G. PRATI — NICCOLINI — GIUSTI.

Giovanni Prati e le sue ammiratrici. — Giovanni Torti. — Storia

dell’ispiratrice di _Edmenegarda_. — Il cardinale conte Gaysruck.

— Giuseppe Revere. — Il marchese Giuseppe Arconati Visconti. —

Il tipo del _Marchese Colombi_ di Paolo Ferrari. — Giambattista

Niccolini, la contessa Maffei e donna Rosa Poldi-Pezzòli nata

Trivulzio. — Giuseppe Giusti in casa Manzoni, nel salotto Maffei

e sul lago di Como. — Suoi terrori. — Una pagina della polizia

segreta. — Carlo Cattaneo. — Enrico Cernuschi. — Abati galanti. —

Felice Romani ed altri letterati.

Giovanni Prati, alto, baldanzoso e ben chiomato, giunge a Milano

nel fiore splendente della giovinezza e della fama; e vien subito

presentato da Andrea Maffei alla contessa. Egli ha ventisette anni, ed

è celebre per la sua _Edmenegarda_, che i giovani e le signore sanno a

memoria.

Il Manzoni (che chiamerà i versi del Prati “fiori e fieno„), il

Grossi e il Torti — la trinità poetica ufficiale di questo tempo — lo

accolgono benevoli.

Giovanni Torti, il bel vegliardo, anch’egli di statura vantaggiosa, di

maniere dolcissime, visita la contessa Maffei e, benchè romantico quasi

come il Prati, sostiene nelle sue discussioni con questi la sentenza

di Boileau, che piace al Manzoni: _il n’y a de beau que le vrai_. Il

Prati ama il vero, ma il vero avvolto in una nebbia iridescente; egli

detesta, come il cantor di Bassville,

L’arido vero che de’ vati è tomba,

e s’abbandona volentieri all’immaginazione, all’impeto dell’estro, del

quale offre qualche prova in casa Maffei, recitando versi che sulle sue

labbra suonano più che mai armoniosi.

Egli recita assai bene. “Recita come il Monti„ dice il Maffei. I due

poeti, trentini entrambi, si scambiano abbracci e sonetti. Il Prati

ammira nel Maffei l’“alta eleganza„; il Maffei ammira nel Prati l’“alto

volo.„

Nell’album della contessa, il cantor d’_Edmenegarda_ scrive una

rapida ballata, _Olga_, che nella forma risente dell’improvvisazione

e nel concetto s’annoda alle liriche allusive, nelle quali l’Italia è

raffigurata in una vergine bella e melanconica, vittima a’ piedi del

despota. Olga è più che bella,

Fior celeste, che matura

Fra le nevi in riva al Volga,

Fior che allegra al russo despota

L’aspre notti e i corti dì.

Aspri sogni e veglie dure

Ella alterna a ree giornate;

Pensa sempre a le pianure

Di Varsavia insanguinate;

Mira il padre.... e un lungo fremito

Le fa i labbri impallidir.

Ma sorgerà un giorno felice, un giorno di libertà anche per lei:

Oh, se è ver che il Dio di tutti

Questo giorno a te destina,

Sollevarsi udrai dai flutti

Dell’orrenda Beresina

Non più l’urlo de’ suoi martiri

Ferro e fuoco ad implorar;

Ma indomabile un accento

Di speranza e di preghiera,

Perchè passi in ira al vento

Quel pensier che in Dio non era....

Il nuovo bardo è circuito da signore, che desiderano di sapere un po’

del suo ormai celebre Dasindo e un po’ dell’origine dell’_Edmenegarda_.

La più fervida ammiratrice di lui è forse Giuseppina Appiani milanese

nata Strigelli, nuora del celebre pittore Appiani e figlia del

consigliere di Stato Antonio Strigelli, per la morte del quale il Prati

compone un epitaffio in ottava rima. Questa signora, amica dei maestri

Donizetti e Bellini (il quale, ospite presso di lei in via Monforte,

creò melodie soavi su un leggìo che tuttora si conserva), risplende per

la bellezza: passa per una delle più leggiadre donne d’Italia; e le

sue forme, sospiro dell’Hayez, si manterranno, come quelle di Ninon de

Lenclos, perfette sino all’età più tarda.

Giovanni Prati si dice nato a Dasindo. Egli è nato veramente a Campo

Maggiore, meschino villaggio lontano mezz’ora da Dasindo, in quella

valle trentina del Sarca da lui definita

Conca di freschi rivi, urna di fiori.

A Dasindo si mostra la casa paterna del Prati; ma il primo vagito del

poeta echeggiò a Campo nello squallido refettorio d’un antico convento

di frati zoccolanti, soppresso da Napoleone I: è là ch’egli è nato;

e la sua famiglia non possedeva blasoni com’egli, al modo di Balzac,

facea credere.

L’origine di _Edmenegarda_, di questo poema moderno, caldo di passione,

che arieggia alla _Parisina_ di Byron ma la vince nell’ampiezza e nel

movimento, non è fantastica. Fu scritto molte volte (ed è esatto)

che la protagonista, bella, e più che colpevole sventurata, è una

Ildegarda, sorella di Daniele Manin, sposa a un Meryweather d’origine

inglese dimorante a Venezia; ma non furono ancora detti i particolari

curiosi della sua passione, che inspirò una delle più fiammanti poesie.

Una sera, il Meryweather davanti alla Manin (ch’era allora una ragazza)

disse scherzando:

— Le donne sono capaci di tutti i sacrifici. Non sarebbero peraltro

capaci di tagliarsi i capelli per un uomo.

La mattina dopo, al Meryweather veniva recata una lunghissima e folta

chioma d’oro: la chioma della sorella di Daniele Manin, la quale se

l’era recisa offrendola all’uomo ch’ella amava. Questi le offerse

sull’istante la mano di sposo; e le nozze, rallegrate dalla prole,

furono per qualche tempo felici. Ma un altro fuoco dovea accendersi in

quel cuore di donna, un fuoco di passione per certo Zanadio, veneto,

il Leoni del poema. Non è vero che quei fosse abbietto come il Prati

dipinse l’amante di Edmenegarda. Egli amò lealmente quella donna, la

cui fulgida bellezza l’aveva ammaliato. Viaggiando a lungo con lei

consumò dovizie che mai avrebbe chiesto alla donna de’ suoi sogni.

Questa, un giorno, vinta dal rimorso d’avere abbandonato il marito

e un figlio, si ravvide, si pentì e ottenne perdono. Il marito mai

cessava di sospirare a quella fascinatrice che pur lo aveva amato

sacrificandogli nel mattino dell’amore, come la fata d’una leggenda, i

suoi capelli d’oro magnifici.

V’ha nature che, al pari di Byron, amano sinceramente più volte.

Simili alla Salamandra della favola che viveva nel fuoco, esse vivono

nell’amore. Travolgono talora nella rovina e nel pianto intere

famiglie; ma talora hanno il potere di spronare a nobili, eroiche

risoluzioni, anime che sotto il freddo sguardo d’altri spiriti si

sarebbero congelate per sempre nell’inerzia o nella fatuità. La storia

intima, ignorata del risorgimento d’Italia e d’altri popoli conta a

mille le passioni d’amore che ai gloriosi cimenti lanciarono giovani i

quali senza quel sacro fuoco sarebbero rimasti a languire in paurosi

riserbi. Certo si meritano ben diverso culto, culto imperituro, divino,

altre anime di donne, di donne intemerate che amano con profonda,

tranquilla, immutabile devozione e sacrificio: ma esse appartengono

più al cielo che alla terra, ed è per questo che spesso il cielo le

riprende troppo presto....

Indicibile l’entusiasmo, che _Edmenegarda_ sollevò a Milano. Ai

seminaristi che se ne beavano di straforo, i superiori proibirono il

poema dell’amore colpevole: ed essi ricorsero infuriati in appello

all’arcivescovo cardinale Gaysruck, che tosto concesse loro il permesso

di leggere i versi armoniosi e passionati del Prati. Bizzarro, ma

liberale e buono, questo cardinale conte Gaetano di Gaysruck della

Carinzia. Fumava in casa la sua brava pipa di porcellana e per le vie

incedeva con un pajo di rumorosi stivaloni. Non mancava alle feste di

ballo ufficiali. Non amava i chiostri; e, tutte le volte che gli era

dato, impediva che le fanciulle s’immolassero alla vita monastica.

Non permise che alcun ordine religioso tenesse case nella sua diocesi

fintanto ch’ei ne fu il capo, non volendo tollerarvi un clero regolare

il quale, anzichè da lui, dipendesse dai generalati di Roma. Ebbe il

merito di ripulire la diocesi dei preti scagnozzi che Carlo Porta avea

flagellati; e al nome di questo poeta satirico esclamava: _Würde ein

Monument verdienen!_ (meriterebbe un monumento!) Se un commissario

di polizia si permetteva arbitrii in odio ai cittadini, lo mandava a

chiamare, gl’infliggeva lunga anticamera, lo tempestava di rimproveri,

e, se osava ribellarsi, conchiudeva: “Scriverò a Vienna!„ Tutti lo

temevano, poichè scorrea nelle sue vene sangue imperiale e sapevano che

a Vienna ogni suo desiderio era comando.

L’autore d’_Edmenegarda_, questo araldo del risorgimento, questo lirico

il più ricco di estro apparso dopo il Monti in Italia, lasciò vivo

ricordo in casa Maffei. Egli era un assorto, un nevrotico incosciente.

Certi suoi atti strani, che i maligni giudicavano cattiverie, altro

non erano che eclissi momentanee della sua coscienza al cui risveglio

egli si doleva amaramente. A Padova, mentre la povera sua moglie era in

agonia, ei danzava vestito da arlecchino, in un veglione. Così almeno

s’afferma, benchè altri neghi. Certo il poeta soffrì assai alla morte

della moglie Elisa, spenta nel fiore de’ 24 anni “santa di mansuetudine

e d’amore„, com’egli la definì in un’elegia consacrata alla memoria

dell’infelice.

Un po’ strano era anche il poeta triestino Giuseppe Revere, ben presto

riconosciuto per uno dei più forti e patriotici ingegni della penisola.

La sua poesia sospirò fra le prime il nome d’Italia. Alla contessa

Maffei, sin dal 1839 scrisse un _Perchè?_ tutt’ora inedito, che

preludiava alle battaglie della libertà, in strofe sonanti:

Dimmi se nella lance dell’Eterno

Che dei popoli pondera il destin,

È d’alcun peso l’ingoiato scherno

E l’impedito pianto cittadin;

Se il secolo che ascoso Iddio matura

Glebe infeconde anch’ei seminerà;

Se al dì dell’aspettata mietitura

Rosseggiante l’aurora surgerà?

E se l’unghia ferrata dei cavalli

Che a’ lenti verni appresero a nitrir,

Sempre calpesterà queste convalli

Che rinnovan co’ zeffiri il sospir....

Oh tu! che vieni dalla sfera santa

Ove raggia l’amor che tutto sa;

Mi disvela se un dì l’itala pianta

Rigogliosa tra noi s’infronderà....

Il Revere passava a Milano per uno de’ giovani più avvenenti; ed egli

n’era sì rapito, che, una volta, all’osteria, cascò in un tranello

de’ suoi amici burloni. Questi, eccitando appunto la sua vanità e il

suo puntiglio col dirgli che in fine egli portava tanto di busto per

reggersi diritto, gli fecero, mentre imperversava un freddo da cane,

scoprir nudo tutto il torso, un bellissimo torso d’Apollo; onde poi

e barzellette e risate e brindisi per ammansare le furie del poeta

che, come avviene, voleva canzonar tutti e non essere canzonato da

alcuno. Una delle figure lombarde, che più divertivano il Revere, era

il Gargantini, il più comico tipo della società, vero gentiluomo, per

altro d’ottimi sentimenti, leale, benefico. La fama degli spropositi

del Gargantini volò oltre la cinta daziaria, oltre l’Olona. Egli

diceva: “oggi mi son chiuso _aritmeticamente_ in casa.„ Dopo una

discussione in cui lasciava parlare sempre gli altri, incominciava

grave: “Ebbene, ora dirò io, e dirò meglio.„ S’atteggiava a poeta, e in

una sua tragedia specificò esattamente (secondo la misura commerciale

del tempo) la quantità di certo vinello spedito non so da quale re a

qual vassallo:

Di vin vecchio un _caval_, cioè due _brente_.

Un’altra sua tragedia finiva con questa eroica risoluzione:

Tu esigi il sangue mio?... Prendi il suddetto!

Egli era, in una parola, il marchese Colombi della _Satira e Parini_ di

Paolo Ferrari.

Giuseppe Revere rassomigliava a Ugo Foscolo nella smania dei cavalli,

del lusso, nelle vanterie, e nella potenza scultoria del verso spiegata

in sonetti superbi: e di Ugo Foscolo andava tutto solo mormorando i

_Sepolcri_ nella silente via delle Ore, convegno dei mesti amanti. Come

il Monti, componeva a letto, sul quale passava buona parte del giorno.

Qualche editore, per ottenere le pagine pattuite, dovea mandar da lui

uno scrivano, cui egli, dal letto, senza ajuto alcuno di libri, dettava

veloce, mai sbagliando un nome storico nè una data, in uno stile

artificiato, in una lingua purissima. Un sant’uomo, venerato dalla

Maffei e da tutti, il marchese Giuseppe Arconati-Visconti, — protettore

nel Belgio dei profughi italiani e più che amico fratello del Berchet

cui ospitò a lungo, — comperò in blocco non so quante copie d’un’opera

del Revere per venirgli onestamente in aiuto; e il Revere giubilante

acquistò subito con quella somma un agilissimo _tilbury_, in cui,

troneggiando, facea clamoroso sfoggio pel Corso, in mezzo ai gaudenti

sfaccendati che lo guardavano. Ora egli dorme l’ultimo sonno in quella

Roma dove, quasi obliato, condusse gli ultimi giorni, querulo e

caustico sempre ma non pentito d’aver consacrato il meglio dell’ingegno

e della vita alla patria.

“Recatemi alla memoria dell’ottima vostra consorte. La Porcìa me ne

ha parlato con riverenza ed affetto.„

Così Giovanni Battista Niccolini scriveva ad Andrea Maffei nel maggio

1845, l’anno stesso in cui venne a Milano Giuseppe Giusti. L’autore

dell’_Arnaldo da Brescia_ onorava in Milano sopratutto due dame: la

Maffei e donna Rosa Poldi-Pezzòli. Ma neppur con queste frenava gli

scatti nervosi del suo temperamento facilmente eccitabile. A chi lo

lodava rispondea di non valer nulla e d’esser nulla; modestia della

quale la Maffei sembra dubitasse un tantino. Il collerico poeta lo

seppe e montò sulle furie; ma la sua burrasca passò presto al pari di

tante altre sue, coronata dall’arcobaleno. Giovanni Battista Niccolini,

desideroso di far pace colla contessa, s’affrettò a scrivere al Maffei:

“Mille cose all’egregia vostra moglie: io non mi raccapezzo, o

a dir meglio non mi ricordo d’aver scritto mai parola ond’io

mostrassi di credere ch’ella dubitasse di quella modestia che a me

viene dalla coscienza: escono tante volte dalla penna come dalla

lingua cose delle quali più non si rammenta. Accertatela che di

lei non mi hanno parlato che in bene e assicuratemi della sua

gentilezza a mio riguardo.„

L’ammirazione che donna Rosa Poldi-Pezzòli dei marchesi Trivulzio

nutriva pel forte ingegno del Niccolini non le impediva di

punzecchiarlo con grazia per le sue facili infiammazioni amorose. Come

il Parini, così l’autor dell’_Arnaldo_ sapeva essere galante, e de’ più

raffinati, nell’espressione colle dame. Un brano di lettera inedita

del Niccolini che si conserva alla Braidense (e diretta appunto alla

Poldi-Pezzòli-Trivulzio) segna la misura de’ madrigali del poeta al

sesso bello, madrigali allora coltivati anche dai più fieri poeti: oggi

invece la galanteria di buon genere è fior raro, e le signore a ragione

ne lamentano la scomparsa. Avendole chiesto un autografo del Parini, il

Niccolini scrive a donna Rosa:

“Le chieggo perdono dell’incomodo ch’io le reco con questi miei

scarabocchi: ma un proverbio fiorentino dice che, se tu dài un

dito, e’ ti piglian tutta la mano. E trattandosi della sua ch’è

così bella, mi spiace d’esser lontano, e non poter farlo chè

v’imprimerei un bacio di quel reverente affetto col quale io mi dico

“_Tutto suo servo ed amico_

“G. B. NICCOLINI.„

Donna Rosa Poldi-Pezzòli, figlia del marchese Giangiacomo Trivulzio

e della marchesa Beatrice Serbelloni, era un’istruita signora amica

d’artisti e di poeti. Rimasta vedova, arricchì, a proprio conforto,

maggiormente d’opere artistiche quel museo che il marito, educato fin

da’ primi anni al culto del bello e del raro, avea voluto formarsi

con armi antiche, statue, e quadri, inestimabili tesori della scuola

Leonardesca. Ella commise allo scultore Lorenzo Bartolini il gruppo

_Pirro che precipita Astianatte_, e, prima ancora, la _Fiducia in Dio_,

portento della statuaria, ispirato però dalla _Maddalena_ del Canova, e

che Giuseppe Giusti, appena arrivato a Milano, volle vedere e cantò nel

celebre sonetto. Come mai un acuto osservatore qual’era il Giusti non

s’accorse che il Bartolini non iscolpì già una Maddalena penitente la

quale si rivolge “a Quei che volontier perdona„, sibbene una fanciulla

pura, purissima, che prega Colui che nulla ha da perdonarle? Ma in quel

tempo il pensiero del poeta pativa chiaroscuri paurosi....

Giuseppe Giusti giunse a Milano nell’estate del ’45, accompagnato

dal genero del Manzoni, Giambattista Giorgini, che tre anni dopo,

ritornò qui, capitano, alla guerra di Lombardia. Il Manzoni e il

Grossi gli fecero un’accoglienza festosa. Il primo lo ospitò per un

mese in propria casa. L’autore dei _Promessi Sposi_ gli diede subito

per guida un suo figliuolo perchè lo accompagnasse a vedere le rarità

di Milano: dal Duomo dove, sette anni prima, avveniva l’incoronazione

di Ferdinando I, che al Giovenale toscano ispirò la più rovente

satira civile; al tempio di Sant’Ambrogio, uno dei più vetusti del

Cristianesimo, sotto le cui arcate severe il poeta udì risuonar

sommesso, come una prece d’esuli addolorati, il coro dei _Lombardi alla

prima crociata_:

O Signore dal tetto natìo....

eseguito da una banda militare austriaca, mentre i soldati della vicina

caserma di Sant’Ambrogio ascoltavano in silenzio la messa.

Giuseppe Giusti non mancò di recarsi in casa Maffei per ossequiare

donna Clara.

Appena entrato nel salotto, la contessa gli va incontro sorridente;

ma egli appare freddo e malinconico. Le presenta una lettera del

marito Andrea che alcune settimane prima aveva incontrato a Firenze, e

quasi non parla. La buona signora cerca di rasserenarlo con discorsi

gradevoli: ed egli risponde appena. Il povero poeta giace sotto

l’incubo d’un’ossessione, d’un’idea fissa e tormentosa, che non gli

lascia pace. Essendo stato tre anni prima a Firenze morso da un gatto

ha paura di morire idrofobo!

Alessandro Manzoni e il Grossi, che non ignorano la causa di tanta

tristezza, cercano di rasserenarlo; ma invano. La marchesa d’Azeglio,

i marchesi Trotti, don Alfonso Litta Modignani, la marchesa Carolina

Litta Modignani nata Trotti gareggiano nel festeggiarlo, lo conducono

sul lago di Como, lo fanno incontrare nel giardino Serbelloni

coll’ottimo marchese Arconati; ma pure in quel paradiso, fra quegli

animi espansivi egli è tutto ritrosie, preoccupazioni e muti terrori.

“I Manzoni (scrive il 22 ottobre di quello stesso anno da Pescia a don

Alfonso Litta Modignani), i Manzoni che m’hanno tenuto con loro un

mese, sanno la pazienza e la tolleranza che bisogna mettere a uscita

con me; e vi giuro che, quando penso a certe mestizie, a certi silenzi,

a certi torpori che mi assalivano in quella casa, e mi tenevano lì come

un insensato, ne sento vergogna e dispetto.„

Fra gli accenti lombardi, risuonasse almeno la voce dell’_Amica

lontana_ della bella ed eletta Cecilia Piacentini! Costei, buona e

gentile, che soffriva quando sapea che il poeta amoreggiava a Pescia

colle popolane e a Firenze colle nobili, quanto più soffrirebbe nel

vederlo qui triste e cupo!

Leggier desio, diviso in molti obbietti,

Ti prostra l’alma e non ti fa felice,

poetava con verità egli, che non sempre ci appare, lungo la sua vita

quarantenne, incostante nell’amore. A Firenze rende omaggi alla

contessa Eugenia Caselli, madre di Eufrosina Gamba che nella capitale

toscana terrà un salotto ammodo; ma egli ama sopra tutti, sopra tutte,

_lei_, la Cecilia, arrivando al punto da sacrificarle volentieri i

carnevali fiorentini per andar a Pescia a ballare in certe misere

stanze ove non c’è di bello che gli occhi azzurri della signora. Ed ora

e balli e corteggiamenti e amori e amici e sorriso del lago di Como

e speranze d’Italia, nulla possono in lui. Ah, l’idrofobia! La morte

vicina, e quella morte!... Ma la tetra, orrenda fissazione svanirà,

forse; il poeta vedrà ancora nitida e serena la visione delle cose

belle, scriverà ancora col brio di prima.

Tommaso Grossi, impensierito per lo stato di Giuseppe Giusti, pregò un

suo amico, l’alienista Andrea Verga, di esaminare lo stato del povero

poeta. L’illustre medico, che in quel momento era fuori di città, vi

ritornò premuroso e sollecito, per compiere il geloso ufficio; ma nel

frattempo il poeta toscano era partito da Milano.

Nel 13 settembre di quell’anno, Andrea Maffei scriveva da Napoli alla

moglie:

“Se il Giusti è tuttora a Milano, ringrazialo d’aver onorata la

nostra casa, e digli che la parola non può ajutarmi quanto vorrei

per esprimergli quanto io l’ammiri. Egli seppe e sa parlare ai

sapienti ed al popolo, e questo è il sommo dell’eccellenza a cui

giunge così di rado la poesia.„

Cesare Cantù mi diceva non esser vero che il Giusti a Milano fosse

pedinato dalla polizia; e nelle “Reminiscenze„ su Alessandro Manzoni

afferma che la polizia non lo conosceva neppur di nome.

Duolmi dover contraddire l’insigne storico lombardo. Nelle _Carte

segrete della polizia austriaca_ in Italia, pubblicate nel 1852 a

Capolago da quell’animosa Tipografia Elvetica dalla quale celatamente

si spargevano in tutta Italia tante pagine liberali ed eccitatrici,

è riferito al terzo volume l’ordine dell’autorità superiore ai

commissarii delle provincie lombardo-venete di tenere (cito le precise

parole) “costantemente sott’una, bensì inosservata, ma velata vigilanza

in tutte le sue direzioni e pratiche il letterato Giuseppe Giusti di

Livorno(!) trattandosi d’un individuo di sospetti principii politici ed

inclinato a tutto criticare.„

La legazione austriaca a Firenze aveva bensì concesso al Giusti

un passaporto per un viaggio a Milano e a Venezia; ma come poteva

dimenticare ch’egli era l’autore del _Dies iræ_ e dell’_Incoronazione_?

Il poeta toscano non patì, peraltro, mai alcuna molestia a Milano, nè

altrove. Nessun governo lo molestò mai. “Dichiaro che non ho mai patita

veruna molestia nè per parte del Governo nè per parte del pubblico,

e rigetto da me la nomèa di vittima e di perseguitato, tanto più che

ò visto parecchi cercarla.„ Così Giuseppe Giusti confessava nel suo

testamento ad Atto Vannucci; un altro toscano che onorava Clara Maffei.

Abbeverato alle larghe fiumane del pensiero civile del Romagnosi

(“l’ombra che pensava„ della _Terra de’ morti_ del Giusti); dotato

d’una fulminea facoltà d’assimilazione, e d’una potenza rara nello

scoprire nuovi rapporti nelle cose; pronto ad abbracciare tutto lo

scibile e a trattarlo spesso con originalità di vedute e rapidità di

penna; ingegno scientifico e nello stesso tempo poetico per eccellenza

nel vestire le materie più aride d’un’attraenza aristocratica e

popolare insieme, — aristocratica nello sfolgorio delle forme elette,

popolare nella chiarezza; — Carlo Cattaneo nella società letteraria

di casa Maffei prima del ’48 emerge; e non solo è piacente per il

bell’aspetto giovanile, ritratto dalla fine matita di un’amica, Ernesta

Bisi, ma anche per il brio, per il sentimento elevato che fa tralucere

nella conversazione. Più tardi, le battaglie civili, le lotte politiche

e i dolori domestici velano quel buon umore, tagliano le ali alle sue

barzellette _meneghine_, ma egli rimane una delle più complesse, più

oneste e più elevate intelligenze italiane.

“La patria è come la madre di cui un uomo non deve parlare come

d’un’altra donna.„ Questo pensiero egli scrive sull’album di Clara

Maffei; e questo è il pensiero, il culto, che spesso ritorna nel

_Politecnico_, fondato e diretto da lui sin dal 1837, data memoranda

nella storia della cultura italiana e del giornalismo europeo; poichè

il _Politecnico_, mercè sua, acquistò veramente nominanza europea, come

il _Caffè_ dei Verri, come l’_Antologia_ del Vieusseux. Anima poetica,

ammira la poesia, ma non scrive versi in tutta la sua vita; solo

molto tardi, egli compone due quartine non già per Tizio o per Cajo,

come nelle sue opere complete è detto, bensì all’indirizzo d’una sua

giovanissima amica, Noemi Pezzi, che gli mandava parecchie poesie di

varii autori, e ch’egli, musicista nato come il Mazzini, si dilettava

a musicare improvvisando, senza pubblicarne ben inteso una nota; ma

soltanto per proprio sfogo momentaneo, e unico lusso della sua vita

laboriosa e travagliata.

Prima del ’48, Carlo Cattaneo interveniva nel salotto, con più

frequenza, forse, di Luciano Manara e di quell’Enrico Cernuschi, il

quale vi entrava nel suo singolare costume alla Robespierre: calzoni

che lasciavano vedere calze grigie di lana, giubba donde uscivano

impertinenti i larghi risvolti bianchi del panciotto, scarpe colle

fibbie, cappello di feltro dal pelo un po’ arruffato.

Carlo Cattaneo si trovava in buona compagnia in quel convegno, nel

quale l’ingegno qualunque fosse, otteneva senza esitanze la maggior

considerazione, fosse l’ingegno d’un patrizio o d’un cittadino nato di

popolo.

In questa elevata distinzione, consisteva il carattere principale

e la maggior forza del salotto Maffei: e la contessa Clara che la

determinava col suo omaggio all’ingegno, mostravasi degna dei nuovi

tempi.

Incontriamo di frequente nel salotto Maffei il buon Francesco

Ambrosoli, docile, infaticabile filologo e letterato, apprezzato

singolarmente dal Niccolini. Egli era cugino di quel canonico

Ambrosoli che abbiamo visto al sèguito della contessa Samoyloff,

nuova edizione riveduta degli abati da _salons_ del secolo XVIII,

_causeur_ piacevolissimo, sacro oratore facondo e articolista assai

noto dell’imperial regia _Gazzetta di Milano_. Sullo stesso taglio

del canonico Ambrosoli era un altro tonsurato, Giuseppe Pozzone, che

frequentava il salotto Maffei e ricercato in altri ritrovi della città

e delle ville più per le sue simpatiche espansioni e pei suoi aneddoti

mondani che per la robusta bellezza delle sue liriche ben tornite.

Vediamo in casa Maffei un altro scrittore tanto prodigo di penna

quanto il Pozzone ne è avaro, il professore Antonio Zoncada; il quale

un giorno, all’università di Pavia, comincia una sua lezione dantesca

in cavernoso metro, con un preludio che mette in precipitosa fuga gli

scolari: “Signori, Dante è un poeta che fa spavento!„

Frequenta il salotto anche Giambattista Bazzoni, novarese, l’autore

dei romanzi _Il Castello di Trezzo_ e _Falco della Rupe_, che lascia

sull’album della contessa una graziosa fantasia sul teatro alla Scala,

a proposito della ballerina Cerrito, di questa silfide del Sebeto, che

poteva vantare tutta una letteratura in proprio omaggio e suscitò a

Milano tal fanatismo che un giornale teatrale, il _Pirata_, delirava

così: “Questa celebrità della danza partì lasciandoci compresi da

meraviglia.... e guai a noi, guai a chi apprezza i sublimi artisti e

il loro valore se non si avesse la speranza di poterla rivedere!...„

Povera Fanny Cerrito! Chi, fra coloro che ti applaudivano come pazzi, e

ti inondavano di fiori e comperavano le tue pantofole per cento lire,

poteva prevedere che saresti morta in un manicomio?...

Passa per il salotto Maffei il principe dei predicatori del tempo,

il bassanese Giuseppe Barbieri, bel prete, idolo delle signore che

affollano la chiesa di San Fedele senza poter afferrare metà di

quello ch’egli declama nel suo stile fiorito, tanto esile suona la

sua voce nel vasto tempio. Passa il mite poeta Samuele Biava, che

volgarizza per il popolo salmi e preghiere della Chiesa, in melodie

popolari, encomiate dal Tommaseo: egli canta esuli, crociati, trovatori

e (da buon bergamasco) cacciatori: canta persino e idealizza il

contrabbandiere, sull’esempio di Byron che idealizza i corsari.

Antonio Gazzoletti, il futuro padre del dramma _San Paolo_, patriota

integro, lirico di facile vena, compone un’ode agilissima per la

Maffei. Il veronese Cesare Betteloni, agiato signore, cantor limpido

del Garda, poeta del lutto, venendo a Milano non manca di riverire

la contessa; la quale rimane atterrita allorchè apprende il suicidio

dell’infelice poeta.

Non scordiamo l’aitante Gussalli, che frequentò assiduo il salotto

Maffei sino all’ultima ora di questo, colla gentil compagna donna

Costanza Antivari, che gli sopravvive. Egli fu l’editore diligentissimo

di tutte quante le prose di Pietro Giordani, nume letterario di quei

tempi; troppo esaltato allora, troppo dimenticato adesso; ma così è il

mondo! Antonio Gussalli era il tipo del letterato dovizioso; epicureo

intellettuale, imbevuto degli scritti di Rousseau, di Diderot e d’altri

enciclopedisti francesi come della poesia leggera e piccante da rarità

bibliografica, alla quale anteponeva peraltro quella muscolosa e

austera di Giambattista Niccolini amico suo. Non bisognava parlargli

d’audaci novatori, di wagneriani! Adorava Rossini, ogni pagina del

Giordani, ogni impronta dello scalpello di Lorenzo Bartolini, ogni

scena della regale Ristori. Qualcuno del salotto osava forse dubitare

sulle bellezze sovrane della _Petite Messe solennelle_ dell’olimpico

burlone di Pesaro? Una nebbia di cattivo umore scendeva sul suo volto

fortemente scolpito simile al volto d’un senatore romano. Carlo Tenca

colla fine sua arguzia scriveva scherzando alla contessa Chiarina:

“Gussalli vuol morire d’una messa rientrata.„ Però anch’egli ne

apprezzava il buon gusto e il provato patriottismo.

Da Vicenza veniva talora il poeta delle stelle e dei baci, Jacopo

Cabianca. Egli brillava fra i pudichi adoratori del fuoco della

contessa Maffei. Trovo parecchie sue poesie nelle quali invidia Andrea

che avea _piagato_ per primo il cuore dell’esimia gentildonna. Come

s’aggirava volentieri colla elegante fantasia nel mondo roseo degli

amori!

Chiamava la contessa Maffei sua “sorella„ tanto erano amici, e da tanti

anni!

È probabile che nel salotto ponesse piede talvolta Felice Bellotti,

l’insuperato traduttore dei classici greci, intatto classicista in

una terra di romantici. Certo vi andava un altro Felice, il Romani,

il più corteggiato dei vati, l’“immenso Romani„ come Rossini con

iperbole un po’ canzonatrice lo chiamava volentieri. Andrea Maffei

gli mandò un bel sonetto querelandosi dell’aspetto straniero che la

poesia italiana andava assumendo sempre più, egli che colle versioni

dai poeti stranieri alimentava appunto, senza volerlo, il desiderio di

trasfondere nelle vene dell’itala Musa un sangue diverso dal natio,

impoverito, al dir d’alcuni, dalle lunghe prove!

Quante volte, o Romani, in questo gelo

Di pensieri e d’affetti, in questa vile

Frenesia di guadagno, alla gentile

Arte nostra nemica, io mi querelo!

Della musa, vo’ dir, che abbassa il velo

Taciturna e sdegnosa, o qual servile

Cortigiana del tempo, indole e stile

D’altro popolo assume e d’altro cielo;

Sì che labbro non move, o in strania vesta

Più vestigio e splendor della natìa

Casta antica beltà non manifesta.

E quella è pur, che bella, itala aprìa,

Colla virtù del verso tuo, la mesta

Anima di Bellini all’armonia.

Per un ventennio, Andrea Maffei a Milano, contava fra i potenti.

A proposito di Vincenzo Bellini, fu egli che accolse benevolo per

primo il maestro catanese e che lo raccomandò ai magnati della Scala

perchè gli fosse conceduto il battesimo dell’arte: il _Pirata_ fu

rappresentato per le intercessioni del Maffei. Quanto la voce di questi

fosse ascoltata, veggo anche dalle preghiere di soccorso che a lui

innalzavano uomini non nati a pregare. Angelo Brofferio, l’irruente

polemista e poeta piemontese, si sentiva commosso all’affetto che gli

portava una giovane artista di singolare ingegno su’ cui sentimenti

patriottici l’autorità, come rilevasi dalle _Carte segrete della

polizia austriaca_, vegliava. Quella dolorosa innamorata che conobbi

ne’ suoi ultimi giorni ammirando quel criterio ancor sveglio e acuto,

doveva lottare coi congiunti severi, col proprio affetto trascinante,

colla polizia. Numerose e strazianti lettere scrisse allora ad Andrea

Maffei Angelo Brofferio, che invocava patrocinio presso le autorità

politiche di Milano affine d’ottenere da queste clementi riguardi verso

la bella infelice degna di miglior sorte e verso di sè, desideroso

com’era di recarsi qui da Torino per confortarla. Il Brofferio chiama

il Maffei suo “benefico genio„; e certo in quell’occasione mostrò

cuore, prestandosi ad alleviare le pene dell’amico. Il più dipendeva

dal cenno del barone Torresani, direttore generale della polizia; e

questi, memore e grato che il Brofferio avesse esaltati in uno de’ suoi

fervidi articoli i fascini della ballerina Cerrito, alla quale bruciava

anch’egli più di qualche granello d’incenso, si mostrò umano, cortese

verso la giovane. Il 29 gennaio 1846, il poeta piemontese, che avea

invocato anche il soccorso dell’attrice Carlotta Marchionni, scriveva

al Maffei:

“Sono due giorni che la Marchionni ha scritto al cavalier Pagani

pregandolo a concorrere anch’egli nel pietoso ufficio; e colla

lettera della Marchionni, partiva anche una lettera di mia

moglie, la quale rappresentava al cavalier Pagani come la salute

di tutta la nostra famiglia dipendesse da questo desiderato

provvedimento del barone Torresani, al quale io stendo le braccia

supplichevolmente... Voi siete il mio benefico genio, la mia santa

provvidenza.„

Il provvedimento consisteva nel proteggere nel miglior modo la giovane

trovandole decoroso collocamento.

Gli ammiratori del Maffei si moltiplicavano ogni giorno. Fra tutti,

merita cenno speciale un bel tipo, degno di Molière.

— Senti, Maffei, gli dice un giorno un amico. C’è un tuo fanatico

ammiratore che muor dalla voglia di esprimerti a voce tutto il suo

entusiasmo. Vieni domani a mangiare una zuppa a casa mia: troverai il

tuo ammiratore.

Al domani, all’ora fissata, questi si trova a mensa con Andrea Maffei,

e, fra una cucchiajata e l’altra di minestra, gli vuota tutto l’emporio

dei superlativi e delle lodi.

Il Maffei cerca di schermirsi dalla valanga degli elogi, quand’ecco

l’ammiratore, mostrandogli d’aver attentamente pesata ogni più lieve

particella delle opere del poeta, e cambiando la voce dal tono più

acuto al più sommesso, si permette d’osservare:

— Ma qui, in questo punto, illustre cavaliere, non le pare che si

sarebbe detto meglio così e così....

— Eh, forse!...

— E in quest’altro verso non pare anche a lei, cavaliere, che

l’accento.... la sillaba.... Non so se mi spiego.... forse un po’ più

di lima sarebbe necessario. Non le sembra?

— Eh! non si finisce mai; l’arte è lunga, sa bene.... _Ars longa!_...

— Qui poi, in coscienza, non potrei passarle questa espressione. Non mi

pare sia della lingua purgata. E in quest’altro inciso del sonetto....

scusi, sa.... Secondo il Crescimbeni....

— Oh, ma chi mi hai presentato?... grida il Maffei all’Anfitrione,

scattando in piedi come una furia. — E tu hai il coraggio di chiamarlo

un _mio ammiratore_?

Il salotto della contessa Maffei e la società milanese (1834-1886) · 第 21 / 77 题