Idee di Francesco I e idee di Metternich. — Un giudizio di Massimo
d’Azeglio. — Incoronazione di Ferdinando I. — L’improvvisatore
Bindocci. — La Ristori. — Un brindisi dell’Imperatore e un
altro di Andrea Maffei. — Il pittore Molteni. — Musicisti della
società elegante. — Rossini. — Mercadante. — Poesia patriottica
del Rajberti. — La contessa Samoyloff e le sue eccentricità. —
L’ispiratrice della _Sonnambula_. — Luciano Manara.
Non ostante i drammi lagrimosi del romanticismo, de’ quali il pubblico
si pasceva, come più serena d’ora vivevano i nostri padri la vita!
Al punto in cui siamo col racconto, la preoccupazione politica (meno
poi la preoccupazione sociale ch’era _in mente Dei_) non turbava
l’andamento patriarcale delle adunanze o delle famiglie. Tutto scendeva
tranquillo per la sua china.
“Milano deve cadere. Cercherò che cada lentamente.„ — Così Francesco I
diceva al conte Confalonieri, appena distrutto quel Regno Italico che
avea avvezzato Milano alle grandigie d’una capitale. E Milano tornò
qual’era, una primaria città di provincia, onorata da alti ingegni e
da fieri caratteri che aspiravano all’indipendenza. Il processo dei
carbonari del ’21 fu un uragano funereo, ma fugace, nella placida città.
Tranne quel processo, che si chiuse cogli orrori dello Spielberg, il
Governo allora non bistrattava la città che, dissanguata dalle guerre
napoleoniche, desiderava il lavoro proficuo, la pace. Milano continuava
a ritrarre la sua opulenza dall’essere un gran centro agricolo. Non
emergeva ancora nelle industrie, alle quali si slanciò solo dopo il
’60, un po’ a discapito, forse e senza forse, degli studii letterarii,
degli studii di lusso, come altri li chiama.... Tuttavia, fin d’allora,
impiantava qualche industria, la cui ditta acquistò poi nome europeo,
come la fabbrica di porcellana detta di San Cristoforo ora Richard
sorta nel 1836. L’illuminazione a gas cominciò nel 1832 col rischiarare
dapprima la Galleria De Cristoforis, sotto i cui cristalli Tommaso
Grossi e altri letterati passeggiavano conversando, senza troppo
invidiare ai palazzi incantati dell’Ariosto. La seconda strada ferrata
d’Italia venne inaugurata fra Milano e Monza il 18 agosto 1840 (la
prima era stata inaugurata a Napoli), e parve un prodigio.
Massimo d’Azeglio lasciò ne’ _Miei ricordi_ una pittura quasi idillica
della Milano d’allora. Egli, lo spirito insofferente di vincoli,
non trova in Milano “quell’abuso di regolarità, di formalità, di
distinzioni sociali, di gesuitismo; quella mancanza assoluta d’ogni
sintomo di energia e di vita„ che l’opprimevano a Torino. I Milanesi
amavano sopratutto il teatro; e il governo di Vienna li faceva godere
colle ballerine, co’ cantanti, profondendo al teatro alla Scala ricche
doti alle quali gli accorti impresarii, col pretesto delle spese,
domandavano laute appendici; e le appendici venivano sempre concesse.
“È duopo ravvisare (nota Massimo d’Azeglio ne’ _Miei ricordi_) quanta
fosse la finezza e l’avvedutezza del governo austriaco. Esso, si può
dire, ha governato per tanti anni la Lombardia per mezzo del teatro
della Scala. E, bisogna dirlo, fino ad una certa epoca vi è riescito
bene.„
Peraltro, Metternich, in un memoriale diretto a Francesco I da Graz
nel 1817, mostrava al suo sovrano la necessità di scendere ad altre
concessioni per appagare lo spirito pubblico e l’amor proprio delle
provincie lombarde, dando a queste un’amministrazione che “provasse
agl’Italiani che non si volea trattarli alla medesima stregua delle
provincie tedesche della monarchia e che non si voleva fonderle con
esse.„ Aggiungeva che bisognava “conquistare il clero e gli scrittori
che esercitano la più grande influenza sull’opinione pubblica.„ Ma
come in ciò s’ingannava! Se qualche parte del clero s’inchinò servile,
gli scrittori quasi tutti tennero alta la fronte. Onore ai letterati
italiani, che sfidando povertà, carceri, patiboli, infusero a poco a
poco, con lavorìo lento ma infallibile, nelle masse il sentimento della
patria!
L’incoronazione di Ferdinando I nel 6 settembre del 1838 a Milano,
diede luogo a feste sontuose che Milano ricorda tuttora. Il monarca era
accompagnato da un ricco, lentissimo, interminabile corteo di cavalli
e cavalieri, di ciambellani, di guardie nobili, d’araldi, di carrozze,
una delle quali (quella del rettor magnifico di Pavia) cigolò colla
nota più acuta per tutto il lungo percorso. Stanco, oppresso dalla
fatica delle cerimonie, Sua Maestà cinse la Corona ferrea in mezzo al
Duomo, che appariva trasformato in una spettacolosa scena di teatro
mercè il talento del Sanquirico scenografo della Scala, eletto ad
addobbarlo per la circostanza solennissima.
La decorazione d’archi gotici, di baldacchini per l’Imperatore, pei
cardinali, pei vescovi, pei diplomatici intervenuti; di panneggiamenti
rossi e celesti, di veli, di dorature, d’angioli, di Fame colle trombe
in bocca, d’aquile, corone, bandiere, piume bianche, lampadarii, tutto
quel subisso coreografico strappò gridi di meraviglia alla moltitudine
che accorse per più settimane ad ammirare; e suscitò il felice frizzo
satirico d’un ignoto. Un’accademia di poesia estemporanea venne
offerta alla cittadinanza dal Bindocci nel ridotto del teatro alla
Scala. All’improvvisatore fu dato, fra gli altri, il tema del _Duomo
decorato_; e un ignoto gli suggerì che ogni strofa suonasse con un
ritornello accettato subito dal vate:
Santo Iddio!... Che bella cosa!...
Chissà quanto costerà!...
Alla Scala, ballava la Cerrito; al teatro Re, recitava Amalia Bettini,
paragonata dalla _Revue des Deux Mondes_ alle più acclamate attrici
francesi. Al teatro Carcano, la Marchionni, il Vestri, la Robotti, la
Ristori, e un’attrice di effetto, la Romagnoli, rapivano il pubblico
affollato. Il maestro Vaccaj fece eseguire alla Scala un suo inno per
l’Imperatore. Balli, divertimenti, luminarie, acclamazioni dappertutto.
Sul corso di Porta Romana, il conte Francesco Annoni, comandante della
guardia nobile improvvisata per la circostanza, illuminò la facciata
del proprio palazzo con tale sfarzo che la fantasia popolare vi scorse
persino non so quale favolosa miriade di brillanti sulle cornici
delle finestre!... Nel gran banchetto ufficiale a Corte, Ferdinando
si alzò pallido, commosso, e brindò ai buoni sudditi Lombardo-Veneti,
bevendo nella coppa della regina Teodolinda. E per contrasto ai lauti
banchetti, nella mostra di belle arti a Brera, tre pittori esposero tre
spaventevoli conti Ugolini morenti di fame coi figliuoli. I pittori
andavano a gara a dipingere ritratti del nuovo coronato; ma il più bel
ritratto fu dipinto dal Molteni, nella cui casa, fra i lieti calici,
Andrea Maffei espresse (dice un cronista del tempo) “in leggiadrissimi
versi il comune tripudio.„
Il Molteni fu rimproverato un giorno di amare un po’ troppo i colori
della bandiera imperiale: ma egli pronto rispose: “Cari miei, la
pittura non ha _colore_!„
Nelle famiglie si canta, si suona. La società milanese, nell’epoca che
tocco, è una società filarmonica per eccellenza. Molti nobili coltivano
la musica al punto da ingelosire gli artisti di mestiere. La famiglia
Belgiojoso è tutta una famiglia d’artisti: il principe Emilio incanta
colla sua voce di tenore; il conte Pompeo possiede tal voce di basso
che Gioachino Rossini lo vuole a Bologna per eseguire il suo _Stabat
Mater_: il conte Antonio compone notturni, oratorii, messe e _La figlia
di Domenico_, operetta che rappresenta al teatro Re. La contessa Rosa
Bargnani delizia col suo canto di soprano i molti che sollecitano
l’onore d’essere accolti nelle sue sale. Essa rappresenta il tipo più
internazionale che si possa immaginare; ateniese il nonno, inglese il
padre, italiana la madre sua: e delle statue greche essa ha il profilo;
delle donne inglesi, la chioma bionda; delle italiane, il fuoco; Andrea
Maffei le consacra un’elegante canzone sulla musica, e la contessa
Clara la copre di baci, nutrendo per lei un’amicizia che il tempo non
farà illanguidire.
La contessa Francesca Nava, nata marchesa d’Adda, autrice di varii
pezzi per piano e due salmi a quattro voci con accompagnamento di
organo, emerge quale pianista. Cirilla Cambiasi-Branca è chiamata “il
Liszt delle pianiste lombarde.„ Essa è la primogenita di quel Paolo
Branca, nella cui casa convengono tutte le Muse, il canto di Matilde
Juva sembra quello d’un angelo: più tardi delizierà anche i superbi
ricevimenti di Napoleone III alle Tuileries.
E don Diego Araciel, violinista e contrappuntista impeccabile? E don
Giovanni Balabio, mecenate e suonatore di flauto da gareggiare con
un magno professore, il Rabboni? E il conte Castelbarco autore di
sei duetti per violini, di dodici quartetti e dodici quintetti, d’un
trio per violino, viola e violoncello, d’una sinfonia e delle _Sette
parole_ della Creazione per grande orchestra e canto?... Tutta musica
dimenticata; ma allora occupava i gentiluomini, la società milanese, la
società italiana.
Pietro de Moyana rappresentò al teatro Carcano una farsa musicale,
_Emma di Fondi_. Un abate, Giuseppe Prina, e il nobile Giovanni
Sala, violinista e compositore di ballabili, emergevano anch’essi
nella schiera musicale. Il Sala faceva ballare coi suoi valzer i più
graziosi piedini; Carlo Besana colla sua voce di basso facea tremare
le finestre delle case dove era ricevuto cogli onori d’un principe.
Altri bassi dilettanti in voga si chiamavano Lotterio e Battezzati,
festeggiatissimi nelle famiglie dove si giuocava alla tombola. Men
festeggiato dall’alta società erettasi ad Areopago fu, alla Scala,
il conte Marco Aurelio Marliani, che vi rappresentò la sua opera
_Ildegonda_, ispirata dalla novella del Grossi. Il duca Giulio Litta,
squisito gentiluomo che molti di noi hanno conosciuto, a questo tempo
era assai giovane, ma già segnalavasi per la sua passione alla musica.
Tutte, o quasi tutte le signore e i signori filarmonici più cospicui
andavano in casa Maffei dove si tenevano spesso ammiratissimi concerti
specialmente in onore dei forestieri illustri che vi erano presentati.
Gli anni ’37 e ’38 restarono famosi per la quantità di cantanti e di
maestri convenuti a Milano, fra cui il gran Rossini.
Si racconta una delle scene più gioconde di Rossini a Milano; una
scenetta del tempo (anteriore a questo) in cui il maestro capitava
provvisto di tutta la sua gajezza. Egli con Bellini e Mercadante si
trovava una sera all’osteria dell’Aquila. Nell’uscire, fecero una
scommessa per vedere chi dei tre era capace di camminare dugento passi
su un piede solo. Bellini non potè reggere e cadde; Rossini si sostenne
a stento; Mercadante toccò glorioso la meta. Fanciullaggini, ma sono
indizi del filosofico buon umore che allora rallegrava la vita.
In un banchetto offerto nel 1838 in onore dell’autor del _Barbiere di
Siviglia_, il Rajberti lesse una poesia milanese che fra le barzellette
gittava un’ardita nota patriotica sull’Italia ancor madre di grandi:
Sâl, sur Rossini, cossa gh’hoo de di’?
Che sta povera donna strapazzada,
Serva strasciada che la perd i tocch,
Dopo che la n’ha faa tanta sventrada,
Adess de Omoni ne fa troppi pocch:
Ma quij pocch che la fa, per la Madona!
Hin ancamò i fiœu de la padrona.[4]
Questa poesia sollevò entusiasmo. Tutti la copiavano, e la facevano
girare manoscritta. La contessa Maffei volle che il Rajberti gliela
trascrivesse egli medesimo nell’album, dove la leggo per intero.
Il Rajberti improvvisava al Caffè Cova satire contro coloro che si
sbracciavano per adulare lo straniero; lo scultore Pompeo Marchesi, fra
gli altri, non isfuggì a quegli strali che ferivano anche i buoni e
gl’innocenti. L’aureo Gherardini (amico anche questi di casa Maffei) fu
preso di mira dal Rajberti; perciò, quand’egli seppe che il suo crudele
persecutore per un insulto d’apoplessia perdette la favella, non potè
frenarsi dall’esclamare: “Ne ha tanto abusato!„
Gli ufficiali austriaci venivano specialmente accolti nella casa della
contessa Samoyloff e in quella di Giuditta Turina, ispiratrice di
Vincenzo Bellini.
La contessa Giulia Samoyloff fu una delle figure più singolari della
società non solo milanese, ma europea per le sue simpatie, per le sue
stranezze, per le beneficenze. Merita che se ne tracci il profilo.
Nata in Russia nel luglio 1803, dal conte Pahlen, capo dei congiurati
che strangolarono lo czar Paolo I, è allevata coi principi del sangue
imperiale alla Corte di Pietroburgo. Suo marito Samoyloff muore presto;
ed ella cerca e trova conforto a Milano, dove si conduce per la sua
amicizia e parentela colla casa ducale Litta, dalla quale riceve un
assegno di centomila lire all’anno lasciatele da un Litta, ammiraglio
ai servigi della Russia e suo congiunto. Entra nella nostra società
in un sontuoso ballo mascherato che un gran signore magiaro, il conte
Giuseppe Batthiany, offre ai nobili di Milano: ella veste il pittoresco
costume di contadina russa col cappello dal velo piovente fino a
terra, abito rosso, maniche bianche. Alta, di forme opulente, dalle
chiome corvine, dagli occhi d’un color verdastro più che voluttuoso,
attira l’attenzione fra altre bellezze superbe, e l’Hayez la ritrae.
Appassionata pei cani, ne alleva nel suo ricco appartamento di via
Borgonuovo, un gran numero; si ricordano ancora i funerali da lei
ordinati in onore d’una cagnolina,
Vergine cuccia delle Grazie alunna,
la cui salma fu accompagnata all’ultima dimora in giardino, da un
corteo indisciplinato di altre cagne e cani, raccolti fra gli amici
per rendere più solenni le estreme onoranze. Si parla ancora di una
mascherata di gatti che l’eccentrica contessa lanciò per il corso un
giovedì grasso, sotto un furiosissimo diluvio di coriandoli, de’ quali,
nei carnevaloni avanti il ’48, si faceva un getto immenso, fantastico.
Gelosa conservatrice delle sue carni, si bagna religiosamente ogni
mattina in una vasca di latte. Non capisce nulla nulla di musica, e
piglia fuoco per ogni musicista. S’innamora d’un oscuro baritono, bel
giovane, certo Pery che a Como strilla alla peggio la parte di Carlo
V nell’_Ernani_, e vuole sposarlo. Il “sommo Carlo„ sembra pazzo di
gioia: immaginarsi che il pover’uomo passa dai digiuni forzati in
una topaja alle sontuose mense della contessa in un appartamento
principesco. Ma la contessa è condannata per augusti voleri a scontare
il suo capriccio nuziale. Da questo momento, viene esclusa da ogni
ricevimento a Corte: lo scandalo è enorme. Morto anche il baritono, per
essere accolta di nuovo a Corte, la Samoyloff sceglie a terzo marito
un conte dal quale si divide presto: prima si era accesa anche per il
maestro Pacini, che dimenticò per lei la sospirosa principessa Paolina
Borghese. I legami colla Samoyloff non giovarono troppo al buon nome
dell’autor della _Saffo_; e i milanesi lo punirono fischiando le sue
opere. Fra gl’intimi amici dell’eccentrica dama, va annoverato anche
Giangiacomo Pezzi, di cui si ricorda ancora il giornaletto _I fiori_,
perch’egli v’intercalava in ogni numero fervidi omaggi poetici alle
sue dive. Questo Giangiacomo Pezzi (figlio di Francesco Pezzi, il
giornalista) avea raccolto un’eredità da uno zio mercante di porpore
e, per reggere col lusso della Samoyloff, la sciupò tutta sfoggiando
persino nell’intimità della cucina secchie d’argento. Un giorno, la
contessa Samoyloff si trova nel salotto Maffei colla poetessa Giulietta
Pezzi, sorella del tenero amico suo. Vederla, baciarla e sciogliersi
in pianto per il dolce ricordo ch’ella le ridesta, è un punto solo. Se
la stringe al cuore e più al suo volto.... ahimè con effetti pittorici
veramente lagrimevoli; perchè quando la giovane scrittrice si toglie
da lei, i presenti notano un doppio curioso spettacolo: il viso di
Giulietta tinto di nero; e il viso della Samoyloff rigato da grosse
lacrime dello stesso colore. La dama russa usava tingersi copiosamente,
disperatamente, col nero-fumo le ciglia e le sopracciglia.... Questa
manìa non l’abbandonò neppure in punto di morte. Sentendosi vicina a
morire, supplicò la cameriera di tingerle dopo morta le sopracciglia
con ogni diligenza, perchè altri non s’accorgesse che erano incanutite.
Non avendo figli, la Samoyloff aveva adottato una figlia del Pacini e
un’altra ragazza che prima andò sposa al colonnello austriaco Aspas
e poi al fratello del baritono di Como, Pery. Molti ridevano di lei,
ma molti altri la benedicevano. Nessun povero partiva dalle sue sale
colle mani vuote. Quanti inventavano affanni e tragedie domestiche per
commuoverla e strapparle sussidii! Una casa bancaria *** arricchita nel
ladresco arruffio del periodo francese, venne salvata dal fallimento
mercè la misericordia della Samoyloff.
A scopo di beneficenza, la dama russa volle recitare una sera al Teatro
Re nelle _Prime armi di Richelieu_; mentre il canonico Ambrosoli
(noto anche per una predica eloquente tenuta in Roma a favore degli
Israeliti) sedeva alla porta d’ingresso per raccogliere le offerte dei
generosi.
Spendendo ingenti somme in balli sfolgoranti, in cene, in beneficenze,
la Samoyloff si trovava qualche volta in possesso di pochi napoleoni
d’oro; eppure elargiva anche quelli ai supplicanti. Signora degna
d’un trono pei modi squisiti, li spiegava tanto cogli ospiti più
ragguardevoli quanto coi poverelli. E lo sapevano i molti suoi servi,
incliti ladri, e il suo guardaportone ch’era un patrizio impoverito,
l’ultimo (dicevasi) dei Pusterla.
La contessa Giulia Samoyloff morì a settantadue anni, nel 1875 a
Parigi. Côlta una notte da malore mortale, se ne stava tutta sola
nella sua camera con un cane; e questa povera bestia, accortasi del
pericolo, corse ad avvertire uno degli amici di casa, uno dei tanti
beneficati, che non volendo lasciare in balìa dei domestici la propria
benefattrice, dormiva vicino a lei, pronto ad ogni soccorso. Il
cane saltò sul divano dov’egli riposava; senza abbajare, lo svegliò
raspandogli il petto, e gli fece capire che una sventura stava per
succedere; e ciò con un sentimento, con un’espressione quasi umana.
Morendo, la contessa Giulia Samoyloff lasciò ogni ricchezza all’ultimo
suo compagno, un medico di Tolone; gli lasciò persino i ricami ch’ella
soleva eseguire con arte sopraffina, mentre un giovane milanese
(appunto quel beneficato ora professore di musica a Milano) andava
leggendole libri e giornali nelle ore consacrate alla lettura.
Nel salotto Maffei, la Samoyloff andò solo nei primi anni allorchè esso
era letterario, artistico ed elegante. Quando il carattere patriottico
del salotto cominciò ad accentuarsi, ella non vi comparve più, non
venne più ricevuta.
Clara Maffei non accoglieva alcun ufficiale del presidio austriaco,
per quanto d’alto splendore di natali e per quanto colto: la contessa
Samoyloff, invece, ne riceveva tutta una schiera, anche per il gusto di
conversare nell’idioma di Goethe in cui era maestra.
La Maffei sorridendo raccontava un aneddoto riguardo a un giovane
ufficiale austriaco che desiderava (prima del ’48, si noti) di farle
una visita. La contessa gli fece rispondere che non _c’era mai_.
Qualche giorno dopo, mentr’ella si trova sulla via a passeggio
con un’amica, incontra l’ufficiale. E questi, che conosce l’amica
l’avvicina e fattole un rispettoso saluto, le dice:
— Come mai, signora, se ne _va tutta sola_?
Giuditta Turina, milanese, non istruita come la Samoyloff (che parlava
e scriveva cinque lingue), potea vantarsi d’aver posseduto anch’ella
il suo Pacini; anzi il fortunato rivale del Pacini; il creatore della
_Norma_ e della _Sonnambula_.
Era bella, di statura piuttosto alta, di capelli ed occhi castani
scuri. Venne sposata sedicenne dal padre (un Cantù di Pavia,
negoziante di sete) a Ferdinando Turina, possessore di vasti terreni
a Casalbuttano, generoso verso i poveri ma di modi poco raffinati.
La giovane sposa s’incontrò una sera con Vincenzo Bellini a Genova,
al teatro Carlo Felice, nel palco d’una dama ligure, la marchesa de’
Lomellini Tulot; e si accese subito per lui. Cominciati a Genova, i
loro amori divamparono a Milano, a Napoli, e nei silenzi di Moltrasio
sul lago di Como.
Un fratello del marito lo persuase finalmente a separarsi da una donna
ch’egli non potea render felice. La divisione avvenne, ma senza scene,
senza scandali.
Al pari della contessa Samoyloff, Giuditta Turina non ebbe figli. Del
marito non parlava mai con disprezzo: tutt’altro. Alla morte di lui
si mostrò costernata (benchè non lo vedesse da quasi mezzo secolo)
e vestì il lutto più stretto. I suoi vecchi visitatori si sentirono
allora in obbligo di recarsi tutti a confortarla là, in via Verri,
nelle sue stanze a pian terreno, che mettevano in un piccolo giardino.
Il 1.º dicembre 1871, questa notissima signora (che la contessa Maffei
solo appena salutava per via) morì settuagenaria. Sia pace alla sua
anima che in fondo era buona, e che inspirò un miracolo di grazia e di
sentimento: _La Sonnambula!_
Una pennellata al quadro della società milanese prima del ’40, è data
da una lettera di Giulio Carcano:
“Una celebre dama russa, le sue carrozze, i suoi cani erano il soggetto
di mille discorsi. Molti signori sfoggiavano l’imitazione delle mode
inglesi e francesi; e accanto a queste novità, si mantenevano in certe
famiglie patrizie le antiche abitudini, le tradizioni di rispetto, di
cerimonia, d’un certo sussiego spagnuolo, temperato dalla bonarietà
ambrosiana. I gentiluomini bigotti e bonarii permettevano ai figli di
ballare, ma dopo la recita del rosario.„
Ho qui dinanzi tutta una serie di briose lettere inedite di Luciano
Manara, bellissima natura leonina, una delle più splendide che onorino
la razza italiana. Son lettere famigliari alla donna gentile che portò
degnamente quel nome glorioso. Esse rivelano parte dei costumi della
società e mostrano la calma del periodo che precedette il ’48; quel
sereno che non faceva sospettare la tempesta. Allora Luciano Manara
veniva chiamato per la sua squisita eleganza il _milordino_.
Alcuni, ligii al passato, abborrivano con orrore dalle mode di cui
parla Giulio Carcano. Andava famoso per Milano un ricco sacerdote,
Ferdinando Della Croce, il quale conservò sino all’ultimo giorno di sua
vita (che fu il 28 marzo 1855) la zazzera incipriata in uso fra gli
ecclesiastici nel Settecento: si può vederlo nella copiosa galleria dei
ritratti dell’Ospedale maggiore di Milano ch’egli beneficò morendo.
E ora che abbiamo osservato i dintorni del salotto Maffei,
ritorniamovi: vi va Luciano Manara, e un eccelso amico di questi:
Giuseppe Verdi.