UNO SGUARDO AGLI ALTRI SALOTTI.

Salotti italiani nel secolo XVI. — La contessa Gallerana-Bergamini.

— Significato dei salotti francesi. — Salotti italiani nel

Settecento. — Salotti politici a Milano. — Salotti letterarii e

mondani a Venezia, a Milano, a Verona, a Bologna. — Salotti di

Berlino e di Bruxelles. — Il teatro alla Scala e Stendhal. — Varie

fasi del salotto Maffei. — Aurore patriottiche.

A Milano e in altre città d’Italia, prima del salotto Maffei se n’erano

visti altri, sorti sul genere di quelli fioriti nel Settecento e dopo a

Parigi: salotti politici e salotti letterarii. Ma fin dal Cinquecento,

bellissime letterate, discendenti dall’etèra Lira di Luciano, tenevano

riunioni di poeti, d’artisti, di dotti, che in quelle sale rendevano

omaggio più a Venere che alle Muse. Chi non ricorda, fra le Aspasie

del secolo XVI, la poetessa veneziana Veronica Franco, che finì poi

Maddalena penitente e benefica? E la romana Tullia d’Aragona, nelle cui

vene scorreva sangue regale? Un’altra, un’avvenente milanese, Caterina

da San Celso “virtuosa in sonare e cantare, bella recitatrice con

castigata pronunzia di versi volgari„ (ricorda il Bandello) fu sposata

da un ricco maggiorente milanese, Gian Francesco Ghiringhello. E quelle

etère passavano nel mondo onorate, inchinate da principi, da re,

persino dalle sante. La castissima, religiosissima e illustre Vittoria

Colonna, la prima gentildonna del suo secolo, non lodò forse, e in

rima, una Beatrice spagnuola, che nessuna delle nostre signore d’oggi

si degnerebbe neppur di guardare?... Altri tempi, altri costumi, altri

salotti!

Alcuni salotti del Cinquecento sembravano ed erano Corti: quello ad

esempio della veneziana Caterina Cornaro, regina di Cipro, nel suo

castello dell’amenissimo Asolo celebrato dal Bembo.

Un antenato, per dire così, del salotto artistico letterario e

politico di Clara Maffei a Milano lo troviamo, pure a Milano, nel

secolo della regina Cornaro: lo teneva una colta contessa, Cecilia

Gallerana-Bergamini. “Tutt’i dì i più elevati e begl’ingegni di Milano

e gli stranieri che in Milano si trovano (narra ancora il Bandello)

sono in sua compagnia. Quivi gli uomini militari della loro arte

ragionano; i musici cantano; gli architetti ed i pittori disegnano; i

filosofi delle cose naturali questionano; e i poeti le loro e le altrui

composizioni recitano.„ È un salotto di maschi: son essi gli attori: e

la padrona di casa li applaude. Italiana è, adunque, più che francese,

l’origine dei salotti, che in Francia apparvero più tardi, e riempirono

il mondo civile dei loro fasti politici e galanti.

Il salotto in Italia, nacque per il semplice culto del bello e

dell’amore: in Francia, nacque in opposizione alla Corte, formando una

società temibile a parte. Ma anche l’Italia, anche Milano ebbe salotti

temibili e temuti: quello della matronale dotta contessa Clelia del

Grillo, genovese, moglie del conte Giovanni Benedetto Borromeo, nel

secolo scorso; e quello della contessa Maffei, specialmente nel periodo

della resistenza patriottica dal 1849 al 1859. Tutti e due questi

salotti milanesi furono in opposizione al dominio d’Austria.

Maria Teresa non ebbe in tutti i suoi stati nemica più acerrima

della contessa Clelia, che, nel proprio palazzo in via Rugabella (un

giorno la più bella via di Milano) alimentava oltre gli studii severi

dell’accademia scientifica (detta _Clelia dei Vigilanti_) il fuoco

delle cospirazioni di alcuni patrizii milanesi desiderosi di ritornare

sotto lo scettro di Spagna.

Il conte Giulio Antonio Biancani primeggiava in quel salotto-complotto.

Perseguitato, è tenuto nascosto dalla contessa nelle sue fide sale;

poi, stringendo il pericolo, ella lo aiuta a fuggire. Pur troppo,

il Biancani, colto in un agguato, cade nelle mani dei nemici che lo

riconducono a Milano, e qui l’infelice è decapitato, senza remissione,

senza pietà.

Le persecuzioni che la contessa Clelia sostiene per ordine di Maria

Teresa irritatissima, son note. La sua fronte proterva non si piega;

e, fino a’ più tardi anni, in mezzo a un mondo di liti coi parenti,

conserva lucido il forte intelletto, pronta la facezia, e sparisce

proprio nell’età da lei profetata: a novantatre anni.

Nelle sue sale, passarono i più illustri stranieri che vennero a

Milano: eseguironsi esperienze fisiche, cui si prestò un eccelso

naturalista, il Vallisnieri. Nel 1777, la Pellegrina Amoretti,

d’Oneglia, ch’ebbe le lunghe treccie (come cantava il Parini nella

_Laura_) cinte dell’alloro giuridico nell’Università di Pavia, venne

accolta festosamente dalla ligure dama, regina di Milano. — La contessa

Clelia conosceva il latino, il greco, l’arabo, le scienze naturali e

matematiche: insomma un portento.

Liberale, ma non così tremenda, fu un’altra dama della società milanese

di quel tempo: Maria Vittoria Ottoboni-Boncompagni dei duchi di Fiano,

moglie al duca Serbelloni, col quale non si trovava sempre d’accordo:

tutt’altro. Spiritosissima, amante della buona conversazione,

traduttrice del teatro di Filippo Néricault-Destouches, — a Gorgonzola

dove villeggiava e a Milano, accoglieva i Verri, i Parini; Carlo

Goldoni le dedicò la _Sposa Persiana_.

Nel periodo dal Settecento fin dopo il primo quarto del nostro secolo,

Venezia, città espansiva per eccellenza, vanta specialmente tre salotti

famosi: il politico di Caterina Dolfin-Tron, il mondano di Cecilia

Zen-Tron e il letterario della _saggia_ Isabella Teotochi-Albrizzi.

Bionda, cogli occhi azzurri, graziosa, piena di brio, pertinace nel

volere, benchè malaticcia, la nobildonna Dolfin-Tron siede sul sofà

come su un trono accogliendo _tutti quanti_ nel suo circolo, — dice il

grottesco e sventurato segretario del Senato Pierantonio Gratarol, suo

nemico giurato e quindi giudice assai sospetto. La Dolfin-Tron, acuta

politicante, prevede la prossima caduta della Repubblica; e si dichiara

pronta a resistere contro i fiacchi che ne affrettano coll’inerzia la

fine. In un sonetto veneziano che passa per suo, e che a me sembra

veramente suo, ella esclama fieramente:

Ma mi, fia de un Dolfin, mugèr d’un Tron,

Bato grinta[2], per Dio! Mi no me mazzo.

E se casco, no casco in zenocion!

Il salotto dell’altra Tron s’apre con minori scrupoli a cavalieri e

ad avventurieri; basta che rendano omaggio alla padrona di casa bella

e fragile come un trastullo. E omaggio immortale le rende il Parini

nell’ode _Il pericolo_, quand’ella, trovandosi a Milano nel 1787, vuol

conoscere il vecchio poeta, che trema a quel fulgore di bellezza. —

Il Parini, flagellatore dei cicisbei, non lesina elogi per un’altra

bella veneta, alla famosa Elisabetta Caminer che tiene gran circolo

letterario-amoroso; figlia di Domenico Caminer, veneziano, storico e

letterato; moglie del medico e botanico vicentino Turra. Fautrice delle

idee letterarie moderne, la Caminer pubblica a Venezia le “Composizioni

teatrali moderne„ da lei tradotte dal francese per mostrare la

necessità di creare in Italia un teatro il quale commuova coi casi

della borghesia e del popolo, come già un altro teatro commuove coi

casi degli eroi e dei re. Quante scene lugubri in quei drammi!... C’è

da morire di spavento!... Per qualche tempo, ella dirige il _Giornale

dei letterati_, fregiato dei nomi di Apostolo Zeno, di Scipione Maffei

e di Antonio Vallisnieri. I madrigali, manco dirlo, piovono sulle

sue bellezze, fra’ quali quelli immancabili del riminese abate ed

ex-soldato Aurelio De’ Giorgi-Bertòla, apologhista morale e sonettista

osceno.

Si diverte a burlarlo, questo abate, ne’ suoi rapidi e incisivi

_Ritratti_, la contessa Isabella Teotochi-Albrizzi. La _saggia_

Isabella, come la chiamano con lieve iperbole adulatoria, vera Minerva

delle lagune, tiene uno de’ più celebri salotti poetici d’Europa. Vi

praticano Ippolito e Giovanni Pindemonte, il Cesarotti, Ugo Foscolo

(ch’ella ritrae al vivo), lord Byron, vergognoso di lasciarsi veder

zoppicare, Walter Scott, e quel Chateaubriand, che ospite di Venezia,

ne sparla.

Accarezzata con qualche degnazione dall’Isabella come una buona sorella

minore, tiene a Venezia salotto letterario e scientifico, un’altra

nobildonna, Giustina Renier-Michiel, nipote del facondo penultimo

doge, autrice dell’_Origine delle Feste veneziane_ da lei descritte

in italiano e in francese; tesoro di semplicità, di umiltà e di

coraggio. Quel giorno che la Repubblica di Venezia precipita in preda

ai demagoghi, la Giustina Renier-Michiel si rivolge sdegnata ai giovani

patrizii che siedono in circolo nel suo salotto e: “Cossa feu vu qua?

Andè a salvar almanco la cità, se no podè salvar la Repubblica!„ ella

grida. A Ugo Foscolo scrive con intimità di sorella. A Luigi Carrer,

limpido elegante ingegno, prima improvvisatore di tragedie, lodato da

lord Byron, poi creatore della ballata romantica in Italia, alla guisa

di Schiller e Goethe, la Renier porge savi consigli e lo annovera fra

gli amici del salotto ch’ella conserva anche quando ha la sventura di

perdere l’udito. Ma scherza colla solita finezza persino sulla propria

sordità, e ama rallegrar la vecchiaia colle adunanze de’ giovani. Oltre

la gioventù e la sua Venezia, preferisce tre cose: Shakespeare (di cui

traduce per la prima in italiano i drammi), la botanica, e la luna

splendente fra gli alberi. Sa disegnare e sa incidere. Muore nel 1832.

Rivale della Teotochi-Albrizzi è la patrizia veronese Silvia

Curtoni-Verza, in Arcadia Flaminda Caritea. Bruna di carnagione,

nerissima di capelli e di occhi; piuttosto alta, e bella, tranne

ne’ piedi la cui esagerazione impertinente sa nascondere con vesti

lunghissime.

Corre la moda di recitare commedie nei salotti. La Teotochi recita

in francese, e la Verza recita in italiano, sostituendo, secondo il

vezzo delle signore eleganti del tempo, la _z_ a tutte le _s_; per cui

pronuncia _zi zignore, zarà zervito, zicuro!_

Il bel salone del suo palazzo (dalla stupenda facciata del Sanmichieli)

a Verona, è diviso in due scomparti a uso teatro: metà a stucchi

e metà a specchi con maestosi cortinaggi di seta celeste e quadri

rappresentanti gl’idillii di Teocrito, di Gessner e del veronese Pompei

coi versi relativi. Il Bettinelli, uno dei tanti abati sorrisi dalle

dame, chiama questo salotto “la grotta magica.„

Ippolito Pindemonte, ch’è anche ballerino dilettante da teatro, su

queste scene salta colla facilità con cui scrive l’ode (saltellante)

alla _Malinconia_, sua ninfa gentile. La padrona di casa apparisce sul

palcoscenico adorna d’una preferita mezzaluna di diamanti fitta nel

volume de’ capelli neri, e rappresenta le parti ora di Zenobia, ora

di Tullia, ora di Berenice calcolando sopratutto sull’effetto della

mezzaluna e de’ suoi occhi: effetto infallibile.

Il momento più splendido del salotto Verza fu nel 1822, quando il

congresso dei potenti d’Europa vi condusse gran folla di forestieri.

Allora, come nel salotto cosmopolita dell’Isabella, la grotta magica

della Silvia risuonava di tutte le lingue.

È facile notare che, novantanove su cento, i mariti delle dee de’

salotti sono persone insignificanti, i quali cortesemente si ritirano

nell’ombra perchè la moglie brilli sola. E il marito della Silvia,

Francesco Verza, che si teneva volentieri in disparte, non tardò a

lasciarla tutta sola.... passando fra i più. Glielo aveano fatto

sposare, poverina, solo perchè quel nobiluomo non desse il proprio

nome a una popolana di cui s’era ingattito!... Negli ultimi anni

vediamo la Silvia, vestita di nero e devota, visitar gli ospedali e

consolare gl’infermi. Ella si rammenta ancora di tutti i suoi amici,

di tutt’i suoi viaggi; si rammenta di Milano, qui venuta ospite in

casa Litta dove avea trovato le nostre dame (marchesa Cusani, contessa

Castelbarco, ed oltre) intente a giocare al trucco. Morì nel 1835,

nella bell’età di ottantaquattro anni; tredici mesi prima della sua

rivale Isabella.

Ma più del salotto della Curtoni-Verza, sono celebri i salotti della

contessa d’Albany a Firenze e di Cornelia Martinetti a Bologna.

Cornelia Martinetti gareggiava coll’Albrizzi nel sapere e nello spirito

allegro, arguto, capriccioso: pare la superasse in bellezza, ond’era

chiamata _la Venere_; ma oltre la bellezza ella possedeva la grazia.

Suonava l’arpa, strumento in voga; conosceva il latino, il greco e

sosteneva la conversazione in italiano, in francese, in tedesco, in

inglese e in spagnuolo; se peraltro è tutto vero ciò che si racconta!

Certo scriveva con facilità il francese. Un suo romanzo, apparso a

Roma nel 1823, _Amélie ou le manuscrit de Thérèse_, è definito da un

adulatore “un nido di farfalle.„

Nata contessa Rossi di Lugo, fu data ventenne, in moglie a “Mimino„,

(ingegner Giovanni Battista Martinetti), uno dei personaggi che non

parlano. Ricca e libera viaggiò molto e ricevè molto. Seduceva colla

conversazione, seduceva col ballo, seduceva colla beltà. Ugo Foscolo la

immortalò nelle _Grazie_.

La principessa Luisa Stolberg-Geldern, di origine regale, sposò Carlo

Edoardo Stuart, ultimo degli Stuardi, che sotto il nome di conte

d’Albany mal nascondeva la pretensione alla corona d’Inghilterra: ella

passa nella storia solo per essere stata l’intima amica di Vittorio

Alfieri. Questo conte repubblicano s’accese di pietà e d’amore per

la sposa di quel re spodestato, quando la poveretta gemeva sotto i

maltrattamenti del regio sì ma ubbriaco consorte. Egli l’ajutò a

fuggire e viaggiò con lei l’Europa. Ottenuta alla fine la separazione

legale e rimasta vedova, la contessa d’Albany fissò dimora col poeta

a Firenze. La loro amicizia fu forte e l’amore fu sincero, benchè

il ritrattista Fabre soppiantasse poi il tragedo nel cuor di Luisa;

la quale si rese un po’ ridicola pe’ suoi nuovi amori tardivi. “Non

credo fosse l’Albany mai troppo bella (diceva Gino Capponi): di forme

massiccie ed anche nell’animo, se oso dirlo, materialotta; colta però

ed assennata, ed un po’ duretta, ma non malevola; di poetico nulla

affatto; vestita a mo’ d’una serva.„ Nel suo salotto sul Lungarno,

a Firenze, che continuò la magnifica ospitalità italiana, sfilarono

Chateaubriand, Lamartine, Canova, Sismondi, Byron, Roscoe, Rogers

(poeta caro a Silvio Pellico) e il cardinal Consalvi che sfoggiava le

tabacchiere ricevute dai sovrani. La contessa d’Albany, fra un’arguta

maldicenza e l’altra, leggeva le lettere della Staël, o narrava della

Récamier, le sole due potenze d’Europa, che, senza cannoni, tenessero

testa a un Bonaparte. Nata a Mons sull’Hainau, l’Albany morì di

settantadue anni a Firenze nel 1824; ora riposa in Santa Croce accanto

all’Alfieri, nel monumento erettole dal Fabre.

Ma, tornando un momento a Venezia, dove lasciamo la vivacissima

Marina Querini-Benzon? Per essa il più voluttuoso dei poeti vernacoli

veneziani, Antonio Lamberti, scrive la più popolare delle barcarole,

_La biondina in gondoleta_.... musicata dal bergamasco Simone Mayr

maestro del Donizetti. La bella Querini-Benzon dagli occhi azzurri come

il cielo, dalle carni bianche come il latte, dai capelli biondi come

l’oro, volle vivere da graziosa peccatrice nel suo salotto ch’ella

dominava colla conversazione scintillante. Accarezzata da lord Byron,

lodata da Stendhal, ammirata dal Canova, corteggiata dal Pindemonte,

dall’Arici e da altri mille segnati, brillò in un tripudio continuo,

addolorata solo per la morte d’un figlio, Vittore, poeta gentile,

cantor d’una _Nella_, amico di Luigi Carrer.

Colla fragorosa invasione francese, Milano si svegliò tutta d’un tratto

a una vita che prima nessuno immaginava. Le espansioni scattarono;

le conversazioni si moltiplicarono; i salotti militari-galanti

s’improvvisarono presso le signore milanesi. Il salotto più clamoroso

fu quello d’una poetessa, Annetta Vadori “una vera Aspasietta„ scrive

Giovanni Rosini a Benassù Montanari. Amante dell’avvocato Gallino,

consigliere di Stato a Milano, non lo sèguita quando nel 1799 egli

si trasferisce a Pisa. Corre difilata a Parigi, e abita nella stessa

camera dell’improvvisatore ed ex-sartore Gianni, il quale la introduce

nelle conversazioni della madre di Napoleone. La Vadori le consacra

l’ode: “O delle madri invidia, ecc.„ Bonaparte, andando un giorno a

visitar la madre, vi trova la poetessa e, seccato di questa intrigante,

prima d’andarsene dice a parte a Letizia, ma in modo d’essere inteso:

“Ne ho abbastanza di questa italiana!„ Ciò vale uno sfratto: l’Annetta

è consegnata al generale Fiorello, che se la pone sotto braccio e la

riconduce a Milano; e qui ella s’incontra colla Cecilia Tron. Dove c’è

una donna, c’è Ugo Foscolo; e il poeta dei _Sepolcri_ e delle _Grazie_

entra nel circolo vizioso della Vadori, la quale prima gli è amica,

poi nemicissima, e accoglie gli avversarii di lui per farlo schiattar

di rabbia. A tal grado sale il fanatismo ch’ella ostenta per il Monti

rivale del Foscolo, che il cantor di Bassville, benchè punto sdegnoso

di adulazioni, non può tralasciare di scriverle: “Cesarotti mi aveva

già scritto i tuoi entusiasmi sulla _Spada di Federico_, ma per Dio, tu

me ne parli in modo da farti credere spiritata!„

Annetta Vadori ebbe due legittimi mariti: prima il Buturini, poi

il furente demagogo, velenoso giornalista e medico Rasori; medico

inventore del _contro-stimolo_ e così spaventoso seminator di

cimiteri che l’autorità alla fine dovette intervenire e fermargli la

mano. Vecchia, la Vadori si rifugiò a Napoli, dove aprì una scuola

d’educazione; e là scomparve.

Circolo più temuto tenne a Milano sotto il primo Regno Italico Bianca

Milesi, politicante, letterata e pittrice.

Il suo circolo era furiosamente politico. C’era qualcuno che volesse

rovesciare sia pur colla violenza, sia pur col delitto il _bello

italo regno_?... In casa della Milesi aveva ricetto. Il conte

Federico Confalonieri, il general Pino, il nobile Benigno Bossi, un

conte Gambarana vi s’affiatarono per finirla una volta coll’aquila

napoleonica. Meglio l’aquila d’Austria, gridavano i più.... È nota

l’orrenda giornata del Prina, che, avvertito in tempo del pericolo di

morte, esortato a mettersi in salvo colla fuga, nol volle e rispose: _I

saria nen Piemonteis!_

Taccio d’altri salotti italiani, di quel tempo, de’ quali nessuno, nè

prima nè poi, si levò al grado dei _salons_ di Caterina di Vivonne

marchesa di Rambouillet e della figlia di questa Giulia di Montausier,

ancor più nota della madre: in quelle sale si arricchiva la lingua

della patria e si decretavano allori ai poeti.

L’Italia non può vantare salotti eguali a quello di madama Roland, la

più formidabile politicante che sia mai apparsa in Europa; e neppur

salotti del potere e dello splendor di quelli delle due nemiche di

Napoleone I, la vaghissima Récamier (pura in un’epoca impura) e la

baronessa de Staël dall’incantevole conversazione, anche allora che

lodava le proprie floride braccia.

Nel salotto dell’una e nel salotto dell’altra venivano sollevati

in soglio e atterrati i ministri. Talleyrand non dovette forse al

salotto della Staël se fu ministro? La Récamier cantava sola soletta,

all’oscuro, canzoni melanconiche; poi usciva dalle sue stanze col volto

inondato di lacrime. Ispirava passioni violente agli uomini ed anche

alle donne, talchè la regina Ortensia commise per lei incredibili

follie. A Roma si davano entrambe appuntamenti di notte fra le

rovine del Colosseo, poichè allora (si sa) continuava la moda delle

pittoresche rovine, cominciata nel Settecento.

Il _salon_ della Récamier a Roma divenne un centro artistico,

illustrato dal Canova; e quello dell’Abbaye-aux-Bois, da lei

signoreggiato per trent’anni, divenne un centro politico così temuto,

che più di qualche diplomatico fu obbligato a rigar bene diritto.

Napoleone I, avvezzo ad essere obbedito sempre e senza indugi, non potè

spetrare quel cuore di donna, non potè goder di quelle grazie; talchè

se ne vendicò facendo che il marito di lei, banchiere, perdesse in un

momento un milione negli affari, e lei impoverisse: uno dei magnanimi

tratti del grande “Robespierre a cavallo!„

Gli ossequii che tributavano a madama Du Pétieaux, visitandola nel suo

salotto di Bruxelles, principi di real sangue e prelati frequentatori

assidui, non veniano provocati dalla sola singolare bellezza, ch’ella

curava con arti raffinate, ma anche dal vivacissimo spirito di quella

regina dei cuori. Morì quasi nonagenaria e ancor bella. Nessun salotto

italiano ebbe forse il lusso di quello della Du Pétieaux. Così in

Italia mancò finora un salotto la cui signora indovinasse per la prima

il genio singolare d’uno de’ suoi giovani visitatori, come avvenne in

Germania. La poetessa Elisa de Hohenhausen, che ne’ primordii di questo

secolo teneva a Berlino uno dei due più cospicui salotti (l’altro

era quello di Rachele Varnhagen von Ense), fu veramente la prima che

riconoscesse il valore di Enrico Heine; il quale, appena laureato in

diritto, avea ottenuto di esserle presentato. Il salotto Varnhagen

contribuì poi a sviluppare il genio del poeta. Il salotto di Rachele

era principalmente votato al culto di Goethe; quello d’Elisa era votato

al culto di Byron.

Rachele Varnhagen von Ense professava amicizia per Enrichetta Herz,

figlia del celebre medico portoghese De Lemos. Nata a Berlino nel

1764, Enrichetta, l’avvenente ebrea, sposa del brutto storto,

intelligentissimo medico Marco Herz, tenne salotto, celebre nell’alta

cultura tedesca. Ella cercò nell’amicizia degli uomini più insigni

compenso alle sue nozze senza figli e senza amore. Ludovico Börne,

i tre Schlegel, i due Humboldt, il filosofo Engel, figuravano nella

corona de’ visitatori di questa splendida rosa di Gerico. Rimasta

vedova, lottò colla miseria, e trovò appena di che vivere mettendo

a profitto la propria istruzione. Rifiutò la mano del conte che

l’adorava per non contristare la propria madre colla conversione al

cristianesimo; ma, morta la madre, si fece battezzare. Si serbò briosa

fino alla sua morte, che avvenne nel 1847.

Quale attrice italiana ebbe il salotto di Adriana Lecouvreur o della

dolce e mesta Contant, che durante gli orrori della Rivoluzione

francese fu incarcerata e nella prigione si trovò a tu per tu con varie

dame della Corte?... E chi ebbe un salotto filosofico come la D’Epinay,

colei che chiamava Rosseau _il mio orso_?

Questi rapidi cenni servano, se è possibile, di qualche confronto

colle memorie del salotto Maffei, la cui importanza pur tanto

notevole, per un largo periodo andò crescendo. Non è possibile,

peraltro, dimenticare che il teatro alla Scala, come già osservava

Stendhal (il quale dal 1800 al ’21 soggiornò a Milano e ne frequentò

la società più intelligente), fu per molto tempo, ed è ancora, il

vero, il grande _salon_ della città. Ma il salotto Maffei ebbe un

carattere particolare, ebbe un indirizzo civile che altre adunanze non

possono vantare di certo. Fino al ’48, esso fu un salotto letterario

ed artistico, e insieme un salotto elegante. Dal ’48 al ’59 assunse

uno spiccato colore politico liberale, e fu vivissimo focolare di

agitazione a pro dell’indipendenza d’Italia. Dal ’59 al’76 fu politico,

letterario, artistico e mondano insieme; poi, a poco a poco, andò

decadendo, finchè sparve con la morte della contessa.

Un giorno, la vita sociale rimaneva circoscritta dalla difficoltà

delle comunicazioni fra i paesi, dall’apprezzamento più vivo delle

intime riunioni e dalla minor copia di bisogni e di vicende. Il salotto

raccoglieva e addensava il meglio di quella vita; sembrava un’isola

fiorente in mezzo ad un mare monotono, quando non pareva un vulcano. Le

forme decorose, che mai dovevano scompagnare i dibattiti, nobilitavano

i costumi; e la _causerie_, questa farfalla della conversazione, non

escludeva la serietà dei propositi quando ne suonava l’ora. L’abate

Galiani, che primeggiò nei _salons_ parigini del secolo XVIII,

quell’argutissimo abruzzese, del quale Diderot scriveva a mademoiselle

Voland: “C’est un trésor pour les jours pluvieux„ giudicava un po’

troppo alla lesta, allorchè alludendo a quei _salons_ diceva essere la

Francia una nazione la quale ha bisogno di parlare per pensare e non

pensa che per parlare: benchè sessagenario, egli morì troppo presto[3]

per vedere gli effetti (e quali effetti!) del pensiero e della parola.

I serii e talor santi propositi dei salotti italiani lasciarono traccie

durevoli. Bianca Rebizzo, che a Genova fondava gli asili d’infanzia,

come la contessa Teresa Popadopoli, l’amica-sorella della Maffei, li

fondava a Venezia, sarà benedetta finchè il bene avrà un culto. Il

salotto della Rebizzo a Genova, frequentato da’ suoi alleati nella

carità — quali Lorenzo Pareto, Giovanni Colla e ricche patrizie

genovesi, — meriterebbe anch’esso un libro. Il salotto della signora

Farina a Torino e quello di donna Emilia Peruzzi a Firenze emergono con

altri nella società della nuova Italia.

Ho detto che fino alle Cinque Giornate il salotto Maffei fu artistico,

letterario, mondano; pure una vena patriottica serpeggiava fin dai

primordii. La contessa non tardò ad abbracciare la fede di Mazzini,

primo raggio, unico raggio, che splendesse fra le nebbie. A due passi

dalla sua casa, nella stessa via del Monte di Pietà, potenti memorie

patriotiche parlavano allo spirito di lei e de’ suoi amici: qui, la

casa dove nel 1818 si fondava dal conte Porro il _Conciliatore_ e

dove più tardi veniva arrestato Silvio Pellico; là quella di Federigo

Confalonieri e della sublime sua compagna Teresa Casati, la cui

immagine nelle ore di raccoglimento, la pensosa Clara avrà forse veduta

balenare come un fantasma d’amore e di dolore senza fine.

Il salotto della contessa Maffei e la società milanese (1834-1886) · 第 11 / 77 题