La prima amica. — Nozze della contessina Clara con Andrea Maffei. —
A un ballo in casa Scotti. — Lutto. — Principii del salotto Maffei.
— Tommaso Grossi e Massimo d’Azeglio. — Una poesia inedita del
Grossi. — Francesco Hayez, i suoi racconti e i suoi quadri. — Chi
gli forniva i soggetti? — Un Epigramma inedito di Andrea Maffei
all’Hayez. — Relazioni degli artisti coi patrizii. — Giulio Carcano.
La contessa Clara confessava in una lettera a Giulio Carcano che
l’infanzia era stata la “sola epoca non infelicissima della sua vita„.
Fu affidata al Collegio degli Angeli di Verona dalla madre, che la
raccomandava con molte lagrime a una dama veronese, la contessa Paolina
Mosconi nata Michiel e alla gentil figliuola di costei, Teresa, la
quale studiava pure in quel collegio e contava sei anni di più della
nuova sua piccola amica.
Le due fanciulle contrassero un’amicizia tenerissima, che durò tutta la
loro vita. Teresa Mosconi, sposata poi al conte Spiridione Papadopoli
di Venezia, fu la prima, la più intima e la più affezionata amica che
la Maffei abbia avuto. In collegio, Teresa accennava alla compagna le
conversazioni che la propria madre teneva col Pindemonte, con Giulio
Perticari, col Monti, e con altri scrittori di grido: tali racconti
accendevano in Clara il desiderio di conoscere anch’ella un giorno i
poeti celebri d’Italia.
Dopo la morte della madre adorata, Clara, per volere del padre, passò a
Milano, nell’istituto d’educazione di madame Garnier, ricordata tuttora
per avere educate tre generazioni di fanciulle della buona società
milanese. Che cosa s’insegnasse in quel tempo alle nostre damigelle non
è un mistero: religione, lingua francese, bel portamento, ballo, un po’
di musica, e i quattro elementi: aria, acqua, terra e fuoco. Far buona
figura in società, questo lo scopo principale.
Il padre, che tratto tratto andava ad abbracciare la figliuola, le
presentò un giorno un bel giovinotto trentino, alto, elegante, del cui
talento poetico tutta Milano parlava: il poeta Andrea Maffei. — “Questo
è il celebre cavaliere Maffei,„ le disse. “Se ti aggrada, Chiarina,
egli sarà felice di offrirti la mano di sposo.„
Un giovane poeta di grido era appunto il sogno della giovinetta: e il
matrimonio fu stabilito presto. La fanciulla a diciott’anni lasciò il
collegio per andare all’altare. Le nozze vennero celebrate il 10 marzo
1832 in un’antica chiesa di Milano, a Santa Maria alla Porta, nella cui
parrocchia il conte Carrara-Spinelli abitava. La sposa era di statura
piccola ma assai graziosa; di capelli neri, d’occhi bruni, pensosi, e
di lineamenti finissimi.
Andrea Maffei, figlio di Filippo, cavaliere del sacro romano Impero,
era nato a Molina in Val di Ledro nel 1798, non già nel 1800, come
il parroco di quella chiesa, per ringiovanire di due anni l’illustre
sposo, notava ne’ suoi registri. Egli contava, adunque, trentaquattro
anni. Il conte Giambattista prestò il proprio consenso alle nozze
della figlia minorenne: e certi Lucchi, commissario pontificio, e
Colò impiegato testimoniarono. Nozze semplici, senza fasto, senza
rumori. Andrea Maffei regalò alla sposa una nuova edizioncina delle sue
armoniose parafrasi degli idillii di Gessner con un’affettuosa dedica
in prosa che alludeva all’idillio dei loro cuori felici.
Ma, pur troppo, la felicità fu breve. Andrea Maffei s’accorse ch’egli
non era tagliato per il matrimonio. Diceva: “il matrimonio è una cosa
tanto seria che, prima d’incontrarlo, bisogna pensarci su tutta la
vita.„ E a un amico che gli domandava un giorno perchè egli, tanto
alto, avesse sposato una signora così piccina, rispose scherzando:
“Quando si prende moglie, bisogna prenderne il meno possibile.„ Eppure
avrà pensato che una donna è alta se arriva al cuore. E Clara Maffei
voleva arrivargli al cuore. Un giorno disse: “Ah! s’io fossi sua
sorella!„ Ella splendeva allora nell’incanto della primavera e di que’
pregi che il suo poeta aveva decantati: e già le speranze le mancavano
di parola.
Gli sposi posero il loro nido al numero 1 della tranquilla via del
Monte di Pietà, in una casa massiccia, costruita nello stile del
primo Impero nel luogo dove un tempo sorgeva un convento di monache
francescane di Santa Chiara, leggendarie per certi prodigi compiuti,
dicevasi, all’epoca di Francesco I di Francia. La sposa attendeva
ansiosa il suo Andrea quand’egli dovea ritornar dall’ufficio, e, Chiara
anch’essa di nome, come la santa venerata dell’antico monastero,
implorava anch’essa un prodigio: che il marito non s’indugiasse troppo
al caffè Martini.
Lo zio dello sposo, il cavaliere Giuseppe Maffei, regio bavaro
consigliere, cappellano aulico, autore d’una diligente storia della
letteratura italiana, gli aveva, difatti, ottenuto un posto onorevole
presso il Tribunale d’appello; ma egli preferiva le pindariche note
alle _emarginate note_, e sulle carte d’ufficio (come già il Porta)
componeva que’ suoi versi che sono una melodia.
Dopo l’ufficio, alcune volte accorreva premuroso alla sposa; altre
volte, invece, accorreva fra gli amici nei caffè dove gli elegantoni,
vestiti alla moda inglese o francese, questionavano sulle nuove opere,
sui balli, sulle cantanti e sulle ballerine, delle quali volevano
conoscere ogni menomo avvenimento: una visita misteriosa, il recapito
d’una lettera con tanto di corona, gli amori, gli starnuti.
La contessina (continuarono a chiamarla così per molti anni come quando
era ragazza) perdonava volentieri, sorridendo, le innocenti divagazioni
del marito; il quale, una sera.... L’aneddoto è un po’ curioso; merita
d’essere raccontato.
Una sera, Andrea Maffei conduce la sua graziosissima sposina a una
festa di ballo in casa di donna Fulvia Scotti; ma, ben presto,
scompare, promettendole che sarebbe tornato per riaccompagnarla a
casa. La festa ferve e finisce: tutte le danzatrici sfilano e se ne
vanno; si smorzano i lumi, e la povera sposina rimane sola soletta e
non vede neppur la larva del marito. Angustiata, immagina chissà quale
catastrofe; aspetta palpitante e soffre, invano consolata da’ suoi
buoni amici. — Ma perchè Andrea non viene?... Me l’ha promesso!... —
Niente. Il traduttore di Gessner, in preda a una delle sue poetiche
distrazioni, s’era scordata la moglie.
La nascita d’una bambina parve cementare l’unione. Esultante, la
contessa le impone il nome della madre sua, Ottavia; ma, dopo nove
mesi, quella culla diventa una bara. La povera mamma strazia chi la
vede nel suo dolore, dolore immenso ch’ella cerca di nascondere. Un
velo di tristezza scende su quel volto che non sarà mai più ilare
come prima. Un sonetto del poeta, forse il suo più bello, ritrae
quella desolazione, velata invano dal sorriso onde la pia si sforza di
consolare il marito pure addolorato.
Tu mi guardi, infelice, e d’un sorriso
Cerchi velarmi il tuo muto dolore?...
Oh, che tutto io lo veggo in quel pallore,
In quella stilla che ti bagna il viso!
Come dall’aspro falciator succiso,
Pria che schiuda la gemma un caro fiore,
La speranza morì che del tuo core
Fece per nove lune un paradiso!
Morì; chè farsi verità non cura,
Su questa terra di dolor, la speme
Che promette il diletto e dona il pianto.
Ma l’angelico sogno in creatura
Vedrem lassù converso, ove non teme
Alcun nodo d’amore essere infranto.
Per temperare la triste solitudine della contessa vengono a visitarla
più spesso amici ed amiche. Il marito le conduce i poeti e letterati
più in voga; le conduce qualche artista acclamato. Anche il padre,
affettuoso, non manca di circondare la figlia di begl’ingegni: e così
comincia, così si forma il celebre salotto, alla cui fondazione si può
fissare, con esattezza, come data, l’anno 1834. È lo stesso anno nel
quale appare alla luce _Marco Visconti_ di Tommaso Grossi. È questi
uno de’ primi fondatori del salotto con Massimo d’Azeglio, il bel
giovane alto, slanciato, biondo, pittore e scrittore, il cui _Ettore
Fieramosca_ era uscito l’anno avanti fra gli applausi di tutta la
società milanese che, nel ’27, non s’era, invece, quasi accorta della
comparsa del grande modello, _I Promessi sposi_, definiti allora da
una dama di spirito con una frase mordente che non ho il coraggio di
ripetere. Massimo d’Azeglio frequentava artisti capi ameni; perciò
aveva sempre in serbo qualche barzelletta da riferire infiorata dal
suo caustico brio. Tommaso Grossi, — magro allampanato, che camminava
per via colla testa un po’ curva e rivolta al muro in modo quasi da
rasentarlo, — si faceva una festa di frequentare il circolo Maffei,
nel quale la contessa era corteggiata regina e mira ai madrigali più
squisiti. Di questi, oggi, scemato il culto della cavalleria verso
la donna, verso la _signora_, sembra rotto lo stampo. E un madrigale
sfavillante, degno de’ poeti più raffinati del Settecento, uscì dalla
penna solita a narrare intime tragedie di fanciulle innamorate.
Tommaso Grossi lo scrisse sull’album della contessa Clara, dal quale,
dopo mezzo secolo d’ombra romita, esce alla luce. Il robusto dialetto
milanese nella bocca della contessa risuonava graziosissimo; il Grossi
n’era ammirato.... ma lasciamolo dire al geniale maestro:
_Su quella soa bocchinna_
_Tant bella e tant graziosa,_
_La lengua meneghinna_
_L’è de color de rosa:_
_La gha on certo fà.... soi mi?_
_Savarev nanca dì._
_Scaldaa in st’ideja: allon!_
_Ho ditt: fèmmes onor,_
_Scrivèmm in buseccon_
_Che l’è domà savor,_
_On ver lenguagg de strij_
_Pien de simonarij._
_E ho scritt, ma sì: lalella!_
_Sta lengua del Verzee_
_No la me par pu quella_
_Che la parlava lee:_
_L’è fada slavia e flossa,_
_L’è tutt on’altra cossa._
_Però, la vœur giustalla?_
_Prest faa, sura Chiarœu:_
_Basta domà passalla_
_Per quell so car boccœu_
_Furbett senza fa mostra,_
_Che ’l par ona magiostra._
_E a on tratt la me deventa_
_Vergnonna, maliziosa,_
_Viscora, sbilidrenta_
_Comè ona bella tosa:_
_Bella?... l’è minga assee,_
_La me deventa Lee._
È il più leggiadro madrigale di tutta la letteratura vernacola
lombarda, alla quale il pittore-poeta Giuseppe Bossi (uno dei
ritrattisti delle bellezze svelate di Paolina Borghese) donò agili
strofe oraziane. Si può tradurre la grazia del Grossi?... Per chi fra’
miei lettori non comprendesse il milanese, oso mettere in calce una
approssimativa e scolorita versione[1], e passo a un’altra delle prime
e più caratteristiche figure del salotto: a Francesco Hayez.
Il capo della pittura romantica è presentato da Andrea Maffei alla
moglie, che lo riceve con grandi onori. Egli va nelle prime ore della
sera a salutare la contessa, dopo d’aver lavorato tutto il giorno
nell’ampio suo studio della casa Repossi, rallegrato da giardini di
platani giganteschi. La mestizia della Maffei sparisce nell’udir
l’Hayez raccontare arguti aneddoti autobiografici in quel dialetto di
Carlo Goldoni che l’acclamato pittore veneziano conserverà sino agli
ultimi anni della vita nonagenaria, non ostante il suo lunghissimo
soggiorno in Milano.
L’Hayez le racconta che ha visto l’ultimo doge di Venezia, Lodovico
Manin, scendere nel giorno dell’Ascensione dal bucintoro, dopo d’aver
lanciato nel mare il mistico anello, fra il tuonar delle artigliere,
fra lo squillar festoso delle campane, fra gli applausi del popolo.
Egli rivede quel doge; egli ricorda que’ senatori dalle toghe rosse
(che dipinge ne’ proprii quadri storici) e l’ultimo bagliore della
Repubblica stanca di quattordici secoli di gloria.
— _Go visto anca i Francesi ocupar Venesia e darla a l’Austria.
Sicuro!_ Nella piazza San Marco stavano schierate, qua le truppe
austriache, là le francesi tutte intente a guardare un bellissimo
giovane generale che percorreva pomposo le file: Eugenio Beauharnais.
Il Cicognara, presidente dell’Accademia di belle arti a Venezia, prese
a voler bene al piccolo Francesco innamorato dell’arte, e lo protesse
come un figlio. A diciott’anni, l’Hayez fu inviato a Roma per divenire
artista sul serio, ed ivi trovò un altro ajuto eccelso in Antonio
Canova che lo accolse a braccia aperte.
— _Sàla, contessa! Canova, co ’l lavorava, el gavèva sempre in testa
un baretin de carta. I lo gaveva fato marchese; ma, a lu, no ghe ne
importava gnente. Baréta de carta.... e quele quatro righe de statue!_
Fra i letterati della scuola romantica, che incontrò in casa Maffei,
l’Hayez attinse varii soggetti pe’ suoi quadri romantici, in buona
parte inspirati dai crociati o dalla storia della Repubblica di San
Marco. Egli fissò sopratutto l’attenzione su Valenzia Gradenigo della
storica famiglia, fondatrice, dicesi, di Grado; tanto che la dipinse
più volte. Dipinse il Foscarini, che ricusa di sposare Valenzia
Gradenigo il giorno delle nozze perchè la trova bionda di capelli;
dipinse Valenzia Gradenigo davanti agl’Inquisitori, quadro che nel ’35
compì per Clara Maffei, la quale ne adornò la parete più in vista del
suo salotto; e dipinse ancora, per altre due volte, la stessa Valenzia
Gradenigo al cospetto del padre inquisitore, con molta luce che scende
da un finestrone e con quelle sue figurette ben disegnate, sì, ma
somiglianti ad automi.
Francesco Hayez, in questo tempo e per lungo tratto dopo, fu il
ritrattista più ambìto della società milanese. Ritrasse Clara Maffei
nella sua aria dolcemente malinconica; e altre gentildonne e signori,
il cui elenco sarebbe troppo esteso. Per Andrea Maffei (uno de’ suoi
fornitori di soggetti) l’Hayez dipinse Francesco Foscari che vede il
figlio per l’ultima volta, e _La Meditazione_. Il poeta lo ricambiò coi
versi. Un epigramma allusivo alla gloriosa longevità del caro pittore
fu scritto, più tardi, dal Maffei sull’album della consorte: era uno
dei tanti scambii di omaggio e di cortesie che allora fiorivano fra
letterati ed artisti:
La Natura, matrigna a Raffaello,
Nel fior degli anni gli troncò la vita;
Ma, buona madre, rispettò Vecello,
E te, rispetta, dell’error pentita.
Letterati, artisti e patrizii vivevano nell’epoca, di cui tocco,
in bell’armonia. I patrizii si onoravano di onorare gli artisti.
Le commissioni fioccavano a pittori e a scultori, che adornavano i
palazzi di affreschi, di tele, di statue. L’arte arrideva, innalzava
gli animi e riempiva un po’ anche il vuoto della vita, non agitata
ancora da frementi aspirazioni. Chi sa dire quale educativa influenza
esercitavano nei cuori, specialmente delle donne, poeti gentili come
il Grossi e Giulio Carcano?... Dopo questi soavi scrittori, dopo la
fioritura del romanticismo a cui le signore furono attratte, nessuna
gentildonna milanese scriveva certo al suo intimo amico le espressioni
volgari e peggio che la contessa Antonietta Fagnani-Arese intercalava
nei bigliettini amorosi a Ugo Foscolo.
Giulio Carcano fu de’ primi amici della Maffei, uno dei fondatori del
salotto, nel quale egli portava quella delicatezza ch’è l’eleganza
della probità.
E ora che abbiamo assistito al sorgere del salotto Maffei, gettiamo un
rapido sguardo su altri salotti che lo precedettero.