CAPITOLO VI

Nuove fasi del pensiero italiano dal dodicesimo secolo al

decimoquarto — Scrittori meridionali dei tempi normanno e svevo

— Saba Malaspina — Storici del Vespro Siciliano — Vite dei Papi —

Vita di Cola di Rienzo — Scrittori municipali lombardi del primo

periodo — Ottone di Frisinga — Altri cronisti imperiali — Storie

generali — Fra Salimbene da Parma — Cronisti di varie città

dell'alta e della media Italia — Cronisti di Lombardia e della

Marca Trivigiana — Albertino Mussato.

Mentre durava la lotta delle Investiture tra la Chiesa e l'Impero,

un grande mutamento veniva maturandosi nelle condizioni politiche

e intellettuali d'Italia, e al cessare di quella lotta la storia

letteraria italiana trovasi come all'improvviso in un campo diverso.

Nel Mezzogiorno, il reame fondato prima dai Normanni, radicatosi forte,

divenne la sola monarchia che rimanesse ferma in Italia, accolse per

un momento la sede dell'Impero, e, nè per le molte vicissitudini nè

pel mutare delle dinastie, si disciolse mai più. La Chiesa Romana

salita in alto per l'impulso poderoso di Gregorio VII, mentre allargava

vastamente le influenze sue spirituali e politiche, veniva aumentando

e rafforzando il patrimonio suo temporale, finché ai tempi d'Innocenzo

III († 1216) toccò il culmine di una potenza che cominciò a scadere

con Bonifazio VIII († 1303). Nell'Italia centrale e nell'alta, i Comuni

dopo una laboriosa gestazione di germi latenti, fiorivano a un tratto

d'ogni parte e si svolgevano rapidamente forti liberi e ricchi. Milano,

Venezia, Genova, Pisa, Firenze, ad ogni passo s'incontra una città, ed

ogni città è una potenza. Il sole sorto dopo i primi albori dell'età

precedente, s'accampa in cielo e sale a splendere la luce di Tommaso

d'Aquino, di Giotto e di Dante. Tra così rigogliosa ricchezza di vita,

il laicato comincia ad uscire dalla tutela ecclesiastica, anzi la

democrazia invadente nello Stato tenta d'invader la Chiesa. Dappertutto

al fervore del pensiero s'accompagna il fervore dell'azione, e lo

spirito filosofico appena rinato cerca subito di promuovere nuove

riforme. Agitato prima da Arnaldo da Brescia esso scruta arditamente

le dottrine ecclesiastiche difese da San Bernardo e più tardi dai

Domenicani, e intanto varie eresie serpeggiano tra il popolo, stendono

loro riti e ispirano sacri entusiasmi ed eccessi strani, mosse in parte

da tendenze non diverse da quelle che muovono l'ordine democratico

di Francesco d'Assisi. Le mutate condizioni mutano le condizioni

dell'Impero tedesco che, s'impegna in una lotta nazionale ai tempi

di Federico Barbarossa, s'italianizza un momento con Federico II, e

poi trapiantato di nuovo in Germania, perde ogni forza tra noi ed è

svigorito quando Arrigo VII vi discende confortato dai Ghibellini. I

nomi di guelfo e di ghibellino divengono pretesto e segnacolo delle

discordie italiane, che crescono quanto più esuberante è la vita, e

creano lotte e anarchie e tirannidi e sventure infinite alla patria. Ma

pur tra queste discordie si esplica la espressione vera del pensiero

e dell'indole italiana coll'esplicarsi delle arti e più della lingua,

che tenta le sue prime canzoni a Bologna e alla corte di Federico II

in Sicilia, canta tra il popolo le laudi spirituali dei Francescani, e

cercando perfezioni per tutta Italia, pone finalmente sede in Toscana

ad aspettare la vicina musa dell'Alighieri.

Tale il periodo di cui si debbono ora esaminare gli storici. Come

al rovinar dell'Impero s'erano inaridite le fonti storiche, così ora

quanto più cresce e si feconda la vita del popolo tanto si moltiplicano

le cronache e a poco a poco saliscono a dignità di storia. I materiali

ci si affoltano intorno così aumentati d'importanza e di numero, che

non è più possibile per me, e non gioverebbe oramai, il tener dietro

singolarmente alle centinaia di cronisti che spuntano fuori da ogni

parte d'Italia tra il dodicesimo secolo e il decimoquarto. È necessario

restringersi. E per cominciare dal Mezzogiorno, ai cronisti del primo

periodo normanno menzionati più sopra nel capitolo quarto, altri se

ne vogliono aggiungere[132] fioriti sotto gli ultimi re di quella

dinastia, i quali più o meno si collegano coi cronisti del periodo

svevo che succedette (A. D. 1194-1268). Le cronache monastiche danno un

secondo germoglio. Appartengono a questa età gli _Annales Casinensens_

(1000-1212), compilazione di diversi monaci che ritesserono la storia

di Montecassino traendola dagli storici che già si sono esaminati ed

aggiungendovi notizie proprie per gli anni posteriori. Il monastero

di S. Clemente di Casauria e quello di S. Bartolomeo di Carpineto

situati entrambi in Abruzzo, entrambi di fondazione antichissima,

ebbero anch'essi le loro cronache infarcite di documenti preziosi al

modo della cronaca di Farfa, e compilati sul finire del dodicesimo

secolo la prima da un Giovanni, la seconda da un Alessandro monaci

ciascuno del monastero di cui raccolsero le memorie. Di carattere più

vasto di queste cronache monastiche, la storia di Alessandro abbate

di Telese sugli avvenimenti del regno di Ruggiero di Sicilia (A. D.

1127-1135), è libro notevole malgrado le tendenze panegiriche a cui

l'autore s'ispira. Gli _Annales Ceccanenses_, pubblicati prima col

titolo di _Chronicon Fossae Novae_ dal monastero dove furono rinvenuti,

e composti in forma di storia universale, cominciano dall'èra volgare

e proseguono fino al principio del secolo decimoterzo in cui furono

scritti, per quanto pare, da Landulfo abbate di S. Maria de Flumine

presso Ceccano[133]. Inutile rabberciamento di antiche scritture nella

prima parte, questo lavoro divien diffuso e circostanziato nella parte

più recente. In essa, all'anno 1192, anche si contiene di diverso

autore una rozza ed oscura poesia contro Enrico VI imperatore, il

quale pel suo matrimonio colla principessa normanna Costanza, aveva

impiantata nel mezzogiorno la dinastia sveva degli Hohenstaufen, e

s'era fatto odioso così per l'influenze tedesche che introduceva,

come per le sue crudeltà contro il partito normanno divenuto oramai

nazionale e caro ai Siciliani. Più universale ancora è la cronaca di

Romualdo Guarna arcivescovo di Salerno e celebrato tra i medici della

scuola salernitana. La quale cronaca incomincia dalla creazione del

mondo e scende fino alla seconda metà del secolo dodicesimo dove si

interrompe. Uomo di alto affare nella Corte normanna dei due Guglielmi

di Sicilia, ai quali era legato di sangue, occupò cariche eminenti

presso quei due sovrani, ed ebbe gran parte nei molti rivolgimenti che

agitarono quegli ultimi regni della dinastia degli Hauteville. Andò

a Venezia rappresentante di Guglielmo II il Buono, e prese parte in

nome del suo signore al convegno e ai trattati di pace che ivi ebbero

luogo tra Alessandro III e i Comuni Italiani da un lato, e Federico

Barbarossa dall'altro. Accolto con particolari attestati d'onoranza

dall'Imperatore, e condotti a termine con buon esito i suoi negoziati,

egli parla del convegno di Venezia con diffusa compiacenza nella sua

cronaca. Questa, come può credersi, ha gran pregio quando giunge ai

fatti contemporanei, sebbene una certa parzialità spiegabile in un

uomo vissuto in mezzo alle lotte vive e violente dei partiti, inclini

spesso l'autore a colorire i fatti o a sbiadirne le tinte o a tacerli,

secondo il vantaggio del partito suo. Egli stava coi governativi e

monarchici, ai quali si opponeva il partito feudale dei baroni mal

sofferenti degli uomini nuovi che salivano al potere con danno loro.

A questo partito apparteneva invece Ugo Falcando, robusto e generoso

scrittore che si guadagnò colla sua storia dei fatti di Sicilia il

glorioso soprannome di _Tacito del Medio Evo_[134]. È disputa sul

luogo della sua nascita, ma par vero ch'egli nascesse in Francia, e

venuto in Sicilia da giovane, rimanesse non breve tempo nell'isola

dov'ebbe, come narra egli stesso, favore, sostegno e condizione

onorata. Ripassato in Francia o, forse, in Inghilterra, scrisse la sua

storia e la compì verso il 1169. Poi più tardi, nel 1189, ripresa la

penna, in una lettera a Pietro di Blois toccò nuovamente delle cose di

Sicilia quando Guglielmo II moriva e Tancredi di Hauteville levatosi

a capo del partito siculo-normanno e proclamato re, tentò d'opporsi,

e per quattro anni che durò in vita si oppose, alle pretese del

tedesco Enrico VI. Partigiano ed amante della feudale nobiltà normanna

stabilita in Sicilia, Falcando ne accomuna gl'interessi a quelli del

Regno, che gli è caro malgrado le amare parole che di tanto in tanto

volge a Siciliani e a Pugliesi, mosso piuttosto da antipatia di partito

che da antipatia nazionale. Diverso in ciò da Romualdo Salernitano,

egli ci parla appena di sé, e da questo riserbo deriva la povertà delle

notizie che rimangono sul conto suo. Anche vi è un'altra diversità

tra lui e l'arcivescovo, che dove questi tende a tacere le circostanze

sfavorevoli al suo partito, Falcando invece è più coraggioso e affronta

la difficoltà francamente, esponendo, mentre li giudica, i fatti

pervenuti a sua notizia o per averli egli stesso veduti o per averli

uditi dai ragguagli dei nobili normanni ai quali fu familiare. E

sebbene egli attinga a fonti partigiane e parteggi egli stesso in cuor

suo, tuttavia è più imparziale che non potrebbe aspettarsi. Inoltre,

sagace com'egli è ed acuto, sente che la nuda narrazione dei fatti

non basta all'ufficio di storico, e ci serba una quantità di notizie

che non sapremmo altrimenti, intorno alla costituzione politica della

monarchia, alle condizioni dei feudatari, dei municipî e del popolo.

Il Gibbon, malgrado qualche lieve inesattezza, parla di Falcando con

l'usata intuizione sua, e dice: «Falcando è stato chiamato il Tacito

di Sicilia, e io dopo una giusta ma immensa riduzione dal primo al

dodicesimo secolo, da un senatore ad un monaco, non lo vorrei privar

del suo titolo. La sua narrazione è rapida e lucida, il suo stile

ardito ed elegante, il suo spirito d'osservazione è acuto: aveva

studiati gli uomini e sente come un uomo.»[135] E narrando le ultime

vicende del regno normanno, e come Enrico VI se ne impadronisse

coll'armi «contro l'unanime volere d'un popolo libero,» il Gibbon reca

in parafrasi le profetiche parole che Falcando compiuta la sua storia

mandava a Pietro di Blois sul cominciar della lotta. Le quali parole

son qui ripetute per intero come le scrisse lo storico di Sicilia, a

testimoniare i nobili affetti e la malinconia profonda che gl'ispirava

la caduta del regno normanno.

«E Dio volesse che entrata col re tedesco in Sicilia, mancasse

a Costanza la fermezza del perseverare, nè le si desse copia dei

campi messinesi, o di trapassare i confini dell'Etna! Là rimarrebbe

benissimo quella gente dove la crudeltà dei Pirati verrebbe in cozzo

colle atrocità dei Teutoni.... Ma i luoghi interni di Trinacria,

massime dove splende il fulgore della città nobilissima preminente

per singolar merito a tutto il Regno, sarebbe nefando e mostruoso

veder polluti dall'ingresso dei Barbari, scomposti dal terrore degli

irruenti, esposti alle rapine dei predoni, o turbati dalla barbarie

delle leggi straniere. Ma tu mi dirai, ‘A che vuoi venire, e qual

consiglio stimi che prenderanno i Siciliani? Si eleggeranno essi un

Re e combatteranno a forze unite contro i Barbari, ovvero cedendo

alla diffidenza e all'uggia della insolita impresa, preferiranno

accettare ogni duro giogo di servitù piuttosto che provvedere alla

fama e alla dignità propria, alla libertà della patria?’ Io stesso

trattando tacito questi pensieri nella mente dubbiosa, tenzono tra me

distratto dalle varie ragioni, nè veggo chiaro il partito da scegliere.

Certo se si eleggeranno un Re di non dubbio valore, e se i Saraceni

non discorderanno dai Cristiani, l'eletto Re potrà soccorrer le cose

quasi disperate e perdute, e conducendosi prudentemente respinger le

incursioni dei nemici. Imperocché s'egli si concilierà il favor dei

soldati aumentando gli stipendî, se conferendo beneficî si cattiverà

l'animo della plebe, se premunendo con cura le città e le fortezze,

anche in Calabria, disporrà presidî in luoghi opportuni, ei potrà

protegger per modo Sicilia e Calabria che non cadano in man de'

Barbari. Ma in Puglia dove godon sempre del nuovo e voglion sempre cose

diverse, non reputo che si possa riporre speranza o fiducia veruna.

Che se raccogliendo soldati a forza li comanderai alla battaglia, e'

ti si metteranno in fuga prima che si dia fiato alle trombe: se li

porrai a difender le fortezze, ecco che gli uni tradiscono gli altri

e ti introducono dentro il nemico alla insaputa o a malgrado dei

compagni. E poi perché è difficile che, tolto il timore del re, in

tanto turbinar delle cose i Saraceni non sieno oppressi dai Cristiani,

se i Saraceni stanchi per le molte ingiurie di costoro comincieranno

a discordarne, e occuperanno le castella marittime e le fortezze della

montagna, per modo che si debba combatter da un lato i Tedeschi a tutta

possa, e dall'altro respingere le frequenti scorrerie dei Saraceni,

che credi faranno i Siculi oppressi tra queste angustie, e posti come

tra il martello e l'incudine? Faranno come potranno, e arrendendosi

in quella miserevole condizione ai Barbari si metteranno nella potestà

loro. Oh voglia Iddio che s'accordino i voti della plebe e dei nobili

de' Cristiani e de' Saraceni, affinché eleggendosi concordemente un

Re, si sforzino di contrastare con ogni potere, con ogni sforzo, con

ogni aspirazione alla irruenza dei Barbari. Infelice isola condannata

dalla sorte a nutrire e far così prosperare i tuoi figli, che quando

sono giunti alla desiderata maturità di lor forze, prima ne fanno

esperimento in te, e gli allevati dalle tue pingui mammelle ti scerpono

ricalcitrando le viscere! Così molti nutriti già nel tuo seno e nelle

tue delizie, t'afflissero poi con infinite ingiurie e guerre infinite.

Così anche Costanza educata dalla cuna alla abbondanza delle tue

delizie, istruita nelle tue dottrine, informata ai tuoi costumi, se

n'andò da ultimo tra i Barbari ad arricchirli delle tue ricchezze, ed

ora con esercito ingente viene a ripagarti una scellerata mercede, a

distrugger violenta la ornatezza della sua bella nutrice, a contaminar

colla sozzura barbarica quella tua purezza per cui sovrasti ad ogni

altro regno. Muoviti ora o Messina città possente e prevalente per

molta nobiltà di cittadini, segui qual miglior consiglio t'è dato

guardando alla salvezza tua, per fiaccare i primi sforzi dei Barbari

e vietare il passo del Faro alle armi nemiche. Preme che tu maturi

ponderatamente ciò che farai. Imperocché come tu prima ti presenti

innanzi alle navi che vengono in Sicilia appena passato il Faro, anche

t'è necessità sostenere i primi impeti dei combattenti e sperimentare

i primi auspicî della guerra. Certo ti crescerà gran forza e fiducia,

grande speranza e sicurezza, se guardi al valore e alla audacia dei

cittadini tuoi, i vecchi atti a maturar consigli, i giovani avvezzi

alle cose di guerra, il giro delle tue mura tutto cosparso intorno

di torri, se pensi alle forze tue colle quali spesso frangesti la

superbia dei Greci, e spogliando Affrica e Spagna ne traesti spesso

preda ingente e spoglie opine. Non ti dia dunque nessun timore, nessun

terrore la turbolenta barbarie di costoro, se resistendo fortemente

potrai sostenere i primi assalti, scuoterai dal tuo collo un giogo

durissimo e spargerai lontano la gloria immortale del celebrato tuo

nome.»[136]

Con Ugo Falcando può dirsi che abbiano termine gli storici del

periodo normanno, dai quali si fa passaggio a quelli del periodo

svevo mediante il carme di Pietro da Eboli (A. D. 1187-1195), che in

versi eleganti narrò la lotta fra Tancredi ed Enrico VI, scrivendo

piuttosto un panegirico di quest'ultimo che una storia. È un periodo

povero di cronisti speciali per la bassa Italia, sebbene in esso

grandeggi la figura di Federico II che tanto affascinò le menti de'

suoi contemporanei in Italia, e la corte sua di Sicilia divenisse

convegno d'uomini dotti e di letterati, e quasi culla della poesia

italiana. La cronaca anonima _De rebus siculis_, gli _Annales Siculi_,

il _Breve chronicon lauretanum_ sono scritture utili a consultar

dallo storico ma di mediocre valore, e solo davvero importanti tra

i cronisti meridionali di quella età sono Riccardo da San Germano,

Niccolò di Jamsilla e Saba Malaspina sul continente, e nell'isola di

Sicilia Niccolò Speciale e Bartolomeo da Neocastro. Il primo di questi

scrittori, nato nella città di San Germano alle falde di Montecassino,

fu notaio imperiale e adoperato in molti negozî da Federico II. Le

molte cose vedute, l'esperienza della vita pubblica, e, forse, le

tradizioni della letteratura storica attinte alla grande Badia presso

cui era nato, lo invogliarono a scrivere la storia dei tempi che

corsero dalla morte di Guglielmo il Buono fino al 1254. Lavoro preciso

e semplice, scritto con imparzialità diligente, ricco di fatti narrati

schiettamente, senza nessuno ornamento oratorio, povero di colorito,

cronaca vera e non storia, esso è la guida più sicura che abbiamo

per quegli anni intorno alle vicende di Federico II e delle provincie

napoletane.

Onesti narratori anch'essi gli altri due, ma parteggiatori entrambi

e appassionati nella lotta risorta per la terza volta tra la Chiesa

e l'Impero, della quale descrivono le ultime vicende. Del ghibellino

Niccolò di Jamsilla non sappiam nulla oltre il nome, e questo pur

dubbiamente, ma dalla stessa opera sua può dedursi ch'egli era notaio,

familiare e segretario di re Manfredi, e suo seguace negli anni

1253-1256, tanto appariscono minute e sicure le notizie che egli più

specialmente ci dà per questi anni del regno di quel cavalleresco

sovrano. Scrive con eleganza dignitosa, e le tendenze ghibelline non

nuocciono alla sua fedeltà di storico, ché anzi lo stesso parteggiar

suo gli cresce forse la naturale attitudine di connettere insieme

gli avvenimenti e di giudicarne da un punto di vista complessivo e

sintetico. Questa attitudine egli ha comune con Saba Malaspina, di cui

pure si hanno scarse notizie. Saba nacque a Roma d'una vecchia famiglia

romana, fu decano della Chiesa di Mileto in Calabria, e addetto alla

Curia di papa Martino IV, durante il cui pontificato (A. D. 1281-1285)

scrisse la storia sua e la dedicò ad un collegio di ufficiali della

Curia. In questa storia, egli dichiara di voler narrare i fatti veri

de' quali fu testimonio egli stesso, o quelli, che divulgati tra i

contemporanei, gli sono giunti all'orecchio e gli paiono aver sembiante

di certezza. L'opera divisa in due parti, tratta gli avvenimenti del

regno dalla morte di Federico II fino alla morte di Carlo d'Angiò

(A. D. 1250-1285). È la storia di un periodo agitato e pieno di

rivolgimenti, e abbraccia le fortunose vicende del regno di Manfredi.

Il quale da Federico II colla regia corona ereditò il mortale odio del

partito guelfo, e la nimistà dei papi onde si spianò la via a Carlo

d'Angiò, finché alla battaglia di Benevento cadde Manfredi cessando

insieme il regno e la vita. E dopo Manfredi, continua Saba narrando lo

stabilirsi di Carlo d'Angiò, e le molteplici sue relazioni col partito

guelfo in tutta Italia, e specialmente coi papi e col municipio di

Roma di cui fu senatore; e il tentativo del bello e infelice Corradino

di Hohenstaufen che scese di Germania a sedici anni per riacquistare

il regno de' suoi, ma fu vinto a Tagliacozzo, e il fosco Angioino

gli fe' come un fiore reciso cader sul patibolo la testa giovinetta

vendicata più tardi in Sicilia quando suonò la tremenda campana del

Vespro[137]. Guelfo d'animo e addetto alla curia pontificia, Saba rende

bella giustizia al valore e alle sventure di Manfredi e di Corradino,

e non si studia di nascondere le colpe del re Carlo di cui, pure

pregia oltremodo le doti che gli valsero di conquistare il regno e di

piantarvi la sua dinastia. Gonfio ricercato oscuro di stile, rozzo nel

suo latino, non difetta tuttavia d'efficacia nè di colorito, ispirato

com'è dalla importanza del suo soggetto e dai sentimenti che gli desta

in core il continuo mutarsi di tante fortune[138].

Lo scoppio improvviso che determinò la rivoluzione del Vespro e lo

stabilirsi della stirpe d'Aragona in Sicilia, trovano in Saba uno

storico acuto ed onesto, che pur malgrado l'animo sfavorevole, seppe

vederne le cause e le conseguenze, e con lui sono tra i principali

storici di quell'avvenimento i siciliani Bartolomeo da Neocastro

e Niccolò Speciale. Bartolomeo da Neocastro, messinese, giurista,

magistrato repubblicano di Messina durante la rivoluzione del 1282,

indi avvocato del fisco e nel 1286 ambasciatore di Giacomo I di Sicilia

al pontefice Onorio IV, è forse il miglior testimonio che ci rimanga

intorno a quel fatto. La sua narrazione muove dal 1250 e va fino al

1293, distendendosi nell'ultimo periodo di tempo e descrivendo gli

eventi ancor freschi nella memoria dell'autore con intendimento onesto

di dire il vero, salvo che un soverchio amore alla nativa Messina

lo rende talvolta ingiusto ai Palermitani e a ciò ch'essi fecero per

affrancar l'isola dalla tirannia dei Francesi. La _Historia Sicula_ di

Niccolò Speciale abbraccia un periodo posteriore, e, muovendo appunto

dal Vespro, giunge fino al 1337, e narra la storia dei primi regni

aragonesi di Sicilia. Uomo d'alto stato e ricco di buone lettere,

Niccolò Speciale era stretto di amichevoli legami colla corte di

Federico II d'Aragona, il quale nel 1334 mandò anche lui ambasciatore

a papa Benedetto XII. Da questi legami, nota giusto l'Amari, «abbiamo

un bene ed un male, il bene che fu in luoghi e in tempi da conoscere

appunto, e non da uom del volgo, ciò che scrisse, veduto cogli occhi

propri e ritratto da vicino; il male che poté peccar di prudenza

cortigiana contro la verità.»[139]

Dalla famosa isola tornando ora di nuovo alla terra ferma, senza

indugiarmi a parlare degli scrittori dei primi tempi angioini, che

sono scarsi e di poco interesse allo scopo del libro, passerò d'un

tratto a parlare degli scrittori romani. Anch'essi scarseggiano, e dice

vero il Gregorovius osservando che le migliori notizie sulla storia

municipale di Roma ci sono fornite dai cronisti inglesi, Guglielmo

di Malmesbury, Rogero Hoveden, e soprattutto da Matteo Paris i cui

lavori sono preziosi alla storia italiana del tredicesimo secolo.

Di Saba Malaspina si è detto come, egli romano, trattasse insieme

gli avvenimenti del reame napoletano e quelli di Roma allora assai

mescolati. Le vite dei papi, dopo quelle che scrisse il cardinal Bosone

furono prima ripigliate da un altro inglese, Giovanni di Salisbury, del

quale avanza un frammento pregevolissimo per la storia di Eugenio III,

che fu pubblicato col titolo di _Historia Pontificalis_[140]. Dopo lui

un prete anonimo narrò le _Gesta d'Innocenzo III_ (A. D. 1198-1216),

e trattò le relazioni di quel pontefice illustre verso l'Oriente e la

Sicilia, con diffusione e autorità di contemporaneo, ma non chiaro nè

elegante. Scritta anch'essa da un contemporaneo, ma parziale assai e

nemica all'imperatore Federico II, è la vita di Gregorio IX († A. D.

1241). A questo, di gran lunga più pregevole tien dietro la storia

d'Innocenzo IV (A. D. 1243-1254), composta da un cappellano di lui,

Niccolò da Calvi, scrittore apologetico ma bene informato e diligente,

che ricorda i migliori scrittori del Libro Pontificale e li supera

per la facile eleganza dello stile e per una purezza di linguaggio,

che ci fa sentire come oramai la buona latinità sia risorta e s'avanzi

rapida nella via di maravigliosi progressi[141]. Dopo Niccolò da Calvi

non abbiam più proprie biografie di pontefici, ma solo aridi cenni

riuniti più tardi nelle raccolte che si vennero compilando al secolo

decimoquarto, quando la storiografia pontificia, trasformandosi,

prendeva un carattere più generale nella cronaca di Martino di Troppau,

famoso col nome di Martin Polono, e in quelle, men celebrate ma

migliori assai, dei domenicani Bernardo Guidone e Tolomeo di Lucca, le

quali muovendo entrambe dall'èra volgare, cessano nella prima parte del

secolo decimoquarto[142].

Il passaggio della sede pontificia ad Avignone, togliendo ogni

occasione di scriver da Roma la storia dei papi, riuscì a danno della

storiografia romana ed è ragione che sia così. I municipi dell'alta e

della media Italia rappresentavano propriamente uno stato, ed avevano

una vita politica che difettava alla città di Roma assorbita com'era

nella vita politica del Papato. Quando questa veniva meno, il valore

della storia di Roma non superava quello d'ogni mezzano Comune fuorché

per la grandezza del nome romano e de' suoi ricordi immortali. E ciò

è così vero, che appena tra i ruderi giacenti del Fôro, si rizzò la

figura fantastica di un uom singolare che, risognando la vaghezza delle

glorie antiche, salì al Campidoglio, brillò quivi un momento e svanì

nel buio, tosto ecco apparire una cronaca a ricordarne le gesta, ma

venne isolata, e la _Vita di Cola di Rienzo_ riman solitaria com'è

solitaria la figura dell'eroe che descrive.

Tra pochi altri frammenti di mediocre valore, la _Vita di Cola di

Rienzo_ è il lavoro storico più poderoso prodotto da Roma nel secolo

decimoquarto. Della autenticità di questo lavoro fu mosso dubbio e

taluno anzi la negò addirittura, e neppur io, lo confesso, oserei

dichiararmi scevro da ogni esitazione. Ma le ragioni per ritenerlo

autentico mi sembrano tali, che quando per uno studio accurato dei

manoscritti che restano, e per un esame storico e filologico del

testo, si potrà pronunciare un giudizio definitivo, io fo stima che

la sentenza sarà favorevole alla cronaca, e se ne avrà una edizione

genuina e monda dagli errori e dalle interpolazioni che la deturpano

adesso. Del resto pur così imperfetta come oggi la leggiamo, quella

vita è piena d'attrattive, dettata in dialetto romano, animata da

esclamazioni e da dialoghi, semplice evidente piena di movimento e di

vita. Mossa da grande ammirazione per Cola, è temperata dal profondo

patriottismo del cronista, il quale amante ancor più di Roma che di

lui, ci mette innanzi l'immagine fantasiosa del Tribuno in tutte le

sue strane contraddizioni. Quel suo misto di senno e di capricci,

la grandezza classica dei propositi di un uomo quasi ispirato, e

le puerili vanità di chi a un tratto salisce da umiltà di stato

ad autorità illimitata, ogni impulso, ogni nota caratteristica di

quella curiosa indole, ci si descrive con tanta vivacità, che egli

sembra risorgerci innanzi a rivivere la clamorosa sua vita. E con lui

rivediamo i legati del Papa e i baroni, ora accarezzati or minacciati

da Cola, tremargli innanzi di paura e d'ira e covar la brama della

vendetta in core; e le sedizioni bollire e sbollire, e agitarsi armati

que' turbolenti Romani e muovere a combattere nelle piazze e talora

acquetarsi e poi frementi riarder di nuovo e tornare alle ire, alle

grida, ai tumulti. È quel libro un romanzo immaginoso e vivace assai

più di quello del Bulwer ed è insieme storia, come il tipo del tribuno

romano è di quei tipi che fermano a un tempo la mente degli storici e

la fantasia dei poeti[143].

Se in Roma era grande povertà di cronisti, ben diverso accadeva in

altre parti d'Italia, in Lombardia soprattutto, dove la vita comunale

si svolgeva floridissima, le libertà cittadine si allargavano, e

con esse i commerci e le ambizioni e il cozzar delle armi agitate

talora contro le invasioni tedesche, più spesso in guerre fratricide

tra le città vicine e fin dentro le mura d'una sola città. Già fin

dal secolo undecimo, quando la Chiesa lottava per la supremazia,

comincia in Milano a profilarsi la storia secondo le nuove tendenze,

e un elemento laico e popolare penetra in essa e vi soffia dentro

l'alito della vita sua. In tal modo Arnolfo, sebbene partigiano della

aristocrazia ecclesiastica milanese, è inconsciamente animato ancor

egli da questo elemento nelle _Gesta Archiepiscoporum Mediolanensium_

(A. D. 925-1076). In esse egli narra quel periodo agitato d'ansie e

di contrasti tra l'alto clero milanese da un lato, e dall'altro gran

parte del basso clero e del popolo: quello per antica tradizione ostile

alle pretese romane, geloso di sue prerogative e di sue ricchezze,

contrario al celibato ecclesiastico, ma il basso clero e il popolo

trascinati dalla corrente delle idee riformatrici, e addicentisi a quel

partito della Pataria di cui abbiam veduto farsi campione a Piacenza e

divenir martire Bonizone da Sutri. Arnolfo inizia a Milano la cronaca

municipale, che ci apparve iniziata a Venezia da Giovanni diacono, e

nelle pagine d'Arnolfo, dice assai bene uno scrittore recente, «non

siamo più nel chiostro, siamo nella città in mezzo ai suoi tumulti e

alle sue lotte.»[144] E mentre la Pataria milanese aveva anch'essa i

suoi martiri in Arialdo e in Erlembaldo delle cui vite ci rimane un

racconto, altri storici sorgevano a narrare le vicende delle lotte

religiose e delle civili. Così due Landolfi, il seniore e il giuniore,

riproducevano il popolo tra cui vivevano, il primo addetto al partito

degli arcivescovi, fiero appassionato parzialissimo; assai migliore e

moderato il secondo, più veritiero e ricco di maggior dottrina e di

maggior diligenza. Nato sul cadere dell'undicesimo secolo, Landolfo

giuniore fu educato con cura, viaggiò per motivo di studî a Parigi,

dove allora conveniva d'ogni parte d'Europa la gioventù ad istruirsi,

e tornato in patria fu addetto alla chiesa di San Paolo riedificata

da suo zio Liprando, eloquente ardentissimo e perseguitato capo

della Pataria. Perseguitato ancor egli ma pur tenuto in gran conto,

Landolfo giuniore scrisse una storia di Milano dal 1095 al 1137, che,

al dire del Muratori, è breve ma contiene tutti i maggiori eventi che

muovevano allora Milano, e i rivolgimenti degni di memoria, ed esprime

vividamente quel che poteva in que' tempi, e potrà sempre, la cupidigia

del dominare. Nè la narrazione di Landolfo si restringe entro le

mura della città, ma s'allarga ad illustrare molta parte della storia

italiana[145].

Contemporanei a Landolfo un Magister Moyses celebrava verseggiando le

lodi della nativa Bergamo, dov'era tornato dopo essersi guadagnato

ricchezze ed onori alla corte di Costantinopoli, e un altro poeta,

anonimo, piangeva la devastazione di Como compiuta dai Milanesi e la

guerra lunga ed aspra che la precedette dal 1118 al 1127. Ma i tempi

procedevano rapidi, e i nuovi avvenimenti apparecchiavan materia ai

nuovi cronisti, tra i quali ci si presenta primo un Milanese, a cui

dobbiamo una buona storia delle guerre sostenute dai Milanesi contro

il Barbarossa[146]. Il momento solenne per la storia di Milano, che

rasa al suolo e solcata dall'aratro del vincitore, era risorta a un

tratto indomita e più implacabile che mai contro Federico, le feroci

crudeltà di quella lotta accanita, le nimicizie mortali di talune

città fra loro, e la gloriosa concordia delle altre che liberò l'Italia

colla vittoria di Legnano (A. D. 1176, 29 maggio), trovano in questo

cittadino di Milano un testimonio oculare che narra i fatti con calma

austera e con desiderio di cavarne ammaestramento per le generazioni

future: «Ciò ch'io vidi e che udii di verace, tenterò di scrivere.

Imperocché è di grande utilità a chi vien dopo l'imparare da ciò che

è accaduto a guardarsi per l'avvenire.» E alla voce di questo severo

cronista che narra le difese della patria, dalle coste adriatiche fa

eco quella del fiorentino Boncompagno che descrive con molto maggiore

impeto un episodio di quel contrasto, l'assedio d'Ancona, la quale

stretta dai soldati imperiali guidati da un prete guerriero, Cristiano

arcivescovo di Colonia, si difese ostinata e costrinse i Tedeschi a

levare l'assedio.

Guardando le cose con occhio affatto diverso e appassionati per la

parte imperiale, scrissero Ottone Morena e suo figlio Acerbo, i quali

lasciarono memoria delle cose operate in Italia da Federico I, e delle

vicende di Lodi loro patria. Ottone che fu giudice e messo imperiale

di Lotario e di Corrado III, produsse fino al 1162 il suo lavoro,

continuato poi fino al 1167 dal figliuolo Acerbo, caro all'imperator

Federico che lo nominò podestà di Lodi. Alla costui morte avvenuta in

Siena nel 1167, un anonimo proseguì la storia interrotta, e la prolungò

di qualche anno con intelletto alquanto più nazionale dei due Morena,

i quali vincolati d'affetto all'Impero e accesi dell'antico odio di

Lodi contro Milano, sono ardentemente nemici a quest'ultima. Ma pur

con questo difetto di parzialità, per la forza dell'ingegno e della

espressione, e per le molte notizie che recano, voglionsi tenere tra le

migliori fonti che ci rimangono di quella età memoranda[147].

La figura grandiosa di Federico Barbarossa ebbe fra i Tedeschi uno

storico il cui nome di necessità si registra in queste pagine. Fu

questi Ottone vescovo di Frisinga, nato verso il 1114 dalle seconde

nozze di Agnese figlia dell'imperatore Enrico IV, con Liupoldo

marchese d'Austria, e così fratello uterino del re Corrado III e zio

del Barbarossa, che l'ebbe tra i più fidati consiglieri e partecipe

negli affari dell'Impero. Ingegno pronto e versatile, indole mistica e

malinconiosa, Ottone tendeva al chiostro, e dopo alcun tempo passato

agli studi in Parigi, si rese monaco cisterciense nella badia di

Morimund. Di quello stesso monastero fu eletto abbate, ma presto dopo

fu sollevato alla sede episcopale di Frisinga, senza però ch'egli

smettesse l'abito e gli affetti di monaco. Durante la seconda crociata

guidò in Palestina contro i Saraceni un esercito che fu distrutto,

e scampato a fatica egli stesso e visitata Gerusalemme, tornò in

Occidente. Non par che fosse molta armonia di pensiero tra lui e

il fratello Corrado, ma quando salì al trono Federico, ei s'accostò

maggiormente alle cose del Regno. Rimase coll'Imperatore fino al 1158,

ma apparecchiandosi Federico a tornare in Italia, egli per la fiaccata

salute sua ottenne di rimanere in patria. Quivi morì di lì a poco in

quella stessa badia di Morimund dove era stato monaco ed abbate, e alla

quale era legato d'affetto come alla diocesi sua di Frisinga la cui

cattedrale trasandata nelle turbolenze dei tempi precedenti, egli aveva

restaurata nobilmente e resa splendida e ricca.

Meditabondo per istinto e nutrito di forti studî filosofici e

teologici, Ottone dallo spettacolo degli avvenimenti umani nei

quali si trovò mescolato trasse ispirazioni ad un libro di storia

in cui filosofar mestamente sulla caducità delle cose mondane, e

andar cercando conforto nel pensiero di un avvenire immortale. Il

_Chronicon_, o, per chiamarlo come lo chiamò Ottone stesso, il _Liber

de duabus civitatibus_, raccoglie sinteticamente le varie età del

mondo, e dalla creazione perviene ai suoi tempi, in sette libri,

ai quali se ne aggiunge un ottavo che tratta del giudizio finale e

della vita futura. Informata all'erudizione storica di Paolo Orosio,

e ispirata per le vedute filosofiche agli scritti di Santo Agostino,

questa è forse la prima opera che in quegli albori di rinascenza

tentò di conglobare tutta quanta la storia dell'umanità in un sistema

preordinato di cause e d'effetti. E ciò ha gran pregio per chi cerca il

vario e progressivo svolgersi degli studî storici, come senza dubbio

hanno pregio per lo studio minuto della storia tedesca quei libri del

Chronicon che trattano dei tempi più vicini ad Ottone. Ma il libro che

ha speciale valore per la storia italiana è un altro, che s'intitola

Gesta Friderici Imperatoris e discorre la prima parte delle imprese del

Barbarossa. Calmo estimator del dissidio fra la Chiesa e l'Impero[148],

questo vescovo monaco, zio dell'Imperatore, testimonio oculare di

molti fatti, assai bene informato di molti altri, sarebbe senza

paragone il migliore storico di quella età, se alcuni gravi difetti

non gli vietassero quella gloria. La stessa tendenza filosofica della

sua mente, che gli fa abbracciar d'uno sguardo i fatti e giudicarli

abbastanza giusto quando li contempla dall'alto, lo rende spesso

trascurato nei particolari e non bene sicuro. Inoltre un certo pomposo

amore di frasi, un desiderio rettorico di crear contrasti d'ombre e di

luce, lo inducono spesso ad alterare per modo le circostanze narrate,

che se anche riman veritiero nel complesso di un fatto, nei particolari

riesce inverosimile. Tale si mostra narrando la impetuosa sollevazione

dei Romani contro l'esercito di Federico (A. D. 1155, 18 giugno), e il

lungo ostinato contrasto e la strage che ne seguì, dove afferma che

dei sollevati mille furono i morti, dugento i prigioni, innumerabili

i feriti, ma aggiunge che uno solo perì dei Tedeschi e un altro

ne rimase prigione, e con un _mirum dictu_ si sbriga classicamente

dell'ardua asserzione[149]. Ma se questo difetto e un cotal misto di

boria nazionale e di cortigiana adulazione lo rendono men degno di

fede in certi particolari, egli tuttavia è nell'insieme uno storico

pregevolissimo, e in questo ancor singolare che nel rendersi conto

degli avvenimenti, spesso con sottile intuito ne ritrova le ragioni

storiche e politiche, e risalendo al passato spiega con grande acume

il presente. Così per esempio il passo che son per citare mi sembra

mirabile, specialmente se si consideri che fu dettato da un Tedesco

imperialista quando la volontà di Federico e lo studio rinascente della

legge romana tendevano ad esagerare oltre ogni termine i diritti e le

pretese del cesarismo.

«Tuttavia i Lombardi, forse perché i lor figliuoli pei maritaggi cogli

Italiani ereditavano in linea materna, e per influenza del suolo e del

clima, alcunché della romana mitezza e della sagacia, deposta tutta

l'asprezza della ferità loro, ritengono la eleganza del linguaggio

latino e certa cortesia di costumi. Inoltre essi imitano la solerzia

dei Romani antichi nel governo delle città e nella conservazione della

cosa pubblica. Da ultimo essi così sono affezionati alla libertà loro,

che ad evitar la insolenza de' reggitori amano meglio essere governati

da consoli che da principi. E poiché sono fra loro tre ordini, quel

dei capitanei, quel de' valvassori e quel della plebe, a tener giù

l'arroganza, questi predetti consoli sono scelti non da un solo ordine

ma da ciascuno, e affinché non li vinca la cupidigia del potere, essi

quasi ogni anno sono mutati. Di che avviene che quella contrada è

tutta divisa in città le quali hanno costretto quei del territorio

loro a vivere in esse, e a stento troverebbesi uom nobile o grande con

tanto potere da esser franco dell'obbedienza alle leggi della città

sua. E usano di chiamar Contadi o Comitati questi diversi territorî,

dal privilegio del vivere insieme[150]. E affinché non manchi loro il

mezzo d'infrenare i vicini, e' non disdegnano di levare al grado della

cavalleria, e ad ogni grado di autorità, giovani di bassa estrazione

e perfino operai di spregevoli arti meccaniche, che gli altri popoli

allontanano come pestiferi dalle più nobili e liberali professioni. Da

ciò avviene che essi avanzano ogni altro del mondo per loro ricchezza

e potenza. E a ciò, come s'è detto, sono aiutati dall'indole loro

laboriosa e dalla lontananza dei loro principi residenti di solito a

settentrione dell'Alpi. In ciò tuttavia essi, dimentichi della nobiltà

antica, ritengono la traccia di lor barbare costumanze, che mentre si

vantano di viver secondo la legge, pure alle leggi non obbediscono.

Imperocché di rado o non mai accolgono riverenti il principe a

cui sarebbero in obbligo di mostrare una volenterosa reverenza di

soggezione, nè accettano obbedienti quel ch'egli impone secondo la

giustizia delle leggi, se non sentono l'autorità sua costretti dal

coadunarsi di molto esercito. Onde egli accade frequente che mentre il

cittadino dovrebbe esser frenato sol dalla legge e il nemico secondo

la legge essere costretto dall'armi, essi veggono colui presso il

quale come lor principe dovrebbero trovar clemenza, aver più spesso

ricorso alle armi per mantenere i diritti suoi. Di che viene allo Stato

un doppio danno, ché il principe deve torcer sue cure a raccogliere

un esercito per tenere in freno i cittadini, e questi debbono esser

costretti ad obbedire al principe non senza grave dispendio della

sostanza sua. Onde per la stessa ragione che il popolo è in tal caso

colpevole d'improntitudine, vuolsi scusare il principe innanzi a Dio e

agli uomini per la necessità del caso.

«Tra le altre città di questa nazione, è principale ora Milano posta

fra il Po e le Alpi.... Ed è stimata più famosa d'altre città non pure

in ragione di sua maggiore ampiezza e del suo maggior numero d'uomini

d'arme, ma sì anche perché entrano nella giurisdizion sua altre due

città poste nella regione medesima, ciò sono Como e Lodi. Quindi come

avviene nelle umane cose pel blandir della ridente fortuna, essa per

tal modo si gonfiò in ardimento d'orgoglio, che non solo non s'astenne

dall'assalire i vicini suoi, ma perfino s'avventurò senza sgomento a

incorrere nella recentemente offesa maestà del principe.»

È da dolere che una morte immatura togliesse ad Ottone di proseguir

la sua storia oltre il 1158, quando il conflitto tra Federico e i

Comuni poteva dirsi poco più che iniziato. Per fermo la esperienza

dei fatti, la familiarità sua coll'Imperatore, e l'uso facile di

documenti ufficiali avrebbero sempre più cresciuto valore al suo

libro col progredir degli eventi. Non ce ne compensa abbastanza il

suo fedel cappellano Ragevino che per comando di Federico[151] ne

proseguì alquanto l'opera e la protrasse fino al 1160, testimonio

anch'egli di vista e forse più diligente del suo patrono, ma come

di stato così d'ingegno e di dottrina infinitamente minore. E oltre

a questa continuazione, le _Gesta_ ispirarono il poema _Ligurinus

o Carmina de rebus gestis Friderici I Aenobarbi_ che ha dato luogo

alcuni anni or sono, a molte discussioni sulla autenticità sua.

Qualche erudito dichiarò essere quel poema una impostura del secolo

decimosesto, ma questa par sentenza esagerata. Assai più ragionevole è

quella dell'erudito francese Gastone Paris, e dei tedeschi Pannenborg

e Wattenbach, i quali ritengono essere il poema una specie di

esercitazione letteraria scritta sul finire del dodicesimo secolo quasi

intieramente sulle traccie delle _Gesta_ di Ottone di Frisinga e di

Ragevino, talché dal punto di vista storico non eccede molto il valore

di una parafrasi in versi.

Nè molto più, a parer mio, valgono le _Gesta Friderici_ di Goffredo

da Viterbo, che trattò anch'egli lo stesso tema, ma rozzamente,

disordinato e senza dir quasi nulla di nuovo. Goffredo scrisse alcune

altre opere tra le quali una storia assai nota intitolata _Pantheon_,

ed anche fu attribuito a lui un carme sulle imprese di Enrico VI contro

Tancredi in Sicilia, ma non par che sia suo. Si disputa s'egli nascesse

a Viterbo o in Germania, e il più dei critici lo ritiene Tedesco, ma

io non oserei affermare migliore l'una sentenza dell'altra. Certo

fu educato fanciullo a Bamberga, e addetto alla corte di Federico

si adoperò molto per lui. Lo seguì nelle sue imprese, e, come dice

egli stesso, viaggiò per lui «due volte in Sicilia, tre in Provenza,

una in Ispagna, sovente in Francia e quaranta volte dalla Germania

a Roma.» Morì a Viterbo che, se non lo vide nascere, gli fu patria

adottiva negli ultimi anni suoi, e certo gli mancò piuttosto l'arte che

l'occasione di salir più alto fra gli storici del suo tempo[152].

Ben diversamente pregevole apparisce invece un altro poema scoperto

dal professore Ernesto Monaci nella Biblioteca Vaticana e pubblicato

dall'Istituto Storico Italiano. L'anonimo autore, nativo per quanto

pare di Bergamo, e molto probabilmente discepolo di quel Magister

Moyses che si è già menzionato, è un imperialista ammiratore del

Barbarossa, e canta le costui imprese in Lombardia fino al 1160,

interrompendosi a un tratto forse perché mentr'egli scriveva, intorno

al 1166, Bergamo mutata parte staccavasi da Federico ed entrava nella

lega lombarda. Verseggiatore abbastanza buono, dipintore vivace,

testimonio contemporaneo e bene informato, egli se non accresce di

molti fatti nuovi la conoscenza che abbiamo di quei tempi, ne modifica

alcuni ed altri ne conferma o ne spiega. Così per esempio egli narra,

modificando il racconto di Ottone di Frisinga e con molto maggior

sembianza di vero, la incoronazione del Barbarossa e la zuffa avvenuta

tra i Romani e gl'Imperiali. Questo episodio, molto efficace nella

semplicità sua, si chiude con una digressione commovente intorno

alle dottrine e al supplizio d'Arnaldo da Brescia, ch'egli ci mostra

serenamente intrepido innanzi al laccio ed al rogo, martire fermo della

sua fede.

«Ma come vide preparargli il supplizio e affrettandosi il fato

legarglisi il laccio al collo, richiesto se volesse abbandonare il

pravo dogma e confessar sue colpe a mo' de' savî, egli, mirabile

a dirsi, intrepido e sicuro di sé rispose parergli salutare il suo

dogma, nè dubitare di patir la morte per le sue parole nelle quali

nulla era assurdo nulla nocivo. E chiese un breve indugio per pregare

un momento, perché disse di voler confessar le sue colpe a Cristo.

Allora piegate le ginocchia, levati gli occhi e le mani al cielo,

gemette sospirando dall'imo petto, e senza parole pregò mentalmente

il celeste Iddio raccomandandogli l'anima sua; e rimasto così alcun

poco, diede il corpo alla morte preparato a patirla costantemente. Gli

spettatori scoppiarono in lacrime, ed erano perfino alquanto commossi

i littori. Finalmente pendette sospeso al laccio che lo tratteneva,

e dicesi che ne dolesse al re, troppo tardi misericordioso. O dotto

Arnaldo, a che ti giovò tanta letteratura? a che tanti digiuni e tanti

travagli? Perché mai seguì egli sì dura vita, e spregiò i molli ozî, nè

volle conceder nulla alla carne? Ah, chi mai lo persuase di volgere il

dente mordace contro la Chiesa? Ecco perisce il tuo dogma pel quale, o

condannato, portasti la pena, e non rimane viva la tua dottrina! Arse,

e s'è risoluta teco in tenue favilla, affinché non avanzino reliquie

che taluno potrebbe forse venerare.»

L'esser questo un poema storico e non propriamente una storia, le

difficoltà del verseggiare, le reminiscenze classiche di cui s'infiora

il libro, massime dove descrive battaglie, tolgono alquanto alla

precisione storica delle notizie narrate. Ma l'amore e l'intuito

del vero che trovansi in esso lo fanno prezioso, ed è ammirabile

l'attitudine del poeta a scolpire in un solo verso i particolari

importanti di un fatto o le intime ragioni di molti. Così allorquando,

nel dir del fascino esercitato dalla eloquenza d'Arnaldo in molte città

d'Italia, egli aggiunge che l'esercitò anche sulla

.... Romanam facilem nova credere plebem,

ci snuda innanzi e ci dipinge al vivo quel popolo sempre irrequieto

attraverso i secoli del medio evo, sempre troppo memore del suo passato

che gli pesava addosso colla sua grandezza, sempre male contento del

suo presente che non poteva rivendicare ad alti destini[153].

Colla pace tra i Comuni e Federico fermata a Costanza nel 1183, cessa

il primo periodo della storia comunale e un altro se n'apre ancor

più fecondo di attività e di rivolgimenti interni, età di guerre

intestine fiere e continue, età di commerci, d'arti, di letteratura.

La storiografia se ne giova, e mentre la erudizione crescente e il

propagato desiderio d'apprendere fan crescere il numero di quelle

compilazioni generali che abbracciano tutta la storia, dal nascere

del mondo fino ai tempi del compilatore, ogni città grande o piccola

ha suoi cronisti, e tra essi ne sorge alcuno che stendendosi oltre

la cinta delle sue mura è storico veramente di tutta Italia o di

gran parte di essa. Anche il soffio animatore dell'arte penetra in

queste pagine di storia, e cominciano a rivelarsi scrittori ricchi

di pensiero, ed eleganti dettatori o nell'antico linguaggio o nel

nuovo vivente parlare, che si vien formando sotto la lor penna e

diventa classico. Degli autori di compilazioni generali vuolsi qui

trattar brevemente, e toccherò appena alcuni dei minori tra i cronisti

particolari, per potermi distendere alquanto più sui maggiori. Dei

primi apparisce notevole Sicardo, eletto vescovo di Cremona nel

1185, uomo di gran zelo e di gran cuore, che molto si adoperò in

favor della patria presso Federico I, esortò i Cremonesi a mandare

aiuti ai Crociati in Oriente, e colà si recò egli stesso nel 1203

spingendosi fino in Armenia compagno di un legato apostolico. Scrisse

varî libri tra i quali una cronaca, abbondante di favole pei tempi

antichi ma assai diligente ed esatta in ciò che espone delle cose

avvenute all'età sua. Altri scrittori dello stesso genere sono il

domenicano Giovanni Colonna, il quale compose un _Mare Historiarum_

che ancora è quasi tutto inedito[154]; Ricobaldo da Ferrara, che sul

finire del tredicesimo secolo scrisse una storia universale intitolata

_Pomarium_, e Iacopo d'Acqui, e Giovanni diacono veronese, e Landolfo

Colonna romano, scrittori tutti le cui opere, come quella di Sicardo,

non hanno verun valore per la parte antica, ma dai quali si possono

estrarre utili notizie pei tempi contemporanei a loro. E molta utilità

di notizie si può ricavare da frate Francesco Pipino, domenicano

bolognese, che tradusse di francese in latino una storia della guerra

di Terra Santa e i viaggi di Marco Polo, e, dopo essere stato anch'egli

in Oriente descrisse i suoi viaggi, aggiungendo per ultimo a tanti

lavori una cronaca generale dalla prima origine dei Re Franchi fino al

1314. L'ultima parte di essa abbonda di fatti avvenuti in varie parti

d'Italia, ch'egli narra con diligenza accurata.

La cronaca di Francesco Pipino rappresenta una tendenza letteraria

dell'ordine domenicano, il quale inteso alla predicazione e alle

controversie, aveva bisogno di vaste compilazioni che facilitassero

una certa erudizione, abbracciando in gran copia avvenimenti tratti

dalla Scrittura, dalle storie, dalle tradizioni, propriamente

enciclopedie storiche mescolate di vero e di leggende. Diversa invece

la tendenza dei Francescani che s'aggiravano tra il popolo e ne avevano

l'intelletto, la fantasia e gl'istinti. Mirabile libro tutto ingenuità

e freschezza popolare i Fioretti di San Francesco, ardore infiammato

di zelo e spirito di satira mordace nei canti di Iacopone da Todi che

sfogava l'un sentimento nella mestizia solenne del suo _Stabat Mater_,

e l'altro nelle satire sanguinose contro Bonifazio VIII. L'ordine

francescano era democratico, e pur quando, accarezzato e temuto,

penetrava come un'onda di popolo nei palagî e nelle corti, mai non

abbandonava la primitiva tendenza, e vi penetrava colla familiarità

sprezzante di una democrazia conscia della sua forza. Era naturale che

il guelfismo popolare del secolo decimoterzo trovasse a rappresentarlo

il suo pittore in un francescano, ché frate Salimbene da Parma più che

lo storico è il pittore dei suoi tempi. Nacque a Parma nel 1221, di

quindici anni abbandonò la casa paterna per rendersi francescano, e

resistè ostinato alle preghiere, alle lusinghe, alle maledizioni del

padre che lo supplicava di tornare alla dolce compagnia dei parenti.

Di convento in convento peregrinò per l'Italia centrale e per l'alta,

arrestandosi più o men lungamente nei principali paesi di quella

regione; viaggiò la Francia per circa due anni, e tornato in Italia

dimorò un pezzo a Ferrara, poi seguitò a muovere da città a città,

sbalestrato qua e là secondo i casi, il volere dei superiori e un

certo irrequieto bisogno di moto e di novità che era nella natura sua.

Vide e conobbe infinita gente, varia di paese, di condizione, d'animo;

papi, re, vescovi, baroni, popolani, e profeti e giullari e santi e

ribaldi. Trattò parecchi affari per l'ordine suo, nel 1256 cooperò

colla nomina di un arbitro a comporre certe differenze tra il Comune di

Bologna e quel di Reggio. Di lì a poco lo troviamo presso Piacenza al

capezzale di un contagioso, nel 1260 guida per le vie di Modena una di

quelle strane processioni di flagellanti che, intorno a quegli anni,

eccitavano l'ascetismo disordinato e fantastico delle popolazioni.

Passato in Romagna, mentre s'occupava di studî e a Ravenna esaminava

il Libro Pontificale di Agnello, vide accadergli intorno molti fatti

notevoli «... e così sempre con un pié nel chiostro ed uno nel mondo,

sempre in mezzo a quell'agitarsi d'idee e di passioni, di penitenze e

di delitti, di libertà e di tirannide.»[155] Visse certamente fino al

1288, e probabilmente oltre il 1290, attraversando così nella sua vita

la parte maggiore e più caratteristica del secolo decimoterzo. Dopo

aver composte diverse opere teologiche e storiche quasi tutte perdute,

finalmente per una sua nipote monaca in un monastero di Parma raccolse

quanto aveva imparato dai libri o veduto nel mondo, e tutto fuse e

mescolò insieme in una vasta cronaca discesa infino a noi.

Il secolo in cui visse Salimbene si riproduce in questa cronaca come

in uno specchio luminoso. Diverso in ciò da quasi tutti i principali

cronisti italiani, questo frate fu piuttosto spettatore che attore

nella storia del suo tempo, ma spettatore acuto sagacissimo pieno

d'osservazione, abbastanza sciolto dai pregiudizi del suo partito e

della età sua per giudicar liberamente ogni cosa, abbastanza legato

ad essi per rifletterli inconsciamente. Francescano del tredicesimo

secolo, l'abito e i tempi gl'ispiravano un certo misticismo ascetico,

che non era nel fondo dell'indole sua ruvidamente schietta e piena di

buon senso. Scrivendo, diceva senza reticenze il vero d'ogni uomo, o

lo coprisse l'elmetto o il cappuccio o la mitra, e del pari giudicava

le cose alla libera con quel suo stile andante e pittoresco, e quel

suo latino rozzo e così pieno di forme italiane che della latinità

non ritien quasi nulla. Non è uno storico, è un raccontatore che viene

man mano descrivendo quanto gli cade sott'occhio, familiarmente, senza

ordine e quasi senza proposito, tra digressioni continue, inframettendo

ai suoi racconti osservazioni e giudizî arguti che mostrano in lui una

lucidezza di mente usata a cogliere per intuito il vero delle cose.

La lotta tra Federico II e i Comuni guelfi di Lombardia, è narrata a

frammenti in mille episodi nei quali appariscono e si muovono tutti

que' personaggi secondarî, e molti anche degl'infimi, che sono tanta

parte della storia eppur trovano appena rade e fuggevoli menzioni

presso gli storici di professione. E coi minori uomini dipinge a larghi

tratti anche i grandi, e l'imperatore Federico II «non avea punta fede,

fu uomo scaltro, furbo, lussurioso, malizioso, iracondo; e tuttavia

fu valente uomo quando gli piacque mostrar sue bontà e cortesie;

sollazzevole, giocondo, industrioso; sapea leggere, scrivere e cantare

e trovar cantilene e canzoni.... sapeva parlar molte e diverse lingue:

e, a sbrigarmi in breve, se fosse stato buon cattolico.... pochi

uguali avrebbe avuto nell'Impero.... fu bell'uomo e ben formato ma di

mezzana statura. Io l'ho veduto alcuna volta e mi piacque.» E dopo

aver parlato di alcune crudeltà commesse da Federigo per curiosità

d'investigazione scientifica, aggiunge ch'egli era epicureo «e quanto

poteva per sé o pei suoi sapienti ricavare nella Divina Scrittura che

dopo morte non ci fosse altra vita, tutto tirava fuori.»[156] Ed era

sua intenzione che «tanto il papa che i cardinali e gli altri prelati

fosser poveri e andassero a piedi, e ciò non intendea fare per zelo

divino, ma perché avaro era molto e cupido, e voleva avere le ricchezze

e i tesori della Chiesa per sé e pe' figliuoli suoi.... e ciò egli

riferiva ad alcuni dei suoi segretarî.» E altrove aggiunge che Federico

«coi suoi principali si sforzava di rovesciare la libertà ecclesiastica

e corrompere la unità dei fedeli,» la quale accusa che dovette essere

popolare a que' dì, par quasi accostarsi all'opinione di chi tra i

moderni attribuisce a Federico e a Pier della Vigna il disegno di

volersi staccar dal Papato e fondar nuova Chiesa, e spiega sempre più

il favore accordato dai Papi a Carlo d'Angiò contro gli Hohenstaufen. E

questo principe fortunato, ipocrita simulator di pietà, per interesse

e senza affetto capo e rovina del guelfismo italiano, anch'esso qual

fu vien descritto in più luoghi della cronaca di Salimbene, che prima

lo vide in un monastero di Francia in compagnia del fratello, il

re santo Luigi. Ma in questa cronaca più d'ogni cosa è attraente e

pregevole la dipintura larga insieme e minuziosa dello stato d'Italia,

quale scaturisce in ogni pagina, in ogni episodio ch'ei narra[157].

L'agitarsi delle dottrine teologiche e la tenace fermezza di Roma tra

quel nuovo fermento indagatore degli spiriti, o volgenti come Federico

II verso una specie di epicureismo negativo, o come i gioachimiti verso

un misticismo visionario, è mirabilmente ritratto da Salimbene. Il

quale, seguace egli stesso per alcun tempo dell'abate Gioachino, non

rimase a lungo in quelle dottrine per l'indole sua inclinata al pratico

e troppo diversa dalle tendenze fantastiche del visionario calabrese.

Onde, nella cronaca egli si volge naturalmente a molti episodî che

descrivono la vita dei varî ceti del clero e le virtù loro e i vizî, e

le relazioni di essi col popolo, e le stranezze religiose di questo,

che in parte approva e in parte talor disapprova. Del pari la vita

politica del suo tempo, il largo spandersi delle libertà repubblicane,

e i mali a cui le guerre di Federico II conducevano la Lombardia,

ch'egli dipinge «ridotta in solitudine tanto che non avea più cultori

nè passeggieri.... Non potevano arare gli uomini, nè seminare nè

mietere nè far vendemmia nè abitare in villa.... Tuttavia presso le

città si lavorava colla scorta dei soldati.... E bisognava far così,

a motivo dei berrovieri e predoni che erano moltiplicati a dismisura.

E pigliavan la gente e la incarceravano affinché si riscattasse

a denaro.... E così volentieri in quel tempo un uomo incontrava

un'altr'uomo in sulla via, come vedrebbe volentieri il diavolo.»[158]

Dolorose circostanze, aggravate dalle lotte parziali e continue, che

Salimbene descrive ad ogni tratto, tra il guelfismo popolare e la

vecchia nobiltà ghibellina sdegnosa della democrazia che la sforzava

di curvarsi alle leggi. Ma seguir negli infiniti meandri suoi questa

cronaca, tutta digressioni ed episodî di piccoli fatti e di grandi, è

impossibile. Tanto varrebbe quanto il volere stringere in una pagina la

compiuta dipintura degli uomini e dei costumi d'Italia in quel periodo

di rivolgimento, quando la vita comunale distendeva più rigogliosi

intorno i suoi rami, e il sangue scorreva più fervido nelle vene di

quel popolo ringiovanito.

La cronaca di Salimbene arriva al 1288 ed ha relazioni con esse

un'altra cronaca che si prolunga fino al 1290, e fu pubblicata come

anonima dal Muratori col titolo di _Memoriale Potestatum Reginensium_.

Tratta questa le cose della città di Reggio e si distende molto

sulla storia della Lombardia e dell'Emilia. E discendendo da esse

a parlare delle altre cronache particolari, può dirsi che appena si

trovi una città in quelle parti, la quale, tra il secolo decimoterzo

e i primi anni del decimoquinto, non conti una o più cronache quasi

tutte abbondanti di notizie pregevoli. Bologna, Ferrara, Modena,

Parma, Piacenza hanno principalmente cronache degne di nota; Piacenza

soprattutto, la cui storia si è recentemente arricchita di altre due

cronache del più alto valore pei tempi di Federico II, pubblicate prima

dall'Huillard Bréholles, poi dal Pertz, e con una edizione corredata

di buone note, dalla Società storica di Parma e Piacenza. A Milano,

Stefanardo da Vimercate, domenicano, teologo e dotto scrittore di

libri legali e canonici, in un poema dettato con eleganza scrisse

intorno alle cose avvenute colà tra il 1262 e il 1295 mentre era

arcivescovo Ottone Visconti. Un altro frate di San Domenico, Gualvano

Fiamma milanese, nato sul cadere del secolo decimoterzo, scrisse varie

opere importanti per la storia milanese e della casa Visconti, delle

quali opere la più nota finora che ha per titolo _Manipulus Florum_

fu pubblicata dal Muratori nella sua grande raccolta[159]. Milanese

anch'egli ed amico al Fiamma, fu il notaio Giovanni da Cermenate,

che ebbe qualche parte negli avvenimenti della patria e ne descrisse

quelli che occorsero dal 1309 al 1314 con gran precisione e vigorosa

eleganza di stile[160]. Men buono scrittore ma sincerissimo, fu Pietro

Azario da Novara, che narrò la storia della famiglia Visconti dal 1250

al 1362, e un anonimo la storia di Fra Dolcino eretico novarese, e

Bonincontro Morigia quella di Monza fino al 1349, testimonio oculare

anch'egli e partecipe dei fatti narrati nel suo lavoro. Del Piemonte,

più scarso allora di cronisti, basterà citar solo la cronaca d'Asti,

scritta da un Ogerio uscito dalla famiglia degli Alfieri, un'altra

cronaca pur d'Asti di Guglielmo Ventura, ed il Chronicon _Imaginis

Mundi_ di Giacomo d'Acqui[161]. Molto ricca invece per copia e qualità

di scrittori la Marca Trivigiana, e specialmente Verona, Vicenza e

Padova. Per la prima di queste città merita menzione il cronista guelfo

Parisio da Cereta, che riferì con semplice stile e con animo molto

imparziale gli avvenimenti di Verona nella prima parte del tredicesimo

secolo, fermandosi principalmente sui fatti di Ezzelino e di Mastino

della Scala. Ma gli storici maggiori di tutta quella regione son

vicentini e padovani. Mescolato sovente alle vicende che narra, Gerardo

Maurisio scrisse con spirito ardente di ghibellino le imprese della

famiglia da Romano dal 1182 al 1237, e trattò specialmente dei primi

tempi d'Ezzelino. Profuse lodi a costui, che stupirebbero se non fosse

che il Maurisio scriveva quando Ezzelino non aveva ancora rivelata la

mostruosa efferatezza dell'anima sua, e inoltre l'opera del Maurisio fu

raffazzonata in versi leonini dal contemporaneo Taddeo notaio, il quale

molto probabilmente esagerò quelle lodi. E pur di Vicenza e dei paesi

che furono in relazione d'amicizia o di guerra con essa nel secolo XIV,

scrissero Antonio Godi e Nicolò Smerego[162] il quale fu continuato da

un anonimo monaco di Santa Giustina di Padova, ma superiori a tutti

furono gli storici Ferreto da Vicenza e i due padovani Rolandino e

Albertino Mussato.

Nato verso il 1295 di buona e ricca famiglia vicentina, Ferreto

Ferreti, dal pronto e immaginoso ingegno, e dall'indole vivace e

satirica fu tratto alle lettere. Lo guidò alla poesia Benvenuto de'

Campesani celebrato per un poema in lode di Arrigo VII e di Cangrande

Della Scala, e in vitupero di Padova. Seguendo il salutare impulso

della età sua, studiò con grande affetto i classici e cercò d'imitarli.

Lodato dal Muratori come uno dei migliori latinisti di quel tempo,

egli tuttavia non evitò di cadere in quella stentata affettazione da

cui nei due secoli seguenti si salvarono appena i migliori umanisti

del rinascimento. Scrisse una storia delle cose avvenute in Italia

tra il 1250 e il 1318, ch'egli trattò specialmente in relazione cogli

avvenimenti a cui si trovava più prossimo, mostrandosi abilissimo a

raggruppare i fatti e, scegliendoli acconciamente, a rappresentarli

con vivacità alla fantasia del lettore. Ma questa abilità stessa

che gli veniva da una ricca vena poetica, più che a minute indagini

lo trascinava a cercare nelle azioni umane la parte abbagliante,

e a servirsene per crear begli effetti nel quadro che dipingeva.

Rerum gestarum splendida facta percurrimus, egli esclama, e davvero,

come osserva il professor Zanella nel suo bel saggio sopra Ferreto

«campo migliore non poteva desiderare al suo ingegno; poiché quel

periodo che prese a narrare, dal 1250 al 1317, è de' più splendidi e

fecondi di avvenimenti che abbiano le storie italiane. Niuno negherà

che Carlo d'Angiò, Piero d'Aragona, Bonifacio VIII, le fazioni di

Toscana, Corso Donati, Clemente V, Arrigo VII, Cangrande, Matteo

Visconti, Uguccione della Faggiuola non sieno vivamente ritratti da

Ferreto, che si compiace parimente di descrivere con ricchezza di

stile, siti, battaglie, assedii, ingressi, coronazioni, morti di papi

e d'imperatori. Ma quanto alla professione che fa di essere sempre

veridico e di non lasciarsi indurre a menzogne nè per amore nè per

odio, credo che spesso dimenticasse la fatta promessa. È notabile

come di molte voci che corsero intorno ad un fatto, mai non trascuri

quelle che tornano a vituperio di qualche potente; propensione satirica

che male si concilia coll'amore del vero.»[163] Anche come poeta

Ferreto tentò soggetti storici, e il suo poema sull'origine della

gente Scaligera dedicato a Cangrande, abbonda di notizie intorno alle

principali città del Veneto, e specialmente, oltre Vicenza e Padova, a

Verona la quale per la estesa influenza degli Scaligeri che v'ebbero

sede, viene ad essere illustrata da tutti i cronisti di quella parte

d'Italia. E come aveva celebrato gli Scaligeri, così Ferreto celebrò

in un carme la morte del grande fuoruscito che aveva trovato alla loro

corte il primo suo rifugio e il primo ostello, e ch'egli probabilmente

aveva conosciuto di persona, ma questo tributo antico alla tomba

dell'Alighieri sventuratamente è perduto.

Rolandino da Padova scrisse la storia di sua patria dal 1200 al 1260.

Aveva studiato alla Università di Bologna, e nel 1221 ricevuto ivi il

titolo di Maestro e Dottore in grammatica e rettorica. Tornato presso

suo padre ch'era notaio in Padova, questi gli cedette alcune note

ch'era venuto scrivendo sulle cose più memorabili accadute a' suoi

tempi, e l'esortò a scriver la storia della loro città. Rolandino seguì

l'esortazione paterna, e aiutato dagli studî fatti in Bologna, dettò

in dodici libri il suo lavoro con tanta chiarezza e così diligente e

ordinata conoscenza dei fatti, che si meritò subito fama di storico

insigne. Nel 1262, due anni dopo ch'egli l'ebbe condotta a termine,

la sua storia fu in segno di grande onore letta pubblicamente nella

Università di Padova al cospetto dei professori e della scolaresca

che l'approvarono solennemente, e i posteri han confermato il

giudizio[164].

A Rolandino tenne dietro uno storico anche maggiore, in verità uno dei

maggiori letterati d'Italia, Albertino Mussato che fu contemporaneo ed

amico di Ferreto da Vicenza. Nacque in Padova nel 1262. La povertà gli

fu maestra, e fin da giovinetto dovette provvedere a sé e ai fratelli

minori col copiar libri per gli scolari dello studio padovano, finché

facendosi man mano erudito collo stesso copiarli, cominciò a trattar

qualche causa nel fôro. La potenza dell'ingegno e la grandezza generosa

dell'animo gli procacciarono favore e lo sollevarono rapidamente in

fama e in agiatezza, talché nel 1296 era fatto cavaliere e chiamato al

Consiglio di Padova che allora si reggeva liberamente in Repubblica.

Quivi in breve salì a tanto credito nelle cose di Stato, che nel 1302

fu inviato ambasciadore a papa Bonifazio VIII, ebbe pubblici incarichi

a Firenze, e da quei primi tempi in poi, egli tra le varie vicende

della patria, anche quando le procelle della fortuna lo sbattevano al

fondo, statista, soldato, storico, poeta, sempre, fino al fin della

vita, rimase in evidenza e fu tenuto in gran conto pur dai nemici.

Quando, tormentandosi Italia tra la fazione guelfa e la ghibellina,

Arrigo VII di Lussemburgo scese, invocato da quest'ultima, a prender

la corona imperiale, fu un grande rimescolarsi nella parte superiore

e centrale della penisola. Non che il novello imperatore avesse in

sé vera potenza, ma i partiti percorsi da un nuovo fremito per la

sua venuta, e agitati da indefinite speranze e indefiniti timori,

divampavano in fuoco più acceso. Le città guelfe di Lombardia, gelose

di loro libertà e memori delle resistenze opposte in passato a ben

altri imperatori, accoglievan quest'ultimo freddamente o gli negavano

risolute l'ingresso. Lo favorivano invece le città ghibelline,

ma e nell'une e nell'altre rigogliose com'erano di vita propria,

l'autorità sua era assai poca, e la parte che egli credeva far di

paciero riusciva invano. Più che la reverenza o l'odio dell'Impero

potevano le ire cittadine, e ciascuna città era divisa in due parti,

di cui la prevalente s'affannava di reggersi, mentre la soccombente

era sempre agitata nella speranza d'abbatter l'altra, e afferrato il

timon dello stato dirizzarne altrove la prora. Di che spesso un salire

e discendere delle fazioni, e la città guelfa mutarsi a un tratto in

ghibellina e la ghibellina in guelfa, e un combattere entro le mura

di cittadini contro cittadini, e i vincitori radere al suolo le case

dei vinti, e questi andar profughi sbanditi in esilio col rancore

nell'anima e l'invincibile speranza del ritorno e delle vendette.

Questa agitata vita viveva anche Padova, guelfa per la prevalenza

di quella parte e pel timor che Vicenza, su cui dominava, scosso il

suo giogo si desse a Cangrande della Scala, signore di Verona e capo

dei Ghibellini in quelle provincie. Al primo giungere di Arrigo VII

in Italia, Padova con qualche riluttanza, ma con savio consiglio,

aveva mandato un'ambasciata a salutarlo in Milano (A. D. 1311). Degli

ambasciatori uno fu Albertino Mussato, ormai glorioso tra i letterati

del tempo suo, e già noto come uno dei primi restauratori della poesia

latina in Italia. Arrigo VII lo accolse con tanta e così singolare

benevolenza, da ispirargli un affetto che mai non si smentì, neppur

quando i suoi doveri di cittadino l'obbligarono di far tacere il

suo sentimento privato e d'opporsi coll'armi alla volontà imperiale.

Dopo alcun tempo, Albertino Mussato di nuovo fu inviato in ambasceria

ad Arrigo VII, per chiedere guarentigie alla libertà padovana, che

furono consentite con qualche condizione. Ma tornando in Padova, gli

ambasciatori trovarono i lor cittadini forte agitati per la voce corsa

che Arrigo avesse nominato Cangrande della Scala a Vicario Imperiale

per Padova, titolo abborrito dai guelfi e quasi sempre sinonimo di

signore e tiranno. Si respinsero le condizioni proposte da Arrigo, il

quale se ne irritò. Il momento parve propizio ai Vicentini, i quali si

ribellarono a Padova e si buttarono in braccio allo Scaligero, che fu

principio di una guerra lunga e accanitamente contrastata tra le due

città (A. D. 1311). Albertino Mussato che aveva fatto tutto il poter

suo per impedirla, ebbe più volte a recarsi presso Arrigo cercando

di compor le cose verso la pace, e d'ottener la conferma delle prime

concessioni. Ma l'opera sua era malagevole tra lo sdegnato sovrano e

gli animi eccitati de' suoi concittadini, che piegavano a stento verso

le proposte pacifiche solo quando il pericolo pareva maggiore. Di

questo stato pieno di ondeggiamenti pativa il contraccolpo Albertino,

che tornava dalle frequenti ambascerie ora accolto in patria come

un salvatore, or cupamente come se recasse con sé il tradimento e la

vergogna. Le cose si facevan sempre più gravi. Nel settembre del 1311,

Arrigo VII, a tenore di certe condizioni pattuite, scelse tra quattro

persone proposte dallo stesso Consiglio Padovano, Gherardo da Enzola

come Vicario Imperiale in Padova. Il nome odiato di Vicario accrebbe i

malumori nel popolo, e si faceva oramai impossibile vincer le proposte

pacifiche nel Consiglio. Nel 1312 tornando da Genova cogli ultimi patti

ottenuti dall'Imperatore, Albertino trovò la città in gran tumulto. Lo

Scaligero era stato nominato Vicario per la città di Vicenza, certo

lo sarebbe in breve per Padova, forse la nomina era già decretata in

segreto e s'aspettava il momento opportuno per pubblicarla. Tali le

voci che concitavano la città fiera e desiderosa di guerra, e l'ira di

tutto il popolo echeggiava in core dei consiglieri adunati nella gran

Sala della Ragione. Era un fremito in tutta l'Assemblea. Rolando da

Piazzola ch'era stato dell'Ambasceria col Mussato, levatosi, con impeto

grande ricordò le calamità già sofferte per altri Vicarî imperiali,

e profetando nello Scaligero un nuovo Ezzelino: «Vidi io» esclamava

infiammato riferendosi al recente suo viaggio presso l'Imperatore,

«vidi città poco innanzi floridissime, ora scacciatine i cittadini

andare in rovina, le campagne deserte abbandonate alle ortiche, le

facce dei nobili divenute squallide per inedia, la plebe esausta

per fame. O vergogna! La ferace terra lombarda, inculta adesso, è

paragonabile a un deserto selvaggio.... E chi abita le nobili castella?

I vecchi tiranni ammantati del titolo di Vicarî Imperiali. Da loro oggi

son consumate le reliquie ultime di Lombardia.... Vidi Genova.... la

vidi bella e la rividi sformata in tre giorni; bella per l'allegrezza

dei cittadini che accoglievano questo fantasma di felicità, sformata

pel mutato aspetto del popolo vivente a comune, cui s'eran cangiate le

usanze patrie in principati dispotici. Come se, o cittadini, rimosso

questo nostro Preside, si sostituisse a lui un ignoto, e rescissi e

distrutti fossero i plebisciti vostri e le leggi, e questo Senato

disciolto, e i tribuni che voi chiamate _gastaldioni_ turpemente

e ignominiosamente deposti.... S'ebbe forse vergogna, mutando il

sodalizio di Vicenza e Padova in pace tra loro, d'eleggere questo

Cane, uom nefando, a Vicario di Vicenza proprio in sull'uscio di questa

nostra fiorente città? Non solo non se n'ebbe vergogna, o cittadini,

ma fu consiglio di partigiani affinché questo Cane vi tragga alla sua

tirannide e muova guerra civile tra i vicini nel seno di questa città.

Oh vi torni in memoria la fiera strage dei padri nostri, orribile pure

a ridirsi, e quel figlio di Satana Ezzelino da Romano che lo scellerato

Federico, predecessore di questo Enrico di Lussemburgo, costituì qui

ministro solamente di stragi, con questo falso titolo del Vicariato

Imperiale....» e rivolgendosi al Vicario Imperiale seguitava: «E tu,

Gherardo, se così ti piacerà di fare, giura di rinunziare al Vicariato

e ripigliare il dolce e sacro ufficio e nome di Podestà nostro, e di

reggere pel semestre questa città nella libertà sua, se no, prendi il

tuo stipendio e vattene. Abbiam qui Rodolfo da San Miniato eccellente

uomo, che io stimo adatto a pigliare la sede di questa beata e libera

podestà e a reggerla.»[165]

Fu un grido di plauso[166]. Invano Albertino tentò rimetter calma

negli animi, espose lo stato dubbio delle cose in Italia, mostrò

come la parte ghibellina ancor vigorosa potrebbe divenire un aiuto

dell'Imperatore pericoloso alla patria, invano pregò, scongiurò, per

più mite consiglio. Tutta la sua eloquenza si franse contro l'ira

popolare, e vinse il partito dell'armi.

La guerra incominciò indi a pochi giorni, interrotta e ripresa ogni

tratto, e condotta molti anni con varia vicenda e con tutto l'odio

che solevasi mettere allora da quegli appassionati animi in quelle

guerre fraterne. Albertino Mussato che s'era mostrato così blando

al consigliare, apparve un leone al combattere, sempre nelle più

arrischiate fazioni, primo a gettarsi nel folto del pericolo, ultimo

a ritrarsene. Pareva che gli fosse scomparso dalla mente quell'Arrigo

VII ch'egli amava tanto e di cui descriveva le imprese, le quali egli,

come Dante, si lusingava dovessero riuscire a benefizio d'Italia.

Padova la cara patria era in guerra, ed egli ne combatteva i nemici.

Nel novembre dei 1313, parve che l'odio cedesse un momento. Albertino

Mussato ed un altro padovano andarono a discutere le parole di pace

che lo Scaligero faceva proporre, ma le trattative si ruppero senza

alcun frutto, e si tornò di nuovo a pensar di guerra. Intanto Arrigo

VII era morto (24 agosto 1313), e con lui si spezzavano molte speranze

dei Ghibellini più ardenti, molte illusioni di coloro che guardavano a

lui come ad un angelo annunziatore di pace. Il partito guelfo ne saliva

in superbia, e a Padova sotto colore di riforme impadronitosi d'ogni

potere si sfrenava non pur contro i ghibellini ma contro i cittadini

più temperati e diveniva tiranno (A. D. 1314). Ne seguì una sommossa

popolare violenta, nella quale contro ogni ragione fu preso di mira il

Mussato, alle cui case si volse una plebaglia inferocita per portarvi

l'incendio e la morte. In vista del pericolo, Albertino non si smarrì:

consigliato di nascondersi, non volle, e per non macchiarsi nel sangue

del popolo non volle difendersi, ma inforcato un cavallo, venne fuori

arditamente dalla casa infestata, e di gran corsa uscì incolume dalla

città e si ritrasse in salvo. Fu un gran dolore al cuor del Mussato,

a cui pareva tanto più amara l'offesa e l'esilio quanto più gli era

cara la patria e se ne sentiva benemerito. Onde in una concione ch'egli

dettò a sua difesa, e inserì poi nella storia, esclamava dolente e

sdegnoso: «Dovrei io vergognarmi o arrossire, se avendo bene meritato

in alcuna cosa, la tanta ingratitudine onde son circondato mi sforza

a recitar da me le mie lodi? Anche se lo facessi con petulanza? No,

perché quando una cagione di passati contrasti ci costringe a parlare

per respinger le ingiurie, la violenza del timore vince la calma d'ogni

più forte uomo. Dopo le uccisioni compiute il dì innanzi da quegli

iniqui, e le stragi orrende, una turma tumultuaria concorse alla casa

di me Albertino Mussato, la tenne assediata da manipoli di gente che le

infuriava attorno chiedendo i miei penati, i miei figli, il sangue mio.

Se posso parlare col Redentore del mondo: ‘O popol mio’ Egli diceva

‘che t'ho mai fatto? Per quarant'anni ti guidai nel deserto.’ Io ti

condussi, dico io Mussato, o popol di Padova, per altrettanti mesi tra

vasti pericoli dietro le orme mie sulla mia strada, da cui tu stessa

confessi d'aver deviato per tua ignavia....» E dopo avere enumerata

una lunga serie di servigi resi alla patria, e i miti consigli dati

ai Padovani nella prospera fortuna, alludendo al loro timore nei

pericoli, procede: «.... Ma tardo viene dopo la grandine il pentimento.

E che rimedî si son trovati a tanti mali? O tribuni della plebe,

ricordatevene. Parlo a voi conscî ed autori di tanto provvedimento.

Voi, pensaste, Ottimati della città, che se era fattibile, Cesare

doveva esser placato. E in che modo? con quale ingegno? con quali

arti? E che? la opportunità, la difficoltà chiamò innanzi Albertino

Mussato. Costui, si asserì, _può far salva la repubblica e rovinata

rialzarla_. Se avanzava da far qualche cosa, a lui solo ricorreste,

a lui privo d'ogni speranza di trattar gli affari e prostrato, e vi

consigliaste seco, e lui unico imploraste. E Vitaliano de' Basilii,

che allora quasi dominava sul volgo, a mani giunte, a ginocchia

piegate, lacrimando, stipato da voi tutti, o Tribuni, mi supplicò di

andare al Re.... Io guardo a me stesso ammirando e compassionando.

È necessario che la penna mandi tutto alla posterità. Forse mi resi

colpevole verso questa Repubblica? Tralascio le diurne, le notturne,

le annuali fatiche. Non vale la pena di allegare le vigilie, le cure,

le sollecitudini mordaci. Non si nascondano gli assertori; attestino

affinché io sia creduto. Consumai forse il denaro pubblico? E quale?

e quando? Mi son forse arricchito coi danni dei privati? Di quali?

Venga fuori un solo vessato o spogliato da me. Abbiatevi, o Tribuni,

un argomento efficace della sincerità nostra. In queste ultime calende

di decembre, per non ricondurvi indietro al non ricordabile, la sorte

mi prepose allo ufficio di Anziano, onore uguale quasi al consolato

dei Romani. Questo Pietro d'Alticlino potentissimo uomo e formidabile

contro cui si esclamava, e molti altri dell'ordine equestre e plebeo,

io convenni in giudizio di restituzione, li feci incatenare, li

convinsi, e li costrinsi a rimettere nell'erario la mal tolta moneta

con rigido e severo ardore. Così mi persuadevano a fare i miei costumi,

così l'audacia, l'amor della patria, l'atrocità di quelle rapine e la

giustizia.» E dopo queste calde parole altre ne aggiunge enumerando

le prodezze compiute in guerra, spiega per quali ragioni egli avesse

promossa la imposizione di una tassa utile e giusta che gli aveva

procacciato l'odio del volgo e l'esilio, e conchiude con disdegnosa

fierezza: «A ragione il gregge macchiato odia il vello della pecora

dorata. Sia lungi da voi, o Tribuni, la ferocia delle vili belve

assetate di sangue innocente. Salvato, io voto la mia salute, le mie

fortune ed ogni poter del mio ingegno e delle facoltà mie, ai Padri, ai

Maggiori e al Popolo più sano.»[167]

Pagine eloquenti davvero, che strappavano l'ammirazione ai

contemporanei, e ancora l'ispirano ai posteri richiamati per esse come

a un ricordo della romana repubblica, e di quella forte eloquenza che

scoppiava in Grecia e in Roma nel tumultuoso bollire degli affetti

politici quando la democrazia stendeva sovr'esse l'agitato suo impero!

Sedato finalmente il disordine e ricomposta la quiete nella città, si

adunò il Consiglio, e, abolite le esorbitanti riforme e ripristinato

il vecchio stato, decretò unanime il richiamo d'Albertino Mussato, e

pubbliche solenni onoranze per compensarlo dello sfregio patito. Ne

esultò il buon cittadino, ma prima pure del suo ritorno, i Padovani

mossero improvvisamente ad oste contro Vicenza ed egli s'aggiunse

agli armati. Nelle fazioni che seguirono egli combattè con l'usato

ardimento, finché in una mischia, precipitando da un ponte in una

fossa, accerchiato dagli uomini di Cangrande, fu con undici ferite

preso e condotto a Vicenza. Quivi egli rimase onorato prigioniero di

Cane, che con la sua corte andava a visitarlo e a scambiar con lui

amicamente gravi discorsi e celie frizzanti, esempio non unico di

quell'età, che all'abbassar delle spade stillanti sangue, l'ammirazione

prevalesse sull'ira, e un prepotente barone rendesse onore alle virtù e

all'ingegno d'un semplice cittadino.

Nel novembre del 1314, al conchiudere d'una pace, Albertino liberato

dalla prigionia tornava in patria a ricevere le decretate onoranze, e

a cinger le tempia di quell'alloro poetico a cui sospirò tutta la vita

Dante nella vana speranza che il poema sacro vincesse la crudeltà che

lo serrava fuori della patria. Pieno di compiacenza egli descrive a

lungo e con tratti caratteristici nella sua storia la festa che gli fu

fatta e che riuscì solenne, perché a celebrarla concorse col Senato

e colla Università la città tutta quanta, altera adesso di questo

suo figlio la cui fama letteraria spargevasi ormai onorata per tutta

Italia.

E veramente le opere letterarie di Albertino Mussato meritavano quegli

onori[168]. Latinista ottimo pei suoi tempi, egli, con Giovanni Del

Virgilio, con Dante e gli altri latinisti contemporanei, superiore

forse a tutti, spiana le vie della rinascenza al Petrarca, e mentre

studia gli antichi e ne ritenta le forme del dire, nel concetto e

nell'architettura de' suoi lavori apparisce scrittore originalissimo.

Poeta dettò epistole, sermoni, egloghe, elegie non prive di pregio, ma

soprattutto si rivelò creatore potente nella sua tragedia l'_Ezzelino_.

Spastoiatosi d'ogni teoria preconcetta, pur senza abbandonare le orme

classiche che trovava tracciate da Seneca, egli primo tra i moderni

italiani scelse un soggetto moderno, vivo anzi ancora nella memoria e

nel terrore del popol suo, soggetto cupamente tragico ch'egli trattò

con evidenza drammatica e, soprattutto nei cori, con impeto lirico

maraviglioso. L'argomento storico ch'egli scelse e che accrebbe di

tanto la popolarità del suo lavoro, annunzia la tendenza storica

dell'intelletto del Mussato. Il quale, innamorato degli antichi

scrittori e dei tempi romani, colla mente vigorosa d'immaginazione e

di pensiero, doveva sentirsi irresistibilmente attratto a raccontar

la storia ch'egli aveva vissuto, e ridir le cose vedute e pensate fra

tanto tumulto di azione, fra tanta grandezza di virtù e di vizî. E io

son venuto finora descrivendo così lungamente la vita di quest'uomo,

perché mi parve di veder compendiata in lui una gran parte dell'età

sua come egli la descrisse e come fu veramente. Dettò la _Historia

Augusta_ delle gesta in Italia di Arrigo VII (A. D. 1308- 1313),

principe di buone intenzioni ma di debole potere, caldamente invocato

dai Ghibellini, pregiato anche dai Guelfi, ma nè obbedito nè temuto

veramente mai, sceso dall'Alpi a risuscitare il fantasma d'un Impero

che aveva perduto i nervi in Italia tra tante repubbliche e coi papi

avversi e ancor potenti per l'aiuto dei Guelfi e degli Angioini.

Scrisse Albertino con imparzialità grande, ma con tutto l'ardore

di chi ha preso parte nelle cose pubbliche e postovi tutta l'anima

sua desiderosa del bene. Il viaggiar suo frequente, per lo più come

ambasciatore, in molte parti d'Italia (e negli ultimi anni andò anche

ambasciatore in Germania) gli avean dato modo di veder d'appresso

le condizioni dei diversi paesi che eran teatro della sua storia, di

conoscer gli uomini principali, e d'attingere dappertutto o d'appurare

molte notizie. Non tutto guelfo nè tutto ghibellino, diresti ch'egli

ondeggia intra due, ed è ondeggiamento non raro nelle menti più elevate

di quella età. Vorrebbe dall'Impero una forte unità di comando a cessar

le discordie dei partiti, mentre piega ai Guelfi per le tradizioni

repubblicane e la cura di una libertà gelosa dell'aquila imperiale e

dei tirannelli che col nome di Vicarî crescevano all'ombra dell'ale

sue. Amico e ammiratore d'Arrigo, ma storico libero e austero, nel

dedicargli la sua storia lo avvertiva che in quelle pagine non avrebbe

trovato lusinghe nè solo le imprese degne di lode, ma gli errori

altresì dai quali, come uomo, anche egli Arrigo non era immune. La

morte d'Arrigo troncò il suo lavoro, ma più tardi egli lo continuò

con una seconda storia che intitolò _Gesta degli Italiani dopo la

morte di Enrico VII_, divisa in dodici libri, dei quali tre in versi

descrivono l'assedio sostenuto da Padova nel 1320. Lavoro piuttosto

abbozzato che finito, presenta qua e là varie lacune di tempo ed è

assai men perfetto di stile che non la _Historia Augusta_, ma non

è inferiore ad essa per la importanza storica. Lo intraprese per

esortazione di Pagano della Torre, vescovo allora di Padova, e tra le

molte cure che lo affaticavano[169], lo condusse innanzi molti anni

per andarlo a terminare nell'esilio di Chioggia, dove abbozzò anche

uno scritto su Ludovico il Bavaro rimasto in frammento. Poiché il

31 maggio 1329 concluse in esilio la forte e onorata vita Albertino

Mussato. Dopo molti altri servigi resi alla patria e molto travagliar

di fortuna, egli fu nuovamente sbandito, nè lo richiamarono questa

volta. Fu lasciato morir fuori, nella miseria, colla vecchiezza

aggravata dal dolore di una cara amicizia tradita, dalla ingratitudine

di un figlio, dalla vista delle libertà padovane spente per mano

di tiranni. Malinconica fine e piena di pietà, eppur confortevole

e bella di quella morale bellezza che splende da una vita pura ed

eguale a sé stessa nella fortuna prospera e nella avversa, da una vita

destinata a mostrarci nelle stesse ingiustizie delle sorti terrene, la

testimonianza certa di una giustizia immortale.

Le cronache italiane nel Medio Evo · 第 26 / 31 题