MILANO PRIMA DEL 1848.

Idee di Francesco I e idee di Metternich. — Un giudizio di Massimo

d’Azeglio. — Incoronazione di Ferdinando I. — L’improvvisatore

Bindocci. — La Ristori. — Un brindisi dell’Imperatore e un

altro di Andrea Maffei. — Il pittore Molteni. — Musicisti della

società elegante. — Rossini. — Mercadante. — Poesia patriottica

del Rajberti. — La contessa Samoyloff e le sue eccentricità. —

L’ispiratrice della _Sonnambula_. — Luciano Manara.

Non ostante i drammi lagrimosi del romanticismo, de’ quali il pubblico

si pasceva, come più serena d’ora vivevano i nostri padri la vita!

Al punto in cui siamo col racconto, la preoccupazione politica (meno

poi la preoccupazione sociale ch’era _in mente Dei_) non turbava

l’andamento patriarcale delle adunanze o delle famiglie. Tutto scendeva

tranquillo per la sua china.

“Milano deve cadere. Cercherò che cada lentamente.„ — Così Francesco I

diceva al conte Confalonieri, appena distrutto quel Regno Italico che

avea avvezzato Milano alle grandigie d’una capitale. E Milano tornò

qual’era, una primaria città di provincia, onorata da alti ingegni e

da fieri caratteri che aspiravano all’indipendenza. Il processo dei

carbonari del ’21 fu un uragano funereo, ma fugace, nella placida città.

Tranne quel processo, che si chiuse cogli orrori dello Spielberg, il

Governo allora non bistrattava la città che, dissanguata dalle guerre

napoleoniche, desiderava il lavoro proficuo, la pace. Milano continuava

a ritrarre la sua opulenza dall’essere un gran centro agricolo. Non

emergeva ancora nelle industrie, alle quali si slanciò solo dopo il

’60, un po’ a discapito, forse e senza forse, degli studii letterarii,

degli studii di lusso, come altri li chiama.... Tuttavia, fin d’allora,

impiantava qualche industria, la cui ditta acquistò poi nome europeo,

come la fabbrica di porcellana detta di San Cristoforo ora Richard

sorta nel 1836. L’illuminazione a gas cominciò nel 1832 col rischiarare

dapprima la Galleria De Cristoforis, sotto i cui cristalli Tommaso

Grossi e altri letterati passeggiavano conversando, senza troppo

invidiare ai palazzi incantati dell’Ariosto. La seconda strada ferrata

d’Italia venne inaugurata fra Milano e Monza il 18 agosto 1840 (la

prima era stata inaugurata a Napoli), e parve un prodigio.

Massimo d’Azeglio lasciò ne’ _Miei ricordi_ una pittura quasi idillica

della Milano d’allora. Egli, lo spirito insofferente di vincoli,

non trova in Milano “quell’abuso di regolarità, di formalità, di

distinzioni sociali, di gesuitismo; quella mancanza assoluta d’ogni

sintomo di energia e di vita„ che l’opprimevano a Torino. I Milanesi

amavano sopratutto il teatro; e il governo di Vienna li faceva godere

colle ballerine, co’ cantanti, profondendo al teatro alla Scala ricche

doti alle quali gli accorti impresarii, col pretesto delle spese,

domandavano laute appendici; e le appendici venivano sempre concesse.

“È duopo ravvisare (nota Massimo d’Azeglio ne’ _Miei ricordi_) quanta

fosse la finezza e l’avvedutezza del governo austriaco. Esso, si può

dire, ha governato per tanti anni la Lombardia per mezzo del teatro

della Scala. E, bisogna dirlo, fino ad una certa epoca vi è riescito

bene.„

Peraltro, Metternich, in un memoriale diretto a Francesco I da Graz

nel 1817, mostrava al suo sovrano la necessità di scendere ad altre

concessioni per appagare lo spirito pubblico e l’amor proprio delle

provincie lombarde, dando a queste un’amministrazione che “provasse

agl’Italiani che non si volea trattarli alla medesima stregua delle

provincie tedesche della monarchia e che non si voleva fonderle con

esse.„ Aggiungeva che bisognava “conquistare il clero e gli scrittori

che esercitano la più grande influenza sull’opinione pubblica.„ Ma

come in ciò s’ingannava! Se qualche parte del clero s’inchinò servile,

gli scrittori quasi tutti tennero alta la fronte. Onore ai letterati

italiani, che sfidando povertà, carceri, patiboli, infusero a poco a

poco, con lavorìo lento ma infallibile, nelle masse il sentimento della

patria!

L’incoronazione di Ferdinando I nel 6 settembre del 1838 a Milano,

diede luogo a feste sontuose che Milano ricorda tuttora. Il monarca era

accompagnato da un ricco, lentissimo, interminabile corteo di cavalli

e cavalieri, di ciambellani, di guardie nobili, d’araldi, di carrozze,

una delle quali (quella del rettor magnifico di Pavia) cigolò colla

nota più acuta per tutto il lungo percorso. Stanco, oppresso dalla

fatica delle cerimonie, Sua Maestà cinse la Corona ferrea in mezzo al

Duomo, che appariva trasformato in una spettacolosa scena di teatro

mercè il talento del Sanquirico scenografo della Scala, eletto ad

addobbarlo per la circostanza solennissima.

La decorazione d’archi gotici, di baldacchini per l’Imperatore, pei

cardinali, pei vescovi, pei diplomatici intervenuti; di panneggiamenti

rossi e celesti, di veli, di dorature, d’angioli, di Fame colle trombe

in bocca, d’aquile, corone, bandiere, piume bianche, lampadarii, tutto

quel subisso coreografico strappò gridi di meraviglia alla moltitudine

che accorse per più settimane ad ammirare; e suscitò il felice frizzo

satirico d’un ignoto. Un’accademia di poesia estemporanea venne

offerta alla cittadinanza dal Bindocci nel ridotto del teatro alla

Scala. All’improvvisatore fu dato, fra gli altri, il tema del _Duomo

decorato_; e un ignoto gli suggerì che ogni strofa suonasse con un

ritornello accettato subito dal vate:

Santo Iddio!... Che bella cosa!...

Chissà quanto costerà!...

Alla Scala, ballava la Cerrito; al teatro Re, recitava Amalia Bettini,

paragonata dalla _Revue des Deux Mondes_ alle più acclamate attrici

francesi. Al teatro Carcano, la Marchionni, il Vestri, la Robotti, la

Ristori, e un’attrice di effetto, la Romagnoli, rapivano il pubblico

affollato. Il maestro Vaccaj fece eseguire alla Scala un suo inno per

l’Imperatore. Balli, divertimenti, luminarie, acclamazioni dappertutto.

Sul corso di Porta Romana, il conte Francesco Annoni, comandante della

guardia nobile improvvisata per la circostanza, illuminò la facciata

del proprio palazzo con tale sfarzo che la fantasia popolare vi scorse

persino non so quale favolosa miriade di brillanti sulle cornici

delle finestre!... Nel gran banchetto ufficiale a Corte, Ferdinando

si alzò pallido, commosso, e brindò ai buoni sudditi Lombardo-Veneti,

bevendo nella coppa della regina Teodolinda. E per contrasto ai lauti

banchetti, nella mostra di belle arti a Brera, tre pittori esposero tre

spaventevoli conti Ugolini morenti di fame coi figliuoli. I pittori

andavano a gara a dipingere ritratti del nuovo coronato; ma il più bel

ritratto fu dipinto dal Molteni, nella cui casa, fra i lieti calici,

Andrea Maffei espresse (dice un cronista del tempo) “in leggiadrissimi

versi il comune tripudio.„

Il Molteni fu rimproverato un giorno di amare un po’ troppo i colori

della bandiera imperiale: ma egli pronto rispose: “Cari miei, la

pittura non ha _colore_!„

Nelle famiglie si canta, si suona. La società milanese, nell’epoca che

tocco, è una società filarmonica per eccellenza. Molti nobili coltivano

la musica al punto da ingelosire gli artisti di mestiere. La famiglia

Belgiojoso è tutta una famiglia d’artisti: il principe Emilio incanta

colla sua voce di tenore; il conte Pompeo possiede tal voce di basso

che Gioachino Rossini lo vuole a Bologna per eseguire il suo _Stabat

Mater_: il conte Antonio compone notturni, oratorii, messe e _La figlia

di Domenico_, operetta che rappresenta al teatro Re. La contessa Rosa

Bargnani delizia col suo canto di soprano i molti che sollecitano

l’onore d’essere accolti nelle sue sale. Essa rappresenta il tipo più

internazionale che si possa immaginare; ateniese il nonno, inglese il

padre, italiana la madre sua: e delle statue greche essa ha il profilo;

delle donne inglesi, la chioma bionda; delle italiane, il fuoco; Andrea

Maffei le consacra un’elegante canzone sulla musica, e la contessa

Clara la copre di baci, nutrendo per lei un’amicizia che il tempo non

farà illanguidire.

La contessa Francesca Nava, nata marchesa d’Adda, autrice di varii

pezzi per piano e due salmi a quattro voci con accompagnamento di

organo, emerge quale pianista. Cirilla Cambiasi-Branca è chiamata “il

Liszt delle pianiste lombarde.„ Essa è la primogenita di quel Paolo

Branca, nella cui casa convengono tutte le Muse, il canto di Matilde

Juva sembra quello d’un angelo: più tardi delizierà anche i superbi

ricevimenti di Napoleone III alle Tuileries.

E don Diego Araciel, violinista e contrappuntista impeccabile? E don

Giovanni Balabio, mecenate e suonatore di flauto da gareggiare con

un magno professore, il Rabboni? E il conte Castelbarco autore di

sei duetti per violini, di dodici quartetti e dodici quintetti, d’un

trio per violino, viola e violoncello, d’una sinfonia e delle _Sette

parole_ della Creazione per grande orchestra e canto?... Tutta musica

dimenticata; ma allora occupava i gentiluomini, la società milanese, la

società italiana.

Pietro de Moyana rappresentò al teatro Carcano una farsa musicale,

_Emma di Fondi_. Un abate, Giuseppe Prina, e il nobile Giovanni

Sala, violinista e compositore di ballabili, emergevano anch’essi

nella schiera musicale. Il Sala faceva ballare coi suoi valzer i più

graziosi piedini; Carlo Besana colla sua voce di basso facea tremare

le finestre delle case dove era ricevuto cogli onori d’un principe.

Altri bassi dilettanti in voga si chiamavano Lotterio e Battezzati,

festeggiatissimi nelle famiglie dove si giuocava alla tombola. Men

festeggiato dall’alta società erettasi ad Areopago fu, alla Scala,

il conte Marco Aurelio Marliani, che vi rappresentò la sua opera

_Ildegonda_, ispirata dalla novella del Grossi. Il duca Giulio Litta,

squisito gentiluomo che molti di noi hanno conosciuto, a questo tempo

era assai giovane, ma già segnalavasi per la sua passione alla musica.

Tutte, o quasi tutte le signore e i signori filarmonici più cospicui

andavano in casa Maffei dove si tenevano spesso ammiratissimi concerti

specialmente in onore dei forestieri illustri che vi erano presentati.

Gli anni ’37 e ’38 restarono famosi per la quantità di cantanti e di

maestri convenuti a Milano, fra cui il gran Rossini.

Si racconta una delle scene più gioconde di Rossini a Milano; una

scenetta del tempo (anteriore a questo) in cui il maestro capitava

provvisto di tutta la sua gajezza. Egli con Bellini e Mercadante si

trovava una sera all’osteria dell’Aquila. Nell’uscire, fecero una

scommessa per vedere chi dei tre era capace di camminare dugento passi

su un piede solo. Bellini non potè reggere e cadde; Rossini si sostenne

a stento; Mercadante toccò glorioso la meta. Fanciullaggini, ma sono

indizi del filosofico buon umore che allora rallegrava la vita.

In un banchetto offerto nel 1838 in onore dell’autor del _Barbiere di

Siviglia_, il Rajberti lesse una poesia milanese che fra le barzellette

gittava un’ardita nota patriotica sull’Italia ancor madre di grandi:

Sâl, sur Rossini, cossa gh’hoo de di’?

Che sta povera donna strapazzada,

Serva strasciada che la perd i tocch,

Dopo che la n’ha faa tanta sventrada,

Adess de Omoni ne fa troppi pocch:

Ma quij pocch che la fa, per la Madona!

Hin ancamò i fiœu de la padrona.[4]

Questa poesia sollevò entusiasmo. Tutti la copiavano, e la facevano

girare manoscritta. La contessa Maffei volle che il Rajberti gliela

trascrivesse egli medesimo nell’album, dove la leggo per intero.

Il Rajberti improvvisava al Caffè Cova satire contro coloro che si

sbracciavano per adulare lo straniero; lo scultore Pompeo Marchesi, fra

gli altri, non isfuggì a quegli strali che ferivano anche i buoni e

gl’innocenti. L’aureo Gherardini (amico anche questi di casa Maffei) fu

preso di mira dal Rajberti; perciò, quand’egli seppe che il suo crudele

persecutore per un insulto d’apoplessia perdette la favella, non potè

frenarsi dall’esclamare: “Ne ha tanto abusato!„

Gli ufficiali austriaci venivano specialmente accolti nella casa della

contessa Samoyloff e in quella di Giuditta Turina, ispiratrice di

Vincenzo Bellini.

La contessa Giulia Samoyloff fu una delle figure più singolari della

società non solo milanese, ma europea per le sue simpatie, per le sue

stranezze, per le beneficenze. Merita che se ne tracci il profilo.

Nata in Russia nel luglio 1803, dal conte Pahlen, capo dei congiurati

che strangolarono lo czar Paolo I, è allevata coi principi del sangue

imperiale alla Corte di Pietroburgo. Suo marito Samoyloff muore presto;

ed ella cerca e trova conforto a Milano, dove si conduce per la sua

amicizia e parentela colla casa ducale Litta, dalla quale riceve un

assegno di centomila lire all’anno lasciatele da un Litta, ammiraglio

ai servigi della Russia e suo congiunto. Entra nella nostra società

in un sontuoso ballo mascherato che un gran signore magiaro, il conte

Giuseppe Batthiany, offre ai nobili di Milano: ella veste il pittoresco

costume di contadina russa col cappello dal velo piovente fino a

terra, abito rosso, maniche bianche. Alta, di forme opulente, dalle

chiome corvine, dagli occhi d’un color verdastro più che voluttuoso,

attira l’attenzione fra altre bellezze superbe, e l’Hayez la ritrae.

Appassionata pei cani, ne alleva nel suo ricco appartamento di via

Borgonuovo, un gran numero; si ricordano ancora i funerali da lei

ordinati in onore d’una cagnolina,

Vergine cuccia delle Grazie alunna,

la cui salma fu accompagnata all’ultima dimora in giardino, da un

corteo indisciplinato di altre cagne e cani, raccolti fra gli amici

per rendere più solenni le estreme onoranze. Si parla ancora di una

mascherata di gatti che l’eccentrica contessa lanciò per il corso un

giovedì grasso, sotto un furiosissimo diluvio di coriandoli, de’ quali,

nei carnevaloni avanti il ’48, si faceva un getto immenso, fantastico.

Gelosa conservatrice delle sue carni, si bagna religiosamente ogni

mattina in una vasca di latte. Non capisce nulla nulla di musica, e

piglia fuoco per ogni musicista. S’innamora d’un oscuro baritono, bel

giovane, certo Pery che a Como strilla alla peggio la parte di Carlo

V nell’_Ernani_, e vuole sposarlo. Il “sommo Carlo„ sembra pazzo di

gioia: immaginarsi che il pover’uomo passa dai digiuni forzati in

una topaja alle sontuose mense della contessa in un appartamento

principesco. Ma la contessa è condannata per augusti voleri a scontare

il suo capriccio nuziale. Da questo momento, viene esclusa da ogni

ricevimento a Corte: lo scandalo è enorme. Morto anche il baritono, per

essere accolta di nuovo a Corte, la Samoyloff sceglie a terzo marito

un conte dal quale si divide presto: prima si era accesa anche per il

maestro Pacini, che dimenticò per lei la sospirosa principessa Paolina

Borghese. I legami colla Samoyloff non giovarono troppo al buon nome

dell’autor della _Saffo_; e i milanesi lo punirono fischiando le sue

opere. Fra gl’intimi amici dell’eccentrica dama, va annoverato anche

Giangiacomo Pezzi, di cui si ricorda ancora il giornaletto _I fiori_,

perch’egli v’intercalava in ogni numero fervidi omaggi poetici alle

sue dive. Questo Giangiacomo Pezzi (figlio di Francesco Pezzi, il

giornalista) avea raccolto un’eredità da uno zio mercante di porpore

e, per reggere col lusso della Samoyloff, la sciupò tutta sfoggiando

persino nell’intimità della cucina secchie d’argento. Un giorno, la

contessa Samoyloff si trova nel salotto Maffei colla poetessa Giulietta

Pezzi, sorella del tenero amico suo. Vederla, baciarla e sciogliersi

in pianto per il dolce ricordo ch’ella le ridesta, è un punto solo. Se

la stringe al cuore e più al suo volto.... ahimè con effetti pittorici

veramente lagrimevoli; perchè quando la giovane scrittrice si toglie

da lei, i presenti notano un doppio curioso spettacolo: il viso di

Giulietta tinto di nero; e il viso della Samoyloff rigato da grosse

lacrime dello stesso colore. La dama russa usava tingersi copiosamente,

disperatamente, col nero-fumo le ciglia e le sopracciglia.... Questa

manìa non l’abbandonò neppure in punto di morte. Sentendosi vicina a

morire, supplicò la cameriera di tingerle dopo morta le sopracciglia

con ogni diligenza, perchè altri non s’accorgesse che erano incanutite.

Non avendo figli, la Samoyloff aveva adottato una figlia del Pacini e

un’altra ragazza che prima andò sposa al colonnello austriaco Aspas

e poi al fratello del baritono di Como, Pery. Molti ridevano di lei,

ma molti altri la benedicevano. Nessun povero partiva dalle sue sale

colle mani vuote. Quanti inventavano affanni e tragedie domestiche per

commuoverla e strapparle sussidii! Una casa bancaria *** arricchita nel

ladresco arruffio del periodo francese, venne salvata dal fallimento

mercè la misericordia della Samoyloff.

A scopo di beneficenza, la dama russa volle recitare una sera al Teatro

Re nelle _Prime armi di Richelieu_; mentre il canonico Ambrosoli

(noto anche per una predica eloquente tenuta in Roma a favore degli

Israeliti) sedeva alla porta d’ingresso per raccogliere le offerte dei

generosi.

Spendendo ingenti somme in balli sfolgoranti, in cene, in beneficenze,

la Samoyloff si trovava qualche volta in possesso di pochi napoleoni

d’oro; eppure elargiva anche quelli ai supplicanti. Signora degna

d’un trono pei modi squisiti, li spiegava tanto cogli ospiti più

ragguardevoli quanto coi poverelli. E lo sapevano i molti suoi servi,

incliti ladri, e il suo guardaportone ch’era un patrizio impoverito,

l’ultimo (dicevasi) dei Pusterla.

La contessa Giulia Samoyloff morì a settantadue anni, nel 1875 a

Parigi. Côlta una notte da malore mortale, se ne stava tutta sola

nella sua camera con un cane; e questa povera bestia, accortasi del

pericolo, corse ad avvertire uno degli amici di casa, uno dei tanti

beneficati, che non volendo lasciare in balìa dei domestici la propria

benefattrice, dormiva vicino a lei, pronto ad ogni soccorso. Il

cane saltò sul divano dov’egli riposava; senza abbajare, lo svegliò

raspandogli il petto, e gli fece capire che una sventura stava per

succedere; e ciò con un sentimento, con un’espressione quasi umana.

Morendo, la contessa Giulia Samoyloff lasciò ogni ricchezza all’ultimo

suo compagno, un medico di Tolone; gli lasciò persino i ricami ch’ella

soleva eseguire con arte sopraffina, mentre un giovane milanese

(appunto quel beneficato ora professore di musica a Milano) andava

leggendole libri e giornali nelle ore consacrate alla lettura.

Nel salotto Maffei, la Samoyloff andò solo nei primi anni allorchè esso

era letterario, artistico ed elegante. Quando il carattere patriottico

del salotto cominciò ad accentuarsi, ella non vi comparve più, non

venne più ricevuta.

Clara Maffei non accoglieva alcun ufficiale del presidio austriaco,

per quanto d’alto splendore di natali e per quanto colto: la contessa

Samoyloff, invece, ne riceveva tutta una schiera, anche per il gusto di

conversare nell’idioma di Goethe in cui era maestra.

La Maffei sorridendo raccontava un aneddoto riguardo a un giovane

ufficiale austriaco che desiderava (prima del ’48, si noti) di farle

una visita. La contessa gli fece rispondere che non _c’era mai_.

Qualche giorno dopo, mentr’ella si trova sulla via a passeggio

con un’amica, incontra l’ufficiale. E questi, che conosce l’amica

l’avvicina e fattole un rispettoso saluto, le dice:

— Come mai, signora, se ne _va tutta sola_?

Giuditta Turina, milanese, non istruita come la Samoyloff (che parlava

e scriveva cinque lingue), potea vantarsi d’aver posseduto anch’ella

il suo Pacini; anzi il fortunato rivale del Pacini; il creatore della

_Norma_ e della _Sonnambula_.

Era bella, di statura piuttosto alta, di capelli ed occhi castani

scuri. Venne sposata sedicenne dal padre (un Cantù di Pavia,

negoziante di sete) a Ferdinando Turina, possessore di vasti terreni

a Casalbuttano, generoso verso i poveri ma di modi poco raffinati.

La giovane sposa s’incontrò una sera con Vincenzo Bellini a Genova,

al teatro Carlo Felice, nel palco d’una dama ligure, la marchesa de’

Lomellini Tulot; e si accese subito per lui. Cominciati a Genova, i

loro amori divamparono a Milano, a Napoli, e nei silenzi di Moltrasio

sul lago di Como.

Un fratello del marito lo persuase finalmente a separarsi da una donna

ch’egli non potea render felice. La divisione avvenne, ma senza scene,

senza scandali.

Al pari della contessa Samoyloff, Giuditta Turina non ebbe figli. Del

marito non parlava mai con disprezzo: tutt’altro. Alla morte di lui

si mostrò costernata (benchè non lo vedesse da quasi mezzo secolo)

e vestì il lutto più stretto. I suoi vecchi visitatori si sentirono

allora in obbligo di recarsi tutti a confortarla là, in via Verri,

nelle sue stanze a pian terreno, che mettevano in un piccolo giardino.

Il 1.º dicembre 1871, questa notissima signora (che la contessa Maffei

solo appena salutava per via) morì settuagenaria. Sia pace alla sua

anima che in fondo era buona, e che inspirò un miracolo di grazia e di

sentimento: _La Sonnambula!_

Una pennellata al quadro della società milanese prima del ’40, è data

da una lettera di Giulio Carcano:

“Una celebre dama russa, le sue carrozze, i suoi cani erano il soggetto

di mille discorsi. Molti signori sfoggiavano l’imitazione delle mode

inglesi e francesi; e accanto a queste novità, si mantenevano in certe

famiglie patrizie le antiche abitudini, le tradizioni di rispetto, di

cerimonia, d’un certo sussiego spagnuolo, temperato dalla bonarietà

ambrosiana. I gentiluomini bigotti e bonarii permettevano ai figli di

ballare, ma dopo la recita del rosario.„

Ho qui dinanzi tutta una serie di briose lettere inedite di Luciano

Manara, bellissima natura leonina, una delle più splendide che onorino

la razza italiana. Son lettere famigliari alla donna gentile che portò

degnamente quel nome glorioso. Esse rivelano parte dei costumi della

società e mostrano la calma del periodo che precedette il ’48; quel

sereno che non faceva sospettare la tempesta. Allora Luciano Manara

veniva chiamato per la sua squisita eleganza il _milordino_.

Alcuni, ligii al passato, abborrivano con orrore dalle mode di cui

parla Giulio Carcano. Andava famoso per Milano un ricco sacerdote,

Ferdinando Della Croce, il quale conservò sino all’ultimo giorno di sua

vita (che fu il 28 marzo 1855) la zazzera incipriata in uso fra gli

ecclesiastici nel Settecento: si può vederlo nella copiosa galleria dei

ritratti dell’Ospedale maggiore di Milano ch’egli beneficò morendo.

E ora che abbiamo osservato i dintorni del salotto Maffei,

ritorniamovi: vi va Luciano Manara, e un eccelso amico di questi:

Giuseppe Verdi.

Il salotto della contessa Maffei e la società milanese (1834-1886) · 第 17 / 77 题