Movimento intellettuale del secolo undecimo e del dodicesimo —
Riforma della Chiesa — Risveglio della cultura ecclesiastica
e delle indagini storiche nei monasteri — Regesti e cronache
monastiche — Il monastero di Farfa e le opere di Gregorio
di Catino. «Chronicon Vulturnense» — Rinascenza artistica e
letteraria di Montecassino promossa dall'abate Desiderio. Il
monaco Amato e la storia dei Normanni. Leone Marsicano e Pietro
diacono, storici di Montecassino — Scritti storici dell'Italia
meridionale — Cronaca del monastero della Novalesa.
Usciti dalle chiuse anguste per le quali ci siamo avvolti così
lungamente, ora si aprono dinnanzi a noi orizzonti più vasti.
Incomincia un'età di giganti e la storia d'Italia si risolleva ad
altezze epiche. Il Papato trattosi appena dal fango entro cui s'era
ingolfato, riafferma con audacia grandiosa il suo potere, esagera
le romane tradizioni di Gregorio il Grande e colla universalità del
dominio spirituale reclama ad alta voce la supremazia della Chiesa
sopra popoli e re. L'Impero geloso di sue prerogative contrasta alla
smisurata pretesa, si difende or cavilloso or violento contro la
prepotenza morale del sacerdozio e tenta invano di soggiogarselo. Una
mano di venturieri normanni approda in Sicilia e sgombrati da essa i
Saraceni, s'allarga nel mezzogiorno d'Italia a fondare un regno talora
nemico, talor protettore dei papi i quali intanto mirando lontano,
maturano in mente il vasto concetto delle crociate e lo bandiscono al
mondo. E, quasi inavvertito, tra tanto mutare di casi il genio latino
risorgente mette i primi germi di una vita nuova feconda di gloria
all'Italia: la vita dei Comuni. Le lettere rinverdiscono. Chiesa,
Impero, popolo, tutti variamente tendono al rinascimento degli studi.
Il bisogno di una riforma nella Chiesa e gli sforzi per ottenerla
tentati prima dagli Ottoni e ripigliati con maggior lena dai grandi
papi del secolo undecimo, riconducono la cultura e l'amor dello
studio nel clero. Il cozzar delle parti suscita frequenti e vivaci le
scritture polemiche, e il bisogno di trovar nel passato le conferme
dei diritti asseriti apre una via allo studio della legge romana. Il
rinnovato vigore del diritto pubblico e privato ispira l'amore e lo
studio dei documenti, mentre il primo sorgere e svolgersi della vita
comunale è come un'alba di nuovi tempi che sveglia a maggiore attività
letteraria il laicato non immemore delle antiche tradizioni. L'età del
ferro per la cronografia italiana è oramai cessata.
La riforma penetrata nella Chiesa al tempo di cui teniamo discorso,
non fu nè tutta opera dei papi, nè tutta degli imperatori, nè tutta
del minor clero, nè del popolo. Fu opera complessiva e comune.
Un alito rigeneratore si agitava pel mondo e gli animi aspirando
all'alto tendevano quasi inconsapevoli per vie diverse alla riforma.
Una tendenza siffatta, essenzialmente religiosa da principio nel suo
carattere, di necessità doveva appoggiarsi al monachismo e trattolo
seco farne leva precipua al gran moto. La seconda metà del secolo
undecimo e la prima del dodicesimo possono in certo modo chiamarsi il
secol d'oro pel monachismo d'Occidente così per la influenza ch'esso
esercitò in generale sulla Chiesa e l'impulso che diede alla sua
riforma, come per la influenza e l'impulso che ne ricevette. Nell'età
precedente la corruzione dei monasteri era grande in ogni luogo,
e, come vedemmo, in Italia grandissima. Ma quando le cose toccavano
all'estremo, ecco risorgere a Cluny la vigorìa del monachismo e di
là muover l'iniziativa di un miglioramento universale. I monasteri
italiani furono rinsanguati per questa via. Odone di Cluny riformatore
zelante e savio riuscì tra molti ostacoli a far molto bene massime
a Montecassino e, dietro invito del famoso Alberico principe dei
Romani, anche nei monasteri di Roma e della Sabina. Questo missionario
della riforma monastica alle virtù morali accoppiava il sapere, e in
Francia aveva studiato filosofia, grammatica, musica e arte poetica.
Naturalmente egli dovette cercare di ricondurre l'amor dello studio nei
chiostri e farne rifiorire le scuole, onde i semi gettati da lui, presa
lentamente radice, diedero entro il giro d'un secolo frutti copiosi.
Il monastero di Farfa è primo in questa risurrezione intellettuale.
Nel capitolo precedente abbiamo veduto che l'abbate Ugo non contento
di restaurar la Badia e di ritornarla agli antichi splendori, si era
adoperato a perpetuarne la storia dettando uno dei più notevoli tra
gli scritti storici dell'età sua. Nè questa iniziativa fu sterile.
Allorché nel 1039 Ugo moriva, dietro a quel glorioso abbate rimaneva
nel monastero una scuola destinata a ripigliar l'opera sua e ad essa
fu educato il fanciullo Gregorio di una nobile famiglia di Catino in
Sabina. Suo padre, seguendo un costume dei suoi tempi, aveva offerto
questo fanciullo al monastero insieme con un altro figlio, che morì
di lì a poco nel 1068. Da circa trent'anni Gregorio viveva modesto
ed oscuro nella Badia quando, uscente il secolo undecimo, suggerì
all'abate Beraldo II un vasto lavoro e fu incaricato di mandarlo ad
effetto. Le invasioni patite nell'età anteriore, la distruzione e
il lungo abbandono del monastero, gli abbati dilapidatori, avevano
inevitabilmente disordinato molto e indotto mutazioni nelle proprietà
del monastero, onde seguiva un frequente contestar di diritti, e litigi
innanzi ai tribunali. Perciò Gregorio propose di riordinare l'archivio
e radunati tutti i documenti sui quali si fondavano i diritti del
monastero, copiarli ordinatamente in un sol libro. Così con una copia
autentica e maneggevole essi eran fatti facilmente adoperabili, e il
monastero si premuniva da ogni possibile deperimento degli originali.
Affidatagli la impresa, Gregorio si accinse a compierla, e quindici
anni durò nell'opera laboriosa nè la lasciò finché l'età omai tarda
e la vista indebolita non gli fecero impedimento a seguitare. Ma la
maggior parte e la più difficile del lavoro era fatta, ond'egli poté
senza timore affidarne il rimanente ad un suo nipote di nome Todino,
monaco anch'egli di Farfa, il quale die' l'ultima mano all'opera e la
condusse al compimento.
Il Regesto di Farfa, o, come Gregorio lo intitolò, il _Liber
gemniagraphus sive cleronomialis Ecclesiae Farfensis_, è per fermo
uno dei documenti di maggiore importanza per la storia del medio evo
italiano dai tempi longobardi fino alla fine del secolo undecimo. I
numerosi documenti antichissimi ch'esso ci tramanda, presentano un
insieme di valore insuperabile per la storia del diritto e pel problema
delle relazioni che correvano tra le popolazioni latine e i dominatori
longobardi e franchi nei secoli ottavo e nono. Relativi a questi due
soli secoli il Regesto contiene quasi trecentocinquanta documenti, e
sovr'essi come sovra una delle basi principali, posa molta parte degli
studî fatti in Italia e in Germania intorno a questo periodo della
nostra storia. A centinaia trovansi in questa raccolta diplomi di papi,
di imperatori, di re, di duchi, e si aggiungono alle carte private
anch'esse piene di parole e di notizie che giovano indirettamente
alla storia, o allo studio del diritto o della topografia medioevale.
La importantissima storia del Ducato spoletino si attinge tutta per
la parte più antica nel Regesto di Farfa, che inoltre ha capitale
importanza per la storia particolare di Roma nel decimo secolo e nel
decimoprimo.
I limiti del libro presente non consentono ch'io mi dilunghi trattando
di questo insigne documento di nostra storia. Fin qui la scarsità dei
ricordi storici mi ha invitato ad allargarmi e a parlar di raccolte
che non erano propriamente cronache; adesso l'abbondanza a cui muoviamo
incontro mi costringe di lasciar da lato e menzionare appena ogni fonte
indiretta di storia come i diplomi e le lettere. Tuttavia è necessario
indugiarsi alquanto sul Regesto di Farfa che è l'antichissima tra
le raccolte vaste e complete del suo genere. Esso a dir così è il
foriero degli altri Regesti che comparvero verso quella età e giovarono
maravigliosamente a fare risorgere non pure l'amor del racconto, ma
la critica della storia con esso[89], poiché ai Regesti, o almeno alle
indagini fatte negli archivî, tenevano dietro come natural conseguenza
le cronache delle badie, e il lume della critica si accendeva spontaneo
in quei monaci archivisti. Nei pensosi silenzi di loro celle essi
interrogando i documenti e comparandoli insieme, vedevano uscirne
la storia del monastero e s'invogliavano di narrarla ai posteri.
Gregorio di Catino ci porge un esempio di questo spontaneo educarsi
ad un senso sagace di critica. Solo e non soccorso da verun modello
anteriore, egli immaginò per la compilazione del suo lavoro un metodo
così giusto e semplice che quasi non potrebbe aspettarsi migliore dalla
critica odierna. Conscio di fare opera storica e degna di pregio, egli
vi si consacra con dignitosa coscienza e con un concetto limitato
e manchevole della storia ma moralmente elevato. In qualche modo
s'accosta alla definizione ciceroniana allorché dimostra la storia
dover giovare ai posteri narrando ad esempio le virtuose opere compiute
dai giusti delle generazioni passate. «Le età dei giusti,» egli dice
in un luogo, «sono principalmente descritte affinché noi passiam l'età
nostra con saggia e somigliante felicità e senza offesa. Imperocché sta
scritto che noi siam fatti più cauti dagli esempi dei giusti, le cui
orme seguendo non cadremo per via.» E tra questi pensieri egli cercava
con amor sincero la verità nella storia della sua Badia, respingendo
le favole e cercando appoggio nei documenti dell'archivio. Per le
prime leggendarie notizie sulla antichissima fondazione di Farfa, egli
non ha altra guida che la _Constructio_, ma se ne serve, citandola,
con molta cautela e senza affermar nulla dove l'affermazione non ha
fondamento di certezza: «Basti sapere,» così si contenta di dire. «che
questo santo cenobio fu costruito da questo santissimo uomo (Lorenzo) e
non per opera pubblica. Siccome poi il tempo di tale costruzione ci è
ignoto, amiamo meglio tacere intorno a ciò che profferir cosa mendace
o frivola. Ché se a noi non è lecito ascoltar la menzogna, assai meno
si conviene il profferirla in alcun modo.»[90] Nobile sentenza degna
di storico, pur troppo non seguita sempre dagli scrittori di storia
ecclesiastica! Ma se da un lato lo scrupoloso timor d'ingannarsi lo
ritiene dal creder troppo, dall'altro non si perita di cercar nella
critica aiuto a congetture probabili, e in questo caso aiutandosi con
un passo dei dialoghi di San Gregorio, immagina argomenti assai validi
per riferire la data della prima fondazione ad una età non precisa ma
certo anteriore a quel pontefice. Del resto le norme ch'egli seguì
nel suo lavoro sono molto bene chiarite in questa pagina di una sua
prefazione al Regesto, la quale merita anche d'esser considerata
come indizio del nuovo movimento intellettuale che incominciava ad
agitarsi nei monasteri: «Io,» dice l'onesto monaco, «non presumo nulla
delle mie forze, ma per carità d'Iddio e fidente nel suo aiuto per
la intercessione della nostra gloriosissima Signora, sonomi studiato
attentamente di compier quest'opera molto devota e assai proficua
nel modo più verace e fedele. Non ch'io sia sufficiente in emendar le
parti corrotte della rettorica, ma secondo la pochezza del mio picciol
sapere[91] procacciai di correggere quelle parti che oltremodo parevan
confuse, ma nol feci interamente affinché i semplici non avessero a
credere che si volesse confonder l'intelligenza della prima edizione
nella quale furono scritte. E massimamente perché io non mi sedei
soletto in disparte remoto dalle turbe per insister più attento al
quieto lavoro, ma situato all'aperto appena potei esser tranquillo
alquanto e aver favore della solitudine necessaria a tale opera. Nè
io mi reputo di essere a ciò abbastanza idoneo, perché non fui erudito
alle scuole dei poeti nè addottrinato nella profondità dei grammatici,
ma nudrito fin quasi dalla cuna agli esercizi divini nella scuola di
questo sacro cenobio e alimentato nella fedele sapienza del latte della
madre di Dio, a lei, operando alcun che d'utile, ho voluto riferire
quanto imparai. Adunque come m'imposero il predetto abbate e gli altri
religiosi seniori, nulla di ciò che vidi tolsi dalla intelligenza
delle carte e nel trascriver le cose nulla v'aggiunsi, ma come le vidi
cogli occhi mentre scrivevo e potei capire con intelletto sincero, mi
studiai di riscriverle, tranne certe prolissità di parole e ripetizioni
inutili, come dir talune obbligazioni già estinte, affinché per le
moltissime corruzioni delle parti, lungamente affaticato e trattenuto
nello scrivere non mi venisse composto troppo lentamente il volume,
e fastidioso male acconcio ad esaminarlo ed immenso. Adunque solo
contento alla verità delle cose e all'utile delle cause, col soccorso
di Cristo e i suffragi della genitrice sua sempre vergine, mi studiai
di compier questo lavoro sincerissimo e senza frode alcuna, con solerte
e sottile sagacia. Anche nelle singole carte curammo d'inserire i nomi
dei testimonî come li trovammo descritti negli originali. Que' nomi poi
che per antichissima vetustà trovammo consunti e corrosi dai tarli, e
difficilissimi a intendere, con equo giudizio omettemmo intatti, non
volendo in questa purissima operetta inserir nulla che non vedessimo
chiaramente cogli occhi o potessimo copiare con intelletto verace[92].
E poiché io mi sono sforzato di trasferir qui una verissima e fedele
riproduzion delle cose, così possa io avere delle colpe mie certissima
remissione dall'onnipotente Iddio per intercessione della Nostra
Signora, e ottener mercede perpetua a' miei parenti. E a questo libro
imponemmo il nome di _Gemniagrafo_ ossia _Memoria della descrizione
delle terre_, perché inserimmo in esso memoria delle terre di questo
cenobio da qualunque persona e in qualunque luogo acquisite. Anche ci
piacque che si chiamasse _Cleronomiale_ ossia ereditale della chiesa
farfense, perché dimostra fin dal principio i suoi possessi immobili.
Premettemmo inoltre i nomi di tutti i luoghi e a ciascun d'essi
aggiungemmo i proprî numeri e notammo con gran cura in quali scritti tu
potrai ritrovarli.»[93]
Da questo brano rilevasi chiaro con quanto discernimento Gregorio
conducesse la compilazione del vasto lavoro, e oggi la dispersione
completa dei documenti originali cresce lode al pensiero prudente che
ne ispirò la raccolta. Nè l'erudito monaco limitò ad essa l'attività
sua, ma pose mano e recò a termine tre altri lavori: il _Largitorium_,
il _Floriger_ e il _Chronicon Farfense_. Il primo, simile nella
disposizione al Regesto, contiene i documenti dei beni dati dal
monastero in enfiteusi ai coloni che ne imprendevano la coltivazione.
Così mentre il Regesto autenticava i diritti immobili del monastero,
il _Liber Largitorius_, o come Gregorio anche lo chiamò, _Liber
notarius sive emphiteuticus_, registrava tutti i contratti temporanei
e ne determinava le circostanze e il valore. Esso incomincia con un
documento dell'anno 792 e termina verso il principio del dodicesimo
secolo coi documenti contemporanei al compilatore. Un indice e
un prologo spiegano il concetto di questa raccolta, ancora quasi
sconosciuta e di gran pregio per la storia della proprietà fondiaria
e delle condizioni dell'agricoltura in Italia durante il medio evo.
Delle altre due opere di Gregorio, il _Floriger cartarum_ è un copioso
indice topografico del Regesto disposto per ordine alfabetico ed ha
minore importanza degli altri due. Grandissima invece è la importanza
del terzo libro che fu pubblicato dal Muratori col titolo di _Chronicon
Farfense_[94]. Questa compilazione fatta un po' in forma di cronaca,
riassume il contenuto del Regesto e riferendone i principali documenti
spreme da essi la storia del monastero. Colla guida della _Constructio_
e della _Destructio_, di cui già ho tenuto parola nell'altro capitolo,
Gregorio di Catino narra in questo libro gli avvenimenti dei tempi più
antichi ponendo le sue fonti al paragone della critica e dei documenti,
e cercando in essi la conferma dei fatti narrati. Ricchissimo di
notizie e di diplomi tolti le une e gli altri dall'archivio di Farfa,
questo libro mi par descritto a sufficienza nella descrizione del
Regesto, di cui può in certo modo ritenersi come il compendio e il
commento. Del resto il _Chronicon Farfense_ nel suo concetto e nella
sua partizione, non ha forma propria di storia e ciò farebbe maraviglia
se non apparisse manifesto che malgrado la latinità sufficiente del suo
dettato, a Gregorio manca affatto l'arte dello scrittore. I pregi suoi
son diversi, e l'essersi egli prima e meglio d'ogni altro aperta la via
all'esame critico dei documenti, il suo genio erudito e il suo schietto
amore del vero, levano alto il valore dell'opera sua e lo fan degno di
una fama assai superiore a quella che gli fu concessa finora[95].
All'ordinamento dell'archivio Farfense corrispondono intorno a quel
tempo gli ordinamenti di altri archivî monastici, e le cronache e i
regesti che ne derivarono. Il monastero di San Vincenzo al Volturno
legato fin dalle origini sue con una specie di affinità al monastero di
Farfa, ci offre anch'esso la sua cronaca documentata che fu composta
da un monaco di nome Giovanni. Intrapreso il lavoro per esortazione
di Girardo abbate del monastero, Giovanni ebbe il conforto di poter
mostrare già molta avanzata l'opera sua al pontefice Pasquale II (A.
D. 1099-1118) che lo incoraggiò dicendogli: «_Bene, o fili, magnum
opus coepisti sed bene coepta melius perficere stude._» La cronaca che
incomincia ripigliando il racconto di Autperto sulle origini della
Badia[96] e prosegue fino all'anno 1075, fu compiuta quando Gelasio
II era già pontefice (A. D. 1118-1119). Anch'essa può dirsi piuttosto
un regesto che una cronaca e la sua vera importanza consiste nei
diplomi che le servono di base e ne costituiscono la parte maggiore.
L'antichità di questi diplomi rilasciati per lo più da sovrani, estende
l'utilità del libro non solo alla storia dell'Italia meridionale ma
a quella di tutta la penisola, e la storia del diritto può anch'essa
trarne partito. Abbastanza buona è la latinità di Giovanni nei brani
che aggiunge di suo tra documento e documento, ma il senso critico
di Gregorio da Catino gli fa difetto, e le notizie pregevoli che ci
fornisce vanno spesso commiste a favolosi racconti di miracoli accolti
senza ombra di discernimento.
Se può dirsi che Farfa nel secolo undecimo iniziasse un nuovo movimento
storico, a Montecassino tocca invece la gloria d'aver prodotte le
migliori storie monastiche scritte in Italia a quei tempi. Dopo che
l'abbate Aligerno (A. D. 949-985) ebbe ricostruito quel famoso luogo
già rovinato dai Saraceni, la vita intellettuale rinata a poco a poco
nei chiostri cassinesi erasi venuta svolgendo man mano e aumentando
finché toccò sua cima tra l'anno 1058 e il 1087, durante il governo
abbaziale di Desiderio che fu poi papa col nome di Vittore III. È
questo il periodo più glorioso che vanti Montecassino nei secoli
della sua storia fino ai dì nostri, e questa luce di rinascenza si fa
notevole pei tempi torbidamente procellosi tra cui risplendette. Nato
dai principi di Benevento, signorile in ogni sua tendenza, di mente
versatile, d'animo mite fin troppo, pio, dotto, elegante, Desiderio
pareva destinato a proteggere le arti e le lettere e a dar loro un
impulso efficace. Aggiungansi a ciò i viaggi ch'egli compì, quello in
ispecie a Costantinopoli dove andò in qualità di apocrisario insieme
con Federico dei duchi di Lorena chiamato come lui più tardi a salir
sul trono pontificio dove prese il nome di Stefano IX. «Il monaco
lorenese e il longobardo,» nota di loro opportunamente il Tosti «quando
tornavano dalle Bizantine legazioni, recavano nel loro saio la semenza
della civiltà greca, e sul loro labbro il racconto di quel che fosse
la santa Sofia di Giustiniano: per cui poi Desiderio chiamò colonie di
artisti alla costruzione e decorazione della basilica e del monastero,
di cui fu veramente altro fondatore. Anzi parmi che questo Desiderio
s'avesse quasi per natura inchinato l'animo all'oriente, donde voleva
quasi evocare un raggio di sole, che collustrasse e vivificasse la
sconvolta ragione occidentale e scaldasse le radici del vecchio tronco
latino a dar fuori germogli di nuova civiltà. Imperocché egli fu il
primo tra' Romani Pontefici a levare la voce adunatrice di eserciti
contro gl'Islamiti di Oriente. Le crociate furono una santa follia: ma
non è dubbio che in quella incomposta commozione di tutto l'occidente
e peregrinazione in oriente venne molto bene alle scienze ed alle arti
per ricambio di pensieri tra le disgiunte generazioni.»[97]
Mosso dalle incivilitrici sue aspirazioni Desiderio rifece per gran
parte il monastero e la sua chiesa. In questa raccolse quanto di
più squisito sapeva concepire ed eseguire l'arte a quei tempi, ed è
grande sventura che il mirabile lavoro fosse tutto scrollato alquanti
secoli appresso da un terremoto. Ma l'arte non teneva sola il campo
a Montecassino. Mentre ogni maniera d'artisti chiamati da Lombardia,
da Amalfi, da Costantinopoli, lavorando ai mosaici, allo scolpire,
al dipingere, fondavano colà una scuola artistica, anche sorgeva
accanto ad essa una scuola letteraria e allargava i suoi rami. La
biblioteca si arricchiva di codici preziosi che Desiderio faceva
scrivere e alluminare nella Badia; i documenti ordinavansi, e tra le
scritture teologiche e le polemiche s'apriva un varco la storia. A
quel modo che Farfa parteggiava per l'Impero nella gran lotta delle
Investiture, Montecassino teneva fermo pei Papi. Di là come da rocca
munita uscivano spesso cavalieri di Cristo i monaci, e lasciata appena
la quiete del chiostro si gettavano ardenti in quel turbine di guerra
politica e religiosa a combattere le loro battaglie colla penna e
colla parola. Solo da una gran forza morale poteva veramente trar
vittoria il Papato, e strumento poderoso ad ottenerla era la dottrina
che i monaci quasi per istinto si affaticavano di riguadagnarsi e di
possedere. Situato non lontano da Roma, ma al riparo delle violenze
imperiali, Montecassino divenne in breve il convegno dei più dotti
e zelanti ecclesiastici di quel tempo, e centro di un movimento
politico e letterario. Appartenevano a Montecassino, tra molti altri
uomini insigni, Pandolfo dei principi di Capua che in versi scrisse
di matematica e d'astronomia; Costantino l'Affricano fondatore della
scuola medica di Salerno; Oderisio dei conti marsicani, scrittore di
grido e più tardi abbate del monastero; Guaiferio poeta, e Alfano
poeta anch'egli e celebratissimo uomo che divenuto arcivescovo di
Salerno ospitò quivi il fuggiasco Gregorio VII e ne raccolse il
sospiro morente. La storia naturalmente doveva approfittare di queste
tendenze erudite, e lo stesso abbate Desiderio scrivendo un libro
di dialoghi sui miracoli di San Benedetto ci serbò notizie storiche
rilevantissime, massime intorno al pontificato di Leone IX col quale
aveva vissuto familiarmente e aveva divise molte vicende. Del pari le
poesie d'Alfano non sono solo monumenti letterarî ma anche storici[98],
e così quelle di Guaiferio e, in genere, molti altri scritti cassinesi
di quel tempo. Ma alle testimonianze storiche indirette s'aggiunsero
le dirette, e il salernitano monaco Amato dedicava al suo abbate
Desiderio, con bellissime parole, una storia della conquista dei
Normanni in Italia e dei primi tempi di loro dominazione. Questa
storia risalisce alla origine dei Normanni e trattando delle invasioni
loro nella Spagna, nell'Inghilterra e in Italia, termina colla morte
di Riccardo principe di Capua, uno dei figli di Tancredi, avvenuta
nell'anno 1078. La narrazione è divisa in otto libri, e ciascuno di
questi in varî capitoli che portano in capo un breve sommario dei
fatti narrati. Sventuratamente l'opera di Amato è perduta, e solo se ne
conosce il contenuto per una antica traduzione francese scoperta prima
e pubblicata dallo Champollion Figeac e ripubblicata di recente dal
Delarc[99]. Tutte le ricerche fatte finora per ritrovare l'originale
sono riuscite vane, ed esso è forse scomparso per sempre, ma per somma
fortuna oltre alla traduzione francese ci compensa di questa mancanza
il sapere che l'opera di Amato pochi anni dopo essere stata composta fu
largamente adoperata da uno storico assai maggiore di lui per un lavoro
che ancora ci rimane.
Intorno all'anno 1060, l'abbate Desiderio accoglieva nel monastero un
giovinetto quattordicenne di nome Leone destinato al chiostro. Istruito
con cura nelle scuole cassinesi, ebbe tra i suoi maestri Aldemario che
già prima d'esser monaco era stato «un prudentissimo e nobile chierico
di Capua e notaio del principe Riccardo»[100]. Di pronto ingegno e di
buona indole, Leone attirò presto l'attenzione dei monaci sopra di sé
e divenne caro a Desiderio. Il quale in breve fattoselo familiare,
incominciò a servirsi di lui ne' gravi e molteplici affari che gli
occupavano l'animo. Questa consuetudine di vita gli avvinse Leone con
grato e venerabondo affetto che non venne meno quando Desiderio morì
a Montecassino, dopo essere stato papa due anni col nome di Vittore
III. A Desiderio successero nel pontificato romano Urbano II, e nel
governo della Badia Oderisio dei conti di Marsi, il quale probabilmente
era parente a Leone e certo gli mantenne la fiducia e l'affetto del
suo predecessore. Il nuovo abbate gli commise di scriver la vita di
Desiderio; e di lì a poco allargò la tela del lavoro commettendogli
invece di scrivere, dalle prime origini fino ai loro tempi, tutta la
storia della Badia. Non si poteva scegliere autor migliore di Leone per
siffatto lavoro. Lo designavano a ciò l'ufficio suo di archivista che
gli dava una facile opportunità di conoscere i documenti storici del
monastero, la sua dottrina, gli affari monastici e di stato tra cui
era vissuto, e la familiarità avuta con tutti i principali uomini che
dimoravano o convivevano a Montecassino. Dubitoso in sulle prime, egli
intraprese il lavoro e proseguendolo con amor grande ne narrò l'origine
e il concetto allo stesso abbate Oderisio in una lettera dedicatoria.
«La beatitudine tua,» egli scrive, «o padre venerando, già avevami
ingiunto che io dessi opera a scrivere per ricordo dei posteri le gesta
magnifiche del glorioso tuo predecessore l'abbate Desiderio di santa
memoria, uomo per fermo singolare e a questi tempi unico dell'ordine
suo. Imperocché ti parve indegno imitar la inerzia degli antichi di
questo luogo i quali non si studiarono di riferir cogli scritti quasi
nulla dei fatti di tanti abbati e tempi: e se di ciò taluni scrissero
alcuna cosa, queste scritture inette e rozze di stile piuttosto recano
fastidio che scienza a chi legge. La paternità tua provvedendo solerte
che ciò non avvenisse pel nostro abbate Desiderio, compiacquesi di
destinar me a questa opera, imponendomi un peso per verità impari alle
mie forze, talché soccombente al solo pensiero di essa, per quasi un
anno non mi sono attentato di cominciare. Ma poco fa quando io per mio
ufficio t'accompagnava al ritorno da Capua, risovvenendoti lungo il
cammino dell'egregio ordine tuo, mi richiedesti s'io avevo adempiuto
la tua voglia e scritte le gesta di Desiderio. Io, colpito da quella
subita domanda, dovetti pure rispondere che invero non ne avevo fatto
nulla. Poi ripigliato un po' di coraggio: ‘e quando,’ dissi, ‘potevo
io obbedire all'ordine tuo, mentre quasi tutto quest'anno occupato
per tuo incarico ora in servizio del Signore Apostolico, ora in varie
faccende tue, appena rimasi nel monastero otto giorni di seguito? Un
siffatto lavoro richiede non poca quiete nè è per uomo affaccendato lo
assumere una così vasta materia ma sì piuttosto per uno sciolto da ogni
altra cura.’ Ascoltata questa ragione pazientemente e rimproveratami
assai blando la mia negligenza, ‘ed ora,’ dicesti, ‘abbiti la quiete
che desideri e non metter più indugio a scrivere di Desiderio. Anzi io
voglio e comando, poiché la cosa fu indugiata finora, che tu pigliando
le mosse pel tuo lavoro dal padre Benedetto, ricerchi, indagatore
studiosissimo, la serie degli abbati del nostro luogo e i tempi e le
gesta fino a Desiderio medesimo: e quali e per chi e in qual modo sotto
ciascuno abbate sieno venute al monastero nostro le possessioni e le
chiese che ora possediamo; ed esaminando scrupolosamente i diplomi
degli imperatori e dei duchi e dei principi e le carte degli altri
fedeli, a mo' di cronaca comporrai una storia non poco utile a noi e
ai successori nostri. Non ti sia grave inoltre aggiungere brevemente a
suoi luoghi tanto la distruzione che la restaurazione di questo cenobio
due volte avvenuta in diversi tempi, e se qua e là capiterà alcuna cosa
memorabile delle opere e azioni dei chiari uomini di queste parti.’
Quando io ebbi incominciato a considerar tra me stesso la gravità di
questo comando, mi sorse in mente uno spineto fitto di pensieri, e
non vedendo facile per la povertà del mio ingegno donde e in qual modo
eseguirlo degnamente, io stava incerto tra l'accettare e il ricusare un
così gran lavoro. Accettando, mi pungeva il pensiero della temerità;
ricusando, della inobbedienza. Oltre a ciò io mi ricordava che il
predetto signor mio Desiderio già aveva commessa questa opera medesima
ad Alfano arcivescovo di Salerno, uomo nei nostri tempi sapientissimo,
ma egli prevedendo troppo laborioso il tema si sottrasse alla prova.
Che se colui il quale allora era così incomparabilmente eccelso per
sapere e per eloquenza, ebbe timore di sottomettersi a questo peso,
che dovrei fare io che non ho scienza di sorta nè eloquenza? Anche mi
tormentava la coscienza mia chiedendosi perché tu non commetteresti
piuttosto quest'opera a qualche altro dei confratelli nostri di gran
lunga più scienziati di me e più esperti nell'uso dello scrivere, i
quali già aveva aggregati a questo luogo la diligenza del medesimo
santo predecessor tuo o da lui erano stati fatti educar con gran cura
in questo stesso cenobio. In tali pensieri io m'affannavo ondeggiando,
ché la cosa troppo era più alta ch'io non potessi attingere e certo
più astrusa ch'io non valessi a scrutare. Tuttavia, poiché io per la
divozione singolare che da lungo portavo alla paternità tua già m'ero
proposto di non volerti ricusare mai nulla, fermai finalmente l'animo
mio. E mentre prima pusillanime avevo temuto di attentar le sole
gesta di Desiderio, ora poi fidando nell'aiuto di Dio e stimando di
dover così fare, impresi come sapevo a scriver di tutti i predecessori
suoi. Raccolti adunque tutti quegli scrittarelli che di questa materia
avevano trattato, pur con cencioso stile e scarsi, e principalmente la
cronaca di Giovanni abbate che primo costruì il monastero nostro di
Capua Nuova; e presi i libri che erano necessari a quest'opera, vale
a dire la storia dei Longobardi e la cronaca degli imperatori e dei
pontefici romani; indagati diligentemente i privilegî, i precetti,
le concessioni e le carte di diversi titoli, tanto cioè dei romani
pontefici che dei varî imperatori, re, principi, duchi e conti, e
d'altri uomini illustri e di fedeli, che dopo due incendî ancora ci
rimangono, sebbene neppure mi riuscisse di veder tutti questi; da
ultimo interrogai scrupolosamente coloro che dei tempi moderni e dei
fatti degli abbati avevano potuto udir dappresso o vedere. Come lo
concede la tenuità dell'ingegno mio io mi accingo ad eseguire quanto
m'imponesti, più certo affidato alla obbedienza che ti debbo come a
padre e a signore che presumente d'alcuna scienza. Mi assista Iddio
e la grazia del suo Spirito, tanto che io possa mandare ad effetto
quello che ti sei degnato amorevolmente d'ingiungermi, talché questa
operetta e a te sia grata e profittevole a molti. Queste cose pertanto,
guardando a me stesso, ebbi io necessità di premettere in questa
prefazioncella affinché chi le ignora non mi arguisse di temerità o di
presunzione, e se m'accusa la pochezza mia mi scusi almeno l'autorità
di colui che mi comanda.»[101]
Incominciata così la sua storia, egli la condusse dalle prime origini
della Badia fino all'anno 1075, ma non la potè condurre oltre
quell'anno ancorché v'attendesse pur dopo che Pasquale II l'ebbe
nominato cardinale vescovo d'Ostia, onde gli venne tra i posteri
il nome di Leone Ostiense. I troppi affari e i tempi affannosi lo
distoglievano dalla impresa e gli vietavano un continuato lavoro. Si
trovò a Roma (A. D. 1111) quando Enrico V impadronitosi violento di
papa Pasquale in San Pietro, lo trascinò seco prigioniero in Sabina.
Travestiti da popolani egli e Giovanni cardinal vescovo di Tuscolo,
poterono sfuggire alla cattività, e non par dubbio che anch'egli, come
Giovanni, tentasse d'infiammare i Romani alla fiera resistenza ch'essi
opposero ai Tedeschi d'Enrico. Ma se non fu preso ancor'egli e non
sottoscrisse la convenzione sulle investiture strappata per forza al
Papa, la ragion dei tempi lo costrinse pure di malavoglia a piegarsi
e a tenere con quei prelati che insieme con Pasquale II preferivano le
vie conciliative ad una inflessibilità immota. Inflessibili erano altri
prelati e un dei principali tra questi era Bruno d'Asti vescovo di
Segni e abbate di Montecassino, uomo di molta dottrina, austero e santo
di vita, nella sua resistenza all'Impero irreconciliabile. Il Papa
stimando pericoloso che un forte nucleo di oppositori gli si formasse
contro a Montecassino, tosto inviò quivi Leone a cui riuscì d'ottenere
che Bruno, abdicata la dignità abbaziale si ritirasse nella sua
diocesi di Segni. Tornato a Roma Leone prese gran parte nel concilio
Lateranense del 1112, ma dopo riman poca traccia della sua vita. Essa
cessò un ventidue di maggio, non si può bene affermare di quale anno
tra il 1115 e il 1117.
Come può intendersi anche dalla lettera premessa al suo lavoro, Leone,
oltre al grande sussidio trovato nei documenti dell'archivio, s'era
pure aiutato della biblioteca cassinese che gli fornì dovizia copiosa
di scritture relative in qualche modo alla storia del monastero. Il
maggior numero degli scrittori di cui sono venuto parlando finora
fu nota a quel dotto uomo e se ne servì largamente. Inoltre attinse
talvolta a qualche fonte che non è pervenuta infino a noi, e verso
l'ultimo periodo della narrazione aggiunse di suo quanto della storia
contemporanea aveva veduto o udito egli stesso. Di quanti scrissero
in quella età di tendenze partigianesche, Leone per la elevatezza e
la naturale imparzialità dello spirito, è uno di quelli che meritano
maggior fede. Se gli fosse rimasto agio di condurre il lavoro fino
agli ultimi tempi di sua vita, forse oggi dovremmo considerarlo come
il maggiore storico italiano del medio evo dopo Paolo Diacono. Nè come
monumento letterario l'opera di Leone è inferiore alla sua importanza
storica. «In quanto alla forma,» volentieri torno a citare il venerando
storico di Montecassino, «noi pensiamo, che in mezzo alle barbarie, il
cassinese Leone sia il primo a farci ricordare degli storici latini e
ad accennare a quelli che sarebbero stati per fiorire in Italia dopo il
risorgimento delle lettere. Nè in Italia nè fuori troviamo alcuno che
in quei tempi vada al pari di Leone per certa tal quale composizione
de' fatti, nesso di ragioni e decenza di discorso, per cui la storia
si distingue dalla rozza cronaca, che non è altro se non una materiale
riproduzione per la scrittura delle successive e incoerenti notizie
di fatti, le quali cadono dall'animo dello scrittore senza che ci
dicano del come e del perché vi siano entrate. Egli stesso sente non
essere un volgare cronista; imperocché deputato dall'abbate Oderisio a
scrivere dei fatti del suo predecessore Desiderio, afferma, che quelli
giudicassero indegna cosa il non esser stato per lo passato alcuno che
avesse messo opera a tramandare con le scritture le opere degli antichi
abbati, e se pur ve ne fosse stato alcuno, lo avesse fatto con isconcio
e selvaggio stile, da ingenerare in chi legge piuttosto fastidio che
dottrina. Egli prende le mosse da San Benedetto fino ai suoi tempi; si
prepara con molto studio al racconto che imprende; accenna alle fonti
onde attinse la notizia dei fatti.... e sotto il velame di religiosa
modestia rivela la coscienza d'aver fatto da più degli altri nella
sua narrazione, alla quale lo stesso Alfano, richiesto dall'abbate
Desiderio, non volle porsi; per cui reputa non degno della sua cronaca
il titolo di cronaca ed osa chiamarla _historiola_. Adunque e per la
veracità del racconto e per la forma questa cronaca arrecò molta luce
alla storia del Medio Evo.»[102]
L'opera di Leone interrotta col racconto della consacrazione della
restaurata badia, fu ripresa da Pietro Diacono e continuata fino
all'anno 1138. Discendente dalla illustre famiglia dei conti Tusculani,
Pietro era nato verso il 1107, dal romano Egidio figlio di Gregorio
patrizio e console dei Romani, e pronipote di Alberico e di Marozia.
Offerto da fanciullo in oblazione al monastero nel 1115 sotto l'abbate
Giraldo, Pietro fu educato con cura ed ebbe a principal guida ne' suoi
studi il monaco Guido, uomo, al dire del suo discepolo, assai riputato,
autore di varie opere storiche ora perdute e di una _Visione di
Alberico_, rimasta famosa perché parve ad alcuni di ravvisare in essa
un concetto ispiratore della _Divina Commedia_. Nel 1128 la nimicizia
dei conti d'Aquino ai quali si era strettamente legato il padre di
Pietro, indussero l'abbate Senioretto ad allontanare il giovinetto
monaco da Montecassino. Pietro allora si ritrasse nella prossima Atina
dove, richiesto da Adenolfo conte di quella città, scrisse una storia
del martirio di San Marco vissuto nei tempi apostolici e primo vescovo
della diocesi atinate. Mentre durava il suo esilio, gli zii di Pietro
dai quali suo padre erasi distaccato per allearsi ai conti di Aquino,
gli scrissero esortandolo a tentare d'indurre il padre a tornare in
lega con loro. Non può affermarsi con sicurezza ma pare probabile che
Pietro aderisse all'invito de' suoi parenti. Certo noi lo troviamo di
lì a poco a Montecassino in amiche relazioni con essi, e nel favore
dell'abbate suo Senioretto che gli commise più tardi di continuare la
storia della Badia e gliene narrò molta parte di cui egli stesso era
stato testimonio oculare. Ma prima che gli fosse affidato l'incarico
di questa storia, egli s'era venuto acquistando fama con altri lavori.
Nominato come Leone archivista e bibliotecario della Badia, l'ingegno
facile arguto meridionale gli spianò la via a sviluppare una prodigiosa
attività letteraria. In varî tempi e tra molte occupazioni copiò
molti codici, scrisse vite di santi e narrazioni di miracoli e versi e
lettere, compilò un grande Regesto dei documenti serbati nell'archivio,
narrò le vite dei più illustri monaci del monastero, e continuò l'opera
che Leone d'Ostia aveva lasciata interrotta. Pietro fu men di Leone
mescolato nelle vicende politiche della età sua, e le molteplici cure
sue si restrinsero quasi tutte entro la cerchia del suo monastero. Da
ciò si spiega la moltitudine dei suoi lavori e la mole di alcuni tra
essi. La calata di Lotario nel mezzogiorno d'Italia (A. D. 1137) segnò
il punto più culminante della sua vita, che ci vien descritto da lui
con boriosa compiacenza. Ai tempi di Pietro, cessata oramai la lotta
delle Investiture, Montecassino cercava come sapeva l'appoggio della
protezione imperiale per sottrarsi dalle frequenti e varie pretese dei
principi normanni e della Curia romana. La soggezione ad un imperatore
lontano riusciva assai meno molesta alla Badia delle relazioni
sue temporali e spirituali con possenti vicini. Allorché Lotario
insieme con Innocenzo II trovavasi presso Melfi a Lago Pesole, Pietro
recossi colà col suo abbate ed ivi fu incaricato di sostenere innanzi
all'imperatore le ragioni del monastero contro i diritti asseriti dal
cardinale Gerardo in nome della Chiesa. La facile arguta parola del
monaco riportò vittoria dopo varî giorni di contrasto, e l'Imperatore
stupito di tanta facondia e di tanta dottrina pose grande benevolenza a
Pietro, lo colmò di onori e mostrò desiderio d'averlo seco in Germania.
Almeno così egli ci narra, e veramente parve ch'egli fosse sul punto
di seguirlo colà, ma varie cagioni ne lo distolsero e rimase nel
suo monastero. La data della sua morte è incerta, ma non è debole la
congettura del Wattenbach che lo reputa morto non molto dopo il 1140.
Infatti dopo quel tempo non si ha più notizia di lui, nè par naturale
che uno scrittore così fecondo, il quale nello spazio di circa dieci
anni aveva posto mano e compiuti tanti lavori, cessasse a un tratto lo
scrivere e cadesse in un silenzio assoluto.
Tralasciando le minori opere sue, Pietro Diacono ha raccomandata la
sua fama ad alcuni lavori storici ricchi di merito e di difetti. I
suoi libri sugli uomini illustri di Montecassino e sulla vita e la
morte dei giusti di quel monastero, contengono, miste a portentose
leggende, notizie storiche di gran pregio massime pe' tempi più vicini
all'autore. Ma i due lavori suoi più importanti sono il Regesto di
Montecassino e la continuazione della cronaca cassinese. Se l'onorato
amore del vero che animò Gregorio di Catino e Leone Ostiense avesse
animato anche Pietro Diacono, per fermo il pregio di questi due suoi
lavori, e specialmente della cronaca, sarebbe riuscito incalcolabile;
ma per disavventura non fu così. I dubbi ch'egli c'ispira del continuo
sono l'opposto di quella fede sicura colla quale possiamo abbandonarci
alle narrazioni di Leone Marsicano. Questi semplice imparziale
veridico, e Pietro vanitoso appassionato malsincero[103]. Colla
compilazione del Regesto egli fece opera grande e utilissima anche oggi
sebbene i documenti originali dell'archivio cassinese si conservino
ancora in gran parte. Questo suo libro scritto in bellissimo carattere
longobardo, è quasi altrettanto vasto di mole quanto il Regesto di
Farfa ma diverso nella distribuzione del contenuto. I documenti non si
seguono tutti indistintamente un dopo l'altro in ordine cronologico,
ma sono ripartiti in varî gruppi secondo la varia loro natura e, come
si pare dalle parole della prefazione, secondo un piano già iniziato
da Leone Marsicano. «Di grandissimo aiuto,» dice Pietro, «mi fu in
ciò la storia di Leone venerabile vescovo d'Ostia, il quale pigliando
cominciamento dal beatissimo padre Benedetto, scrisse sulle cose del
cenobio cassinese un libro utilissimo nel quale pose tanta ricchezza
d'ingegno che quasi nulla tralasciò di quanto è avvenuto in questo
medesimo cenobio. Non potendo adunque seguire la diligenza di un
tanto uomo in quest'opera per la facoltà troppo impari dell'ingegno,
tenni tuttavia il medesimo ordine ch'egli avea stabilito alle carte
di donazione.» Questa opera di Pietro fu consultata spesso dagli
eruditi con gran profitto, e certo è desiderabile che i monaci di
Montecassino, terminata la magnifica descrizione che stanno facendo
dei loro manoscritti, mettano mano a pubblicare un codice diplomatico
dei documenti originali dell'archivio cassinese, raffrontandoli quando
sia opportuno e completandoli col Regesto di Pietro Diacono[104]. Ma
se il lavoro di Pietro è pregevole, non è però tale da accettarlo mai
senza molta cautela. La tendenza dell'autore e quella dei suoi tempi
contribuiscono a toglier fede a quel lavoro. Le contese frequenti sulle
proprietà dei beni monastici e talora sulla santità delle origini
o sulla autenticità delle reliquie serbate nei monasteri, non solo
spingevano i monaci alle compilazioni dei regesti ma spesso anche a
falsificare o ad alterare i documenti con impudente audacia. Nè Pietro
fu immune da questa colpevole tendenza a cui lo spingeva in molti
casi l'animo vanitoso e il desiderio di trovare immaginarie nobiltà
di origini e di vicende al suo monastero pur così nobile e famoso. Se
non si può affermare del sicuro ch'egli abbia fabbricato documenti
falsi, certo ha talora scientemente alterato con interpolazioni gli
originali che copiò entro il Regesto. E lo stesso difetto di onesta
sincerità macchia la sua cronaca di Montecassino che movendo, come
dicemmo, dal punto dove s'era fermato Leone (A. D. 1075) prosegue fino
all'anno 1138 e abbraccia così il periodo storico più rilevante di
quell'età fortunosa. Anzi qui alla vanità del monaco pel suo monastero
si aggiunge la boria gentilizia e personale grandissima in lui, talché
il suo lavoro dovunque si riferisce agli interessi della Badia o alla
persona sua nominata ad ogni tratto, sempre è di autorità molto dubbia.
Ma tuttavia la importanza dei tempi per cui s'aggira la sua narrazione
dà uno speciale valore a questa cronaca, fatta anche piacevole dalla
spigliata franchezza del suo stile che attira pur coi difetti e svela
spesso all'aperto l'anima dello scrittore ingenua nella sua scaltrezza.
Diverso anche in ciò da Leone il quale attingendo notizie ad altre
fonti componeva sempre di suo il racconto, Pietro spesso copia brani
d'altri scrittori e li innesta colle stesse loro parole nel libro. Di
che viene una grande disuguaglianza di stile. Ma dove egli scrive del
proprio, se talora è un po' scorretto per frettolosa negligenza, egli
è pur sempre vivace evidente ricco di colorito e di vita, e malgrado i
difetti rimane sempre un curioso e singolare scrittore, degno d'essere
letto da chi voglia aver familiare la letteratura storica di questo
periodo[105].
Il grande risorgimento artistico e letterario di Montecassino si
collegava ad un consimile movimento in tutta la bassa Italia nella
quale per gli immediati contatti suoi colla Grecia e cogli Arabi
spargevansi a un tempo i raggi fecondatori di due civiltà. Gli istinti
quasi medicei che Desiderio avea recato nel chiostro, eran pure
gl'istinti dei principi longobardi da cui usciva. La nobiltà longobarda
di quei luoghi protettrice delle lettere fin dai tempi di Paolo
Diacono, erasi a poco a poco assimilata agli indigeni, e nel fondersi
con essi e ingrecandosi cogli elementi avanzati dal greco dominio,
aveva assorbito i pregi e i difetti della nuova patria. Da ciò la
prontezza di quelle regioni nel risvegliarsi alla civiltà, e l'influsso
efficace che esercitarono sovr'essa per alcuni secoli da quel tempo.
A testimoniare questo primo risveglio nel Mezzogiorno, oltre i lavori
monastici di Montecassino concorrono varî lavori di carattere storico
dei quali terrò discorso ora per isgombrar la via ad altri soggetti che
son da trattare nel capitolo seguente[106]. Della città di Bari sulla
costa adriatica ci lasciò notizie fino al 1102 Lupo Protospatario,
e più tardi fino al 1152 l'anonimo Barense. Benevento ha suoi annali
fino all'anno 1130 ed una cronaca che per mala ventura è incompleta,
rude di stile ma di gran pregio alla storia. Del pari ha suoi annali il
famoso monastero della Trinità della Cava presso Salerno, ricostruito
anch'esso a que' tempi e consacrato solennemente da Urbano II, della
quale consacrazione riman pure memoria. Da Taranto derivano le notizie
intorno ai primi invasori normanni che ci son porte dal _Chronicon
nortmannicum breve_. Del monaco Amato che scrisse più largamente
intorno ai Normanni si è già detto, e quando il suo lavoro ci lascia,
serve a completarlo il poema eroico di Guglielmo di Puglia che celebra
Roberto Guiscardo e le imprese dei suoi Normanni. Buon poeta pe' suoi
tempi e abbastanza familiare coi classici, egli ci canta le gesta del
suo eroe in esametri infiorati di citazioni virgiliane. L'opera sua
intrapresa per desiderio di Urbano II e dedicata a Ruggiero figliuol di
Roberto, oltre al pregio dell'essere scritta in tempi e luoghi prossimi
agli avvenimenti, mostra una buona conoscenza degli scrittori che lo
precedettero e tra questi di un biografo di Roberto del quale oggi
non avanzano traccie. E, contemporaneo al poeta Guglielmo, Goffredo
Malaterra per incarico del gran conte Ruggiero scriveva una preziosa
storia dei Normanni in Sicilia con sufficiente scioltezza di stile e
ricca di notizie anche per la storia delle relazioni che corsero tra i
Normanni stessi e il pontefice Urbano. Come si vede, la cavalleresca
epopea dei Normanni non mancò di scrittori che la celebrassero, e la
nuova tendenza storica dei tempi trovò in quelle imprese spazio largo
abbastanza per non aver bisogno di tramutarsi in leggenda.
E per fermo, attratta dalla verità della vita, animata da forti ideali,
la fantasia si volgeva all'umano e la luce della leggenda impallidita
innanzi alla luce della storia rifugiavasi nelle tradizioni del popolo
o in qualche oscuro libro monastico destinato a lontane e inaspettate
risurrezioni. Infatti, lontan lontano dai luoghi di cui si tiene
parola, in Val di Susa alle falde del Cenisio, un monaco del monastero
della Novalesa raccoglieva le tradizioni della calata di Carlomagno in
Italia e manteneva ricordi di un ciclo di leggende che più tardi ispirò
trovatori e poeti del medio evo, illuminò la fantasia dell'Ariosto e,
ai tempi nostri, innestato alla storia crebbe colore alla musa pensosa
di Alessandro Manzoni. La storia vera del monastero della Novalesa
somiglia alle altre storie monastiche di quei tempi. Fondato nell'anno
726, distrutto dai Saraceni nel 906 o nel 916, restaurato verso il
mille, ebbe tra i suoi intorno alla metà del secolo undecimo un monaco
del territorio di Vercelli che ne scrisse la cronaca[107]. Quest'opera
fantastica ci è avanzata mutila nello stesso antico rotolo membranaceo
su cui l'autore la scrisse a più riprese, tra lunghi intervalli di
tempo, senza condurla a termine mai. Attinta alle fonti del popolo,
incomincia quasi subito con una favolosa leggenda di un monaco
ortolano di sangue reale chiamato Waltario che compì gesta prodigiose
a tutela del monastero, ed è, come nota il Bartoli, quello stesso
Walter figliuolo del re di Aquitania preso in ostaggio da Attila e la
cui leggenda si rilega ai Niebelunghi alla Wilkina-Saga scandinavica
e a tutto il ciclo delle tradizioni eroiche intorno ad Attila. Alle
quali leggende tengono dietro altre leggende del cielo di Carlomagno
importantissime perché dopo men di tre secoli narrano ciò che la
fantasia popolare aveva creato sui fatti avvenuti tra quelle montagne
dove il monaco le raccoglieva. La visione di Carlomagno, l'ospitalità
ch'egli trovò alla Novalesa, il giullare che insegnò a Carlo il valico
per passar le Alpi e prendere i Longobardi alle spalle, la presa
di Pavia, le miserie del longobardo re Desiderio, e le maravigliose
prodezze di suo figlio Adelchi, sono altrettanti episodî di leggende
ricchi di poesia e di sentimento. Diversa dalle cronache erudite
dei monaci del Mezzogiorno, questa cronaca della Novalesa ha pure
una importanza singolare perché raccoglie le impressioni del popolo
durevoli assai lungamente oltre le sue cagioni. Tornando indietro con
essa fino alla età longobarda, al punto ove Paolo Diacono s'arresta,
noi possiam colorire quelle scarne notizie che la critica ci aiuta a
trarre dagli ampî Regesti e dalle cronache più severe. Ché se questo
scritto nato al pié delle Alpi è piuttosto poesia che storia, certo è
poesia che ricorda la vita dei tempi lontani e la ripete dopo secoli
di silenzio, come le maestose montagne che incoronano le ruine della
Novalesa ripetono tra i vasti silenzi la lunga e solitaria eco dei
suoni cessati.