Inteso a far noti popolarmente i cronisti italiani del Medio Evo, io
ho cercato di togliere ogni ingombro di erudizione da questo libro e
presentarlo ai lettori il più semplice e spedito di citazioni che si
potesse. Ché se non m'è riuscito di tenermi più strettamente a questo
metodo, n'è cagione l'avere io tentato per quanto sapevo, di fare un
lavoro il quale non riuscisse del tutto inutile anche agli eruditi
poiché questo, a mia notizia, è il primo tentativo che siasi fatto
di raccogliere espressamente in un libro tuttaquanta la storia della
cronografia medioevale italiana. Perciò ho procurato di studiare con
diligenza nelle migliori edizioni il testo degli autori dei quali tengo
parola, e prima di profferirne definitivo giudizio, ho procurato di
vedere quanto sopra ciascuno autore altri ha pensato o scritto.
Per quel che si riferisce alla struttura del libro, se talora mi sono
diffuso alquanto nel tratteggiare i vari periodi storici che questo
lavoro attraversa, io spero che mi sarà perdonato da chi pensi che
non è facile nè sarebbe buon metodo parlar di storici e tacere sui
tempi nei quali essi han vissuto e dei quali scrissero. Così anche mi
è spesso accaduto di dilungarmi a narrare le vite degli scrittori dei
quali esaminavo i lavori. L'ho fatto perché mi è parso narrandole di
chiarir meglio i tempi che essi descrissero e le ragioni delle opere
loro, giacché la storia del Medio Evo è stata detta in Italia più
che altrove da uomini che parteciparono largamente ai fatti di cui ci
lasciarono memoria, e ciò dai primi agli ultimi tempi, da Cassiodoro e
Gregorio Magno fino ad Albertino Mussato, a Dino Compagni, a Giovanni
Villani.
Per far meglio conoscere l'indole, la natura e lo stile delle diverse
cronache, ho recato di esse nel libro molti e lunghi frammenti
volgarizzati dai testi. In tal modo que' vecchi cronisti nelle ingenue
pagine loro descriveranno sé stessi alla memoria e alla fantasia
del lettore assai meglio che non varrebbe a descriverli l'amoroso ma
incerto tentare di uno scrittore moderno. Questi frammenti erano già
stati tradotti da mia moglie che ha dato veste inglese a tutto il
libro e diviso con me in larghissima parte la fatica e il piacere del
compilarlo. Nel voltarli ora io in italiano, ho cercato com'ella avea
fatto di tenermi il più che potevo fedele alla lettera dei testi, ma,
dove alcuni d'essi per la oscura e intralciata latinità si opponevano
ad una traduzione letterale, mi sono sforzato d'accostarmi al concetto
degli autori quanto meglio e più precisamente ho saputo farlo. Il
numero dei libri dei quali mi son dovuto giovare è stato di necessità
assai grande, e poiché non potevo mentovarli tutti, ho cercato almeno
di professare la gratitudine mia ricordando quelli da cui ho ricavato
maggior profitto. È superfluo poi l'avvertire che non essendo questo
uno studio critico sulle fonti ma una storia descrittiva della nostra
cronografia, ho di proposito evitato ogni discutere intorno alle
sorgenti da cui ciascun cronista è venuto attingendo. Del pari non
si fa discorso, o di rado e solo fuggevolmente, dei lavori che si
son pubblicati e si pubblicano ad ogni ora intorno alla critica dei
testi, ma ho speranza che coloro i quali hanno familiarità con siffatti
lavori, non vorranno perché io ne taccio mettermi tra quelli che li
ignorano e scusano il peccato della ignoranza con una sciocca mostra di
dispregio. Ma costoro per fortuna ed onore degli studî nostri son rari,
e la critica storica italiana, memore di sue tradizioni, cresce sempre
più in fiore e dà frutti.
Questo libro fu prima pubblicato in inglese per incarico e cura di una
poderosa società che con larghe vedute e concetti vasti s'affatica di
spargere la cultura cristiana dovunque la lingua inglese è parlata o si
legge, e stima a ragione questa cultura essere universale e non doversi
disgiungere dal pensiero moderno[1]. Sebbene sieno corsi sol pochi
mesi da che la edizione inglese fu pubblicata, già nell'intervallo son
venuti fuori altri studî intorno a parecchi testi e io ho procurato
per quanto ho potuto di vederli e aiutarmene, ed anche ho cercato
di corregger qua e là talune imperfezioni secondo che io stesso le
scoprivo o m'erano indicate da qualche benevolo. Tra questi ringrazio
particolarmente il conte Costantino Nigra che non solo mi additò
un errore ma, come si vedrà a suo luogo, volle indicarmi la via di
correggerlo, e ringrazio l'autore dell'insigne libro sul Sacro Romano
Impero, il professor Bryce dell'Università di Oxford a cui debbo
alcuni utili suggerimenti per questa edizione. All'amico mio avvocato
Scipione Lupacchioli son grato per la critica arguta e vigorosa
colla quale accompagnò la compilazione del mio lavoro man mano che
lo scrivevo. Da ultimo amo rendere anche qui reverente tributo alla
memoria del canonico Robertson di Canterbury il quale innanzi ch'io li
mandassi la prima volta alla stampa, lesse ed onorò di consigli i primi
capitoli di questo libro. Pur troppo la morte gli tolse di continuare
nell'amorevole ufficio, e certo molti in Inghilterra lo rimpiangono
meco per le nobili e gentili qualità del cuore, mentre e in Inghilterra
e in Italia è rimpianto da quanti ne studiarono i libri ed ammirarono
in essi la dottrina vasta e quella calma ed acuta serenità di giudizio
che ci fa fede della bontà di chi scrive ed è tra le prime doti e più
necessarie a chi va cercando il vero nella storia[2].
Oxford, 21 settembre 1883.