La contessa Fanny Sanseverino Porcìa. — Sue lettere, suo brio. —
La contessa Bolognini nata Vimercati e la sua bambina Eugenia.
— Balzac alla Scala: un ameno _qui pro quo_. — La poetessa dai
riccioli d’oro. — Opuscoli milanesi in offesa e in difesa di
Balzac. — Visita di Balzac ad Alessandro Manzoni. — Balzac e gli
scultori Pompeo Marchesi e Puttinati. — Lavori di Balzac scritti o
meditati a Milano. — Lettera di Balzac alla Maffei. — Confessione
di Balzac alla signorina ***. — Dediche di Balzac.
Un giorno, la contessa Maffei riceve da una giovane amica questo
biglietto:
“Parigi, 10 febbrajo, rue S. Honoré, 333.
“De Balzac, con Teofilo Gautier, suo amico, viene a Milano. Io lo
raccomando alla mia gentilissima Chiarina e all’illustre Maffei.
Il celebre letterato francese conosca così le grazie, e ammiri
l’ingegno italiano. Egli troverà, ne sono certa, nella vostra casa,
le cortesi accoglienze a cui ha diritto; ed io soddisfo, facendovi
conoscere a lui, un orgoglio d’amicizia e di patria.
“_L’aff.ma amica_
“FANNY SANSEVERINO PORCÌA.„
E qualche giorno dopo, non più da Parigi, dov’era andata col marito a
godere le feste di quell’alta società, ma da Torino dov’è passata, la
contessa Fanny delinea alla Maffei un parlante ritratto del Balzac:
“Se lo immagina forse grande e snello, pallido e scarno, con una di
quelle fisonomie che sono già un’ispirazione, una poesia? Si guardi,
eh, da così bella aspettazione! Egli è un uomo piccolo, grasso,
paffuto, rotondo, rubicondo, con due occhi però negri e scintillanti
foco nel dialogo, il foco della sua penna. E sa ella chi lo
accompagna?... Un paggio come nel “Lara„ di Byron, un giovinetto dalla
voce soave, dai movimenti dolci e molli... una donna infine!...„
La contessa Fanny Sanseverino Porcìa, sorella del principe Alfonso
Serafino, ciambellano dell’imperatore d’Austria, era un’amabile
gentildonna di ventinove primavere, sposata da tre anni al conte
Faustino Vimercati Sanseverino Tadini, cremasco. Le sue lettere alla
Maffei, nelle quali descrive le feste dell’aristocrazia a Parigi, sono
gioielli di finezza e di brio.
Il 19 febbraio del 1837, Balzac giungeva a Milano. Non contava ancora
trentott’anni, e sui registri dei forestieri presso la polizia si
designava: _possidente_. Non posso dire con precisione s’egli era
accompagnato dal paggio misterioso (nessuno dei cronisti mondani del
tempo ne parla); certo non avea seco Teofilo Gautier. L’autore di
_Mademoiselle Maupin_ desiderava scendere in Italia con Balzac, ma non
potè effettuare il suo disegno, e vide il nostro cielo solo nel 1850.
Un poligrafo infaticabile, Defendente Sacchi, appena seppe dell’arrivo
di Balzac, — per suggerimento, credo, del Maffei, cooperatore per la
parte letteraria della _Gazzetta privilegiata di Milano_, — scrisse
su questo periodico ufficiale un benvenuto cortese all’insigne ospite
straniero:
La nostra città accoglie da due giorni fra le sue mura il signor
Balzac, lo scrittore francese che in pochi anni fece il maggior
numero di opere che descrivono in ogni maniera la vita dell’uomo e
la società; quello ch’è anche il più popolare fra di noi, perchè i
suoi scritti corrono nelle mani di tutti in originale e tradotti.
Esso viaggia in Italia per raccogliere materiali onde scrivere le
campagne de’ Francesi nella Penisola. Questa notizia tanto più ne
riesce gradevole, perchè siamo certi che il genio di Balzac avrà
dal nostro cielo le sue più belle inspirazioni.
Per verità, in quei giorni il cielo non poteva destare belle
ispirazioni nè a Balzac nè ad altri: pioveva. E lo scopo di Balzac a
Milano non sembrava punto quello di raccogliere documenti di storia
militare.
Egli raccontava ch’era venuto a Milano con un incarico amministrativo!
Il conte Emilio Guidoboni-Visconti lo avea voluto qui (soggiungeva
egli) per regolare i suoi interessi intricati in seguito all’eredità
lasciatagli dalla madre contessa Patellani....
Tutti sanno quanto Balzac, prima editore, poi stampatore, quindi
fonditore di caratteri, fosse immerso nei debiti fino alla gola
in causa delle proprie speculazioni fallite tutte quante: egli si
sorreggeva a mala pena con cambiali scontate e rinnovate da usuraj.
Gemeva sotto il peso di dugento mila franchi di debiti e più. “J’ai
plus de deux cent mille francs de dettes„ scriveva egli stesso da
Milano alla gentile polacca Evelina de Hanska, contessa de Rzewuska,
sua ardente ammiratrice che, rimasta vedova, divenne più tardi sua
moglie.
Figurarsi se poteva sbrogliare le matasse arruffate degli altri, egli
che non sapeva sbrogliare le proprie! Parecchi critici (e valorosi)
hanno ripetuta la storiella dell’incarico amministrativo; storiella
che Balzac dava a bere con grazia alle sue buone ammiratrici lontane.
Nel ’38, raccontava da Milano alla sorella Laura Surville a Parigi
com’egli fosse ancora “retenu ici pour les intérêts de la famille
Visconti.„ E soggiungeva: “La politique les embrouillait tellement,
que le reste du bien qu’elle possède en ce pays eût été séquestré sans
toutes mes démarches, qui ont heureusement réussi.„ La politica?...
Quale politica?... Nessuna famiglia lombarda sceglie un romanziere
(e straniero per giunta!) a suo ragioniere, a suo procuratore, a suo
notajo; meno poi un Balzac, dalle caotiche idee amministrative ben
note; un Balzac, mai stato uomo di legge e neppure un avvocato come
Carlo Goldoni! Nè Balzac qui raccolse materiali per una storia. I
lavori da lui meditati a Milano, come vedremo, furono ben altri.
La sua venuta fra noi parve un avvenimento. Tutti volevano vederlo,
molti pretendevano d’averlo già visto. Parlavano solo di due cose:
d’una splendida aurora boreale, apparsa qualche sera innanzi, e del
_signor di Balzac_ e della sua canna famosa che si diceva costasse
tesori. Un giovanotto, che si vantava d’avere stretta intimità con
Balzac a Vienna, additava agli amici curiosi del teatro alla Scala
un capitano dei granatieri vestito in borghese, esclamando: “Ecco
Balzac!„ E tutti a contemplare quell’ignoto granatiere austriaco, il
quale, stupefatto, non sapeva a che ascrivere la generale ammirazione.
“Le armi (scriveva a quel proposito il Piazza in un articolo nella
_Gazzetta_) ebbero così per pochi istanti gli onori della letteratura.„
Ben presto si vide alla Scala il vero e autentico Balzac. Egli
passava di palco in palco, corteggiatore corteggiato; e allora, nella
semioscurità dell’ampia sala, mentre sul palcoscenico piroettava un
ballo “di mezzo carattere„ _I promessi sposi_, si rinnovò la scena del
granatiere.
Balzac era andato ad alloggiare all’albergo, ma, annoiato, s’affrettò
ad accettare una stanza deliziosa che guardava su un giardino
offertagli nella propria casa, sul bel corso di Porta Orientale (ora
corso Venezia), dal principe Alfonso Serafino Porcìa, il fratello
appunto della Fanny amica di Clara Maffei.
“Bieco bevitor d’acqua!„ l’avrebbe definito Giuseppe Rovani se avesse
visto Balzac respingere ai banchetti a’ quali veniva invitato i
calici di vino. Balzac era astemio, ma in compenso divorava la frutta
coll’avidità d’un fanciullo viziato.
Punto felice, egli domandava se a Milano si era felici.
— _Est-on heureux à Milan?_
— _Oui_, gli fu risposto.
— _Qu’est-ce qu’on fait après minuit?_
— _On dort._
La contessa Maffei lo accolse nel suo salotto con entusiasmo e lo
presentò al marito e a varii amici, fra’ quali lo scultore Alessandro
Puttinati, Ferdinando De Lugo, uno dei più intelligenti giovanotti
dell’alta società; lo presentò a una bionda poetessa, Giulietta Pezzi
di Milano, e ad altre amiche.
Egli rimase incantato della _piccola_ Maffei, com’ella stessa si
definiva con spirito; e non tardò a provarne un’amicizia dolce, tenera,
che si confondeva (perchè negarlo?) coll’affetto. Ma di ciò nessuna
meraviglia. Egli era un _tendre_, secondo l’espressione di Guy de
Maupassant; egli voleva essere sempre ajutato dalla parola consolatrice
della donna gentile, dalla sua stretta di mano, dal suo sorriso. La
poesia de’ suoi ideali strideva, peraltro, un po’ troppo nel confronto
della prosa del suo corpo pesante col quale sfondava le poltrone del
salotto Maffei; salotto adorno nello stile del primo Impero e di tutte
le eleganze del tempo.
A Balzac, avvezzo a Parigi, non piaceva Milano. Si mostrava querulo,
rannuvolato. Solo il prestigio della Maffei e di Giulietta Pezzi
avevano il potere di ridestarlo dalle sue tetraggini. Si bisticciava
colla Fanny Sanseverino perchè questa non tollerava ch’egli dicesse
male dell’Italia: e andando a trovare un’altra dama, la contessa
Eugenia Attendolo-Bolognini, nata Vimercati, in via Cappuccio, là,
in quel fresco salotto a stucchi, litigava un po’ anche con lei; ma
bastava a disarmarlo l’arrivo d’una leggiadra bambina, Eugenia, poi
divenuta duchessa Litta Visconti-Arese, regina della moda.
La poetessa Giulietta Pezzi, figlia d’un abile giornalista, era bella
con que’ riccioli d’oro che le scendevano sulle spalle. Balzac voleva
vedersela seduta dinanzi; la chiamava l’_ange_. Ma perchè egli, dopo
il celestiale complimento s’addormentava?... Era un suo _tic_ questo
di dormire in piena conversazione, non ostante l’abuso di caffè cui
s’abbandonava e i lavori di fantasia cui pensava sovente sprofondandosi
in cupo silenzio. Un altro suo vezzo (chiamiamolo così) era di
accennare sempre di _no_ colla testa, con quella sua grossa testa
piantata sul collo taurino: pareva lo spirito che nega.
Nella conversazione del salotto Maffei e nelle altre, egli amava più
ascoltare che discorrere. Di tratto in tratto, a qualche facezia,
rompeva in una fragorosa risata; quindi si rimetteva ad ascoltare.... o
a dormire.
Correva allora, più di adesso, nei salotti, la moda degli album, che
ogni scrittore ed artista doveva fregiare de’ suoi caratteri o disegni.
Nell’album di Giulietta Pezzi, Balzac scrisse colla sua scrittura
spaventosa questo pensiero, tutt’ora inedito, che alludeva forse a lui
stesso, in seguito a chissà quale punta maliziosa della sua bionda
amica!
“De même que chez la nature humaine, l’âme triomphe de l’enveloppe
et finit par embellir les plus grossières des formes, et qu’ainsi
le masque le plus bas peut devenir sublime; de même l’art peut et
doit se faire cours malgré les conditions les plus difficiles, et
triomphe des données les plus absurdes. Socrate, de qui la figure
était hideuse, a fini par atteindre la plus haute expression
de beauté; et Michelange a fait une admirable statue avec la
poussière....„
E sull’album della contessa Maffei, scrisse quest’altro pensiero
(inedito anch’esso) un giorno in cui il sole giuocava, pare, a
capo-nascondi fra le nuvole:
“Rien ne ressemble plus à la vie humaine que les vicissitudes de
l’atmosphère et que les changements du ciel. Le temps est le fond
de la vie, comme la terre est le fond sur lequel agissent les
intempéries et les beautés du soleil et des saisons. Tantôt, il
arrive des journées splendides, pendant lesquelles tout est azur et
fleurs, verdure et rosée; tantôt, des clairs-obscurs, où tout est
piége et doute dans la nature; puis de longues brumes, des temps
lourds, des nuées grises. La plus part des hommes ont une pente qui
les porte à s’harmonier avec cette instabilité de l’air; mais pour
ceux qui se réfugient dans le domaine moral et qui ne comptent pour
rien tout ce qui n’est pas la vie de l’âme, il peut toujours faire
beau dans le ciel. Le souvenir est un des moyens qui peuvent nous
aider à rendre l’air pur et faire briller le soleil dans notre âme.
“24 avril, 1837.„
E il sole del ricordo, Balzac voleva, si capisce, nella sua impenitente
inclinazione alla _flirtation_, lasciare in cuore alla contessa Clara,
sull’album della quale, qualche giorno prima, alludendo all’età di lei
aveva scritto: _À vingt trois ans, tout est avenir_.
Fra le amiche più ammirate da Balzac, va annoverata certo la contessa
Clara Maffei. Non è credibile che la contessa Maffei, appena vide
Balzac salire per la prima volta le sue scale, gli sia volata incontro
e, quasi inginocchiatasi, abbia esclamato: “J’adore le génie!„ Ciò fu
detto e si ripete; ma la Maffei possedeva troppo il senso della misura
per abbandonarsi a queste esagerazioni.
Non ostante i molti peccati descritti ne’ suoi romanzi, il grande
romanziere viveva quasi immune da passionacce volgari, domandando
alla donna o meglio alla _signora_, da quel raffinato che era, le
carezze pure della devozione, il profumo dell’anima. Clara Maffei, che
possedeva l’intelligenza del cuore, deve averlo capito; deve, peraltro,
essersi accorta che il suo illustre amico amava più colla fantasia che
coll’anima; la sola donna amata forse da lui fu la contessa Hanska,
alla quale nelle lettere da Milano si confidava, anelando, malato
com’era di nostalgia, di rivedere il cielo della Francia. Anche alla
_piccola Maffei_, confidava le sue pene e le idee che gli turbinavano
in capo; le parlava d’una commedia che volea scrivere.
Durante il soggiorno di Balzac in Italia, la contessa Maffei dovette
certo soffrire per le espressioni sprezzanti, che sopraffatto dal
malumore il romanziere francese si lasciò sfuggire sui romanzi
italiani, cari amici di lei. Ecco come andò la cosa, per la quale
molti, a Milano e fuori, si levarono furibondi contro lo scrittore
francese.
Questi, preso dal desiderio di veder Venezia, vi si recò per alcuni
giorni coll’idea di ritornar presto a Milano, come fece difatti. A
Venezia fu ospitato un giorno in casa della contessa Soranzo, alla cui
mensa sedeva un egregio lombardo, amico della Maffei, il conte Tullio
Dandolo, insieme con altri invitati. Balzac da principio parlò poco e
mangiò molto; poi uscì con acerbi giudizii sui _Promessi Sposi_, che
definì fiacchi d’ordito; e sugli altri romanzi (di Massimo d’Azeglio
e del Grossi) che allora tutti leggevano con ammirazione. Il conte
Dandolo lo rimbeccò; e Balzac rinnovò i suoi sprezzi, sarcastico e
tutto rosso d’ira. Il batibecco minacciava di degenerare in una lite.
La povera contessa Soranzo si sentiva sulle spine: si affrettò a
porgere il caffè, e le contraddizioni morirono pel momento soffocate
fra i sorsi del moka.
A Milano si seppero presto i giudizii di Balzac: di più la _Gazzetta
privilegiata di Venezia_ recava nelle sue appendici del 1.º aprile di
quell’anno una lunga lettera del conte Dandolo ad Angelo Fava (altro
amico della contessa Maffei) sulla malaugurata conversazione in casa
Soranzo. Balzac non vi era risparmiato; e Angelo Fava non fece il
sordo, perchè ben presto nel _Vaglio_, giornale letterario di Venezia,
rispose a Tullio Dandolo, censurando con asprezza i romanzi di Balzac
e dipingendoli senza ambagi frutto d’una musa corrotta e corruttrice.
Non basta: la _Fama_, giornale teatrale di Milano, che avea voce
in capitolo, senza nominare Balzac, era già uscita con un articolo
sui viaggiatori-letterati, che “acconciati da Child-Harold muovono
ai luoghi celebri,„ sui “poeti da dipartimento„ che senza avere un
“soldo in saccoccia„ viaggiano da artisti. E, rincarendo la dose, il
giornalista eccitava la polizia a vegliar meglio su costoro perchè, in
conclusione, “non erano che malviventi....„
L’allusione non poteva essere più maligna, più atroce, perchè si
diceva infatti che Balzac era venuto a Milano uscendo dalle prigioni
di Parigi! Chi non crede (i piccoli san Tommaso abbondano pur troppo!)
legga le ultime righe d’un notevole studio sulle opere di Balzac,
_Pensieri su Balzac di Gaspare Aureggio_ (Milano, Pirola, 1839),
il quale sdegnosamente difende il gran scrittore dalla calunnia e
soggiunge: “Non potendo batterlo colla penna, lo lacerarono coi denti!„
È un opuscolo raro. Del pari raro e curioso è un altro opuscolo uscito
a Milano mentre Balzac soggiornava qui: _Difesa dell’onore delle
armi oltraggiate dal signor di Balzac nelle sue scene della Vita
parigina e confutazione di molti errori della storia militare della
guerra di Spagna fatta dagl’Italiani_ (Milano, Pogliani, 1837). Il
titolo dice tutto. Autore di questo opuscolo, degno di nota, è certo
Antonio Lissoni, che apertamente si fa conoscere, e mostra coraggio
nel rivendicare, sotto il dominio straniero, il valore spiegato
dagl’Italiani nelle sanguinose guerre Napoleoniche.
Un francese, che sparlava del valore italiano, non doveva dar ombra
alla polizia; eppure si disse che questa vegliava su Balzac, temendo in
lui un emissario pericoloso, un carbonaro, come Byron qui venuto nel
1816.
Cesare Cantù, uno de’ primi fra quanti in que’ giorni avvicinarono
Balzac a Milano, mi accertava che la polizia non si occupò mai di
Balzac tranne quando si mise tutta in moto per ricuperargli un orologio
involatogli da un borsajuolo. L’orologio fu presto trovato, e Balzac
restò stupito di vedersi ritornare nelle tasche del suo maestoso
panciotto il caro girarrosto che avea messe le ali.
Può darsi che ne’ suoi eccessi di malumore Balzac abbia sprezzati
i _Promessi Sposi_; certo egli si recò a far visita ad Alessandro
Manzoni. Vi andò accompagnato da un gentiluomo letterato, allievo
di Pietro Giordani, il cavaliere Felice Carrone marchese di San
Tommaso. Balzac disse al Manzoni che gli pareva di vedere in lui
Châteaubriand: discorse de’ proprii lavori, dissertò sul panteismo e
sulla cranioscopia. Andò poi a visitare anche un altro uomo allora
celebrato, lo scultore Pompeo Marchesi, che presso molti passava per un
genio creatore, laddove era solo un accademico d’ingegno. Sull’album
del festeggiatissimo scultore, Balzac lasciò partendo questo saluto:
“Je salue avec une amoureuse admiration le père de Venus désarmant
l’Amour.„ Allusione a una statua mitologica che il Marchesi aveva
offerta all’imperatore d’Austria e che il giorno dopo doveva essere
spedita a Vienna.
Alessandro Puttinati, andando un giorno a trovare Balzac nel suo
alloggio, lo sorprese sepolto nella più bizzarra veste da camera:
una specie di tunica da certosino, serrata con due grossi cordoni
ai fianchi e, dietro, tanto di cappuccio; e così lo ritrasse in una
statuina di scagliola con un beffardo sorriso sulle labbra e colle
braccia “al sen conserte„ da quel vero Napoleone ch’egli era della
letteratura europea. Il Puttinati (che pur scolpì anche statue d’estese
dimensioni, _Masaniello_, _Carlo Porta_, ecc.) godeva alto grido per
simili statuette, ornamento dei caminetti dei salotti e sugli scrittoj
dei ricchi; la sua specialità. Tutti desideravano di possederne. A
Brera se ne conserva una, ch’è un incanto di finezza e di vita. Egli
ritrasse, in tali piccole dimensioni, i più chiari contemporanei,
D’Azeglio, Hayez, Molteni, Rajberti.... Non poteva quindi omettere il
suo amico Balzac, del quale un altro scultore fece la caricatura; il
francese Dantan.
L’abito fratesco di Balzac alimentava i discorsi del Caffè Martini; e
si rideva. Ma guai se avessero scoperto un’altra debolezza, la maggiore
di Balzac; quella di farsi passare dovunque per nobile premettendo
tanto di de al suo cognome, già troppo reso glorioso dal genio per
essere illustrato da una genealogia fantastica. Gli eruditi conoscevano
bensì un _de Balzac_, gentiluomo e scrittore, il quale colle sue
_Lettres_ infuse alla lingua francese un’eleganza e un’armonia nuova;
ma era morto nel 1655, nella propria terra di Balzac sulle rive della
Charente; e il Balzac dei possenti romanzi non discendeva da lui, nè da
alcun altro nobile lombo.
Anche a Milano, Balzac lavorava assiduo come usava dappertutto, Ercole
del tavolino. In casa Porcìa cominciò a scrivere i _Mémoires de deux
jeunes mariées_. Non ostante i lavori letterarii e le visite alle
contesse Bolognini e Maffei (per le quali trascurava un po’ la contessa
Bossi, che lo fermò un giorno in istrada per rimproverarnelo), Balzac
desiderava di vedere le curiosità artistiche di Milano, i capolavori
dell’arte. La contessa Maffei lo accompagnò a Brera, come si leggerà
più avanti in una lettera. Egli si recò anche a Saronno per ammirare in
quel santuario gli affreschi squisiti di Bernardino Luini, di questo
Raffaello della Lombardia, forse più apprezzato dagli stranieri che
dagli italiani. Il Duomo di Milano incantava Balzac colle sue guglie,
co’ suoi ricami marmorei, ma ancora e sempre ei sospirava alla Francia,
al cielo natio.
Finalmente lasciò Milano, l’Italia, ma per tornarvi poscia di nuovo.
Qui lasciava molti accusatori, ma anche spiriti gentili che perdonavano
al genio le stravaganze. Basta leggere la seguente lettera (inedita) in
risposta ad altra lettera della contessa Maffei: egli parla caramente
dell’amica indimenticabile, parla di sè, de’ proprii accusatori
d’Italia, dei proprii lavori:
“Novembre, 1838.
“Merci, _cara_, de la page, embaumée par le souvenir, que vous
m’avez envoyée, et qui m’a délicieusement rappelé votre bienaimé
salon et les soirées que j’y ai passées et celle que vous appeliez
familièrement “la petite Maffei„ et qui occupe une trop grande
place dans ma mémoire, pour que je me permette cette expression.
“Vous avez donc encore souffert? Les médecins de Milan me feraient
grand peur: a votre place je viendrais à Paris consulter quelqu’un
des nos grands hommes, car nous en avons encore dans cette pauvre
France.
“Vous ne m’avez rien dit de Puttinati: je l’ai donc effrayé qu’il
n’est pas venu me voir un matin à son retour de Londres? Dites-lui
combien il a eu tort, car j’avais pensé à lui pendant sa fugue à
Londres, et il a été trop discret avec quelqu’une qui l’avait mis
si fort avant dans son cœur pendant notre voyage raboteux.
“La colère, dont je ne sais les motifs et sur laquelle m’a fait
rester la comtesse Sanseverino est-elle calmée? Elle m’a accusé
de ne pas aimer l’Italie au moment ou je travaille à une œuvre
intitulée _Massimilla Doni_ et qui fera tressaillir plus d’un
cœur italien. Mais je suis si accoutumé aux injustices, que celle
d’une jolie femme ne m’émeut plus: j’ai un durillon sur le coeur
à cet endroit tant on y a frappé. D’ailleurs, je trouve fort
impertinentes les gens, qui me proclament un homme profond et qui
veulent me connaître en cinq minutes. Entre nous, je ne suis pas
profond; mais très épais, et il faut du temps pour faire le tour de
ma personne: c’est une promenade qui lasse: mais je ne dis pas cela
pour elle. La comédie, que je méditais à Milan tout en sirotant
votre the et vaguant par les roues, est achevée: j’entre, dans une
quinzaine, en répétition, mais dans un si profond _incognito_ que
ce ne sera pas le secret de la comédie.
“Ce travail, que j’ai mené de front avec les livres, m’a causé une
petite maladie inflammatoire dont je me reléve et qui a retardé ma
réponse, car le docteur m’avit défendu d’écrire quoique ce fût,
même une lettre.
“Je suis allé dans ma douce Touraine; il a fallu dire adieu à mon
voyage d’automne; je ne reviendrais en Italie qu’au printemps, car
je veux voir la Semaine Sainte à Rome si Dieu veut que je porte
dans la métropole l’argent de la Comédie en cas où l’œuvre profane
réussit. Rappelez-moi au souvenir des hôtes de votre salon: Lugo,
Dolcini, la Giulietta Pezzi et _tutti quanti_, sans oublier de
mettre mes obéissances aux pieds de la _piccola Maffei_: prenez
votre air le plus gentil et votre meilleure ruse pour savoir en
quoi j’ai perdu quelque chose, à quoi je tenais tant, dans l’esprit
de la comtesse Sanseverino: dites-le moi, faites-moi l’aumône de ce
petit cadeau, et surtout présentez-lui mes hommages.
“Il y a des jours où je rêve de la cathédrale de Milan et du
tableau de Raphaël, que nous avons été voir ensemble; mais surtout
d’un camélia encore plus blanc que le marbre le plus blanc de la
plus blanche statue de l’aiguille la plus blanche.
“N’oubliez pas de me représenter au _cavalier Maffei_, et faites
dire à l’éditeur de je ne sais quel journal à qui j’ai promis la
version corrigée du _Lys dans la vallée_ pour la traduire, que ce
ne sera prêt que dans le premier mois de l’année prochaine, car ce
ne sera imprimé que pour cette époque.
“Trouvez ici mille gracieusetés que je voudrais faire aussi
poétiques et aussi douces qu’il les faut pour une chère fleur comme
vous; et croyez à une affectueuse mémoire qui frôle à une hérétique
idolâtrie dont se plaindrait mon confesseur si j’avais le malheur
d’en avoir un qui ne fût pas benin, attendu que ce confesseur est
votre dévoué
“DE BALZAC.„
“Je n’ai point oublié Piazza, ni Bonf.... Enfin Pompeo Marchesi
aura quelque jour de mes nouvelles; mais j’ai eu tant à faire....„
Il Piazza, uno degli appendicisti della _Gazzetta privilegiata_, in
questo periodico e nel _Corriere delle dame_, giornale di letteratura
e di mode diffuso fra le signore, difendeva (languidamente, a dir
vero) Balzac dall’accusa di denigrare l’Italia; trista usanza degli
stranieri, venissero o non venissero nel bel paese. Il Bonf.... era,
certo, il dottore Tarchini-Bonfanti, bel medico, successo a Vincenzo
Bellini nel cuore della signora Turina, e amico per qualche tempo di
casa Maffei.
Il Dolcini apparteneva a una speciale e non esigua categoria di giovani
del bel mondo, il seme della quale va sparendo pur troppo ogni giorno.
Non solo egli accresceva la propria avvenenza coll’abbigliamento
di buon gusto e accuratissimo (a quel tempo la _toilette_ maschile
era assai più osservata d’oggi), ma non tralasciava occasione per
arricchire di ottimi studii la mente. Così i giovani doviziosi si
preparavano a sostenere più tardi con onore i pubblici uffizii e
potevano avvicinare qualunque uomo di lettere.
Il lavoro teatrale, che Balzac dice d’avere meditato per le vie di
Milano e nel salotto Maffei sorseggiando il thè della contessa, non
dev’essere, come si potrebbe credere, _Mercadet_: questa profonda
commedia apparve bensì in quell’anno 1838, ma non fu certo condotta
“avec les livres„. Deve trattarsi, invece, del dramma _Vautrin_, le
cui scene si svolgono a Parigi nel 1816 dopo il secondo ritorno dei
Borboni. Il dramma, il cui protagonista è un forzato, fu rappresentato
a Parigi nel ’40, e dopo una sola recita venne proibito, perchè, a un
certo punto, Balzac fece comparire Vautrin truccato da Luigi Filippo.
— Il quadro, veduto in cara compagnia, è lo _Sposalizio della Vergine_
che si conserva a Brera; una delle gemme di Raffaello.
Più tardi, Balzac scriveva un’altra lettera a una signorina.... della
quale potrei indovinare, non precisare il nome; una signorina che gli
avea trasmesso un epigramma:
“Marzo, ’39.
“_Mademoiselle_,
“Je vous remercie beaucoup de la bonté que vous avez eue de me
communiquer vous-même l’épigramme que vous avez daigné faire sur
moi; car alors je pourrai le mettre sous la caricature que Dantan a
produite.
“Vous y avez exagéré le peu de mérite que je puis avoir comme aussi
mes défauts: mais vous n’avez peut-être pas assez insisté sur
l’_impudica_, qui est la grande accusation vulgaire que portent
sur moi les personnes auxquelles je suis inconnu. Mais si le peu
d’instants que j’ai eu le bonheur de passer près de vous a causé
d’aussi grandes erreurs, je dois être effrayé de nos relations à
venir.
“Je suis tout épouvanté de l’importance que vous me donnez, en
croyant que je doive à chaque parole dire des choses remarquables.
“Je vous en prie, ne me destituez pas du droit d’etre un homme
ordinaire, car c’est sous cette forme que je tiens à me montrer
et sous laquelle nous pourrons peut-être mieux nous entendre
et que vous trouverez toujours en moi _la più squisita farina
d’oltremonte_.
“_Vostro_ DE BALZAC.„
Anche questa lettera fu conservata religiosamente dalla contessa
Maffei, fra le sue carte più preziose.
E un prezioso regalo Balzac fece, quale omaggio d’amicizia, alla
contessa Maffei: le bozze di stampa de’ suoi _Martyres ignorés_.
Bozze?... Sono addirittura una selva druidica di cancellature; è
un altro lavoro rampollato dal primo e mezzo sepolto anch’esso fra
i pentimenti, come Balzac soleva per tutt’i suoi lavori, la cui
composizione tipografica atterriva per questo ogni più coraggioso
operajo. Ricordo una sera dell’84, in cui la contessa, curvandosi
dalla sua poltrona, aperse un’elegante vetrina, ne trasse quel grosso
volume di prove di stampa e me le porse gentilmente a vedere, pagina
per pagina. Lo storico delle opere di Balzac, visconte de Spœlberg de
Lovenjoul, m’informa da Bruxelles che le bozze dei _Martyres ignorés_
sono ora nelle sue mani; e non potrebbero essere in mani migliori.
Nel 1842, Balzac dedicò alla contessa Clara Maffei un racconto, _La
fausse Maîtresse_, scritto per lei, e che tutti possono leggere nel
meraviglioso ciclo balzachiano delle _Scènes de la vie privée_.
_La fausse Maîtresse_ tratta d’una Malaga, portentosa cavallerizza
“déesse de la gymnastique„ (non priva del velo di melanconia romantica
di moda a quel tempo), la quale s’innamora d’un patrizio polacco a
Parigi. Il tipo d’una contessa Clementina arieggia un po’ a quello
della contessa Clara. Balzac vi esalta l’amicizia che non conosce i
fallimenti dell’amore e del piacere: “Après avoir donné plus qu’il n’a,
l’amour finit par donner moins qu’il ne reçoit.„
A due geniali amici del salotto Maffei Balzac dedicò due altri
racconti: allo scultore Puttinati _La Vengeance_ e alla contessa
Sanseverino Porcìa _Les Employés ou la femme supérieure_. Al principe
Porcìa dedicò _Splendeurs et misères des courtisanes_, e alla contessa
Bolognini-Vimercati _Une fille d’Eve_, scrivendole nella dedica
graziosa: “Vous voyez que si les Français sont taxés de légerété,
d’oubli, je suis Italien par la constance et par le souvenir.„
Tale la veridica istoria di Onorato Balzac a Milano e nel salotto
Maffei.