Guidato dal giardiniere, Laurenti entrò in quel _sancta sanctorum_,
pur dianzi inaccessibile, di tutte le sue quotidiane adorazioni.
La prima persona che incontrò, fu un'adiposa femmina, dalla faccia
bitorzoluta con qualche pelo sul mento e gli occhi mezzo chiusi da
palpebre carnose, la quale ei riconobbe, senza averle parlato mai, per
la signora Tonna, la governante di casa. Costei, che non istarò a
dipingervi, poichè non ne franca la spesa, era una di quelle donne
tutte miele in apparenza, affettuose a parole, ma che non si
muoverebbero da un seggiolone per dar la mano a chi casca, buonissime
a dire una terza parte di rosario secondo la vostra intenzione, perchè
non hanno altro da fare, ed egoiste nel profondo dell'anima.
--Ecco il medico!--gridò il Giacomo, appena l'ebbe veduta--ecco il
medico!
Laurenti, nella furia del correre e del pensare alla signora che si
moriva, non pose mente al grido del giardiniere. Egli era corso perchè
Giacomo ne lo aveva pregato, e perchè si trattava della signora Luisa;
ma non si fermava a considerare il perchè egli fosse stato chiamato, e
non altri, a darle soccorso.
Ma il Giacomo sapeva benissimo quello che faceva. Il lettore ricorderà
ch'egli pretendeva di avere di tanto in tanto delle buone
inspirazioni. Ora la buona inspirazione che egli aveva avuto fin dal
momento del suo primo colloquio con Guido Laurenti, era quella di
chiamarlo lui, come medico, a curare la sua bella padrona.
E la inspirazione, lasciando da parte l'amore di Guido che egli non
conosceva, era ottima. La signora Argellani andava sempre peggiorando;
i ragionamenti e i consigli del medico che aveva chiamato, non le
erano sembrati buoni e non ci aveva punto badato. Anche il Giacomo,
nel suo buon senso, aveva inteso che quella della signora non era una
malattia da risguardarsi soltanto sotto l'aspetto fisico, ma che,
derivando da cause morali, chiedeva rimedio del pari alla scienza del
fisico e alla sapienza del metafisico. Intendiamoci bene; non erano
queste le parole che gli venivano in mente a colorire il concetto; ma
il concetto c'era, e il concetto s'incarnava nel nome di Laurenti, di
quel savio e modesto giovine addottorato in medicina, che sapeva tante
cose e che studiava sempre.
--Questo è un uomo che mi va a genio;--aveva detto il Giacomo--e
poichè un medico s'ha a chiamare oggi o domani, tanto meglio che sia
lui. Egli finalmente non si contenterà di fare una visita e di
scrivere una ricetta.--
Nato il concetto, rimaneva da lavorarci attorno, considerarlo per
tutti i versi. E più il Giacomo lo considerava, e più gli piaceva. Nel
fatto, c'era una sola, ma grande, difficoltà a metterlo in pratica.
Come avrebbe egli persuaso la sua signora, che non volea saperne di
medici, a chiamare il vicino, giovanotto sconosciuto nell'arte
d'Ippocrate, e all'apparenza più fatto per dare immagine di Marte che
non di Esculapio?
Egli dunque stava cercando l'occasione, e rimuginando disegni, l'uno
più strambo dell'altro; allorquando l'occasione si offerse da sè, e
tanto facile, che il nostro buon Giacomo se ne spaventò, e l'avrebbe
voluta più difficile, più lontana eziandio.
Ma in fin de' conti, non l'aveva fatta lui, nè chiamata. Si dolse
dell'improvviso male che aveva colto la padrona, e se ne dolse tanto
più, in quanto che, sulle prime, a lui uomo ignaro di siffatte cose,
era parso assai più grave di quello che invero non fosse, ed aveva
creduto la padrona _in articulo mortis_. Ma il suo primo pensiero,
appena si parlò di chiamare un medico, fu quello di metter la mano sul
giovine vicino. E per verità, fu tutto amore per la signora, e amore
intelligente, che gli fe' pigliare la strada della collina, anzi che
quella del piano.
Laurenti fu fatto passare dalla governante in un salotto, e di là nel
pensatoio della signora Argellani, dov'ella aveva i suoi libri e il
suo telaio da ricamo, quindi nella camera da letto.
Egli penetrava a bella prima nel santuario della dea; ma il suo
turbamento non gli consentì di badare a cotesto, nè allo sfarzoso buon
gusto che aveva presieduto all'arredamento di quella camera.
Su d'un letto a baldacchino di seta azzurra come i paramenti della
camera, adagiata sul copertoio di raso color di rosa, trapunto a
fiorami, era la signora Argellani, vestita ancora, ma col seno
discinto. Le sue fanti, non avendo avuto tempo nè agio a spogliarla,
si erano fatte ad agevolarle il respiro a furia di forbici, tagliando
per tal guisa la vita della veste, il busto e lo scollo di una camicia
di tela battista, che pendeva arrovesciato a brandelli.
Il giovine si accostò al capezzale. La signora era bianca e fredda
come persona morta; e tuttavia, sebbene così fredda e bianca, cogli
occhi chiusi e le labbra scolorate, appariva bellissima; quel collo e
quel seno, mirabilmente modellati, davano immagine di quelle stupende
forme di cera nelle quali l'arte rivaleggia colla natura, e fa, Dio mi
perdoni, pensare assai più che la natura viva.
Fu prima cura di Laurenti mettere la mano al polso e quindi sul cuore
della supina, per accertarsi che la vita non l'avesse abbandonata. Ma
giammai indagine di medico fu fatta con più casta riserbatezza. Egli
non aveva nè occhi nè senso che per esplorare le pulsazioni del sangue
e i battiti del cuore. E nulla sentì; solo un lieve sudore che gli
inumidì le mani additava il patimento di quella povera carne senza
colore, e insieme col patimento la vita.
Lo stato d'anemìa era evidente, e una breve osservazione da vicino
raffermò nell'animo di Laurenti il concetto ch'egli si era formato
pochi giorni innanzi, vedendo la signora Argellani da lunge. L'anemìa,
questo brutto male che (parlo agli ignari di medicina e di grechi
paroloni) significa privazione, scemamento considerevole della
sostanza del sangue, era visibile nello scoloramento dei tessuti,
nella scomparsa dei vasi sottocutanei; donde l'estremo pallore della
pelle e delle membrane mucose delle labbra, nelle quali qualche vaso
filiforme portava a mala pena un po' di color roseo sbiadito.
Luisa era come una povera pianta, che aduggia, intristisce, sottratta
alla benefica azione della luce. Che grave rammarico aveva fatte le
tenebre intorno a lei? Qual era il sole della sua vita, che,
oscuratosi ad un tratto, le scemava negli interni meati e le scolorava
il sangue, nutrimento necessario dell'organismo umano?
Questa era la incognita che Laurenti avrebbe voluto scoprire. E
intanto chiedeva alle fanti che cosa avessero fatto per richiamarla in
sè stessa.
--Le abbiamo spruzzato il viso,--risposero,--con acqua di fior
d'arancio.
--Che! Non serve a nulla. C'è acqua di Colonia?
--Credo di sì,--rispose la signora Tonna, avvicinandosi allo specchio,
dove erano boccette di acque odorose.
Ma siccome la signora Tonna, da quella tranquillona che era, non si
spicciava punto, Guido corse egli stesso a rovistare in tutti quelli
arnesi del mondo muliebre.
--C'è dell'acqua di Felsina;--disse la governante,--ma di Colonia non
ne trovo.
--Acqua di Felsina? tanto meglio; è più aromatica. Prendete qui, voi
altre, strofinatele con quest'acqua il petto.... più giù.... sul
cuore, mentre io le ne stropiccio le mani. Così va bene; ancora,
ancora, fino a tanto che ricuperi i sensi.
--Oh Gesummaria!--esclamò la signora Tonna, lasciandosi cadere su
d'una scranna--povera signora! E adesso crede Lei che potrà
rimettersi?
--Sì, certo, non dubiti. Vede? La comincia a muover le labbra; queste
frizioni aromatiche fanno il loro effetto. Ma che modo le è venuto
male? Forse qualche commozione improvvisa?....
--Oh no, signore; io stava di là, nella mia camera, e mi disponevo a
venirle a chiedere se avesse bisogno di me, per andarmene a dormire.
Poichè, sappia, signor dottore, che io patisco di nervi; la fatica
prolungata mi fa male, e bisogna che mi metta a letto di buon'ora....
Questa sera son certa che passerò una cattiva notte.... molto cattiva.
Figurarsi! Dopo un colpo così forte....
--Ma, signora Tonna!--le gridò spazientito il Giacomo, che stava
sull'uscio, cogli occhi addosso a Laurenti, e già lo vedeva mordersi
le labbra,--Non è del suo mal di nervi che le domanda il dottore,
bensì della padrona, per sapere in che modo la è caduta in svenimento.
--Ah sì, perdevo la testa!--soggiunse la pacifica governante.--Ero
dunque venuta qui presso, nella camera accanto, per chiedere se aveva
nulla a comandarmi. La signora stava sdraiata sul lettuccio, ma non ci
badai, perchè la c'è tutte le sere e non parla mai, anche quando ci
son io a tenerle un po' di compagnia. Le parlai e non mi rispose; solo
mi accennò colla mano che me ne andassi pure; ma io mi avvidi che
soffriva, e fu un miracolo di nostro Signore che non ubbidissi; poichè
subito dopo mandò un gemito e mormorò: mi sento morire. E allora io
chiamai gente, perchè ha da sapere che io non posso veder patire una
mosca, e mi coglie subito il mio male.... un brutto male....
--Ma,--interruppe Laurenti,--Ella ha detto, se ho inteso bene, che la
signora è tutte le sere a meditare sola e silenziosa nel solito posto.
--Tutte le sere, e alla stess'ora! Oh la non dubiti, che non manca
neppure una volta. Già, e' bisogna dir tutto.... Ella si stanca con
quelle sue passeggiate in giardino, così cagionevole com'è; ed io l'ho
raccomandato più e più volte al Giacomo, che la lasciasse tranquilla.
Egli è qui presente, e può dire se non è vero.
Il Giacomo incominciò a rispondere crollando le spalle, come colui che
non menava buone alla signora Tonna le sue fisime intorno ai danni del
moto.
--Oh che?--soggiunse poi,--L'aveva da star sempre murata in casa? Ella
ci sta fin troppo per sua elezione, la povera signora; che se noi non
le si dice di muoversi un tratto e di scendere a respirare, un poco
d'aria, ella starebbe di continuo sdraiata sul suo lettuccio a contare
i moscherini che volano.
--Egli ha ragione;--disse Laurenti.--Queste sono malattie che tolgono
insieme colle forze la volontà, e s'ha da vincere, col moto continuo,
colla mutazione dell'aria, quella naturale propensione che hanno gli
ammalati a stare fermi. Così pure è necessario che siano distolti da
quella malinconia del pensar sempre. L'eccesso della vita
intellettuale riesce a danno della vita fisica, e non aiuta a far
sangue.
In quella che così ragionavano, la signora Argellani si mosse e diede
un gemito. Laurenti, il quale l'aveva sempre tenuta per mano,
proseguendo a stropicciarle le estremità coll'acqua di Felsina,
s'inchinò rasserenato verso di lei.
La vita era a poco a poco tornata; il sangue rifluiva liberamente.
Poco dopo, la signora Luisa aperse gli occhi, sebbene a mezzo, e senza
guardare in nessun luogo.
--Stia di buon animo, signora;--le disse dolcemente il giovine.--E'
non è stato nulla.... un po' di debolezza soltanto.
--Dove sono?--mormorò ella,--Mio Dio! La vita non mi ha dunque
abbandonato?
--Oh, che cosa dice mai?--esclamò la signora Tonna, che si era
affrettata ad avvicinarsi al capezzale.--Vossignoria ha avuto un po'
di male, come l'altra volta; ma noi tutti le siamo sempre stati
dattorno....
--Grazie, mia buona Antonietta, grazie! E così dicendo, la signora
Argellani aperse gli occhi del tutto, provandosi a guardare. La prima
cosa che vide, fu lo stato suo, la persona discinta; e una fiamma
pallida e lieve le serpeggiò sulle guancie. Laurenti intese il
pensiero dell'inferma, e afferrato un capo del copertoio di raso sul
quale era adagiata, fu sollecito a ravviarlo sul petto ignudo; ed
ella, seguendo degli occhi quel braccio di persona ignota che le stava
daccanto, si volse a guatare il giovine, tra spaurita e curiosa.
--Non abbia timore, signora;--le disse egli allora, per rispondere in
qualche modo a quella muta interrogazione.--Sono un amico.
--Gli è il medico,--soggiunse Giacomo, facendosi innanzi anco lui,--ed
io sono andato a chiamarlo in fretta, appena mi fu detto che
Vossignoria si sentiva male.
--Un cattivo medico, in verità;--ripigliò Laurenti.--Ma in un momento
di bisogno, val meglio che nulla.
--Grazie anche a Lei, signore;--disse la bella inferma, stendendogli
la mano;--ho molto sofferto, ma le sue cure mi hanno giovato, e adesso
mi par di rinascere.
--Aiutiamo dunque, e presto, la madre natura. Ella incominci a
mettersi a letto senz'altro, che intanto noi penseremo al rimanente.
Ciò detto, si ritrasse, perchè le sue donne avessero agio a
spogliarla, e dopo avere ordinato qualche pozione che le confortasse
lo stomaco, andò a sedersi nel salotto vicino, per meditare sulla
malattia di quella donna gentile, ma anzitutto per raccogliere e
mettere a sesto i suoi pensieri confusi.
Colà seduto a fantasticare da solo, gli avvenne di innamorarsi della
malattia, come già s'era innamorato della donna. Il cuore e la mente
erano interessati del pari in quella grand'opera. Poter vincere quel
male, e restituire il sangue in quelle vene colme di linfa! Egli in
quel punto si pentì davvero di non aver confortato colla pratica
assidua lo studio di quell'arte salutare, che gli appariva tanto più
nobile allora, in quanto che doveva rivolgersi a salvare una vita
cotanto preziosa per lui. Ora questo _per lui_ significava per tutto
il mondo. Il mondo senza quella donna gli sarebbe paruto a gran pezza
più paurosamente nero di quel sogno sulla distruzione delle cose, che
Lord Byron descrisse in versi tali da mettere i brividi addosso ad
ogni generazione di lettori.
Salvarla, salvarla! Ma come? Il suo consiglio senza guida si aggirava
in un circolo vizioso di ragionamenti, come un povero disgraziato nel
labirinto di Creta, senza il filo pietoso di Arianna.
La causa, pensava egli, la causa morale di questa malattia, chi la
indovina? Che giova sapere come si restituisce al sangue la materia
colorante, se quel nemico nascosto, invisibile, seguiterà a guastare
il faticoso lavoro della scienza? Si sa che il nemico c'è, e che
veglia ai danni vostri! mirabile scoverta! Ma dove sia, donde venga,
come sia forte, la scienza di tutta la facoltà riunita, non saprebbe
chiarirvi.
Gli è un uomo; sì certamente un uomo! Ma è vivo, o morto, rammarico
del passato, o angoscia del presente? O forse non è nè l'una nè
l'altra cosa? La negazione dell'amore, la mancanza di questo
necessario elemento di vita in un cuor sensitivo, non potrebbe
inaridire le fonti della esistenza in quella gentil creatura, come, e
forse peggio di un amore violento?
Ogni cosa è possibile. I segni della clòrosi sono cosiffattamente
somiglianti a quelli dell'anemia, da farle parer quasi gemelle, ed
esse, come si scambiano a vicenda i caratteri, così avviene che
possano anco scambiarsi le cause.
Il nemico, il nemico! Scoprire il nemico nascosto; gli è questo il
problema.
Così pensava Laurenti, seduto su d'un seggiolone, coi gomiti
appuntellati sull'orlo di una tavola rotonda che sorreggeva una gran
lucerna di bronzo dorato. La lucerna era accesa, ma la luce, sebbene
gli illuminasse la fronte, non gli rischiarava punto i pensieri.
Questo è il problema!--disse, e cangiò postura. Nel muoversi a quel
modo, gli venne veduto un volume, legato stupendamente, colle carte
dorate e le iniziali della signora impresse a fuoco sulla coperta. Le
mani gli corsero a quel libro, mentre il pensiero era altrove, e
macchinalmente ne apersero i fermagli.
Era quello un albo da ritratti, o alla prima figura che gli cadde
sott'occhio, un pensiero gli balenò nella mente. La soluzione ch'io
cerco si avrebbe a trovare qui dentro? Se un amante c'è, vediamo dove
può essere stato collocato. L'albo è la raccolta di tutti gli amici e
di tutti i conoscenti effigiati. Ma costui, come indovinarlo? Dove
metterò il dito, per dire: egli è qui? Cerchiamo intanto; di solito,
smaglianti ritratti dell'uomo amato si mettono nelle ultime carte,
confusi fra una signora grinzosa, un parente lontano, od altre persone
di minor conto, per modo che non risaltino agli occhi del riguardante
curioso.
Sfogliò il libro con molta cura; vide persone note, ma nessuna figura
d'uomo gli parve colorire il concetto ch'egli s'era formato. Uno solo
lo trattenne alquanto a pensare, un solo ritratto d'uomo, che veniva
dopo quello della marchesa di Roccanera, anzi, chiudendo il libro,
combaciava con esso.
--Chi è costui? Ah, lo ricordo, il Percy; un bel giovine, in fede mia;
occhi neri e grandi; capelli nerissimi e lucenti; i contorni
finissimi; ma egli c'è alcun che di duro, di sarcastico, in questa
fisonomia che vuol parere soave. Gli è stato messo accanto alla
marchesa Bianca, alla Bianca, come dicono i nostri eleganti, e ci sta
bene. L'altro giorno erano insieme all'Acquasola, ella su d'un
magnifico leardo pomellato che correa l'ambio, ed egli su quel sauro
che ha comperato per quindicimila lire dal Nelli di Rovereto, e il
Nelli le ha subito perse in una notte al Casino. Ma che diamine vo
almanaccando io? Qui non c'è l'uomo ch'io cerco, e forse ha ancora da
nascere. Quella è una malattia la cui causa morale è una negazione, e
non altro.--
Buttata là questa sentenza, e l'albo sulla tavola, si alzò più
contento, per ritornare nella camera della signora Argellani.
La bella inferma si era addormentata, e la lieve respirazione, il
battito regolare del polso, sebbene assai debole, facevano
testimonianza del buon effetto delle frizioni aromatiche e della
pozione corroborante che aveva bevuto poco prima.
Egli stette a contemplarla un tratto, al fioco chiarore del lumino da
notte, posato sulla lastra marmorea del tavolino, accanto alla cortina
del capezzale. Com'era bella in quella tranquilla postura, e com'era
dolce quel sonno!
L'opera sua per quel giorno era finita, e con essa si dileguava in
quel momento l'ansietà del medico che indaga ed aiuta lo scioglimento
di una crisi. Allora il giovine cominciò a guardare con altri occhi,
vo' dire cogli occhi del cuore, la signora Argellani, e a misurare il
gran passo che aveva fatto in quella sera, nel corso di due o tre ore.
Egli si vedeva là, nel santuario, accanto a quella donna che poco
innanzi ei temeva di non dover avvicinare giammai; si vedeva solo,
autorevole, al suo capezzale, angiolo custode del sonno, e certamente
suo salvatore più tardi.
Così almeno pensava e prometteva a sè stesso, con quella fidanza
generosa che è propria dei giovani, e segnatamente degli innamorati.
Studierò, diceva in cuor suo; la scienza, interrogata dall'amore, non
ha segreti, Studierò, consulterò, vaglierò tutte le sentenze dei
maestri, pur ch'io sottragga questa bella creatura alla morte.
Poi, sempre guardando alla dormente, si ritrasse dalla camera sulla
punta de' piedi, e uscì dalla palazzina, dopo aver raccomandato che
non turbassero il sonno all'inferma, e detto che sarebbe tornato alla
mattina vegnente.