LA FAMIGLIA DELLA CONTESSA.

Carattere e influenza del salotto Maffei. — Nascita della Contessa.

— Il conte poeta e pedagogista Giambattista Carrara-Spinelli. — In

casa Litta. — I parenti della contessa Ottavia Carrara-Spinelli. —

Poeti, poetesse, cardinali. — Un conte che spezza la sua corona. —

Rivoluzionarii e ribelli in casa Gàmbara. — Un racconto di Balzac.

Il salotto di Clara Maffei, nata contessa Carrara-Spinelli, durò mezzo

secolo a Milano, e per questo tempo rimase il salotto più celebre

di tutta Italia. Per cinquantadue anni, fu il centro di riunione di

patrioti, letterati e artisti italiani, e degli stranieri illustri che

visitando la nostra Penisola, passavano per Milano.

L’influenza, esercitata dal salotto Maffei nel decennio dal 1849

al 1859 nei destini di Lombardia e possiam dire d’Italia, non va

trascurata. La sua patriotica irradiazione si diffuse oltre i limiti

di Milano e della Lombardia, si diffuse in altre regioni italiane; e

vi portò la parola d’ordine, la parola che ben presto divenne fatto.

Anche fuori d’Italia, specialmente a Parigi, che pur vanta nella sua

storia politica, letteraria e galante, salotti famosissimi, il nome

di Clara Maffei era conosciuto e ripetuto con reverente simpatia: _le

salon Maffei_ veniva citato alle Tuileries come ritrovo d’uomini d’alta

tempra sul cui senno e sul cui ajuto il grande statista del nostro

risorgimento, Camillo Cavour, contava con fiducia. Non si tratta,

adunque, d’un salotto provinciale, bensì d’un salotto degno d’una

metropoli. Non lo segnalava certo il lusso esteriore, non il fasto da

cui la gentil padrona di casa e i suoi amici abborrivano, bensì la

riunione di elevati intelletti, di forti caratteri, di cuori ardenti,

devoti alla patria, al culto dell’arte e della letteratura.

Poichè è doveroso tenersi lontani da ogni esagerazione, non si creda

che Clara Maffei deva essere posta nella storia delle donne notevoli a

lato d’una Roland o d’una Récamier; che fosse una mente direttrice, una

di quelle regine quasi imperiose di salotti, dove i frequentatori sono

più o meno sudditi. La sua potenza consisteva nell’arte, così ardua, di

ricever bene, di riunire nobili elementi; di esser centro d’un ordine

d’idee civili, liberali, senza farne mostra. Nessuna ostentazione,

nessuna posa, nessuno sforzo in lei: sembrava nata per ricevere, per

guidare una conversazione eletta, per ispegnere subito abilmente gli

attriti, che nel calore delle discussioni possono insorgere. Era

gentildonna nell’aspetto, nel discorso, nella delicata vivacità,

nella scioltezza, nel gesto, nell’anima, e nella finezza colla quale

sapeva porre ogni nuova persona presentata in grado di trovare ben

presto nel salotto un compagno di attitudini, di gusti, di studii, un

concittadino, un amico.

Tutti la chiamavano _contessa_ benchè, quantunque nata contessa, avesse

sposato il poeta Andrea Maffei cui non ispettava il titolo di conte; ma

nessuna contessa d’Europa meritava più di lei quel titolo tributato più

in omaggio alle sue qualità squisite che alla sua nascita illustre.

Clara Maffei nacque a Bergamo, patria d’un’altra dama amica di numerosi

poeti e sapienti, la poetessa Paolina Secco Suardo-Grismondi, la buona

Lesbia Cidonia del Mascheroni, lodata persino da Voltaire.

Dall’atto di battesimo si rileva che Elena Chiara Maria Antonia

Carrara-Spinelli, figlia dei signori conti Giovanni Battista e Ottavia

Gàmbara, conjugi, vide la luce il giorno 13 marzo del 1814, in quella

città, e precisamente nella parrocchia di Sant’Agata nel Carmine.

Il padre di Clara, poeta di classiche eleganze e pedagogista, insegnava

belle lettere in primarie case patrizie di Milano. A’ suoi tempi godeva

bella fama letteraria; oggi, il suo nome è dimenticato. Nessuno finora

si è occupato di questo scrittore lombardo che vestiva di elette forme

eletti sentimenti; di questo tragèdo, che affollava i teatri più

cospicui d’Italia.

Egli discendeva dai Carrara di Bergamo (l’ultimo dei Carrara di

Padova cadde, nel 1435, sotto la scure dei Veneziani) e precisamente

dal ramo dei Carrara-Spinelli di Clusone, che avea ottenuto nel 1721

dalla Repubblica Veneta il titolo di conte per ispeciali benemerenze

acquistate in Svizzera. A loro spese (dice il _Libro d’oro dei veri

titolati della Serenissima Repubblica_), i Carrara-Spinelli aveano

lavorato per il “buon successo dell’alleanza stabilita con quei

Cantoni„ e s’erano adoperati “nelle moleste turbolenze della Terraferma

nell’occasione de’ passaggi delle truppe di estere Corone„.

Anche il padre del nostro gentiluomo poeta (esso pure nato a Clusone)

dilettavasi di poesia.

Sparsi in volumi, in volumetti e nei periodici letterarii del tempo, si

trovano almeno trenta lavori del padre di Clara Maffei. Le compagnie

tragiche (correva allora la moda delle tragedie come oggi delle

_pochades_) gareggiavano nel rappresentare la sua _Isabella di Lara,

gli Arsacidi, Davide, Guido della Torre_; tutte tragedie di stampo

alfieriano recitate da attori alfieriani, tiranni e vittime frementi.

Nelle odi egli imitò assai felicemente ora il Parini e ora il Fantoni.

Lasciò una versione dell’epitalamio di Catullo, delle Georgiche di

Virgilio e il _Radamisto_ tragedia tradotta da Crébillon. Inneggiò alle

nozze di Napoleone e alle nozze di amici; sciolse un carme all’_Arco

della pace_ di Milano e un _Canto ad amore_. Le sue prose educative

contengono consigli preziosi, frutto di lunga esperienza, forse

amara.... Apparve nel 1841 l’ultima sua opera, specchio dell’animo suo

rivolto a pensieri religiosi: e un _Diario ascetico_ tutto meditazioni,

preci e salmi penitenziali.

Al pari di tutti o quasi tutti i patrizi lombardo-veneti del tempo, il

padre di Clara si fece riconfermare dal governo austriaco il titolo

di conte, che gli apriva molte porte: eppure non isfoggiava le borie

d’altri nobili flagellate dal Parini e dal Porta, questo patrizio dal

tipo del bonario. Avea occhi piccoli tagliati a mandorla, capelli

ricciuti, naso lungo, mento grosso mezzo sepolto sotto le volute

del cravattone di moda. Bonario il suo aspetto, ma raffinato il suo

sentire. Insegnò alla figlia Clara come una gentildonna deve ricevere

gli amici in una pagina che la figlia, col suo sottile discernimento,

deve avere meditata; certo ella ne seguì i consigli.

A Milano il conte Giovanni Battista guidò l’educazione del primogenito

della duchessa Camillo Litta Visconti-Arese, nata contessa Lomellini di

Tabarca, dama di palazzo dell’imperatrice d’Austria.

Da ciò ebbe origine l’amicizia che la contessa Clara nutrì fino

all’ultimo suo giorno pei Litta. Ciambellani e principi dell’impero

Austriaco, i Litta erano amici del conte Carrara-Spinelli, che non

inclinava punto a lodare i moti democratici, peggio poi i moti

demagogici a’ quali avea dovuto assistere.

La madre di Clara, contessa Ottavia Gàmbara, discendeva da patrizii di

ben altri ideali. Il genitore della contessa Ottavia s’era segnalato a

Brescia per le sue scalmane a favore di quel _delirium tremens_ che fu

la Repubblica Cisalpina. Racconta il Litta, negli alberi genealogici

delle _Famiglie celebri italiane_, che quel nobiluomo, nel mutamento

civile del 1797 fu de’ primi che distruggessero lo stemma patrizio; lo

stemma dei Gàmbara consisteva in uno scudo con un bel gambero rosso in

mezzo. Questo simbolo di regresso e l’aquila nera a due teste coronate,

che sormontava lo scudo, garbavano così poco al conte, che nelle mani

plebee del Governo provvisorio s’affrettò a rinunciare allo stemma e

ai diritti feudali. Ma quanti reazionarii del più bel nero diventavano

repubblicani del più bel vermiglio, attraverso il fuoco di quelle

meteoriche rivoluzioni! È l’eterna storia del gambero: casca bruno

nella pentola e n’esce rosso.

Questo conte demagogo, non ostante le sue smanie sovvertitrici, era un

cuor d’oro. Illibati i suoi costumi, inesausta la sua carità verso i

poveri. Appassionato pe’ fiori, un giorno si punse mondando una rosa.

Non curò la puntura, ammalò alla mano che non volle gli fosse amputata,

e ne morì nel 1805 a quarantun’anno, lasciando due figlie: Teresa e

Ottavia, la madre appunto della contessa Maffei.

Teresa, maritata a uno scudiero d’Eugenio Beauharnais, visse

ritirata, modesta, schietta, benefica: morì demente in seguito a un

cattivo parto, nel 1834. Ottavia, che sposò il conte Giambattista

Carrara-Spinelli, raccontava alla figlia Clara, bambina, le virtù di

questa povera zia Teresa e gliela proponeva ad esempio.

Ma altre cose le raccontava la madre:

— Sai? tu ti chiami Chiarina in memoria d’una poetessa: Chiara Trinali,

madre mia.

Questa Trinali era, difatti, una facile verseggiatrice della scuola

anacreontica del Vittorelli. La virtuosa poetessa Veronica Gàmbara

apparteneva anch’ella alla casa della madre di Clara Maffei: e nasceva

in Pratalboino, feudo della famiglia Gàmbara sul Bresciano. Vi

appartenevano anche una beata Gàmbara Costa, un Lorenzo Gàmbara, poeta

latino, due cardinali e un terribile feudatario, morto nel 1801.

Il conte Alemanno Gàmbara del castello di Pratalboino s’era formato

un nido temuto, co’ suoi bravi, appartenenti a quella razza che, come

riferisce Stendhal nel _Rome Naples et Florence_, al principio di

questo secolo nei dintorni di Brescia era tutt’altro che sterminata

dalla gendarmeria di Napoleone lanciata a darle la caccia. Il volgo

parlava di trabocchetti spaventosi in quel maniero, del quale poi

rimasero sole poche rovine, ludibrio dei venti. Era vero che in quel

castello si commettevano orribili violenze. Una volta, alcuni birri

veneziani entrano nelle terre del conte per isnidarne un malvivente.

Il conte li lascia venire e li invita ad allegro banchetto; ma al

domani un pesante carro coperto di cavoli entra in Brescia, e sotto

que’ cavoli stanno ammucchiate le salme dei gendarmi trucidati. Eppure

quest’uomo sanguinario usava modi cortesi, soccorreva i poverelli e

pronto li difendeva dall’altrui prepotenza. Sdegnando di sposare donne

ricche, s’impalmò con una marchesa povera dei Carbonara di Genova.

Costei s’incapricciò poi d’un conte Miniscalchi di Verona e condusse

vita licenziosa colmando d’amarezza il cuore del marito che l’amava

davvero. Bandito dalla Repubblica Veneta, Alemanno Gàmbara (il quale

poteva servir di modello ai _Masnadieri_ di Schiller) ottenne alla fine

perdono e passò da Zara a Chioggia, quindi rivide la patria e morì

vecchio e desolato nel castello di Pratalboino, testimone delle sue

antiche baldanze.

I Gàmbara di Brescia diedero un altro ardente ribelle alla Repubblica

Veneta, quel conte Francesco (uno dei tre figliuoli d’Alemanno) il

quale al primo turbine della licenza giacobina, alla testa d’un’orda

di bergamaschi e di bresciani, irruppe a Salò, vi rovesciò il Leone di

san Marco, fece prigione il rappresentante Veneto, Almorò Condulmer,

disarmò gli Schiavoni e aperse le carceri. Egli rideva nel veder

“tremare la sedia della vecchia verginella„ (sue parole), la già

superba Venezia. Ma Salò e i dintorni insorsero contro di lui; ed egli

cadde prigioniero. La Serenissima (in mezzo a quei torbidi si chiamava

ancora così!) si preparava a tagliargli la testa; ma Bonaparte,

_quell’omett del cappellin_, giunse in tempo a salvarlo. Il cittadino

Francesco Gàmbara fu uno de’ cinque che recarono a Napoleone la nomina

a presidente della Repubblica Cisalpina. Più tardi si consacrò tutto

alla letteratura: scrisse sui fatti contemporanei, compose un poema

sulla lega di Cambrai contro Venezia, sfucinò una folla di tragedie

e di commedie, fra cui.... _Commedie ad uso degli stabilimenti di

educazione_! Era scritto lassù che questo ardente figlio della

rivoluzione dovesse finire in mezzo a una rivoluzione: morì a Brescia

nel 1848.

A ben più alta scuola di libertà fu educata, per fortuna, Clara

Carrara-Spinelli; ben altri ideali alimentò in quell’anima di bambina

la madre! Pure qualche goccia di quel sangue ribelle scorreva nelle sue

vene.

Nel 1837, quando Balzac, allora nell’apogeo della gloria, venne a

visitare la contessa Clara, questa suggerì, io credo, al grande

romanziere il titolo d’un racconto, ch’era il cognome della venerata

madre di lei, Gàmbara: il racconto _Gàmbara_ di Balzac uscì difatti

alla luce in quello stesso anno.

Il salotto della contessa Maffei e la società milanese (1834-1886) · 第 7 / 77 题