NEL QUARANTOTTO.

Le dame milanesi in casa Borromeo. — L’alta società austriaca a

Milano. — La Essler. — Nel salotto Maffei cominciano due correnti

di idee in conflitto. — Il marchese Anselmo Guerrieri Gonzaga e il

conte Cesare Giulini della Porta. — Cesare Correnti. — Agostino

Bertani. — Eroi eleganti ed eroi religiosi. — Ancora Cernuschi.

— Manara, Morosini, Carlo De Cristoforis e i due Dandolo. — La

principessa Cristina Belgiojoso. — Clara Maffei e Mazzini.

Alla vigilia della rivoluzione delle Cinque Giornate, il salotto

Maffei, in via del Giardino, appare profondamente mutato. Non più

affollati ed eleganti ricevimenti, non più brio. Più che alla

letteratura e all’arte, si pensa alla patria; e a questo pensiero —

luttuoso pensiero per una morta adorata che si vuole far risorgere dal

suo sepolcro viva ancora, grande ancora — le anime si torturano e le

letizie si velano. I sentimenti che scaldano il cuore dei pochissimi,

i quali si raccolgono intorno alla contessa, sono i sentimenti di

Mazzini, fiamma altrice del risorgimento, sprone a correre la via del

dovere.

Giuseppe Mazzini esercita ancora i suoi fascini nella gioventù per le

pagine caldissime che la sollevano ai forti ideali e fanno sembrare

più meschina la vita dei giovani d’indole meno generosa sviati dietro

al fluttuare dei veli voluttuosi delle ballerine. L’eminente ingegno

letterario del Mazzini, scrittore di pagine le quali, anche oggi,

emanano un calor di densa vita fremente, un bagliore d’incendio segreto

che serpeggia di frase in frase cercando una via d’uscita trionfale,

un non so che di sacro e di misterioso come d’una catacomba abitata

da un profeta che mesto e grave vaticini; quell’ingegno, dico, quelle

pagine ispirate e ispiratrici non possono non ammaliare alla vigilia

d’una riscossa le anime italiane più poetiche, alla cui sensibilità il

romanticismo contribuisce non poco.

Il salotto Maffei è divenuto patriottico, ma non è ancora così

spiccatamente politico come negli anni che seguirono il ’48.

Al principio di quell’anno parecchi Milanesi non vogliono più fumare i

sigari, monopolio del Governo; ed ecco, nel 3 gennaio vengono slanciati

sulle strade gruppi di soldati che marciano fumando con aria di sfida.

Il popolo li fischia: i soldati sguainano le sciabole, menano colpi

alla cieca e numerosi cittadini cadono vittime.

Cinquantadue gentildonne milanesi si raccolgono allora in casa Borromeo

per soccorrere le vittime e le loro povere famiglie; girano per la

città di porta in porta affine di raccogliere i soccorsi, i quali

sono atto di carità e protesta insieme. La contessa Maffei gareggia

con altre dame benefiche nel raccogliere l’obolo della pietà anche

fuori di Milano. A Venezia, due giovani dame, la contessa Giustinian

nata Michiel (carissima amica della Maffei) e la marchesa Bentivoglio

nata Da Mula, imitano le signore milanesi raccogliendo le offerte che

vengono trasmesse al Comitato di Milano composto in gran parte d’amici

della Maffei.

Intanto, nell’alta società austriaca a Milano scoppiano lo screzio e lo

scompiglio. Non pochi austriaci, commossi all’eccidio lo disapprovano,

e tremano per il pericolo cui, ove avvengano rappresaglie, sono

esposte le loro innocenti famiglie. La contessa Samoyloff, che riceve

in conversazione gli ufficiali più eleganti, chiude inorridita le sue

sale e fugge da Milano. L’ottuagenario generale di cavalleria austriaca

conte Walmoden-Gimborn, indignato, dice ai suoi soldati: “Se avevate

insulti da vendicare sui cittadini, dovevate dar loro prima le armi e

poi combatterli, non farvi assassini!„ Egli è un vecchio e valoroso

soldato; inviato quale _ad latus_ di Radetzky a Milano, ne ignora, ne

vuol ignorare i fini; e presto se ne allontana. Il governatore della

Lombardia, conte Spaur, al quale il conte Gabrio Casati, podestà di

Milano, si reca per protestare, risponde più colle lacrime che colle

parole. Raineri, il vicerè, qui messo a sostituire il principe Eugenio

del rovesciato Regno Italico, si scagiona egli pure dall’accusa d’avere

ordinate le violenze, delle quali, veramente, sembra doversi incolpare

uno solo: Radetzky.

Per apportare unità nelle misure militari del maresciallo Radetzky

e unità nell’indirizzo che le autorità civili dovevano seguire in

certi eventi, il principe di Metternich avea pensato fosse necessario

stabilire a Milano una conferenza composta del vicerè Raineri,

di Radetzky, del conte Spaur e del suo fido conte Carlo Luigi di

Ficquelmont, lorenese. Ma questo quartetto classico non andava punto

d’accordo: dissidii tra Ficquelmont e Radetzky; gelosie fra gli uni e

gli altri: così l’unità di governo, bramata da Metternich, si risolveva

in nulla.

Il conte di Ficquelmont era il capo dell’alta società austriaca a

Milano. Nei primi mesi del ’48, abitava nel palazzo Marino, dove colla

moglie e colla figlia accoglieva il 6 marzo ’48 a sontuoso banchetto

la leggiadra contessa Beckers nata Festetics, la baronessa Betsi

Meyendorff, il generale principe Carlo di Schwarzenberg, il barone

Hübner, il generale conte Edoardo Clam-Gallas, tipo del gran signore

austriaco, lo stesso che fu il comandante del primo corpo d’esercito

nella guerra d’Italia nel ’59. La principessa Clary, classica

bellezza, splendeva in tutto il suo incanto. In quelle riunioni non

mancavano le discussioni sul rombo minaccioso che percorreva l’Europa:

neppur mancavano le celie argute dello spirito viennese. Il conte di

Ficquelmont, che portava sulle larghe spalle la testa d’un Socrate,

cercava di tener lieta la brigata e rideva delle illusioni del

gabinetto di Vienna riguardo a Milano. “Tutto ciò che noi faremo qui

(diceva) sono colpi di spada nell’acqua.„ La baronessa Betsi Meyendorff

teneva _salon_: il conte Edoardo Clam-Gallas, che abitava nella casa

Greppi, apriva le sue sale addobbate con lusso principesco alle

_soirées fumantes_, frequentate solo da fumatori; perciò vi accorrevano

ufficiali di tutte le armi, di tutti i gradi, di tutte le età: vero

campo di Wallenstein, diceva il gajo barone Hübner, il medesimo che,

sorpreso nel turbine delle Cinque Giornate, rimase nascosto a Milano

nella casa d’una signora, e che poi fu ambasciatore d’Austria a Parigi

e a Roma. Nel Caffè Cova (divenuto ben presto il Caffè dei cospiratori)

il maresciallo Radetzky sedeva famigliarmente insieme cogli ufficiali

di tutti i gradi, sfoggiando vivacità e gajezza giovanile che

contrastava co’ suoi ottantun’anni suonati. Gli altri ufficiali

superiori, Wohlgemuth, Wocher e Schœnhals erano della partita. Il

maresciallo si divertiva sopratutto a burlare il conte di Wallmoden

perchè, non ostante l’età (era suo coetaneo) faceva il galante col

sesso bello e russava in pieno pranzo!

Ma il buon umore non durò a lungo.

I giovani liberali della società elegante e, quindi, fra questi,

alcuni amici di casa Maffei, non desistevano dall’idea di nuove

manifestazioni. Al teatro alla Scala doveva ballare Fanny Essler,

l’ammaliante danzatrice-mima, levata agli astri anche da un carme

del Prati. Il “tremendo angelo„ come questi definiva la Essler, avea

lasciati stupendi ricordi a Milano, dove nel ’38 e più nella stagione

di carnevale-quaresima del ’44-45 ella avea sulle scene della Scala

spiegati i suoi fascini, nella _Beatrice di Gand_ e nell’_Esmeralda_,

in guisa che il suo ispirato cantore le domandava in una lingua a lei

quasi ignota:

.... Ma chi ti apprese

Vagabonda gentil, que’ virginali

Rapimenti d’amore, e dentro al sangue

Quel trasfuso ineffabile mistero

D’ingenue grazie e di pudor’ celesti;

E gli sdegni potenti, e le paure

Sublimi e caste dell’infame amplesso?

Nel 9 gennaio del ’47, la Essler avea sfolgorato di nuovo alla Scala

nella _Figlia del bandito_, ballo di Giulio Perrot, musica di Cesare

Pugni; e tutta la città scioglieva allora più che mai inni alla sua

figura elegantissima e slanciata, alla sua bellezza fidiaca, al suo

genio, al suo buon cuore pronto a soccorrere i poverelli. Per Milano

non si vedevano che ritratti della Essler vestita da figlia del

bandito; sui cembali si strimpellavano i “walzer Essler„ composti da

G. Tutsch; otto giovani, fra i più ricchi, uscirono in quel carnevale

sul corso vestiti nel costume dei briganti del ballo; un Giacomo

Gilardi inventò i sigari alla Essler, fumando i quali si svolgea

(ignoro con quale meccanismo) un fogliettino col ritratto della diva.

Ricorrendo l’onomastico di lei, molti ammiratori le offersero una

sontuosa cena, durante la quale si eseguì una cantata, poesia e musica

di Giovanni Sala; la banda militare suonò una serenata sotto i balconi

dell’alloggio di Tersicore; insomma non si adorava che la Essler, non

si sognava che lei.

Ma un anno dopo giusto, qual cambiamento di scena!... Gli stessi

entusiasti ammiratori del ’47 s’accorsero ch’ella era.... viennese, e

che perciò doveva scontare in un momento solo tutti i trionfi ricevuti

in più stagioni.

Venne la sera del 12 febbrajo 1848, e la Essler si presentò nel ballo

romantico _Faust_. Per le mani di molti giovanotti liberali, convenuti

nel teatro alla Scala, correva una satira litografata contro Fanny;

altri, invece, s’erano astenuti dal teatro, in seguito alla diffusione

d’una circolare anonima che diceva:

Un altro sacrificio, fratelli! Bisogna assolutamente astenersi dal

teatro alla prima rappresentazione della Essler. Cedete il luogo ai

Tedeschi, che vorranno applaudirla anche in nome nostro. L’Essler

fu benefica verso i poveri, ed abbiasi tutta la riconoscenza, non

il sacrificio del nostro decoro! ecc.

I genii infernali, gli spiriti dell’aria, le fiammelle vagabonde

indicanti le anime dei trapassati ond’era pieno il ballo,

indispettirono il pubblico, che non vide di meglio per gridar basta!

basta! E giù fischi, urli, mentre gli ufficiali applaudivano; fischi,

urli, anche all’indirizzo della Essler, che svenne.

Già l’avevano avvertita molti giorni prima che una tempesta sarebbe

scoppiata; perciò ella avea indugiato a presentarsi sulle scene facendo

spargere la voce che s’era fatta male a un piede; ma, alla fine bandì i

timori, e sfidò l’uragano che la travolse.

Fanny Essler, raccolti cinque o sei milioni, guadagnati specialmente

in America dove gli impresari se la contendevano fra loro coi pugnali,

si ritirò dalle scene nel 1851, l’anno stesso che sua sorella Teresa,

la viragine maestosa e alta come un granatiere e anch’essa ballerina,

sposavasi morganaticamente col principe Adalberto di Prussia. La

buona Fanny a Milano non isfoggiava gli sfarzi d’altre celebri dee

della scena: viveva ritirata, modesta, al pari d’una oscura borghese

qualunque. Tutti g’innumerevoli mazzi di fiori che riceveva ogni

mattina e ogni sera da parte di signori dell’alta società austriaca

e anche da parte d’Italiani, erano da lei invariabilmente mandati ad

adornar gli altari della chiesa di San Fedele in omaggio ai Santi e

alla Madonna[7].

Il 9 marzo il conte di Ficquelmont lasciava Milano non senza aver dato

alla sua società uno splendido pranzo d’addio al Marino. La stessa sera

dell’ultimo banchetto (7 marzo) avea luogo un memorando spettacolo

al teatro alla Scala dove si rappresentava il ballo _Faust_ colla

Maywood. Il teatro, benchè male rischiarato, presentava un aspetto

solenne: i palchi erano occupati tutti: si notavano tutte le signore

dell’aristocrazia milanese e tutte le signore dell’aristocrazia

austriaca. Gli ufficiali, nei primi posti d’orchestra, formavano, colle

loro bianche divise, due lunghe linee compatte; erano quelli i posti

loro assegnati in teatro da un privilegio che risaliva al 1815, e che,

visibilmente, segnava la recisa divisione morale fra gl’Imperiali e

Milano. Si sentiva fremere qualche cosa nell’aria: si sentiva che un

uragano terribile stava per iscoppiare... Ed ecco folgoreggia!

Nella lotta dei Cinque Giorni, Clara Maffei non resta inoperosa; cura

assidua i feriti negli ospedali, li conforta; e così tante altre

signore della società milanese, più che mai unite nel sentimento

patriottico e nella carità generosa verso i caduti, siano amici nostri

o nemici.

Durante il periodo successivo alla lotta cittadina delle Cinque

Giornate, fra quei pochi intimi che Clara Maffei vede quasi ogni giorno

nel suo salotto, si trovano due preclari dirigenti la pubblica cosa,

i quali rappresentano due correnti diverse di idee; le correnti che

dividono, pur troppo, il Governo provvisorio.

Sono il conte Cesare Giulini della Porta e il marchese Anselmo

Guerrieri-Gonzaga. Il primo rappresenta le opinioni dell’aristocrazia

patriotica lombarda, e quindi ripone _esclusivamente_ ogni speranza nel

Piemonte, nella Casa di Savoja, in Carlo Alberto. Il Guerrieri-Gonzaga,

invece, come quasi tutti i giovani del tempo, vibra ancora alle

lusinghe, alle aspirazioni mazziniane. Il Giulini e il Guerrieri

continuano la sera nell’intimità del salotto Maffei le discussioni che

li hanno divisi durante il giorno nel palazzo municipale. La Maffei,

mazziniana, parteggia col Guerrieri; anzi lo rimprovera quando lo vede

aderire a qualche atto in contrasto colle opinioni sino allora da

lui professate; ma il gentiluomo mantovano non può sempre obbedirvi:

la realtà delle cose comincia già a scuotere la sua fede: la suprema

necessità del momento gli fa conoscere quanto i concetti del Giulini

mirino a un fine più pratico.

Se badiamo a Cesare Correnti, — anche questi amico di Clara Maffei,

e uscito anch’egli, come quasi tutti gli uomini della rivoluzione,

dal misticismo alla battaglia delle Cinque Giornate, — Anselmo

Guerrieri-Gonzaga fu con lui non tiepido fautore della fusione della

Lombardia col Piemonte, poichè (sono sue parole pronunciate a Mantova

nell’86 in occasione che nell’Accademia Virgiliana si scopriva un

busto in onore del Guerrieri-Gonzaga) “poichè non poteva la Lombardia

far casa a parte, nè patteggiar sola, e peggio vantaggiandosi con

danni d’altre parti d’Italia; al postutto non trattarsi d’indipendenza

lombarda ma d’indipendenza italiana.„

Il Correnti va più in là ancora: aggiunge che egli e il

Guerrieri-Gonzaga, ben prima d’altri desideravano la fusione.

Mi sono imposto l’obbligo di serbarmi strettamente imparziale con

tutto e verso tutti in un libro di carattere storico qual’è questo;

riporto perciò qui sotto testuali le parole esplicite del Correnti.

Certo se v’à epoca nella storia, in cui le contraddizioni, il tumulto

delle idee e la confusione regnarono sovrane, fu quella. Era un caos;

caos ben naturale e persino necessario, poichè da quello, a un _fiat_

onnipotente, doveva uscire pochi anni dopo l’Italia.

“Si è detto, si è scritto che Guerrieri e Correnti (si perdoni al mio

nome che per necessità qui si registra) erano i soli che nel Governo

provvisorio avversassero l’unione della Lombardia al Piemonte. Soli

non erano; e se avessero cercato compagni ne avrebbero trovati troppi;

ma questo non importa gran fatto. Importa assai più il sapere che

molti mesi prima dei primi moti di Milano, e quand’altri ricantava

ancora _l’esecrato Carignano_ del Berchet, e sbertava l’esercito sardo

come accozzaglia di contadini insaccati nell’uniforme, essi già si

erano indetti co’ patrioti piemontesi, ed erano deliberatissimi di

promuovere l’unione della Lombardia da tanto tempo inerme col Regno

Sardo, di cui ad ogni occasione essi celebravano l’esercito forte e

disciplinato; importa sapere come essi soli si travagliassero per

ottenere la conciliazione o almeno la rassegnazione dei repubblicani

capitanati allora da due uomini di gran mente, di meritata autorità

e d’inespugnabile pertinacia, il Cattaneo e il Sirtori; importa

sapere che appena si persuasero che il temporeggiare portava pericolo

d’invelenire i dissidj e di disanimare l’esercito, essi stessi si

presero il cómpito di dettare e difendere a costo d’impopolarità il

decreto, con cui si presentava al Paese la formula del voto di fusione.„

Così il Correnti.

Anselmo Guerrieri-Gonzaga, nato da patrizia famiglia a Mantova nel

1819, si trovava alla vigilia della rivoluzione, a Milano, impiegato

al fisco; qui attendeva in pari tempo alle discipline giuridiche e

letterarie in cui emerse più tardi colla traduzione in versi della

prima parte del _Faust_, dell’_Ifigenia_ e di _Ermanno e Dorotea_ di

Goethe e delle Odi d’Orazio. Ampia la fronte, animato penetrante lo

sguardo, il capo leggermente inchinato, lievemente ironico il sorriso,

il marchese Guerrieri-Gonzaga univa insieme, al pari di tanti patrioti

rivoluzionarii, il sentimento cavalleresco verso la dama e il culto

alla patria. Urbano il suo frizzo, innocente il suo madrigale, pronta

la cortesia. Nessuno scrisse tanti versi in omaggio a Clara Maffei come

il Guerrieri. A ogni anniversario onomastico della dama gentile, le

offriva poesie su bella carta a ricami e colorata.

Il Correnti, che lanciò Milano alle Cinque Giornate, — e a cui Tullo

Massarani eresse degno monumento nel descriverne in più volumi la vita,

i tempi e nel raccoglierne le opere disperse come le foglie della

Sibilla al vento della rivoluzione e dell’affannoso mattino dell’Italia

nuova, — portava nel salotto Maffei la frase scintillante ed alata,

lieto di ritrovare anche in quelle conversazioni compagni di speranze

e d’intenti. All’aspetto, ai lineamenti, a certi segni caratteristici,

avresti scambiato il Correnti per qualche artista israelita francese;

egli era, invece, lombardo, patrizio milanese d’antica data; artista

sì, ben era, e dell’immagine e della parola, e sognatore presago

dell’Italia libera sin dagli anni primi, in cui vedea, più che sorrisi,

tombe e rovine. Ei cantava:

Inebrïanti immagini,

Fantastiche pitture del pensiero,

Armonie, che dall’animo muovete....

Svanite! — il cielo è tempestoso e nero,

La natura è un sepolcro — e voi ridete!...

In disperato gemito

Si volga il sospirar de la tua lira:

A terra i fiori che ti stan sul crine;

Piangiam, piangiam!... Siamo nati in grembo all’ira.

La nostra culla è appesa alle ruine!

Il conte Cesare Giulini della Porta, una delle primarie figure del

salotto Maffei e di tutta l’Alta Italia, era del legno raro (per dirla

con una frase heiniana), in cui s’intagliano gli uomini di Stato.

Nato da antica famiglia patrizia che diede a Milano lo storico Giorgio

Giulini suo bisavo; educato dal padre all’amore della pubblica cosa,

Cesare s’illuminò nei primi anni, alla luce del fratello maggiore

Rinaldo, fortissimo ingegno, di eccelse speranze, morto innanzi tempo.

Cesare Giulini apparteneva a quella schiera di giovani, che come

i Correnti, i Visconti-Venosta, i Massarani ed altri, divennero

precocemente uomini, uomini di forte sentire, risoluti ad operare a

pro del loro paese. La memoria e l’erudizione svariatissima e sicura

di Cesare Giulini erano prodigiose. Studii speciali aveva compiuti

nella scienza diplomatica e nella storia delle più celebri famiglie

d’Europa ch’egli conosceva nei particolari più minuti. Quanti aneddoti

raccontava in casa Maffei, masticando distrattamente qualche lettera

che si toglieva di tasca! Le sue distrazioni rimasero famose al pari

della sua erudizione. Una sera, discorrendo, masticò una lettera dai

grossi suggelli di ceralacca, e avrebbe tutto inghiottito se gli

ascoltatori non l’avessero pregato di risparmiarsi quel pasto.

Allorchè il Giulini venne chiamato al Governo provvisorio di Milano

avea già compiuto sulle cose agrarie di Lombardia eccellenti studii

resi noti nel Congresso degli scienziati, tenuto a Venezia nel 1847.

Nutrito degli scritti di Cesare Balbo e di Massimo d’Azeglio, non

cessava dal proclamare, anche a chi non voleva sentirlo, che il tempo

delle sétte era passato: da ciò la sua scarsa fiducia nel sistema

di Mazzini e la fiducia inconcussa in coloro che volevano operare,

combattere alla luce. Nei Cinque Giorni, egli, eletto uno de’ tredici

che ressero Milano in quel tempestoso momento, passava di barricata in

barricata, esponendosi inerme, o quasi, ai pericoli. Avuto l’incarico

d’un mandato in nome della città al campo di Carlo Alberto, vi andò ed

ebbe liete accoglienze dal re sabaudo, il quale non tardò a comprendere

la forza di quella mente.

Il 5 agosto ’48, Milano capitolava; e il Giulini lasciò non un addio,

ma un arrivederci al salotto Maffei e a Milano. Riparò nel Piemonte,

donde stabilì poi fra Torino e Milano, fra il gabinetto di Cavour e

il salotto Maffei un filo conduttore di preziose informazioni, di

parole d’ordine, d’aspirazioni concrete, che servirono a preparare e ad

alimentare la tenace e lunga battaglia della resistenza contro l’Impero.

Un’altra figura appare nel salotto Maffei durante il ’48, una figura

storica: Agostino Bertani. Durante la lotta, il dottor Bertani cura

abilissimo i feriti. Egli è ben conosciuto come giovane di aperto e

colto ingegno. Frequenta molto l’alta società, come quegli che pur

essendo di opinioni repubblicane predilige le abitudini aristocratiche,

le quali non dispiacciono nemmeno a Enrico Cernuschi e ad altri baldi

ingegni della Montagna. Il Cernuschi corre alle barricate combattendo

da prode senza scomporsi e nello stesso abbigliamento ricercato col

quale la sera avanti si presentava in un crocchio di belle signore.

Il conte Enrico Martini, dagl’impeti baldi e generosi, dall’elegante

affabilità de’ modi, una delle più note figure quarantottiane, era

amico di casa Maffei. Carlo Alberto lo ebbe caro e lo adoperò in più

negozii diplomatici. Morì nel 1869, dopo una vita d’avventure e di

sventure tremende.

Fra le figure semistoriche che abbondano nell’epopea del risorgimento,

vediamo apparire nel salotto Achille Mauri e quell’Angelo Fava, che

abbiamo incontrato al tempo delle animosità contro Balzac. Angelo Fava,

veneto di Chioggia, dottore in medicina e letterato, brioso parlatore

nelle conversazioni e simpatico, era stato eletto a educatore dei

due prodi fratelli Enrico ed Emilio Dandolo; i quali in quest’epoca

fortunosa e sfortunata del ’48, compirono prodigi di valore. Che gentil

schiera di giovani eleganti e prodi e.... credenti!... Il Morosini e

i due Dandolo, Carlo De Cristoforis, Luciano Manara (che primeggia su

tutti i giovani combattenti dell’alta società lombarda per valor vero

di stratega) sono figure raggianti di eroica poesia, di fortissimo

culto all’ideale. Quei soldati della libertà, quei giovani, attingono

forza a combattere nel nome della patria e nel nome di Dio. Il Morosini

e i due Dandolo, avanti di accorrere fra i primi alle barricate, si

confessano e si comunicano a pie’ degli altari.

I due Dandolo, amicissimi di casa Maffei, sono fra i più cari, fra i

più ammirati gentiluomini che ne onorino il nome.

Nel ’48, la contessa Clara s’incontra a Milano con un’amica illustre

che non vede da più tempo: la principessa Cristina Belgiojoso; la

singolarissima gentildonna lombarda, che, nel ’48, sembra voglia

divenir la Giovanna d’Arco dell’indipendenza italiana; ella, modello

della duchessa di San Severino nella _Chartreuse de Parme_ di Stendhal.

Alla testa d’una colonna di volontarii, arruolata a tutte sue spese,

la principessa entrò in Milano decisa di combattere e di sconfiggere

i nemici d’Italia. Qual’altra donna prese parte così attiva e così

battagliera per la libertà? Nata nel 1808 dal marchese Trivulzio,

era moglie al principe Emilio Belgiojoso, il musicista eminente pel

nome, pel talento musicale, per l’avvenenza. Virile, prontissimo

l’ingegno della principessa; ingegno storico e filosofico; vasta la

cultura; spiritosa, tagliente spesso la parola; generoso l’animo e

audace. Caduta Milano, ne fu bandita; andò a Roma e vi stette durante

l’assedio, poi si portò a Parigi, dove aprì un salotto di fama

mondiale, che accoglieva i più insigni uomini della Francia. Viaggiò

in Oriente e narrò i suoi viaggi prima nella _Revue des Deux Mondes_,

poi in volumi che attestano il suo spirito di osservazione. Il suo

_Essai sur la formation du dogme catholique_ non piaceva e non potea

piacere al Manzoni, che tuttavia le rendeva onore: il suo _Essai

sur Vico_ è certo più notevole lavoro, e rimane uno dei piedestalli

della riputazione letteraria dell’ammaliante _fœmina vir_, sotto una

caricatura della quale, disegnata da Alfredo De Musset, questi scriveva

(non senza intenzione):

_Pallida, sed quamvis pallida, pulchra tamen._

Al ritorno degl’Imperiali, non poche famiglie lasciano Milano per

isfuggire il ferreo dominio militare del maresciallo Radetzky sotto cui

la città è piombata. Così la contessa Maffei, con Carlo Tenca e colla

madre di questi, ripara per qualche tempo a Locarno, dove ha occasione

d’incontrarsi col suo primo maestro di fede politica: Giuseppe Mazzini.

Non si può affermare che la gentildonna lombarda inspirasse troppo

vive simpatie all’agitatore genovese; che questi si affrettasse a

considerarla un astro di prima grandezza nella costellazione di signore

trascinate nella sua orbita politica.... Giuseppe Mazzini prevedeva

forse ciò che sarebbe divenuto fra pochi anni il salotto Maffei?...

Il salotto della contessa Maffei e la società milanese (1834-1886) · 第 25 / 77 题