La parola d’ordine e il _Crepuscolo_. — Risoluzione di Mazzini.
— Napoleone III e il conte Arese. — Visita di Tullo Massarani a
Mazzini. — Decisione antimazziniana. — Emilio Visconti-Venosta
e Camillo Cavour. — Arresto di Antonio Lazzati. — Un programma
borgiano. — Il 6 febbrajo. — Fuga di Carlo De Cristoforis. —
Processi di Mantova. — Un salvamento. — Giuseppe Finzi. — La
contessa Maffei e la polizia.
Nel 1850, la contessa ripiglia, per non interromperle più, le intime
riunioni, nel suo grazioso appartamento al numero 21 nella via Bigli;
quieta e storica via, in una casa della quale dimorò una madre di
prodi, Adelaide Cairoli-Bono, e, in altra, mentre il popolo combatteva
nelle Cinque Giornate, veniva dai duci dell’insurrezione respinto
l’armistizio offerto dal maresciallo Radetzky.
Sono due le sale che la contessa destina per ricevere gli amici. Nella
sala più riposta, risiede ella, senza atteggiarsi a far centro alle
conversazioni, che ora alimentano più che mai la fiamma patriotica del
suo spirito. Le sale sono addobbate con velluti oscuri, con quella
accogliente armonia, con quel gusto squisito, quali le dame vere
sanno scegliere. Specchi di Venezia, quadri a olio moderni, incisioni
del Calamatta, e ritratti d’amici insigni adornano le pareti. Trine
finissime sulle poltrone, sui divani; e vasi; e fiori, molti fiori,
specie in primavera, olezzano fra i candelabri, sulle mensole, sul
pianoforte e sulla tavola presso la poltrona dove la contessa siede
discorrendo di tratto in tratto e ascolta. Ella possiede l’arte, così
difficile, d’ascoltar bene; e, se parla, non ascolta, come altri, sè
stessa. Mentre il suo labbro discorre o sorride, le mani, affilate,
lavorano assidue d’uncinetto a qualche rete, a qualche vesticciuola pei
bambini poveri. Tollera tutte le opinioni, tutte le idee; non tollera
mai e poi mai la maldicenza.
Non è punto vero che nel salotto Maffei nojosi poeti leggessero i
loro poemi, commediografi le loro commedie, o economisti le loro
dissertazioni, come nel _Mondo della noja_ di Pailleron. Gli amici
parlavano delle cose del giorno, le discutevano, e spesso un’idea
severa, patriotica, veniva gettata e faceva pensare, o un motto arguto
facea sorridere. Si parlava di letteratura, d’arte, d’industrie,
d’economia politica, persino di filosofia, ma tutto veniva annodato
al pensiero dominante, la risurrezione d’Italia e ogni pedanteria era
sbandita.
Dopo le luttuose rovine del ’48-49, le discussioni erano gravi, tristi,
sostenute da un piccolo nucleo d’amici patrioti che si chiamavano:
Carlo Tenca, i fratelli Visconti-Venosta, Tullo Massarani, Antonio
Allievi, Carlo De Cristoforis, Giacomo Battaglia, Romolo Griffini,
Stefano Jacini, Cesare Giulini della Porta, Antonio Lazzati, Giulio
Spini, Giulio Carcano, Innocente Decio, Giuseppe Finzi. Il dottor
Francesco Rosari frequentava il salotto fin dall’epoca delle Cinque
Giornate. V’erano alcune signore, quali donna Saulina Viola Barbavara,
la signora Bianconi-Robecchi e qualche altra.
Parecchie signore della società milanese vivevano ritirate in campagna,
perchè Milano offriva omai troppe tristezze e squallore.
La Maffei riceveva tutto il giorno e tutte le sere. Si era certi
di trovare nel suo salotto qualcuno, fra le tre e le sei dopo il
mezzogiorno; poscia, dopo il pranzo, fino alla mezzanotte. Giuseppe
Verdi continuava a visitare la gentile amica, ogni volta che veniva a
Milano.
In questo gruppo di patrioti, passa ben presto una fiera parola
d’ordine: resistenza ad ogni costo, in ogni occasione, ad ogni ora,
contro lo straniero. Si vuole assolutamente debellar la fortuna;
si vuol conquistare il primo inviolabile diritto dell’uomo:
l’indipendenza. E questo sentimento, sacro, radicatissimo, deve esser
propagato, tenuto vivo, in mezzo alla buona società; a tale scopo le
signore del mondo elegante devono prestarsi alleate efficacissime;
e alleate promettono di essere, e sono difatti. La Maffei ne dà
l’esempio. Il suo salotto traduce in atto a gradi, senza fretta ma
senza posa, per dirla con una frase di Goethe, la parola d’ordine; ed è
questa la sua potenza contro cui nulla può. Quel fuoco s’irradia anche
fuori di Milano; è come un faro nella tempesta, nel quale si affissano
altri patrioti. Così tutti i più egregi italiani che vengono a Milano
non mancano di penetrare in casa Maffei; fra questi due bresciani:
Giuseppe Zanardelli e Gabriele Rosa; il primo, che a Brescia apre
sotto gli occhi degl’Imperiali un gabinetto di lettura convegno di
cospiratori, — il secondo reduce dallo Spielberg dove stette rinchiuso
tre anni in una cella attigua a quella del Confalonieri. Il salotto
Maffei è asilo di libertà in mezzo a una terra soggetta. A chi vi pone
il piede sembra di approdare ad un’isola libera e sicura.
È una lotta temeraria, certo, questa che si osa. Da una parte, un vasto
Impero vincitore e il diritto della spada; dall’altra, un pugno di
vinti e il diritto della ragione; e che questo, oggi o domani, debba
trionfare si prevede, si sente: quando mai la ragione non taglia più
delle spade?
Si confida ancora in Mazzini. Il _Crepuscolo_ stesso di Carlo Tenca
comincia mazziniano. Questo giornale, che nella storia della stampa
rifulge di puro splendore, nasce presso la contessa Maffei. Ne è
fondatore, direttore e scrittore Carlo Tenca; il quale vi mantiene
inalterato un carattere, vi mantiene la parola d’ordine della
resistenza, a ogni minaccia, e ad ogni lusinga più pericolosa della
minaccia. La resistenza dura un decennio, dal 6 gennaio 1850, giorno
in cui il _Crepuscolo_ esce per la prima volta, fino al giorno in cui,
liberata la Lombardia, vede raggiunto il suo scopo e sparisce, per
cedere il posto ad altri periodici più rispondenti alla novella vita
accelerata.
Ogni domenica, quando il settimanale _Crepuscolo_ esce nel suo aspetto
serio, e ricco di articoli che trattano a fondo le più urgenti
questioni della letteratura, della scienza, dell’arte, dell’industria,
sembra di avanzare d’un passo verso la meta. In ogni numero del
_Crepuscolo_, si legge una rivista politica del Tenca, il quale per
deliberato proposito non parla mai dell’Austria, sia per mostrare col
silenzio che non ne riconosce il diritto di dominio in Italia, sia per
non cadere in sequestri e nella soppressione del periodico, la cui
voce nel sepolcrale silenzio suona come voce d’amico che conforta e fa
sperare.
Ma in ogni pagina quante velate allusioni, che allora nella tensione
degli spiriti, acuiti dalle sciagure, si capiscono subito e a volo! La
parola _letteratura_ include _Italia_. La letteratura si confonde colla
politica: è la voce della patria, ne sostiene le ragioni, ne ajuta il
trionfo.
“Per noi, la letteratura d’oggi somiglia a una carovana sorpresa dal
vento del deserto. La bufera ne ha scompigliato le file, e sottratto,
per un istante, a’ loro occhi la meta del cammino. Ma poi, cessato il
turbine, i superstiti si raccolgono, contano i caduti ed i dispersi,
e ripigliano la loro via, intenti al medesimo punto raggiante
dell’orizzonte.„
Così il Tenca nel programma del _Crepuscolo_; e tutti comprendono che
sia quel “punto raggiante.„
Gli amici del salotto Maffei sono scrittori del _Crepuscolo_, e la
contessa si adopera a procurare associati, a guadagnare simpatie
al periodico. E il salotto e il giornale, per la concordia, per la
disciplina, riescono più utili forse alla causa liberale dei comitati
mazziniani detti di _Pensiero ed azione_, i quali, in questo tempo, si
vanno costituendo nel Lombardo-Veneto; comitati che pur vantano fior di
patrioti, ma che non sempre frenano le impazienze in modo da assicurare
il pieno conseguimento dello scopo, senza provocare sanguinose
rappresaglie, le quali invece, pur troppo! lo allontanano.
Troviamo fra gli assidui cooperatori del _Crepuscolo_, Emilio
Visconti-Venosta, il quale scrive articoli letterarj; sostiene
principii di umanesimo puro parlando della “Capanna dello zio Tom,„
il romanzo più possente negli effetti che sia stato mai scritto come
quello che spezzò le catene a tanti schiavi. Tratta di Channing e
del _Caino_ di lord Byron, in un mirabile studio. Tullo Massarani
spazia fra gli studii italiani in Francia; s’aggira fra’ popoli della
Romania, rivela all’Italia un originalissimo poeta, Enrico Heine. A
Carlo De Cristoforis, la natura concesse un singolare accoppiamento
di facoltà, poich’egli discorre colla stessa competenza di cose
militari e sul credito. Il medico Romolo Griffini tratta le quistioni
di igiene; Antonio Allievi l’economia; Giacomo Battaglia del romanzo
in Italia; Enrico Fano della condizione degli operaj; Innocente
Decio di cose giuridiche e statistiche; Giuseppe Zanardelli d’arti
e d’industrie bresciane. Sono della famiglia anche Paolo Emiliani
Giudici, Eugenio Camerini, Antonio Colombo, che manda corrispondenze
politiche da Torino, ed altri animosi. Il Camerini, critico ricco di
dottrina e d’acutezza, di stile sfavillante, ricrea lo spirito colle
sue corrispondenze letterarie dal Piemonte, da quella terra a cui si
rivolgono i proscritti, i nostri pensieri, le speranze.
Fra i cooperatori del _Crepuscolo_ è Carlo Cattaneo, che vi tratta di
scienze ed industrie. Benchè di vedute politiche ormai diverse, il
Tenca si vale dell’opera preziosa dell’amico suo personale, nel cui
pensiero balena pur sempre la sognata grandezza d’Italia.
Togliamo un momento dall’ombra dell’oblio dov’è sceso, carico d’anni
come Matusalem, un barone berlinese, grande amico del salotto Maffei,
in cui appariva immancabile tutte le volte che scendeva in Italia, e
scrittore pur esso del _Crepuscolo_: Francesco Neugebaur, consigliere
aulico di Prussia, già console e diplomatico. Nessuno più di lui odiava
il feudalismo, i sostenitori del diritto divino. Egli amava l’Italia
d’affetto così fervido che avrebbe sacrificati i suoi baffi bianchi
accuratamente impegolati pur di vederne meno infelici. Da Berlino
inviava lettere condite di pepe, sale e di singolarissimi spropositi
di lingua sullo stato della Germania. Ogni volta che agli ufficj
del _Crepuscolo_ arrivavano le corrispondenze del barone, l’ilarità
scoppiava irrefrenabile. Scriveva: homo, stiffàli, il tale star fecchia
canallia.... e altri fiori della Crusca che, riportati nel salotto
Maffei, ne rompevano per il momento la serietà. Carlo Tenca rifaceva da
cima a fondo le lettere del Neugebaur, salvando dall’eccidio le notizie
appetitose.
Innumerevoli erano gli articoli del Tenca stesso; articoli d’ogni
genere, ma specialmente di politica e di letteratura, ch’egli componeva
sempre di notte. Se qualche scrittore del _Crepuscolo_ (li chiamavano
_crepuscolanti_!) all’ultimo momento mancava agl’impegni, ei lo
suppliva e talvolta scriveva lui il giornale quasi tutto. In tali
eccessi di lavoro, soffriva spasimi alla testa, ch’era costretto di
calmare con vesciche di ghiaccio; e continuava così fino al mattino
in cui il tipografo veniva a ricevere i manoscritti del giornale da
pubblicarsi infallibilmente all’ora fissata.
Giuseppe Mazzini ripiglia ormai risoluto la sua azione. In nome della
democrazia d’Europa e specialmente della democrazia francese, scrive
agli amici che quest’ultima, sconfitta dal colpo di stato di Napoleone
III, vuol riprendere la lotta; ma avendo i capi in carcere o in esilio,
non può agire, e perciò invoca che la democrazia italiana prenda essa
l’iniziativa d’una generale sollevazione contro i despoti con un fatto
luminoso il quale risvegli nelle moltitudini il coraggio. All’agitatore
sembra che l’ora di operare sia giunta; gli sembra che Milano potrà
dare il segnale dell’insurrezione europea, rinnovando i prodigi delle
Cinque Giornate per le quali è divenuta gloriosa.
Intanto a Napoleone III non isfuggono le condizioni in cui l’Italia è
piombata. Il nuovo sovrano promette a un inclito lombardo, al conte
Francesco Arese, amico suo, che, appena assodate le sorti in Francia,
anche all’Italia rivolgerebbe il pensiero. L’Arese s’affretta a
comunicare a Camillo Cavour tale promessa, che presto è nota agli amici
di Milano, al salotto Maffei.
Occorrono dieci milioni, secondo Giuseppe Mazzini, per iniziare la
levata d’armi nei paesi italiani occupati dall’Austria: e, a tal uopo,
ei bandisce un prestito patriottico.
[Illustrazione: Salotto Maffei in Via Bigli.]
Uno degli amici di casa Maffei, Tullo Massarani, si reca a Londra per
conferire coll’agitatore e conoscerne davvicino i divisamenti. Mazzini
lo riceve nell’unica stanza angusta, meschina, in cui alloggia; e
avendo offerto al Massarani e ad un amico di questi che lo accompagna,
le sole due seggiole della camera, siede sul letto, e parla. La sua
parola è animata, i suoi occhi vibrano lampi. Egli è vestito tutto di
nero; è magro, pallido,
Pallido in volto più che re sul trono,
(direbbe di lui Vittorio Alfieri, come disse di sè): e confida nella
sua stella, nella patria!...
Tullo Massarani ritorna in Italia, recando non poche cartelle del
prestito mazziniano: e la madre, al confine, gliele cuce, intrepida,
entro le fodere dell’abito, ben sapendo che, se vengono scoperte,
l’unico amatissimo figlio suo non potrà sfuggire l’arresto, un
processo, la morte.
I comitati _Pensiero e azione_, sorti nelle principali città venete
e lombarde per effettuare il sogno mazziniano, sono mira alle
riflessioni di parecchi eminenti liberali di casa Maffei, che, come
Emilio Visconti-Venosta, Tullo Massarani, Antonio Lazzati, Giuseppe
Finzi di Mantova e qualche altro, direttamente o no, vi hanno parte.
Se ne parla, se ne discute, non senza preoccupazione. Non mancano,
difatti, gravi dubbii sulla loro opportunità. E non tutti li approvano,
sembrando che il momento dell’azione risoluta e decisiva non possa
essere imminente. Si opina da alcuni che una cospirazione non seguita
da un’azione ben preparata e forte, conduca a inutili eccidii. I
miracoli delle Cinque Giornate, avvenuti in un’epoca nella quale tutta
quanta l’Europa sollevavasi, non possono ripetersi ora isolatamente,
contro un impero che veglia sospettoso. Tuttavia non pochi sono i
giovani, che, ardenti d’amor patrio, anelano di romper gli indugi.
Una sera, nel salotto, si viene a una deliberazione decisa: se si
debba sì o no, seguire l’agitatore nella subitanea insurrezione da lui
suggerita.
La prevalenza è per il no: e allora vi si accentua il distacco netto
fra i patrioti che fino a questo punto militavano concordi nel
partito mazziniano. Un vigoroso intelletto di statista spiega insieme
col Giulini Della Porta la sua influenza: Emilio Visconti-Venosta,
giovanissimo d’anni ma di senno maturo. Il Visconti ormai s’affida, più
che nell’astro di Mazzini, nell’astro sorgente di Camillo Cavour, il
cui genio comincia a suscitare le più vive speranze.
In un giorno tristissimo, uno de’ giovani più simpatici e più serii del
salotto Maffei, il notajo Antonio Lazzati, diviene oggetto di generale
compianto e di trepidazioni.
Dal Comitato centrale (presieduto dal nobilissimo Attilio De Luigi) il
Lazzati era stato inviato a Mantova per consigliare a quel Comitato la
prudenza. Egli erasi già all’uopo abboccato col prete Tazzòli, uno dei
principali cospiratori, con Luigi Castellazzi, che essendo segretario
del Comitato teneva carte gelosissime, e con altri affigliati; e avea
fatto ritorno a Milano, fiducioso (com’egli stesso narrava in casa
Maffei) che i suoi colloquii avrebbero frenati, almeno per qualche
tempo, gl’impazienti compagni di fede; quand’ecco d’improvviso viene
arrestato e condotto nelle carceri di Mantova.
Come mai il Lazzati potè essere scoperto?... Da chi tradito?... Egli
andava di frequente a Mantova, per oggetto della sua professione; non
poteva quindi aver destati singolari sospetti da parte della polizia.
In un’adunanza tenuta a Mantova dallo Scarsellini, Canal, Zambelli,
Carlo Montanari ed altri sotto la presidenza del prete Tazzòli, il
Lazzati, obbedendo al mandato imperativo de’ suoi amici di Milano e
al proprio stesso sentimento, aveva combattuta una strana proposta
messa avanti da alcuni veneti: rapire a Venezia l’imperatore Francesco
Giuseppe mentre di sera in gondola andava a teatro, e quindi tenerlo in
ostaggio obbligandolo a rinunciare al dominio del Lombardo-Veneto!...
Tale divisamento ripugnava a molti patrioti; al Lazzati poi pareva
fra altro, superlativamente assurdo, poichè un monarca non poteva
essere rapito da una città come fosse una contadinella in un viottolo
solitario della campagna. In fondo, il Lazzati avea combattuto un
attentato contro l’imperatore; l’aveva impedito colla sua eloquenza,
col suo senno: l’autorità avrebbe dovuto piuttosto premiarlo, e invece
lo arrestò in seguito alla denuncia d’uno di quegli affigliati,
intervenuti alla riunione: il Castellazzi.
Il maresciallo Radetzky avea istituita in Mantova una commissione
militare inquirente per giudicare i delitti d’alto tradimento. A
capitano istruttore di questa commissione, la quale potea assumere
il motto del duca Guarnieri “nemica di pietà e di misericordia„ era
un boemo, Carlo Krauss, uomo di prontissimo ingegno, ma parea sceso
da un Torquemada. Il Krauss, che dopo essere stato governatore di
Boemia vive tuttora, in riposo, non può aver dimenticate le arti
crudeli colle quali cercò di strappare al Lazzati, appena lo ebbe
nelle mani, la verità sulle relazioni de’ suoi amici di Milano. Fra
i tanti arresti, allora avvenuti, il solo Lazzati era milanese;
il solo Lazzati rappresentava l’agitazione patriotica del salotto
Maffei e di Milano: e da lui si speravano relazioni e delazioni. Ma
come il Krauss s’ingannava!... Nei processi politici v’hanno tre
categorie d’imputati: gli eroi, i deboli, i traditori. Antonio Lazzati
apparteneva alla prima. Egli negò sempre alle accuse; resistette sempre
alle suggestioni, alle arti diaboliche spiegate per istrappargli fatti,
circostanze, nomi. Se alcuni patrioti di casa Maffei non morirono
sul patibolo lo dovettero (e alcuni per fortuna son vivi ancora) al
silenzio eroico di Antonio Lazzati.
Poichè questi negava imperterrito, il capo guardiano delle carceri di
Mantova, Francesco Casati (pur troppo un milanese!) lo cacciò nelle
orrende prigioni della Mainolda, unite alla pretura di Mantova. Questo
tristo Casati, speciale aguzzino del Krauss (può ella, Eccellenza
Krauss, negarlo?...) fingeva d’essere protettore dei carcerati
politici; usava le arti più lusinghiere per indurli alla confessione.
Nei colloquii con loro nelle carceri, mostrava una bonarietà ambrosiana
edificante: era così blando,
Che parea Gabriel che dicesse: Ave!
Ma quando non riusciva ne’ suoi intenti, gettava gl’infelici a macerare
nelle carceri umide della Mainolda, e a soffrir ivi freddo, fame,
tutto, finchè non confessavano.
Un brutto giorno Antonio Lazzati fu trascinato a sostenere un
confronto col suo delatore, il Castellazzi. Questi gli comparve
dinanzi, beffardo, colla caramella nell’occhio e disse in presenza
(s’intende) del Krauss: “Ah, il signor Lazzati di Milano! Soprabito
bianco, berretto d’incerato, come quella sera in cui venne a Mantova.„
Il Lazzati, fremente di sdegno, lo fulminava muto collo sguardo. E
il Castellazzi a continuare nella denuncia, colorendo i particolari
dell’adunanza di Mantova, non tacendo, peraltro, che il Lazzati
aveva sconsigliato da atti temerarii e anzi aveva raccomandato col
massimo calore la prudenza. A un certo punto, continuando la denuncia,
il Lazzati, cieco d’ira, si gettò come una tigre sul Castellazzi
afferrandolo per le spalle.... Ciò bastò al Krauss. Il Lazzati s’era,
a’ suoi occhi, tradito più che non l’avesse tradito il Castellazzi, e
lo fece condurre dal Casati nella carcere dove si trovavano insieme
altri patriotti.
In questa prigione stavano insieme il ricco, soccorrevole Carlo Augusto
Fattori di Venezia, il pittore Giuseppe Boldini pure di Venezia,
l’ingegnere Francesco Montanari di Mirandola (il quale aveva avuto
incarico dal Comitato Mantovano d’impadronirsi di sorpresa delle
fortezze di Mantova e di Verona), Angelo Giacomelli di Treviso, e Tito
Speri.
L’entrata del Lazzati nel carcere è descritta con pochi tratti tragici
da Angelo Giacomelli nelle _Reminiscenze della mia vita politica_: è
una scena pietosa:
“La sua comparsa tra noi col solito accompagnamento (del Casati e
de’ secondini) ci fece molta impressione, perchè sul suo viso erano
le traccie di molte sofferenze, tanto era pallido e smunto, benchè
robusto della persona. Teneva nelle mani dei pezzi, o meglio delle
croste di pane nero, che pareva custodir gelosamente; altri pochi
suoi effetti erano portati dai secondini, che indi provvidero la
camera d’un sesto giaciglio.„
Il Lazzati era riserbato al patibolo.... Vedremo ben presto qual
romanzo d’amore abbia salvato quel magnanimo. Ah, il suo delatore,
ch’espiò, è vero, per lunghi anni e in mille modi la propria colpa, ma
che pur resta nella storia macchiato d’un nome orrendo!...
Sotto qual infernale influsso lo sciagurato abbia infranta la fede,
non è ancora ben certo. Per iscusarlo, in casa Maffei e altrove,
si affermava ch’egli avea parlato sotto il bastone; ma egli non fu
bastonato, mai! Rammento di quale sdegno ardevano gli occhi del buon
Lazzati quando, trentadue anni più tardi, nello stesso salotto della
Maffei si lesse l’articolo d’un giornale che negava ogni colpevolezza
del traditore. Ricordo come adesso quali fiamme salivano al viso
dell’intemerato patriota, solitamente misurato e freddo. Ricordo le sue
affermazioni sulla colpevolezza di colui; affermazioni recisissime,
ch’erano il grido della sua convinzione, del suo cuore memore pur
troppo di quali condanne le denuncie erano state origine.
Un altro amico di casa Maffei, Giuseppe Finzi, fu arrestato e
trascinato nei processi di Mantova, più terribili persino di quelli dei
Carbonari del ’21. Anch’egli dolorò nelle carceri del Castello e nella
Mainolda: anch’egli, come il Lazzati, oppose recisi dinieghi, superbi,
eroici silenzii; ma anch’egli fu tradito!
Inenarrabile la tristezza in cui piombò il salotto Maffei per questi
ed altri arresti di amici, di conoscenti. La contessa ne era desolata;
ma non si lasciava vincere dallo sgomento. Ella e i suoi amici del
salotto ordirono d’accordo segrete comunicazioni coi carcerati.
Importava far loro conoscere notizie che potessero servire di valida
difesa; importava sostenerli nei duri cimenti; e tentar persino la
fuga degl’infelici. Quali mezzi non furono scongiurati?... Il denaro,
questa chiave d’oro che apre tante porte, non fu risparmiato certo dai
più facoltosi: uno de’ più magnanimi e più ricchi amici di casa Maffei,
nello slancio sublime del cuore, offerse tutte le proprie dovizie per
salvare dal patibolo un amico.... Altro ora non posso aggiungere....
La scoperta della cospirazione di Mantova, i numerosi arresti, i
tremendi processi e la quasi certezza che ove una rivolta scoppiasse, i
prigionieri sarebbero i primi a soffrirne le rappresaglie, ribadiscono
negli amici nostri la convinzione che il momento d’agire non è certo
il più opportuno, tanto più che la pubblica opinione non vi è punto
preparata, e la città, stanca di trambusti, di pene, inclina ora alla
tregua.
Lontano dal campo dell’azione, Giuseppe Mazzini non lo conosce, non può
conoscerlo bene; meno poi lo conoscono i fuorusciti ch’egli lancia a
Milano per farla insorgere colle armi.
Fra questi, è certo Brizzi, romagnolo, già ufficiale alla difesa di
Roma. Giuseppe Piolti de’ Bianchi, milanese, pittoresca testa e anima
d’apostolo, pronto al sacrificio, ma pronto del pari ad illudersi, si
unisce con lui.
La prima idea del Brizzi (oggi si può rivelarla) è addirittura
borgiana. Egli vorrebbe avvelenare tutti insieme i capi civili e
militari di Milano che devono raccogliersi una sera di carnovale a
banchetto nel palazzo del Marino; e a tal uopo si accorda con un cuoco
il quale promette che attossicherà ben bene le vivande!... Appena il
Brizzi palesa il proprio disegno al Piolti de’ Bianchi, questi lo
respinge con orrore; e il Brizzi stesso è costretto a confessarne
l’enormità. Si decide allora di ricorrere alle armi; e una notte si fa
larga distribuzione di stili a varii operaj in un caffè della Corsia
de’ Servi, per la sua forma lunga e stretta chiamato volgarmente _Caffè
del Luganeghin_. Già invano alla vigilia della rivolta, in casa del
medico Strambio, i più assennati liberali deliberano di respingere la
proposta della immediata sollevazione; invano Emilio Visconti-Venosta
oppone la propria autorità alle risoluzioni dei più eccitati.
Con Enrico Besana, Emilio Visconti-Venosta parte in segreto, di notte,
alla volta di Lugano per raggiungere Mazzini, che da Londra si è
ivi portato affine di esser più vicino allo svolgimento del dramma.
L’animoso giovane spera di persuadere l’agitatore, il quale gli avea
più volte espressa ammirazione e simpatia; spera di strappargli un
contr’ordine; ma una orribile bufera di neve lo incaglia sulle montagne
dove, per isfuggire alla vigilanza, ha dovuto scegliere il cammino.
Procedere è impossibile; deve retrocedere col compagno; e, scorato,
nella sera del 5 febbraio, ritorna a Milano quando tutto è già pronto
per l’insurrezione del domani.
Il 6 febbraio 1853, è l’ultima domenica di carnevale; e tutta la città
è in festa. Questo giorno venne scelto apposta dai congiurati perchè
i militari sono lasciati liberi in giro per la città a godersi un po’
di spasso, e le caserme intanto restano quasi indifese e sguernite.
La parola d’ordine è terribile: pugnalare tutti i soldati e ufficiali
austriaci che s’incontrano; disarmare le sentinelle, impadronirsi delle
caserme e prima di tutto del Castello. Parecchi militari ungheresi,
frementi anch’essi libertà, hanno giurato di unirsi coi pugnalatori.
Il Brizzi calcola d’esser seguito da cinquecento fidi, alcuni de’
quali, ahimè! racimolati nei bassi fondi romagnoli e in anticipazione
pagati: ma, nel momento dell’azione, egli se ne vede attorno appena
cinquanta. In qualche punto della città, gli stili dei prezzolati
sicarii trafiggono alla schiena poveri, quasi scemi soldati che vanno
a divertirsi o portano tranquilli nelle ceste il pranzo ai padroni; si
tenta di disarmare qualche sentinella; ma la rivoluzione che, secondo
l’idea di Mazzini, dovea essere il segnale d’un sollevamento grandioso
di tutta Europa, muore prima di nascere in un miserando conflitto di
pochi. Intanto uno dei fuorusciti, cui era stata affidata da Mazzini la
somma per il primo impianto d’un nuovo governo, istigato dalla moglie,
fugge col denaro e di lui non si hanno più traccie.
Il sistema dei pugnalamenti proditorii, indegno di un popolo civile
che aspira ad esser libero; tutta l’accozzaglia d’errori, in cui, non
ostante le più evidenti dimostrazioni, Giuseppe Mazzini ha voluto
ostinarsi, dànno il colpo mortale al suo prestigio. Così si eclissa,
così tramonta un Grande, il cui ideale posava su un piedestallo
malfermo e celava il capo fra le stelle.
Intanto, a Milano, ciò che era previsto succede. Il poter militare,
inferocito, cerca i colpevoli e trova gl’innocenti. Un terror di morte
piomba su tutta Milano. La città cade nel più pauroso stato d’assedio.
Un proclama del comandante militare di Lombardia, Strassoldo, lo
impone. Il maresciallo Radetzky ordina che le autorità giudiziarie
sequestrino i beni di coloro che avessero partecipato “ai nuovi
conati d’alto tradimento„ e persino di quelli che, conoscendoli,
avessero tralasciato di denunciarli. In un solo giorno sono arrestati
dugentocinquanta cittadini; e una Corte marziale improvvisata ne uccide
nel Castello col piombo sette, e nove col capestro. Si pronunciano
altre venti condanne di morte; ma, per clemenza suprema, il maresciallo
Radetzky le commuta nel carcere duro a vita. Quarantaquattro cittadini
sono inoltre condannati a pene minori, ai ferri. Squadre di soldati
a cavallo colle sciabole sguainate percorrono le strade. I cittadini
devono restare almeno trenta passi distanti dalle sentinelle: e chi non
risponde subito al _Chi va là?_ è freddato. Vietata ogni riunione di
più di tre persone. Nessuno può metter piede sul pubblico passeggio de’
bastioni dalle sei della sera alle sette del mattino. Chiusi i teatri;
chiusa l’Università di Pavia; tutti gli alberghi, tutti i caffè, tutte
le osterie chiuse alle dieci della sera. Spenti tutt’i fanali a gas e
ogni proprietario di casa è obbligato di tener un lume alla finestra
durante la notte. Vietato il suono delle campane; vietato il transito
per le porte della città tranne ai convogli dei morti....
Nel salotto Maffei si trepidava per tutt’i prigionieri, ma specialmente
per il Lazzati e per il Finzi. Si temeva che l’autorità militare
volesse la loro vita per rispondere anche dalle fortezze di Mantova
al 6 febbrajo, per vendicare i dodici soldati uccisi e gli altri
cinquanta feriti nella sommossa. Il Lazzati era il solo affigliato
milanese caduto nei processi di Mantova; e, pur troppo, era probabile
che dovesse scontar sul patibolo la trista follia commessa da altri il
6 febbrajo nella sua città nativa. Lo stesso Lazzati, quando seppe nel
carcere del tentativo sanguinoso d’insurrezione, si vide perduto. E pur
troppo le previsioni sue e quelle degli amici del salotto Maffei non
s’allontanavano dal vero!... Il poter militare decise d’impiccarlo!...
Una giovane signora di Milano, nota a casa Maffei, e alla quale Antonio
Lazzati avea inspirato un’ardente passione, nel delirio dell’angoscia,
della disperazione mortale, non vedeva ajuti per salvare da morte
il suo diletto, non iscorgeva via di salvezza. Chi pregare? chi
invocare? chi supplicare mai?... Il maresciallo Radetzky, che teneva
il proprio quartier generale a Verona, non riceveva alcun supplicante,
o meglio questo non era lasciato passare fino a lui dal Benedeck, più
implacabile dello stesso maresciallo. Quella infelicissima trova per
somma fortuna in un’altra signora, più che una consolatrice, un’alleata
per raggiungere lo scopo pietoso. Come colei ch’è l’arbitra del cuore
d’un possente generale, quell’alleata non s’indugia a supplicarlo; e
tanto fa, tanto prega, tanto s’adira, che quegli si lascia strappar
la promessa d’intromettersi perchè Antonio Lazzati sia salvo! Il
generale si porta subito da Piacenza, dove risiede, a Verona per
raggiungere l’intento; ma ivi trova le più ostinate opposizioni. Al
quartiere di Radetzky ne nasce un contrasto, un conflitto vivacissimo,
quasi furibondo.... Alla fine, dopo lunghi tentennamenti e sforzi, la
concessione è accordata!...
Il 28 febbraio 1853, Antonio Lazzati, Tito Speri e Carlo Augusto
Fattori vengono condotti tutti e tre insieme dinanzi al Tribunale di
guerra per udire la loro condanna: a Tito Speri il capestro; al Fattori
e al Lazzati è condonata da Radetzky “in via di grazia la pena di
morte„ infliggendo al primo, per la sua minore attività nella congiura,
cinque anni di carcere in ferri, e al Lazzati quindici anni di carcere
in ferri “per la migliorata sua condotta politica in questi ultimi
tempi„. Questa la frase trovata per giustificare la clemenza o meglio
per larvare la potente intercessione!... Quindici anni di catene son
pur terribili da sopportare; ma almeno è risparmiato il supplizio!...
L’altro amico di casa Maffei, Giuseppe Finzi, venne condannato a
diciotto anni di catene.
Le apprensioni del salotto Maffei non si arrestavano qui, pur troppo!
Manco male che qualcuno de’ suoi amici poteva salvarsi colla fuga!...
Una mattina, qualcuno corre a informare la contessa Clara che uno
de’ suoi amici, uno de’ giovani più ferventi, il nobile Carlo De
Cristoforis, ricercato dalla polizia, ha potuto fuggire. Una fuga
eroicomica. Pochi momenti prima d’essere arrestato, il De Cristoforis
si rifugia nell’Ospedal Maggiore, dove un medico suo amico lo accoglie
e lo mette a letto, come un povero ammalato; e intanto i suoi amici gli
ordiscono la fuga dalla città. Egli si traveste, si trucca da domestico
d’un ufficiale e, a cassetta d’una carrozza di questi, varca sotto gli
occhi de’ gendarmi le porte di Milano rigorosamente guardate. Cammina
per campi, per ville, e arriva al Lago Maggiore; lo attraversa nel
fondo d’una barca, nascosto in un ammasso di reti di pescatori; quindi
ripara a Zurigo. Nel 19 luglio del ’54, con sentenza del conte Giulay,
controfirmata da Radetzky, Carlo De Cristoforis veniva condannato in
contumacia, per alto tradimento, a dodici anni d’arresto in fortezza e
alla perdita della nobiltà.
Carlo De Cristoforis era stato uno de’ primi amici del salotto Maffei
cui Mazzini s’era rivolto per preparare l’insurrezione a Milano.
Benchè audacissimo, il De Cristoforis aveva cercato di dissuadere
l’agitatore dall’impresa, la quale avrebbe provocate fiere rappresaglie
dal Governo militare specialmente contro i detenuti politici nelle
carceri di Mantova. Ma Giuseppe Mazzini non ascoltò lui più che altri;
e allora il De Cristoforis agì da solo e cercò di sconsigliare i molti
del partito d’azione che a lui si rivolgevano per averlo compagno
o capo. Scoppiato il sanguinoso tafferuglio del 6 febbraio, il De
Cristoforis accorse in ogni punto della città per verificare se il moto
era serio, pronto anche a mischiarvisi se tale fosse stato; ma vide,
invece, l’opposto! Alla sera, si seppe che in vicinanza del Verziere
c’era stato un tentativo di barricate, di questa _architettura de la
libertaa_, come il Rajberti chiamava le barricate dei Cinque Giorni; e
Carlo De Cristoforis volò anche al Verziere volendo penetrare sino al
punto dove eransi sentite alcune fucilate. Ma gli amici, tra i quali i
fratelli Visconti-Venosta e il pittore Gerolamo Induno, lo trattennero;
e fu bene per lui, perchè essendo armato, se veniva preso dai soldati
slanciati per le vie a vendicare i loro commilitoni feriti o morti,
egli non sarebbe sfuggito alla fucilazione o al capestro. Non isfuggi,
peraltro, ai sospetti della polizia che qualche giorno dopo corse per
arrestarlo.... con quel brillante successo che sappiamo.
Tullo Massarani, condiscepolo e amico intimo del dottor Carlo Poma,
che a Mantova lasciò la vita sul patibolo; amico di Tito Speri cui
toccò la stessa fine gloriosa, e di Giuseppe Finzi, cospirava senza
tregua, meritando la vigilanza speciale della polizia. Per un miracolo,
egli non fu coinvolto nei processi di Mantova. Una notte, verso
l’alba, è destato dalla polizia che gli viene a perquisire tutta la
casa. Il commissario perlustratore, vedendovi molti libri, esclama:
“Quanti libri! Sarebbe meglio che fossero bottiglie!„ Facezia vuota
in apparenza; ma non è: essa è l’eco dei principii già banditi dal
Metternich, il quale, prima di cadere, aveva detto: “Quei poveri
Lombardo-Veneti noi li abbiamo annojati! Dovevamo divertirli meglio,
tenerli allegri.„ Guai al Governo che annoja i governati!
Il Massarani avea distribuito dovunque varie cartelle del prestito
mazziniano; una delle quali era stata acquistata da un medico, il
dottor Ciceri, che venne subito arrestato, in seguito alla denuncia
d’un altro medico, un Vandoni. Da una riunione di mazziniani,
quest’ultimo fu tosto condannato a espiare la sua perfidia.
Un operaio, certo Colombo (morto poi vecchio nel ’93), fu scelto a
sorte dai congiurati per compiere la vendetta, e lo freddò d’una
pugnalata un pomeriggio, in via Durini, mentre il tristo stava per
andare a casa a pranzo, e le figliuole lo attendevano, come il solito,
alla finestra.
Un’altra volta, la polizia tornò di notte da Tullo Massarani per
arrestarlo; ma, per equivoco, arrestò il cugino di lui, il quale fu in
grado di provare la propria innocenza.
La vita insomma degli amici del salotto Maffei e di tanti altri, che,
pur alimentando in cuore la fiamma patriotica, non erano a quello
affigliati ed agivano col medesimo scopo in altre riunioni, scorrea
insidiata ogni momento e cinta da perigli; forse non senza ebbrezza dei
cospiratori consacrati a un ideale, certo con mortali spasimi delle
povere madri.
La contessa Maffei non si mostrava punto atterrita dello stato
d’assedio e delle perquisizioni che da un momento all’altro potevano
capitarle. Distrusse, è vero, le carte pericolose, non l’amabile sua
disinvoltura, che l’accompagnò in ogni frangente.
La polizia le usò peraltro riguardi, di cui sarebbe ingiustizia
tacere. Non entrò mai nella sua casa a perquisire; neppure chiamò
la contessa _ad audiendum verbum_, in un tempo di rigori in cui le
chiamate fioccavano, e benchè fosse noto quali patrioti la visitassero
ogni giorno, ogni sera, e con quali altri o arrestati, o fuggiti, ella
conservasse segrete relazioni. La polizia non recò neppure molestie
alle signore patriote amiche della Maffei, tranne alla signora Saulina
Viola Barbavara, la cui casa perquisì senza frutto; e non toccò la
poetessa Giulietta Pezzi, mazziniana, più che mai tenace ed ardente,
prima e dopo il 1853.
Mentre la Maffei accoglieva nel suo salotto elegante di via Bigli
gli uomini riflessivi che avversavano l’azione subitanea, la Pezzi
accoglieva nella sua modesta dimora in via Amedei gli uomini veementi
che la volevano a ogni costo. Il Pezzotti, lo Scarsellini, ed altri
si radunavano e congiuravano presso di lei. Ogni sera le depositavano
in casa i fasci delle cartelle del prestito mazziniano che durante la
giornata non erano state vendute; e la scoperta d’una sola cartella
voleva dire condanna di morte! Il Pezzotti, superbo della propria umile
origine (era figlio d’un cappellajo), brutto, un insieme di forza e di
dolcezza, di audacia e di mestizia, non isfuggì agli sgherri, venne
arrestato il 24 giugno 1852: in carcere, ingojò le carte che celava
indosso e si strangolò per timore di compromettere collo scritto o
colle parole, in un momento di debolezza o di delirio, i suoi compagni.
Angelo Scarsellini spirò sulle forche di Mantova il 7 dicembre di quel
medesimo anno.
La Pezzi — proprio la poetessa ridente dai riccioli d’oro che piaceva
a Balzac, l’autrice di _Une fleur d’Israël_, del dramma _Carlo Sand_,
da lei dedicato nel ’48 a Mazzini, de _Gli artisti_, dell’_Egberto_,
— appena cominciarono a infierire le perquisizioni e gli arresti si
preparò a sfuggirli con un terribile divisamento. “Se sento i gendarmi
salir le scale — ella disse — mi lancio dalla finestra colla mia
bambina!„
A Verona fu arrestata bensì una eletta signora, conosciuta dalla
Maffei, la contessa Marianna Catterinetti-Franco-Fontana, la quale
accoglieva i cospiratori di Verona più in vista: Aleardo Aleardi,
Pietro Montagna, il conte Alessandro Murari Bra, e, fra altri, quel
Carlo Montanari, che nel ’53 salì il patibolo. Fu incarcerata; ma dopo
poche ore la tolsero dalla prigione e l’affidarono a un’altra signora
veronese, moglie del noto capo di polizia Martelli, nella cui casa
ella potè tener seco le due figliuole Lavinia e Giulia; e alla fine fu
lasciata libera, perchè intrepida seppe tacer sempre ogni nome, ogni
fatto, con una fortezza virile che altri, pur troppo, a Mantova non
ebbero.
Mentre non usavasi misericordia verso gli uomini, perchè riguardi
verso le donne?... — Eppure, nell’agosto del ’49, entro il Castello
di Milano, non s’era usata alcuna pietà verso due infelicissime
giovinette!...
Appunto, perchè nel furor delle rappresaglie erano state commesse
vendette orribili, si cercò poi, io credo, col trattamento umano verso
le signore d’attenuare (seppure era possibile) quell’impressione.
E poi l’Austria non voleva impacciarsi troppo con donne. Tranne due
o tre femmine dei bassi fondi, delatrici volontarie e d’occasione,
non ebbe donne spie. Le spie sullo stampo della _Dora_ di Sardou non
fiorirono sotto la dominazione austriaca in Italia.
In casa Maffei, in questa ròcca, certo le spie, nè maschi, nè femmine,
in nessun modo, poteano aver adito!
Vi erano ammessi solo uomini di fede provata; e le poche signore
amavano fortemente, come la contessa Maffei, la patria; e per la patria
cospiravano coi loro amici, spiegando quel carattere che, nella donna,
davanti al supremo pericolo, spesso eguaglia e supera persino la
fermezza dell’uomo.
Lo spirito di disciplina, sorto coll’idea concorde della resistenza
implacabile contro il dominio straniero, affermatosi nel nucleo dei
patrioti veggenti e decisi di non favorire abbagli funesti, doveva
continuare sino alla fine nel salotto Maffei, e continuò imperturbato,
non ostante la nuova politica adottata poi dal gabinetto di Vienna
verso i Lombardi-Veneti; non ostante le promesse e le lusinghe
imperiali, pugni di sabbia d’oro disseminata su una terra bagnata di
sangue.