LA SEPARAZIONE.

Carlo Tenca. — Il conte Alessandro Porro. — La _Rivista Europea_.

— Dove si preparò la rivoluzione del ’48. — La letteratura civile.

— Andrea Maffei e Paride Zajotti. — Un grande amore. — Sonetto

(inedito) di Carlo Tenca a Clara Maffei. — Giuseppe Ferrari. —

Ultimi momenti d’un lombardo a Parigi. — Separazione di Clara e di

Andrea Maffei. — Memorie della contessa. — La contessa Papadopoli

nata Mosconi. — Vita nuova, salotto nuovo.

Ecco il momento in cui appare la nobile figura del pubblicista e

patriota lombardo Carlo Tenca, l’uomo che suscitò il più profondo degli

affetti in Clara Maffei, e che per un decennio fu il capo del salotto.

Carlo Tenca, che all’aspetto sembrava un patrizio della razza più

rigida e più fine, nasceva a Milano il 19 ottobre 1816. Sua madre

era una povera portinaja, amata da lui con tenerezza e umiltà. Nella

miseria, ei cominciò sedicenne a trarre qualche frutto da lezioni che

impartiva ad agiati coetanei: così tirava avanti negli studi e aiutava

i suoi cari. Uno de’ suoi primi amici fu il conte Alessandro Porro,

sul quale ci lasciò una pagina notevole che riguarda la storia della

patria: “Egli è stato uno dei primi amici della mia giovinezza, e con

lui e con suo fratello Carlo (quegli che morì ostaggio in mano agli

Austriaci vilmente assassinato al buio da uno sgherro) ho vissuto per

molti anni nella massima intimità. S’è studiato e lavorato insieme, e

la mente soda, pratica e robusta di lui, ha, io credo, giovato non poco

al buon indirizzo della mia. Io frequentavo ogni giorno la sua casa,

dove, dal Quarantadue in poi convenivano i più operosi e ingegnosi

giovani di quel tempo. Fu in quella casa che si attese alla _Rivista

Europea_, di cui si affidò a me la redazione; e _fu là che si preparò

la rivoluzione del Quarantotto_. Sono tutte memorie queste che non si

dimenticano.„

La _Rivista Europea_, sorta nel 1838 per iniziativa di Giacinto

Battaglia, raccoglieva il meglio che negli studii compievano i

più serii ingegni di Milano: essa fu la madre di quel settimanale

_Crepuscolo_, che il Tenca, solo, fondò poscia, diresse e compilò per

un decennio di gloriosa resistenza contro lo straniero, spiegandovi il

suo ingegno acuto, rettilineo, il suo carattere inflessibile, il suo

cauto ma tenace sentimento patriottico, il suo odio profondo contro

ogni fatuità della letteratura, che egli, per qualche tempo mazziniano

e continuatore della scuola del Mazzini, voleva fosse esclusivamente

letteratura civile.

La Maffei lesse ben presto la rettitudine di quell’animo, che, a

sentirne le argute celie, si sarebbe detto incline a scherzare su

tutto, piuttosto che a meditare sulle gravi questioni.

Ella ebbe un giorno una visita di lui nella propria villeggiatura di

Clusone. Carlo Tenca ne partì con un sentimento, il quale era più che

l’amicizia.

Ne fa fede una lunga lettera inviata nel novembre del 1844 da Carlo

Tenca alla contessa.

Per la prima volta in quella lettera, Carlo Tenca lascia il _lei_ per

il _voi_: parla di Lecco, la graziosa città del Lario, dove allora

in autunno soleva raccogliersi tutta la società elegante e galante;

scherza un po’ su sè stesso; tocca d’un nobiluomo milanese canzonato

con garbo da una bella; e tocca d’altri ancora; pure nel dedalo delle

divagazioni un filo segreto lo conduce a un cuore che sarà suo.

È una lettera psicologica, alla quale molte altre seguirono, tutte

improntate d’un sentimento gentile, cavalleresco, che gli uomini pari a

Carlo Tenca serbano alla donna eletta anche dopo lunghi anni trascorsi

nell’intima confidenza.

Alludendo alle conversazioni passate fra loro, egli scrive alla

contessa:

“Io penso pur sempre a quelle dolci veglie, in cui rinacqui con voi

alla poesia dalla vita e gustai l’intera pienezza del sentimento.

Le labbra possono ben comporsi al sogghigno; ma il cuore si risente

tuttora di quel solitario entusiasmo, che lampeggiò in me come una

rivelazione.

“Vi fanno meraviglia queste mie espressioni?... Che volete? Quel

benedetto entusiasmo m’ha spuntato la penna: il sentimento mi

trabocca da ogni lato, e, mio malgrado, son divenuto poeta. Tant’è

vero che a Lecco, in mezzo al vivere scioperato e cittadino dei

villeggianti, al cospetto d’una natura amenissima e piena di dolci

ricordanze, io stetti quasi sempre rinchiuso nella mia camera a

poetare. Ridetene pure, mia buona amica; ed io stesso ne rido. Ma

il fatto è che, invece di salire que’ gioghi, ch’io amo tanto;

invece di cullarmi su quelle acque così limpide, così tranquille,

passai il tempo a leggere il Chénier, a tradurne alcuni brani che

Dio me li perdoni, e a sfogare in tristissimi versi il tumulto

dell’anima. Questo è un misfatto di lesa assennatezza, ch’io non

commetterò mai più, e di cui ho imposto a me stesso le più severe

punizioni. E la prima è quella di confessarmene dinanzi a voi, in

onta all’orgoglio che mi comanda il silenzio. Ma tant’è; in quei

giorni io non era più padrone di me medesimo. Lontano da tutte

le torture sociali, ho provato in me quasi un nuovo impeto di

giovinezza; ho sentito il cuore rinverginarsi e credere, ho provato

ciò che da molto tempo non provava più: la pienezza del vivere. Io

ero intero ne’ miei sentimenti, ne’ miei sogni, nella mia fede,

nella balda confidenza di me medesimo; e la trasformazione sarebbe

stata compiuta, se.... se non avessi dovuto abbandonar così tosto

quei luoghi.

“Capirete che ora non parlo di Lecco. Qui si ciarla, si fuma,

si giuoca al bigliardo, si ozia al caffè ed al teatro, e si

muore letteralmente di noja. Che so io? M’è parso di respirarvi

l’atmosfera della _Corsia dei Servi_, e son fuggito a tutte gambe.

Non c’era nulla che potesse destare la mia curiosità, neppure le

aspirazioni sentimentali di V.... a cui s’è allungato il naso di

due spanne, condotto con garbo da una bella ed astuta signora. Il

mercoledì, dunque, dopo una splendida festa di ballo, in cui si

raccolse il fiore dei villeggianti circonvicini, salii l’imperiale

della diligenza e me ne venni difilato a Milano. Debbo dirvi

però che mi vi chiamava anche la malattia di mio fratello, non

tanto perchè fosse gravissima, ma perchè poteva richiedere la mia

presenza. Non era bene ch’io mi divertissi e gettassi danaro,

quando altri poteva aver bisogno di me. E perciò son venuto, ed ora

alle tante mie fortune sto forse per aggiunger quella di aver un

fratello infermo e inetto a qualsiasi occupazione. Basta, mi vi son

rassegnato, e Dio e la mia penna provvederanno. Non ho mai avuto

tanto coraggio e tanta lena come adesso.

“Di Milano non so dirvi altro se non che qui la vita materiale

opprime da ogni lato il cuore. Voi beata che respirate ancora

l’aria pura e balsamica dei vostri monti, che potete darvi in

braccio ai vostri sogni nella quiete della solitudine. Deh,

salutate per me quelle alpestri cime, e, s’egli è vero che la

memoria dei giorni colà trascorsi vi stia tanto nel cuore,

custoditela gelosamente, e non lasciate che l’atmosfera cittadina

e lo strepito dei circoli ne appannino la purezza. Noi la

ritroveremo nel venturo anno fresca e sorridente, come l’imagine

d’un sogno appena interrotto, ed ella ci sarà refrigerio e conforto

nell’ingrato pellegrinaggio della vita.

“Avviati per diverso cammino, avremo ancora almeno un punto di

riunione e di riposo, ove, spogliate le sociali apparenze, potremo

mostrarci quali siamo e, nel ricambio dei nostri dolori e delle

nostre speranze, acquistar lena a proseguire. Questo pensiero mi

appare tanto lusinghiero, ch’io sento il bisogno di ringraziarvi a

mani giunte dell’amicizia da voi così benignamente profertami.

“A ciò solo io limito i voti che voi fate per la mia festa, e

ancora mi pare di chieder troppo. Egli è che voi non sapete

quanto sia dolce l’aprire il proprio animo per chi da molti anni

ha vissuto solitario ed inesplorato anche in mezzo alle facili

simpatie. Voi parlate di gratitudine; ma a me spetta invece

ringraziarvi d’avermi reso intero a me medesimo, d’avermi dato la

coscienza dell’interno mio sentire....

“Non so che dire: _Momo s’è dato al serio_. Se cito questo verso

del Giusti, non è già coll’intenzione di fare un bisticcio sul

fiume Serio, il quale è diventato per me il re dei fiumi[5]; ma

soltanto per confortarmi coll’esempio di quel sublime derisore

dell’umanità. Ed io pure ripiglierò il mio costume di satireggiare;

ma voi non vi lascerete ingannare da quell’apparente scetticismo.

Voi sapete che anche in mezzo al riso havvi in me un istinto

generoso, che m’induce a sperare nel bene, e mi comanda d’andarne

in traccia; sapete che nel fondo del mio cuore si cela un

sentimento che non è nè dubbio nè derisione, ma fede e sacrifizio.

E il riso stesso, credetelo, può essere talvolta l’abnegazione

di chi sente profondamente le miserie della vita e col pigliarle

a giuoco si studia di farle parer meno gravi agli altri.

L’abnegazione di chi camminando sull’orlo d’un abisso, saltella

spensieratamente per scemare ai compagni lo spavento della via.

“Ma io seguito a parlarvi di me, come se valesse la pena di darmi

ascolto, e non aveste altri pensieri che debbono occupare la vostra

attenzione!„

Sono questi i brani più espressivi della lettera, che rivelano

quell’ammirabile carattere.

Una crescente inquietudine invadeva lo spirito della contessa. Ella

sentiva sempre più una forza invincibile allontanarla dal marito.

Questi contrastava, oltre tutto il resto, con troppe sue idee, e

anche co’ suoi sentimenti patriottici. Il poeta devoto alle autorità

costituite, ossequioso verso il barone Torresani, il conte Bolza e

Paride Zajotti, non pensava che costoro, in fin de’ conti, erano i più

feroci inquisitori dell’idea italiana; la quale andava guadagnando

sempre più le menti, ed animava gli amici più intimi e più cari della

gentildonna e lei stessa. Per citare un fatto, Clara Maffei si era

recata un’estate ai bagni di Venezia presso l’ottima amica Teresa

Papadopoli; e un bel giorno si vide arrivare.... che cosa mai? Una

lettera del marito, il quale la pregava, ov’ella andasse a Trieste,

di recarsi alla casa di Paride Zajotti!.... La contessa non ascoltò

certo la preghiera; conservò (si capisce perchè) quella lettera, la

quale allontanava sempre più ogni speranza di possibile buon accordo

coll’uomo ch’ella avrebbe pur voluto amare, e di cui sapeva apprezzar

tutte le qualità lodevoli. Poichè i nemici di Andrea Maffei (ne ebbe

tanti!) esagerarono a questo riguardo coi più neri racconti la portata

delle cose, ecco, in omaggio alla pura verità, il suo scritto, nuova

scintilla ed esca all’incendio che covava da più tempo per un insieme

di circostanze e di fatti, non ultimo de’ quali (devo dirlo?) il

giuoco, ne’ cui vortici il Maffei, come già il Manzoni da giovane e

Ugo Foscolo, si lasciava trascinare profondendovi somme non lievi. La

lettera d’Andrea Maffei reca la data del 3 luglio 1842:

“_Cara Clarina_,

“Aggiungo alla lettera che ieri ti scrissi una preghiera. Se vai,

come dici, a Trieste, tu non puoi dispensarti dal visitar la

moglie del presidente Zajotti. Egli probabilmente con tutta la sua

famiglia sarà nel mese corrente a Recoaro e potrai lasciare alla

porta un biglietto; se no, fa questa visita, dalla quale non posso

esimerti senza rompere apertamente con un uomo a cui si legano

le memorie della mia gioventù e di cui non posso individualmente

lagnarmi. Venezia e Trieste non sono Milano; e gli odii che bollono

qui contro di lui sono ignoti o dimenticati costà. Spero che non

vorrai disdirmi questo favore e caramente ti abbraccio

“_il tuo_ ANDREA.„

I contrasti d’opinioni e di simpatie si accentuarono sempre più; e fu

in mezzo ad essi che apparve a Clara Maffei la figura di Carlo Tenca.

Già un altro degli amici del salotto, Ferdinando De Lugo, lo stesso che

incontrammo con Balzac presso la contessa Maffei, nutriva per questa

dama gentile, e da lungo tempo, più che amore, culto profondo, passione

elevata, suscitando in Andrea, che se n’era accorto, forse non ombre di

gelosie, bensì ombre di malumori.

Ferdinando De Lugo, d’aspetto aristocratico, di maniere squisite, nato

a cose più che comuni in onore della patria, rivelava — e si comprende

dalle sue lettere — un sentire che non è di tutti. Egli fu uno dei

tanti naufraghi della rivoluzione; uno di coloro che, degni di emergere

dalla folla, ne rimasero sopraffatti, travolti, e lasciati in un angolo

solitario. Sarebbe riuscito un eccellente ambasciatore d’Italia; e del

diplomatico egli aveva difatti l’impronta. S’accese per la contessa

Clara Maffei, appena la vide: un vero colpo di sole!

Certo non era impotente la psiche (secondo l’espressione oggi di moda)

della gentil donna lombarda. Non lo avreste detto vedendola così esile,

mezzo sprofondata nella sua poltroncina, con quell’aria mite e triste,

quale Carlo Tenca la descrisse mirabilmente in un sonetto milanese,

tuttora inedito:

Sura Chiarœu, quand lee l’è lì setada

Dent del so poltronin, comè in scruscion,

Con quel so fa de stracca e rassegnada,

Come vuna che cova un gran magon;

No soo, mi pensi a on’anima borlada

Giò in fall dal ciel in de sto mond birbon,

A on quaj angiolin pers, fœura de strada,

Che sent el cruzzi de la soa preson.

L’è on angiolin, el so ben, bell, graziôs,

Anch quand la rid, no gh’è chi no le dis:

Ma s’ciao, quand l’è lì smorta e senza vôs,

Coi œucc che cerca in alt, me sa duvis

Che propri in quel vardà, tutt cœur, pietôs,

Ghe sia quajcoss che squaja el paradis[6].

Al pari di Carlo Tenca, Ferdinando De Lugo fu uno dei tipi più serii,

più alti di cavalleresca devozione. Egli non dimenticò mai, in tutta

la sua vita, l’amica della sua giovinezza. Allorchè l’infelice, solo,

desolato, lungi da lei, lungi dalla patria, in terra d’esilio, nella

tumultuosa Parigi, era prossimo a morire d’una paralisi atroce,

rivolse commosso ancora a lei per l’ultima volta il pensiero,

come a un’immagine consolatrice. Son rari questi affetti perenni,

queste devozioni costanti verso il proprio ideale, che nei giorni

dell’abbandono arride di nuovo, benchè mestamente, colla dolcezza d’una

primavera.

“Tutto invecchia per me, fuori che il mio affetto per voi. Ripenso

sempre ad una corsa sul Lago di Como, saran venti anni, ai primi di

maggio. Di tutte le perdute memorie della mia non più giovane vita,

è questa la sola ch’è ancor viva nel mio cuore.„

Così le scriveva Ferdinando de Lugo, mortalmente malato!

Il filosofo Giuseppe Ferrari, continuatore di Vico, informava da Parigi

la contessa sugli ultimi giorni del De Lugo che non ostante le cure

affettuose d’un medico emigrato veneto, spegnevasi in quella metropoli

sulla fine del luglio del 1862: e un’amica carissima della Maffei,

donna Costanza Gussalli nata Antivari, spettatrice pietosa degli ultimi

spasimi e delle ultime lagrime del poveretto al ricordo dell’amica

lontana e amatissima, aggiungeva a quelle di Giuseppe Ferrari altre

notizie; tutte prove che in certe anime l’amore trionfa d’ogni

delusione più amara e d’ogni strazio.

È facile immaginare la procella de’ sentimenti diversi che alla vigilia

d’un passo decisivo agitava l’animo di Clara Maffei. La sua convivenza

col marito non poteva certo continuare. Ella chiese la separazione: e,

di buon accordo con lui, l’ottenne.

Il 16 giugno 1846 si divisero con atto notarile steso da Tommaso

Grossi, il quale, da esperto letterato e notajo, trovò una formola

decorosa per velare gli attriti fra’ due conjugi. Giulio Carcano e

Giuseppe Verdi furono testimoni all’atto.

“Trovandosi la signora contessa Chiara Maffei nata

Carrara-Spinelli, per ragione di salute nella necessità di

assentarsi per lungo tempo da Milano, e non volendo per sua

delicatezza porsi in istato di dover abusare, come ella dice,

della conosciuta generosità del di lei marito coll’aggravarlo del

maggiore dispendio che importerà l’andamento di due case separate,

di pieno accordo col medesimo, si conviene e stipula quanto segue:

“1.º Col giorno 16 corrente giugno in cui la signora contessa

Chiara Maffei si ritirerà nella sua casa di campagna di Clusone,

cesserà la di lei convivenza col marito....„

Così Tommaso Grossi nell’atto, che prosegue, e a cui dopo mezzo secolo

non è, parmi, irriverenza accennare, per istabilire alla fine la verità

tante volte alterata.

La contessa partì per Clusone; e Andrea Maffei per Venezia. Nella

questione d’interesse, come in tutto il resto, il Maffei si comportò

assai nobilmente. Molto egli sofferse del distacco; e a Venezia dove

altri credeva egli potesse presto lenire nella lontananza la ferita,

esprimeva con lagrime tutta la sua amarezza all’amica d’infanzia della

moglie, alla buona contessa Teresa Mosconi, sposa al conte Spiridione

Papadopoli

Essi tenevano insieme lunghi colloquii nelle sere di quell’estate, in

piazza San Marco, al caffè Florian. Le lettere della Mosconi-Papadopoli

alla Maffei sono echi appassionati del dolore che il poeta provava per

la perdita d’una compagna, la quale avrebbe potuto abbellirgli la vita;

d’una compagna della quale, solo perdendola, cominciava a conoscere il

valore, le qualità preziose. In una delle sue assennatissime e calde

lettere la contessa Papadopoli diceva alla sua amica:

“Andrea non ti suscita nemici, e anzi fa di tutto per conservarti

le sue amiche. Son sicura altresì che tu non credevi ferir così

mortalmente tuo marito separandoti da lui: conosco il tuo cuore

che si sarebbe certo continuato ad immolare piuttosto che render

Andrea così infelice. Egli stesso, forse, non sapeva quanto tu gli

eri necessaria, quanto perdeva perdendoti. Egli era cieco; dormiva

sopra un precipizio; il suo destarsi fu terribile: io lo capisco

molto bene e ne ho compassione. Infatti, mia cara, quale avvenire

per lui?... Egli, sì improvvido nella sua economia; avvezzo ad

un _ménage_ sì comodo, ad un _chez-soi_ così aggradevole, ora

che la sua salute e la sua età stavano per fargliene gustar le

dolcezze!... Che cosa vuoi?... Ti confesso che ne ho compassione e

che le sue lagrime mi hanno commosso: perdonamelo! Forse quando tu

mi esporrai i tuoi dolori, le tue torture, la mia compassione per

lui si diminuirà; ma, per ora, devo creder la sua colpa ben grande

se ha meritato questo castigo!„

Anche Clara Maffei soffriva della separazione. Inviò al marito una

dignitosa, mestissima lettera d’addio; e, sul proprio album, scrisse

una pagina, in cui geme un cuore deluso, ma non pentito della

risoluzione irrevocabile alla quale dopo un’intima lunga tempesta

era alla fine venuto. È così delicata, e così bella nel dolore

questa pagina che merita d’essere apprezzata dagli spiriti gentili

e conosciuta da chi non crede si possa serbare incolume la propria

dignità in simili conflitti:

“Martedì, 16 giugno 1846.

“Esco dalla casa maritale col cuore addolorato, ma colla coscienza

sicura, perchè, se Dio m’ajuta, questo passo fatale non sarà che il

principio d’una vita tranquilla; e per mio marito, pel quale avrò

sempre della stima e dell’affezione, potrò diventare una tenera

sorella.

“E voi, amici miei dilettissimi, Saulina, Carcano, Verdi,

Guerrieri, Bellerio, Belli, Ninetta, che tanta parte prendeste a’

miei dolori, che così efficacemente mi proteggeste, possa la mia

vita provarvi che nel giudizio amoroso che formaste di me non vi

siete ingannati; possa io essere sempre degna della vostra amicizia

che sarà in avvenire quasi il solo mio conforto; guidatemi,

consolatemi e saprò sopportare ogni sciagura, se a voi sarò vicina.

Iddio vi benedica: io lo implorerò ogni giorno per voi tutti ed

anche per chi può in questa occasione avermi abbandonata....

“Madre mia, Ottavia mia dilettissima, vegliatemi, onde la mia

esistenza sia quale mi propongo di condurla, o chiamatemi presso di

voi.„

In seguito alla separazione, avvenne, naturalmente, un cambiamento

nel salotto. Alcuni, ch’erano più amici del poeta, dileguarono;

altri rimasero fedeli alla contessa e ne difesero a spada tratta la

riputazione così facile ad essere lacerata dai malevoli, quando una

signora è costretta a separarsi dal marito.

Ai vecchi elementi conservati del salotto, bisognava aggiungerne di

nuovi; ma occorreva molto giudizio. Anche su questo, l’ottima Teresa

Mosconi-Papadopoli diede all’amica preziosi consigli:

“Tu sei sempre ed in tutto troppo buona, ecco il tuo male; ma ora

che rinnovi la tua società, va cauta, e fa anche qualche sacrificio

di cuore alla tua riputazione: accetta questo consiglio dalla tua

sorella-mamma. Ricòrdati ch’io ti ho accolta nelle mie braccia

bambina, che ho asciugate le tue lagrime e quelle della povera

tua madre, quando v’imposero il crudel sacrificio di separarvi;

ricòrdati che la povera Ottavia ti ha raccomandata al mio cuore,

ed ha reso santo il mio affetto per te. A questo titolo ascolta e

rispetta i miei amorosi consigli.„

Sento il dovere di accennare ai particolari della separazione de’

coniugi Maffei, perchè essa non va assolutamente confusa colle volgari

separazioni che contristano la società moderna. Da essa ebbe origine la

fase più seria, più notevole dello storico salotto. Con Andrea Maffei,

il salotto sarebbe continuato col suo carattere letterario, artistico,

elegante; non sarebbe mai divenuto un salotto politico, patriotico,

fino al punto al quale lo condusse Carlo Tenca.

Nel 1846, si chiude di fatti lo smagliante periodo letterario e

artistico del salotto Maffei, e si prepara il periodo politico, così

drammatico ne’ suoi entusiasmi e ne’ suoi conati.

Dal ’42, il salotto era passato dalla via Monte di Pietà a un

appartamento nel secondo piano al numero 2 della tranquilla piazza

Belgiojoso, vicino alla casa che si dice fosse dimora di Giuseppe

Parini e vicino a quella abitata da Alessandro Manzoni. Nel ’46, la

contessa, separata dal marito, si trasferì in via del Giardino, ora via

Alessandro Manzoni, al primo piano della casa al numero 46; e, dal ’50

in poi, portò il salotto al numero 21 della via Bigli.

Quelli che Shakespeare definisce “i semi dei tempi„ già maturano. I

patrioti si raccolgono in casa Porro, ed altrove; alcuni si raccolgono

presso Clara Maffei, che, coll’indole sua socievole ed espansiva, e

colla sua intelligenza, non avrebbe potuto condannarsi all’isolamento e

alla morte del pensiero.

Il salotto della contessa Maffei e la società milanese (1834-1886) · 第 23 / 77 题