VERDI.

Lettera di Giuseppe Verdi. — Giuseppe Verdi e Giulio Carcano. —

Loro discussioni su Shakespeare. — Pensieri di Giuseppe Verdi sul

vero e sul fantastico. — Nella pace di Clusone. — Un’anima.

L’amicizia ottiene un culto quasi religioso in casa Maffei. O amicizie

nobili e alte, che non illanguidite per mutar d’anni o di vicende;

amicizie nate nel giorno della gloria, del pericolo o del dolore, e non

spente neppur dalla morte, poichè anco dopo l’ultimo addio, vivete nei

cuori dei superstiti; con quale splendore siete fiorite in parecchie

anime elette, in alcune anime grandi! L’amicizia che per la contessa

Maffei alimentano Alessandro Manzoni e Giuseppe Verdi; Tommaso Grossi,

Giulio Carcano e insigni politici del risorgimento d’Italia, sono

l’elogio più bello non solo di quella gentildonna, ma anche di quei

tempi tanto maggiori dei nostri; tempi in cui sacrificando agl’ideali

dell’amicizia e alla patria, si obbediva alla voce migliore della

coscienza.

Nella vita di Clara Maffei, il 1842 segna un punto luminoso. In

quest’anno ella conosce Giuseppe Verdi, colui che le sarà amico

fido e venerato e per il quale ella nutrirà sempre entusiasmi senza

limiti, non solo in omaggio all’artista di genio, ma anche in omaggio

all’uomo di carattere. Non è vero quello che si dice dell’inamabilità

di Giuseppe Verdi. Certo egli odia l’infinita schiera dei seccatori e,

come Massimo d’Azeglio, vorrebbe forse che ai dieci comandamenti fosse

aggiunto, undecimo: _non seccare_; ma nel fondo è cortese, e alle care

memorie la sua gentilezza si risveglia subitanea. Gli chiesi quando

conobbe la contessa Maffei, ed egli mi rispose subito:

“Busseto, 14 giugno 1892.

“_Signor Barbiera_,

“Poco, ben poco ho a dirle della povera contessa Clarina Maffei.

“Fui presentato a Lei nei primi mesi del 1842. Da quell’epoca i

nostri rapporti amichevoli sono stati sempre eguali e costanti

finchè Ella visse.

“Le lettere corse fra noi a maggiore o minor frequenza in sì lungo

spazio di tempo non hanno nissuna importanza e non meritano di

farne parola.

“Mi creda colla più sincera stima

“devotiss.

“G. VERDI.„

Il sommo maestro fu presentato a Clara Maffei all’epoca memoranda del

trionfo del _Nabucco_ alla Scala (9 marzo ’42) che rivelava un genio

nuovo, e di cui tutta Milano, stupita, commossa, parlava come d’un

prodigio. Egli era un giovane modesto d’aspetto e semplice di modi.

Al rovescio di tanti, e ahimè! troppi altri, non posava a genio.

Giulio Carcano, col quale, in quello stesso anno, s’incontrò presso

la contessa, imparò ad amarlo, riamato, d’un’amicizia profonda e

indissolubile. Giuseppe Verdi e Giulio Carcano si trovarono, cinque

anni dopo, entrambi a Clusone, nella valle Seriana, sul Bergamasco,

dove la Maffei passava ogni anno l’estate, lieta di rivedere il cielo

nativo, lieta di godere la pace campestre dopo il _frou-frou_ (com’ella

scriveva ad un amico) della città e dei ricevimenti del suo salotto

cosmopolita.

Ospiti entrambi della contessa, Giuseppe Verdi e Giulio Carcano

lavoravano liberi, quest’ultimo sotto qualche pianta, e Verdi solo

soletto su un’altura ombrosa, e ivi, nella solitudine, nei profondi

silenzii, quel Genio creava. Alla sera, i due amici si rivedevano e

discutevano di poesia, d’arte. L’argomento preferito era Shakespeare,

della cui immensità Giuseppe Verdi si mostrava ammirato e dei cui

drammi Giulio Carcano approntava allora la traduzione poetica.

Nell’anno 1847, Giuseppe Verdi, rappresentò per la prima volta a

Firenze il suo _Macbeth_ sul libretto del Piave, e Giulio Carcano

pubblicò per la prima volta il _Macbeth_ di Shakespeare nella sua linda

traduzione. I versi del libretto del _Macbeth_ non erano però tutti del

Piave: alcuni erano stati aggiunti da Andrea Maffei, che poi compose

per Verdi il libretto dei _Masnadieri_.

Le discussioni del maestro col Carcano, s’aggiravano un giorno

sull’elemento umano e sull’elemento fantastico nel dramma. Il primo

piaceva, e piace, a Giuseppe Verdi di gran lunga più del secondo.

Sull’album della contessa egli lasciò, vergato di suo pugno, questo

pensiero: “Il fantastico è cosa che può provare l’ingegno; il vero

prova l’ingegno e l’animo.„

Nessuno più del meraviglioso maestro possiede il genio lucido e

determinato: egli è natura artistica schiettamente, gloriosamente

italiana. Nessun contorno indeciso: la stessa dolce mestizia e

l’elegia, come nello straziante preludio del terzo atto della

_Traviata_, ondeggiano entro limiti ben definiti. Le sue passioni

non sono passioni di dèi o di semidei che contempliamo stupiti, ma

che non ci toccano; sono passioni di cuori umani, che amano come

noi, che odiano come noi, che piangono nella disperazione mortale. A

proposito della scena del sonnambulismo nel _Macbeth_ di Shakespeare,

Giuseppe Verdi così diceva in una delle sue bellissime lettere

inedite a Giulio Carcano; lettere che trattano spesso d’arte, scritte

anch’esse in uno stile reciso e scultorio, dove neppure una frase è

incerta, dove neppure una parola è superflua: “Quanto hai fatto bene a

tradurre in prosa come nell’originale il sonnambulismo del _Macbeth_!

Hai detto benissimo: un epiteto, una parola, un’inversione poetica

possono infiacchire il vigore del testo.„ È ben vero, ch’essendo il

sonnambulismo un profondo turbamento nervoso, il linguaggio poetico non

sarebbe fuor di luogo; ma si vede dalle parole di Verdi quale rispetto

ei senta per Shakespeare, per la manifestazione del genio altrui.

Il maestro, che molti e molti anni prima di musicarlo, accennava al

Falstaff (lo rilevo da una sua lettera alla contessa Maffei), alludendo

sempre a Shakespeare da lui definito il “papà di tutti„ diceva:

“Copiare il vero può essere una buona cosa, ma _inventare il vero_

è meglio, molto meglio. Pare vi sia contraddizione in queste tre

parole _inventare il vero_; ma domandalo al papà! Può darsi ch’egli si

sia trovato con qualche Falstaff, ma difficilmente avrà trovato uno

scellerato così scellerato come Jago, e mai e poi mai degli angeli come

Cordelia, Imogene, Desdemona, ecc.; eppure sono tanto veri! Copiare il

vero è una bella cosa; ma è fotografia, non pittura.„

A Verdi non sarebbe dispiaciuto musicare _l’Amleto_: Giulio Carcano

desiderava di approntargli il libretto.

Nel ’48, allorchè il Carcano accompagnava il marchese Anselmo

Guerrieri-Gonzaga a Parigi in una missione politica, vi s’incontrò

con Verdi: e il nuovo incontro fu affettuosissimo e ravvivò ancor

più l’amicizia. La Maffei avvertiva Giulio Carcano ogni volta che il

maestro passava per Milano, affinchè si trovassero da lei insieme,

nelle prime ore della sera, quando riceveva nel suo salotto solo i

più intimi, gli _andeghée_ (i _parrucconi_) secondo la definizione

meneghina d’uno di loro, uomo di spirito.

E i più intimi qualche volta giocavano alle carte!... Carlo Tenca (del

quale ci occuperemo più innanzi) ricordava nel 1869 alla contessa

quel piccolo gruppo solitario di giocatori d’occasione, fra’ quali

primeggiava colla sua vigorosa testa di artista creatore Giuseppe

Verdi. A proposito del lieto successo del _Don Carlo_, che si

rappresentava alla Scala, e accennando non senza pungente tristezza

agli oltraggi che un velenoso giornale distribuiva allora a intemerati

uomini di parte moderata, il nobile patriota così scriveva da Firenze

all’amica gentile:

“Leggo nei giornali che Verdi è a Milano e vi è stato accolto con

festa. Manco male che per l’arte musicale il pubblico mostri un

po’ di quella reverenza che non ha per altre cose. E fortunato il

Verdi, il quale può diventare milionario senza suscitare l’invidia

e la malevolenza degli stolti e dei bricconi. Quanti valentuomini

invece fanno fatica a vivere poveramente e si beccano il titolo

di ladri e di furfanti! M’immagino ch’egli verrà ogni sera da voi

nelle ore dedicate agli _andeghée_, e chi sa che non si risusciti

il tresette come si aveva costume di fare tanti anni addietro! A

pensarci, sono davvero tanti questi anni trascorsi dal tempo in cui

si passava con Verdi un’oretta bisticciando al tavolino colle carte

in mano. Suppergiù, un quarto di secolo!„

Giulio Carcano era ciò che Mazzini diceva di Carlo Bini: era

un’_anima_. Egli visse solo pei più nobili affetti. Impossibile

immaginare una macchia, una volgarità in quel carattere, che amava

con purezza e devozione Dio, l’Italia, la famiglia, gli amici, il

popolo, l’arte. Patrizio d’una famiglia originaria di Como, inscritta

nella nobiltà milanese fin dal secolo XII, egli faceva onore al motto

del suo stemma, che pareva trovato per lui: _Sine macula et nive

candidior_. Questo discendente di feudatari palpitava per gli umili,

ne descriveva le miserie con tenerezza quando il socialismo non le

sollevava ancora con brutalità. Coloro i quali lo accusavano (e lo

deridevano persino!) della sua facile commozione, non sapevano che

questa nasceva al cospetto di dolori veri, dei dolori delle classi

diseredate, di tutta la lunga schiera degli infelici, “al duro mondo

ignoti.„ Certe sue storie mestissime non sono inventate, no; il fondo

n’è vero, pur troppo! Non gli fu certo estraneo l’esempio del Manzoni,

narratore anch’egli di due contadini oppressi dai prepotenti: e neppure

un altro modello _Il Vicario_ di Goldsmith: ma il sentimento gli

sgorgava spontaneo, sincero. Quel suo modo di scrivere sommesso come un

affettuoso consiglio materno era adatto per insinuarsi nei cuori. Egli

vedeva il mondo attraverso un velo di lagrime; pur non gli mancavano

i fieri ardimenti e nell’arte e nella politica. Nella politica, alla

vigilia delle Cinque Giornate spiegò un coraggio che la storia milanese

ricorda; nell’arte, mostrò più che coraggio; si cimentò con Shakespeare

traducendolo da cima a fondo.

Clara Maffei nutriva per Giulio Carcano come per Verdi profonda

amicizia di sorella. Vedremo uniti questi due nomi, invocati quasi come

genj tutelari, in una sua dolorosa risoluzione.

A Milano, la Maffei accoglieva una società svariatissima; a Clusone,

invece, nella propria casa di villeggiatura, si limitava agli amici

più intimi e a persone del luogo e dei dintorni formando ivi pure un

salotto, molto semplice, peraltro, e modesto.

Clusone giace lontano una trentina di chilometri da Bergamo, in bella

posizione, al vivo bacio dell’aria de’ monti, quell’aria purissima,

salubre, dal Parini tanto invocata a Milano, e che ridava vigore

alla contessa spesso stanca rifinita dai lunghi ricevimenti in

città. Scavando nel suolo, si trovarono lapidi romane che attestano

dell’antichità e dell’operosità del luogo. Una di esse accenna a un

prefetto romano, dimorante a Clusone e incaricato di presiedere a una

fabbrica d’armi. Il Fanzago lasciò in Clusone, sua patria, uno dei

famosi orologi da lui costrutti. E chi non conosce l’ampio affresco

dipinto nel Quattrocento in un lato esterno dell’antico oratorio dei

Disciplini consacrato a san Bernardino da Siena? In alto della pittura,

emerge il trionfo della Morte; al basso, una danza macabra; pagina di

consolazione ai miseri, che vedono trascinati ed eguagliati nel ballo

spaventevole i potenti e i felici. Ma il tempo, critico inesorabile,

cancella a poco a poco la ridda funerea, degna dei foschi eremitaggi

settentrionali, e che contrasta troppo colla letizia del cielo

italiano, colla pace dei dintorni.

Il salotto della contessa Maffei e la società milanese (1834-1886) · 第 19 / 77 题