_Sebbene io non l'ho per un lavoro eccellente, ma perchè ho deliberato
di mettere sopra ognuno de' miei libri il nome di un amico, amo
intitolare a Lei, uno dei pochi carissimi, questo mio racconto, che
non sarà po' poi la cosa più brutta del mondo in questo genere di
manifatture letterarie.
Intorno alle quali vorrei pur dire alcun che, tanto per levare
l'appiglio ad una riprensione che mi potrebbe esser fatta, del non
sapere io uscire a cercare le mie inspirazioni e i miei temi fuori di
porta Pila, o di porta Lanterna. Ecco il secondo romanzo, e, contando
gli altri in corso di stampa, il quarto che s'è allogato tra le mura
di Genova. Ora, è tutta in Genova la vita italiana? O non s'ha a
vederci un po' d'amore del campanile, in questo non badare che a lei?
No, l'amore del campanile non c'entra per nulla. Ella sa, gentile
amico, che amo casa mia, e mi sento morire dal mal del paese quando
sono lontano da questa prediletta mia terra; ma avrebbe il gran torto
chi ascrivesse a cotesto il restringer ch'io fo l'orizzonte dei miei
quadri, e non volesse vederci in quella vece il dito della necessità,
siccome vo' dimostrare ai benevoli.
A me, anzi tutto, la non m'entra, di celebrare l'unità, col far
nascere a Roma, o a Firenze, ciò che ho copiato, bene o male, dal
vero, nel mio piccolo spazio di terra, sotto il mio lembo di cielo;
chè non vo' far dipinture stonate. E poi, mi venisse anco fatto di
dettare un romanzo fiorentino pretto sputato, e' riuscirebbe forse più
schiettamente italiano?
Noi (s'ha da mettere in sodo) non abbiamo in Italia l'_urbs_, il
cuore, il capo, e il ventre della nazione in una sola città. La
Francia, rispetto a vita sociale, è tutta quanta a Parigi, come
l'Inghilterra a Londra; ma da noi gli è il caso contrario. Firenze,
Milano, Napoli, Palermo, Genova, Venezia, Roma, Bologna e Torino (Ella
vede che le pongo a mazzo) sono esse tutta l'Italia, e ognuna di esse,
insieme coi caratteri comuni a tutte, porta i suoi caratteri
particolari. Valentuomo colui che meglio saprà cogliere la fisionomia
di uno tra questi centri della vita italiana, e meglio allogare le sue
fantasie nelle strade e nelle usanze della città ch'egli conosce più
addentro! Parlo, s'intende, del romanzo di costumi; che per lo
storico, la bisogna corre diversa, essendo mestieri di studiare i
luoghi colla storia tra mani, giusta le impressioni che balzano fuori
dal raffronto.
Io dunque, genovese, serberò fede a Genova. Ma anco a danno della
diffusione de' miei libri? Sì, certamente, e perchè no? Alle corte,
chi legge i nostri libri? chi li compera? Egli è già molto quando si
rifà le spese della carta e dell'inchiostro; le penne e la fantasia ci
si mettono per sovra mercato. Dov'è l'editore italiano? E a cui
profferisce volonteroso i suoi tipi e il suo danaro[1]?
Salvo tre o quattro, giunti a fatica sui greppi del Parnaso librario,
nè tutti con meritata autorità di nome, ogni scrittore ha da
industriarsi colle sue mani, farla da autore, da editore e da
spacciatore della sua mercatanzia, E chi è poi, di questi tapini, che
rompe le porte Scee ed introduce il suo cavallo di legno, carico di
volumi, nella città non sua?
Per chi ha fisso il chiodo di scrivere, e di stampare dopo di aver
scritto, non rimane che la propria. E qui non c'è nemmanco da cantar
vittoria. La città nella quale si vive, alla quale si dimanda il
sussidio di quattrocento lettori, vuol essere, rispettivamente al
libro, spartita in tre classi. V'hanno coloro che comprano; amici e
conoscenti, i quali, come non pretendono che l'orologiaio regali loro
un oriuolo, nè il mercatante un sacco di grano, così non pretendono
che l'autore faccia loro un presente di quel libro che egli ha già
dovuto pagare al tipografo; ottimi cittadini che vedono il nome
dell'amico sulle cantonate e si ricordano di passare dal libraio (che
intanto la è tutta strada) per pagare un cortese tributo all'amor
delle lettere. V'hanno coloro che leggono, e lodano lo scritto, o la
buona intenzione dello scritto, ma pigliano il libro ad imprestito.
V'hanno finalmente coloro che lo scherniscono, senza averlo comprato,
nè letto. Ora dimando io, come ha da cavarsela il povero autore, in un
simile stato di cose?
Noi italiani, quanti siamo a saper leggere e scrivere, non ci
adoperiamo punto, per fare un po' di strada al libro italiano. La
stampa periodica non reputa ufficio suo prestarsi a quest'opera di
grande utilità, e molto per colpa sua (lo si lasci dire a me, laureato
in questa magra disciplina), gli scrittori intisichiscono coi loro
libri nelle rispettive cerchie di mura. Per contro, la stampa
sullodata aiuta, e grandemente, a far comperare da tutti il libro
forastiero. L'annunzio facilmente accolto, la volubile loquacità del
novelliere parigino, la notizia bella e fatta, che non c'è altra
fatica a pigliarla, fuor che un colpo di forbici, finalmente
l'andazzo, la necessità di mostrarsi al fatto d'ogni novità letteraria
che sia strombettata tre mesi a tutti i trentasei venti della bussola,
fanno sì che il libro francese sdruccioli alla lesta da noi,
aspettato, ammirato, salutato, come una nave che dopo una lunga fatica
di mastri d'ascia e calafati, finalmente abbandona il cantiere, per
tuffarsi nel suo elemento.
Nè io mi lagnerei di cotesto, se cogli italiani si adoperasse del
pari. Ma di questi, o per noncuranza, o per deliberato proposito, si
tace. Gran mercè quando s'è amici: imperocchè il giornale tira giù
quattro righe, ma senza ombra di pensamento, senza lume di critica,
così alla dozzinale, come si va scodellando la minestra ai poveri
sulla porta dei conventi: ed allora, la è grazia profumata. Donde
avviene che ogni lettore italiano sa il nome, non pure dei quattro o
cinque luminari della scienza_ _e dell'arte forastiera, ma eziandio
delle costellazioni minori, e financo delle nebulose; ma nulla, o
quasi, degli autori nostrani, e il milanese non ha notizia del
napoletano, nè il fiorentino del torinese. Quel po' di notorietà che
si spande, dopo lungo anfanare, tra letterati, è un semenzaio di
pettegolezzi, una società di mutua denigrazione.
Io quasi vorrei proporre ai giornalisti e scrittori italiani un
congresso, per sciogliere _inter pocula_ questi problemi: a che giova
la proprietà letteraria, se il libro non val nulla? che vuol dire che
facciamo sempre la pappa altrui, e alle cose nostre non provvediamo?
se il libro è una buona cosa, come arte e come industria, come decoro
letterario e come fonte di guadagno per molta gente, perchè non
aiutiamo ad arricchire il paese? e se non lo è, perchè ci lagniamo
della scarsità dei buoni studi tra noi?
A tali distrette è la letteratura italiana! E se non facciamo ancora
uno sciopero (che forse sarebbe il meglio, e nessun compratore della
nostra derrata se ne recherebbe più che tanto) rimanghiamo tuttavia i
più gran scioperati del mondo, e quando lavoriamo, c'è nell'opera
nostra la svogliatezza di chi lavora senza mercede; non c'è ordine,
non comunanza di propositi, non cospirazione di intendimenti. Siamo
una dozzina di scuole, che tutte si adoperano alla spartita, che tutte
cominciano dal loro abbicì, e non riescono a capolavori.
E avanti così, poichè così vuole la nostra fiacchezza. Uno si ferma
disanimato a mezza strada, e ripiglia l'avvocatura; l'altro s'agguata
ad una cattedra, contento di marcirvi; un altro muore d'inedia. Povera
arte, povera scienza, fino a tanto che nessuno si capaciti della
necessità d'un rimedio.....