«15 aprile....
«Amico,
«Grazie della vostra lettera, sebbene la si facesse aspettare un po'
troppo. Cattivo dottore! Sei giorni a Milano, senza mandarmi
quattro versi per raccontarmi qualcosa di voi e chiedere novelle
della vostra convalescente! E poi, mi scrivete due paginette
asciutte, per dirmi.... che cosa? Aspettate, le rileggo; non c'è
proprio nulla, e non sono nemmanco due paginette. La prima
incomincia a mezzo il foglio, e la seconda ha quindici versi a
stento, mettendo nel conto l'ultimo paragrafo dei soliti
complimenti, il _devotissimo servitore_ ed il nome.
«Basta, se non avessi da ringraziarvi dell'esservi finalmente
ricordato di me, avrei a sgridarvi ben bene. Ma non lo fate più, se
no posso andare in collera a dirittura.
«Io vivo, amico mio, e potrei dire che vivo bene, se non fossi un
pochino annoiata. Mi manca la vostra utile compagnia, il vostro
leggiadro conversare. La è colpa vostra, d'avermi così male
avvezzata. Ogni cosa che noi vedessimo, anco un fil d'erba, era
argomento a svariate considerazioni, nelle quali io centellava la
vostra scienza multiforme, senza pompa, senza occhiali, e sopratutto
senza tabacchiera.... Ora argomentate voi quante ore della giornata
mi rimangano disutili e sciocche.
«Scendo nel giardino per tempo, ad aiutare, o, per dire più
veramente, ad impacciare il Giacomo, quando inaffia le
aiuole. Giungo così, seguitandolo, fin sotto all'olmo; saluto la
vostra edera, e poi torno in casa all'ora dell'asciolvere. Il cuoco
non si diparte dalle vostre leggi, non ardisce pensare a novità nel
reggimento di questo povero regno dissanguato, dissestato, che è il
mio. Fuor di metafora, mangio prosaicamente dei pezzi di carne
arrostita, che mi dipinge le labbra innanzi di andare a far sangue
in petto, e bevo vino di Bordò. Il verde è sbandeggiato dal regno;
perfino la innocente lattuga è condannata, come un pericoloso
cittadino, un agitatore di popoli. Quindi mi metto a passeggiare da
capo, ma all'ombra della casa, e dopo un'oretta vo a lavorare un
tantino, quando non giungono visitatori; i quali sapete chi siano;
la Maddalena e suo figlio.
«La Maddalena è già venuta due volte, dacchè siete partito; e ieri
l'ho fatta rimanere a pranzo con me. Il Giovannino studia, e vi
manda tre baci, tre soli! Gli ho chiesto se vi voleva bene, e mi
rispose di sì; quante sacca, e mi rispose tre. Egli ha in mente il
numero tre, simbolo forse de' suoi affetti infantili che si
incarnano in sua madre, in voi, e nella vostra umilissima cliente.
«Sapete già che mi è tornata la mania del ricamare, come intermezzo
a studi più gravi. Per punirmi delle mie passate malinconie, ricamo
le più prosaiche pantofole che vi possiate immaginare. La signora
Tonna, vedendomi lavorare con tanto fervore e metter seta e fili
d'oro in forma di fiori e rabeschi, s'è posta in mente che io voglia
mandare un'offerta a Roma; la qual cosa mi ha fatto ridere, ma
proprio di cuore. Leggo poi di astronomia nel trattato di Arago, e
di storia naturale nei libri che mi avete donati; faccio insomma un
intriso di scienze, che non ardisco ancora battezzare col nome di
studio.
«Dopo il pranzo, mi metto in carrozza e me ne vo fino a Pegli, o
dall'altra banda fin oltre Nervi; respiro aria marina, e torno, a
luna alta, in casa. E qui non apro più un libro; me ne vo a letto, e
dormo subito della grossa, come un filugello, non già sognando di
far seta, ma di essere tranquilla e contenta in uno di que' paesi
fantastici che voi m'andavate qualche volta dipingendo, senza averli
veduti più che tanto.
«E voi? Se non vi è troppo grave tener mezz'ora la penna tra le
dita, come faccio io senza fatica, ditemi un po' quel che fate. E
intanto ricordatevi della vostra riconoscente amica, ma non
_divotissima serva_
«LUISA.»