieri della
stessa polizia, specialmente ungheresi, cercano di salvare qualcuno dei
nostri; e già qualche altra volta l’han fatto. Un poeta, amico di casa
Maffei, Antonio Gazzoletti, imprigionato a Trento, nei giorni della
più ferrea repressione, venne liberato in grazia di un commissario
ungherese, il quale da una valigia del poeta, fece sparire in un baleno
carte ed armi, che volevano dire immediata fucilazione. Il Gazzoletti
ne rimase profondamente commosso. “Una lagrima più eloquente di
qualsiasi poema (scrive la vedova del Gazzoletti nei _Cenni biografici_
dell’amato compagno) una lagrima gli velò il ciglio, e traendosi dal
dito un anello: Portatelo per mia memoria, replicò; così la vostra
resterà scolpita nel mio cuore, fino agli estremi del viver mio. — E
così fu; poichè sin negli ultimi giorni di sua vita, riandando con sua
moglie i tempi passati, benediceva ancora a quel generoso che lo aveva
salvato.„
Durante un carnevale, in casa del barone Ciani, si dà un ballo, al
quale interviene un gentiluomo dell’aristocrazia austriaca, il barone
Schönfeldt. Le signore, nel vederlo, fanno atto di ritirarsi; e allora
un giovane audace si avvicina al barone stupito di quella fuga, e gli
dice con garbo:
— Perdoni, signor barone, ma qui ella non può rimanere.
— Come? Io sono invitato!
— Mi dispiace, ma non vede?... Le signore si ritirano per lei. Ella,
ch’è cavaliere, si ritirerà per loro!...
— Va bene; ma ella mi darà soddisfazione!
— Volentieri.
Quel giovane è uno degli amici più stimati di casa Maffei, Manfredo
Camperio, milanese, libero spirito, avventuroso, patriota e soldato.
Cospiratore prima del ’48, egli si fece allegramente imprigionare nella
cittadella di Linz; ma ne evase per trovarsi nelle Cinque Giornate
nelle quali si segnalò slanciandosi tra i primi all’assalto del palazzo
del Genio in via del Monte di Pietà; quindi sotto il comando del
general Medici combattè a Stabio e s’arruolò semplice soldato nella
cavalleria piemontese facendo il suo dovere nella fatal giornata di
Novara. Deposta per il momento la spada, trascinato dall’istinto di
viaggi (che lo anima tuttora) Manfredo Camperio sbarcò in Australia,
e poi ritornò a Milano per gettarsi nelle cospirazioni di casa Maffei
e.... accettare la sfida del barone Schönfeldt.
Il duello ha luogo alla sciabola, e dura quindici minuti, durante i
quali il Camperio ferisce due volte l’avversario e rimane ferito egli
stesso. Padrini del Camperio sono due altri amici di casa Maffei: il
conte Emilio Dandolo e Carlo Prinetti.
In certi duelli fra cittadini provocanti e ufficiali provocati, si
tira a sorte chi dei nostri deve battersi. Nelle partite d’onore, sono
osservate col massimo rigore le regole del codice cavalleresco. Durante
le trattative e sul terreno, perfetta cavalleria d’ambe le parti;
quindi i nostri dicono agli avversari: “E qui finiscono le nostre
relazioni.„ E gli ufficiali comprendono benissimo.
Nella serie dei duelli, che ricordano un po’ le sfide a singolar
tenzone dei poemi romanzeschi e dei romanzi storici, v’ha quello
del giovane Alfonso Carcano, di cui son padrini il marchese Soncino
e Giovanni Visconti-Venosta; il duello d’un Tadini; di Gustavo
Viola, figlio d’una delle più intime amiche della Maffei; il duello
alla pistola presso Canobbio fra l’ufficiale Brünner e un Caroli,
bergamasco, uno degli elegantoni che, prima di pranzo, formano
capannello alla bottiglieria della _Sincerità_ in angolo al Monte
Napoleone e la Corsia dei Servi; e il duello di Giacomo Battaglia.
A questi scontri, le signore di casa Maffei e di tutto il resto della
società milanese s’interessano al sommo, tutte concordi nel sostenere
la grande questione; tutte animate d’un patriottismo così caldo e
militante, che il non essere in questi giorni intransigenti sarebbe
cosa non solo antipatriotica, ma contraria alla moda e di cattivo
genere.
Ma il patriottismo delle signore sarà chiamato ben presto a serie
prove, quando comincerà la partenza dei volontarii per il Piemonte.
La società, intanto, ha mutato carattere. Cessato lo stato d’assedio,
anche i ritrovi privati di Milano e il salotto Maffei si son fatti meno
circospetti; le società sono più numerose e più vivaci. I ritrovi, i
teatri, i balli, ripresi. Tutti vivono animati da una comune, crescente
speranza; tutti si preparano a un grande avvenimento. Il salotto
Maffei, oltre che il carattere patriotico assume un carattere sempre
più gajamente mondano. Gli uomini serii si trovano colle signore
alla moda. Troviamo in questo periodo del salotto Maffei un giovane
ingegnere milanese, Giuseppe Colombo, che un giorno sarà ministro; un
matematico che doterà Milano di istituti d’alta cultura, il Brioschi;
un medico mantovano, che mette ogni cura nel celare la propria svariata
sapienza, Cesare Todeschini; e Lamberto Paravicini egregio chirurgo.
E ancora: l’ingegnere Emilio Bignami Sormani, uno dei cooperatori del
_Crepuscolo_, ed Enrico Fano, che siederà nel Senato del nuovo Regno.
Più tardi troviamo il valtellinese Romualdo Bonfadini, pubblicista e
storiografo di larghe vedute, fervido nella parola, scultorio nello
stile; e un profugo poeta, parlatore brioso, caro al Manzoni, Giovanni
Rizzi di Treviso. Intervengono due altri veneti, il pittore Antonio
Zona, ritrattista di grido, dal colorito tizianesco, che dipinge per
la contessa una giovane _Violinista_ dall’adorabile espressione soave
e il chiomato Filippo Filippi, musicista e critico musicale, il solo
che, fanatico della musica tedesca, porti la nota tedesca (musicale!)
nell’italianissimo salotto. Un giornalista e drammaturgo, Leone Fortis,
triestino, profugo e vero tipo di profugo talchè nel vederlo si è
tentati a ripetere quel verso dei _Profughi di Parga_ del Berchet:
Chi è quel Greco che guarda e sospira?...
interviene qualche sera alle conversazioni. La sua gentil compagna,
Luigia Coletti, sorella del patriota e scienziato Ferdinando Coletti
di Padova, non frequenta le riunioni di casa Maffei, ma conta fra le
amiche intime della Chiarina.
Chi sapeva leggere negli astri prevedeva l’avvenire di Ruggero Bonghi.
Questi fu presentato alla Maffei da Giulio Carcano (che lo incontrò
sulle rive del Lago Maggiore) con una lettera piena di fausti presagi a
favore del pensatore e pubblicista napoletano.
A mano a mano, vediamo venire il più acclamato nostro commediografo,
Paolo Ferrari, dall’armoniosa parola, dall’amenissima conversazione;
Giuseppe Guerzoni, avvenente giovane, letterato, foscoliano passionato,
poi milite di Garibaldi e storico delle geste dell’eroe; un archeologo
e numismatico, Biondelli, il quale, forse distratto, comincia un
giorno una sua lezione così: “Signori! il mondo è antico, ma i suoi
monumenti sono ancora più antichi!„ Ed ecco un famoso naturalista, il
barone Emilio Cornalia; lo storico Bartolommeo Malfatti; Francesco
Rodriguez, traduttore elegante di poeti inglesi; le famiglie Negri,
Ricordi, Garavaglia; il marchese Carlo Ermes Visconti, Carlo d’Adda,
il conte Galantini, i Camozzi di Bergamo, il conte Giovio, Giuseppe
Piola (poi senatore), il conte Carlo Belgiojoso, mite spirito gentile,
cultore delle belle lettere e delle belle arti, fratello del conte
Paolo, matematico, pure uno de’ frequentatori del salotto e che più
tardi reggerà la pubblica istruzione a Milano. E fra i professori:
Camillo Boito, aperto e brillante ingegno, Agostino Frapolli, chimico,
e Vincenzo Botta, parente dello storico piemontese, già professore di
filosofia nell’università di Torino e nel 1849 deputato al Parlamento
sub-alpino.
Valendosi dell’amnistia, concessa da Francesco Giuseppe, è tornata
dall’esilio la principessa Cristina Belgiojoso, e colla figlia,
divenuta più tardi la marchesa Trotti, viene a visitare Clara Maffei.
E ancora: la contessa Visconti di Saliceto nata San Martino, donna di
molto spirito, e la contessa Morando. Fra le dame più giovani e più
elette, si nota una gentildonna lombarda d’alto patriotismo e di forte
cultura, Laura Scaccabarozzi nata marchesa d’Adda, che nelle agitazioni
liberali accoppia al coraggio la più fine sagacia e quell’elegante
scioltezza che lo abbellisce. Rimasta vedova, si rimaritò con Giovanni
Visconti-Venosta. È nipote del marchese Camillo d’Adda Salvaterra,
coinvolto nei processi della Giovane Italia nel 1831.
Donna Lucrezia Mancini colla figlia frequenta pure il salotto; così
donna Francesca de’ Lutti poetessa trentina, allieva d’Andrea Maffei;
il quale nell’egregia casa Lutti a Riva di Trento viene amorevolmente
ospitato per tanti anni dopo la divisione dalla moglie. Francesca de’
Lutti, autrice d’un poema, _Maria_, comparisce di tratto in tratto
in casa Maffei, accompagnata dal nobile Vincenzo de’ Lutti, egregio
musicista e letterato. Fra le belle signore, si nota la contessa
Colleoni nata Viola, dal volto soffuso di quel pallore che un patrizio
generoso, patriota, il conte Carlo Leoni di Padova, chiama _magnetico_.
È sorella di Emilia Viola, divenuta più tardi Ferretti, virile ingegno,
nota nella letteratura sotto il nome di _Emma_. La contessa Della
Somaglia maritatasi poi al conte Marco Greppi; donna Paolina Sala
Taverna madre di tre egregi gentiluomini, Gerolamo, Giacomo e Marco
Sala, nonchè moltissime altre signore dell’alta società lombarda,
frequentano casa Maffei.
Le conversazioni del salotto s’aggirano sulla politica, sulla
letteratura patriotica che si diffonde a bella posta; sugli scherzi
satirici che passano manoscritti di mano in mano e che persino si
rappresentano. Si attribuisce (e credo giustamente) al conte Carlo
d’Adda uno dei più caustici scherzi poetici del tempo. Famosa poi
una tragedia per marionette composta da Giovanni Visconti-Venosta
e rappresentata da quella famiglia vivacissima di giovani che si
riunivano in casa Dandolo. La tragedia aveva per argomento la guerra di
Crimea e l’imperatore Niccolò di Russia: sotto il velo della parodia,
e in versi pomposi e faceti satireggiava da cima a fondo contro il
dispotismo, incarnato nello czar. Le allusioni furono colte a volo;
e il successo calorosissimo si rinnovò per tre sere davanti a tutta
la società di Milano accorsa alla tragedia che si voleva rivedere
non so quante altre volte ancora; ma la polizia la proibì, e pose
sotto rigorosa vigilanza l’autore; uno de’ più spiritosi e più colti
gentiluomini, patriota tenace, e fine novellista e romanziere della
scuola d’Alessandro Manzoni.