PREFAZIONE A QUESTA SECONDA EDIZIONE

Se a questa seconda edizione aggiungiamo una prefazione invece di

un avvertimento, come facemmo prima, crediamo necessario dar conto

ai nostri lettori delle ragioni che ci hanno ciò consigliato, e dire

che cosa in essa ci siamo proposti. La ragione principale che ci ha

determinato a mettere una prefazione innanzi al nostro lavoro, deriva

particolarmente dai giudizi dei giornali militari stranieri, da

alcune opere e da alcune opinioni di celebri personaggi e competenti

giudici, i quali ci hanno spinto a modificare, per effettuarlo quando

che fosse, il disegno che indicammo nell'avvertimento pubblicato in

testa della prima edizione, e che è di dare un piú largo sviluppo

al nostro lavoro, trasformandolo in una storia della bellica scienza

considerata sotto l'aspetto da noi prescelto. Ancora indicammo quali

subbietti meritavano di essere piú svolti e piú completamente posti

in luce di quello che erano nei _Discorsi_. Dicemmo infine che per

imprendere questo nuovo lavoro avremmo aspettato la critica per trarne

profitto, ed alcun incoraggiamento per istabilire fermamente il nostro

proposito. L'indulgenza benevolente con che hanno trattato il nostro

lavoro i vari giornali italiani, lo _Spettatore francese_, il _Giornale

militare_ di Prussia, i generali Jomini e Oudinot, lo Zambelli ed

altri autori e giornali di cui abbiamo mediate e non dirette notizie,

fa che profittando anche delle critiche urbanissime e limitate

che ci si sono fatte, ci siamo determinati a continuare il lavoro

intrapreso. Ma due metodi ci si offrivano; e in prima quello enunciato

nell'avvertimento, cioè di servirci del lavoro fatto per prima bozza

e dargli un tale sviluppo che ogni discorso divenisse un libro, e

l'opera tutta non un saggio sulla storia della scienza ma la storia

della scienza nel suo senso compiuto. Questo modo però di trattare

il subbietto ci parve che avesse un difetto essenziale, che sorgeva

dall'aspetto sotto cui consideravamo la storia militare. Infatti noi

la consideriamo come espressione della societá, e perciò credemmo

dover in essa e per essa scovrire le condizioni della societá e lo

stato del suo scibile, cioè tutto ciò che il grado di civiltá di un

popolo costituisce. Ora niun dubbio vi è che per tesserla come storia

sotto questo aspetto, bisognava far conoscere lo stato delle scienze

esatte e naturali. Era anche piú necessario di dare alle scienze

morali, come la legislazione, l'economia pubblica, la filosofia e la

letteratura, uno sviluppo corrispondente alla loro importanza, per la

tesi che sosteniamo e per il nesso e le moltiplici relazioni che sono

tra esse e la scienza della guerra; perché un esercito è una societá

compiuta, meno la famiglia, ond'è piú artificiale e piú difficile ad

esser diretta nelle sue operazioni. Per tutto ciò trovammo che non

si poteva che indicar solo e non mostrare come queste scienze tutte

avevano seguíto quasiché parallelamente le stesse fasi che le militari,

e che avevano tutte conferito di spontaneo concerto ad operare tutte

quelle successive modificazioni che hanno finito per trasformare la

societá antica in quella del medio evo e questa nella moderna. Fatto

che per i suoi caratteri, per la costanza del risultamento finale,

malgrado le lagune e le apparenti contraddizioni, si mostra come

un avvenimento determinato in una piú alta regione, per modo che

l'umanitá vi ha operato come istrumento senza aver avuto coscienza

del suo fine. Penetrati da questa veritá, che senza sviluppo per le

scienze morali poteva essere contraddetto il principio che imprendemmo

a svolgere, sentimmo la necessitá di far precedere la composizione

della storia, aggiornandola indefinitamente, da una serie di lavori

parziali, ma rannodati dal loro scopo finale e dal nesso che in esso

vi era, giacché questi offrivano sui vari rami dello scibile e sulle

scienze belliche una larga ripruova di quanto nei _Discorsi_ avevamo

esposto; e cosí allora, se avevamo tempo, forza e vita, potevamo tesser

detta storia condensando tutti questi lavori, oppure lasciarli come

materiali a chi con maggior senno e sapere volesse questa impresa

condurre a fine. Perciò nel 1836 pubblicammo una _Miscellanea_, ove

riunimmo con una prefazione alcuni nostri discorsi pubblicati nel

_Progresso_ sull'economia pubblica e uno sulla filosofia, ch'erano o

memorie originali o analisi di opere sorte alla luce, e sette discorsi

sulla legislazione considerata sotto lo stesso aspetto che le scienze

belliche. Successivamente abbiamo in una serie d'articoli riguardato

dallo stesso lato la filosofia e la letteratura, e abbiamo cosí fatto

aumento a quelli giá pubblicati sull'economia e sulla legislazione.

Indipendentemente da questi lavori nel _Progresso_, abbiamo dall'anno

primo dell'_Antologia militare_ collaborato, e vi abbiamo scritto

parecchi articoli che sono stati trattati con eguale indulgenza dai

giornali di Francia, di Germania e d'Italia e ch'egualmente avevano

per fine principale di servire di sviluppo e dimostrazione alla tesi

primitiva e di dare una idea piú compiuta di alcune parti della scienza

bellica che prevenimmo dover essere piú estesamente trattate. Esposta

la ragione per la quale questa prefazione in testa alla nuova edizione

mettiamo, prenderemo ora, per darle tutta l'importanza che si lega al

suo titolo, a trattare qualche quistione che mette in luce il nostro

lavoro e fa piú che mai conoscere perché questo secondo metodo al

primo indicato preferiamo. Ecco appunto ciò che tratteremo prima di far

termine e conchiusione a questo discorso preliminare.

La genesi di questo lavoro venne dalla sua utilitá; il subbietto che

contiene si riduce a determinare l'origine della guerra come fatto

sociale, i suoi effetti nell'ordine generale e le sue relazioni con

esso: come si manifestò presso i popoli colti dell'antichitá e nel

medio evo, come contribuí a trasformar questo stato nella moderna

societá, quale fu l'azione ch'esercitò sullo scibile e sullo stato

sociale e quale influenza ebbero questi su di essa, tanto come scienza

che come fatto sociale, e come da ciò derivi che può esserne il simbolo

e l'espressione.

Cominciato avendo la carriera delle armi nel primo anno del presente

secolo, ci sforzammo di comprendere la scienza che al mestiero nostro

corrispondeva, e tosto vedemmo che tante piú difficoltá incontravamo

quanto piú alto ci innalzavamo nel suo studio, e scorgemmo che non

poteva essere ben compresa una scienza nel suo piú ampio significato

se non si acquistavano nozioni positive sulle scienze che con essa

avevano molteplici relazioni. E poiché la base della guerra è nel

suo principale agente ch'è l'uomo, e il suo teatro è il mondo, ne

deducemmo che le scienze morali, che riguardano l'uomo nella sua natura

e nelle sue manifestazioni e che fornivano le regole per facilitargli

il cammino nel mondo, erano quelle che solo potevano dare spiegazione

del grande fenomeno che le storiche composizioni e la piú alta parte

delle poetiche narravano e rappresentavano. Considerammo egualmente

che oltre a questi studi che l'agente riguardano, bisognava conoscere

ove operava, cioè il mondo, per potersi calcolare il valore dello

spazio, del tempo e dei locali accidenti, ed in ultimo tutte quelle

sostanze che contengono gli attributi necessari per divenire propri

istrumenti, cioè le armi di cui gli uomini dovevano far uso e tutto ciò

che per materiale di guerra è necessario. Da ciò conchiudemmo che le

scienze morali, le esatte e le naturali corrispondevano ai principali

elementi della guerra, cioè agli uomini, alle armi e agli ordini, con

la cognizione degli spazi ove quelli e questi operavano. Ciò fissato,

ci sembrò che una scienza la quale aveva sí estese relazioni e che

aveva servito di mezzo alle piú grandi trasformazioni sociali ed altre

ne aveva impedite, doveva rannodarsi alla destinazione di tutta quanta

la umanitá, e che doveva potentemente influire sulla fisionomia che

riveste ogni periodo importante della storia delle nazioni. La quantitá

degli avvenimenti che si passavano nel tempo, la loro potente azione

sulle sorti dei popoli, la rapiditá delle trasformazioni sociali,

tutto questo grandioso spettacolo richiamava la nostra attenzione

e ci confermava nelle nostre prime idee, le quali per lo spazio di

trentacinque anni acquistarono maggior valore cosí per i fatti come per

le scientifiche produzioni. Per cui, osservando che l'organizzazione

della forza pubblica, le somme che assorbiva, che piú o meno

equivalgono ad un terzo della pubblica rendita degli Stati; dippiú che

tutte le determinazioni di politica esterna, come trattati di pace, di

alleanza e anche di commercio dai quali le guerre potevano derivare,

erano tutti fondati sulla forza delle diverse potenze, e che questa si

misurava sul suo sistema militare strettamente rannodato al finanziario

che lo alimenta; e finalmente che siffatte quistioni erano quelle

che naturalmente preoccupavano tutt'i corpi consultivi o deliberanti

dei diversi Stati di Europa; ci persuademmo che era anormale che i

membri che componevano queste congreghe fossero nel maggior numero

estranei alle nozioni delle scienze belliche, e che i militari che

vi si trovavano non avessero nozioni in generale dei rapporti della

guerra con lo stato sociale. Da ciò deducemmo che le decisioni dovevano

sovente risentirsi di questa mancanza di cognizioni e i loro effetti

aver grandi e larghe conseguenze sulle sorti delle nazioni. Cosí

immaginammo in una serie di brevi discorsi di svelare queste relazioni

e metterle a portata di tutti gli uomini che di pubblici affari

si occupano, non certo per completare la loro istruzione su questo

punto, ma per eccitarli e facilitar loro il mezzo di acquistarla. _Lo

Spettatore militare_ di giugno 1835 nell'analizzare il nostro lavoro ha

fatto osservare questo aspetto della quistione.

Ora che abbiamo esposto la genesi e il fine del nostro lavoro, ci

resta a svolgere gli oggetti che ivi si sono trattati con un po' piú

di estensione, come enunciammo. Il primo che ci si fa innanzi tanto

nell'ordine de' tempi che in quello delle idee è l'origine della

guerra, giacché sembra un atto sí demente quello di accrescere i mezzi

di distruzione quando l'umanitá lotta invano contro quelli che sono

nella natura, che tale fenomeno non si è potuto che attribuire alla

depravazione ed al capriccio dell'umanitá, vale a dire ad una origine

derivante da un principio anormale. Perciò noi cercammo dargli una

base piú razionale, piú in armonia e in proporzione con i suoi effetti

e la sua durata; e trovammo che se era qualche volta istrumento del

male, non era l'origine di questo, ma serviva a reprimerlo, come le

leggi fanno per ogni societá, e che invece di essere un'anomalia,

era un fatto naturale delle condizioni dell'umanitá, e perciò non

incompatibile con esse, che anzi dava impulso a certe virtú che

l'umana natura rilevavano; che stabilita questa origine, era divenuta

scienza ed arte, e perciò era stato mezzo conservatore da render

atto a difendersi, ed anche da far soggiogare dalle piccole nazioni

incivilite le orde piú numerose de' barbari, e cosí aver conservato

ed esteso la civiltá e dimostrato la superioritá della intelligenza

che dirige la forza minima sulla massima priva d'intelligenza; che

ciò fissato, lo stato sociale e lo scientifico in ogni popolo doveva

essere in relazione con la militare organizzazione e risentir dei

cangiamenti e modificazioni che essa subiva, e in essa far penetrare

quelle modificazioni che accadevano nell'insieme della societá in

tutto ciò che la sua civiltá costituiva. Per dar di ciò pruova dovemmo

esporre il movimento parallelo della guerra e della societá presso i

popoli dell'antichitá, indicare le cagioni della loro decadenza, se

era, come si asseriva dai piú, perché erano giunti all'apice della

civiltá o se perché erano molto da essa lontani. Dovemmo anche dire

come lo scioglimento dell'antica societá nel medio evo e l'oscuritá

de' secoli sotto l'aspetto dell'intellettuale coltura fecero sparire la

guerra come fatto collettivo regolarmente operato e la sua scienza, ma

senza che l'umanitá fosse meno manomessa: pruova positiva che non sono

i metodi che producono i mali della guerra, che anzi li raddolciscono

regolarizzandoli, ma che i suoi tristi effetti stanno sulla terra e

nascono da un piú alto principio, che l'umana volontá può aggravare

o scemare ma non distruggere intieramente. Egualmente ci sforzammo

di dimostrare per la societá moderna come all'epoca del risorgimento

scientifico e letterario e della regolaritá de' governi la guerra

riprese forme scientifiche e metodi razionali, come si serví de'

progressi dello scibile e gli accelerò con la sua vigorosa azione, come

segnò l'èra di tutte le modificazioni che l'ordine politico, il sociale

e l'intellettuale subirono, come i primi inciviliti dominarono quelli

che ancora non erano, e come in ragione che alla civiltá s'iniziarono,

i loro sforzi materiali dall'intelligenza diretti ebbero nella bilancia

politica quel peso che prima non avevano.

Fermato il metodo seguito per esporre la nostra tesi, passeremo ad

indicare brevemente i lavori sussidiari che prendemmo a svolgere per

dimostrare ciò che sembrar poteva una semplice asserzione. Perciò

credemmo necessario mostrare, come indicammo, che la legislazione,

che dá leggi, regole e limiti alla volontá umana assegnandole un

fine nella civile societá, aveva subito le stesse fasi che le scienze

belliche nel loro svolgimento, perché la forza pubblica è costituita

dalla legislazione ed è destinata a garentirla contro gl'interni nemici

ed esterni. Egualmente mostrar volemmo come è l'economia pubblica

che fissa i metodi e spiega le leggi con cui l'uomo può e deve con

la sua intelligenza e la sua forza ai suoi bisogni far servire gli

attributi della materia, e trasformare in mezzi quegli elementi che

sono ostacoli per una barbara societá, per farla progredire nella

civiltá; e con memorie originali o con analisi di opere che trattavano

dell'economia pubblica, dei suoi metodi e delle sue vicende presso

i popoli orientali, presso i greci e i romani, nel medio evo e nella

moderna societá, cercammo dedurne le relazioni ch'erano tra la scienza

che espone i metodi di produrre, consumare e distribuire le ricchezze

e quella che deve garentirli contro tutte le opposizioni che può

incontrare nel proprio seno o nella rivalitá delle altre nazioni. Cosí

ci parvero chiaramente stabilite le relazioni tra la legislazione,

l'economia pubblica e le scienze belliche. Mostrammo che tutte avevano

tre periodi percorsi: uno spontaneo, uno intuitivo ed un ultimo

renduto dimostrativo dalla deduzione che sorgeva dalla sintesi della

scienza, quando i suoi elementi erano divenuti noti mercé l'analisi

induttiva; e come per ben provar ciò bisognava cercarne la pruova

nella storia nel senso piú esteso, cioè tanto in quella dei fatti che

in quella delle idee che avevano influito sulle sorti dell'umanitá.

Perciò consacrammo all'esame dell'opere letterarie rinomate del tempo,

particolarmente nella storia sí civile che letteraria, una serie

d'articoli che ci facilitavano questo fine, con far apparire dalle

svariate vicende che gli storici avvenimenti offrono, certi risultati

costanti, i quali dimostravano che quell'apparente disordine che offre

l'urto degl'interessi, delle passioni e delle idee nella loro lotta,

erano sottomessi a regole costanti nei loro ultimi risultamenti,

quando s'integravano e non differenziavano solo i fatti, e cosí

considerati corrispondevano a certe cause finali che presiedono al

progressivo svolgimento dell'umanitá, in armonia con i destini che la

provvidenza le assegnò compiere sulla terra. Per mostrare l'accordo

che ci è tra l'intelletto e la volontá esaminammo qualche ramo

parziale di letteratura che si svolge nella societá; e trovammo che

nella drammatica letteratura ciò si rendeva piú facile, perché ivi

si mostravano le umane passioni nella loro sorgente e nei mezzi che

impiegavano per trionfare degli ostacoli che la natura o gli uomini ad

esse opponevano, e quali caratteri doveva un uomo rivestire per ispirar

la simpatia e l'ammirazione ne' suoi simili. E qui trovammo relazioni

tra la lotta che l'uomo è destinato a subire sulla terra (poiché niun

dubbio può sorgere che l'uomo sulla terra deve combattere le forze

della natura, scovrirne i segreti, opporre ostacoli alle passioni

dei suoi simili che vogliono sopraffarlo) e la lotta con le proprie

passioni, che tendono sempre a far prevalere le impulsioni dei sensi

o i voli dell'immaginazione sulle fredde conchiusioni della ragione,

le quali impongono il costante sagrifizio di preferire i propri doveri

ai propri desideri. Ebbene, questo quadro ove si mostra compiutamente?

Nella guerra e in quella organizzazione preparatoria per poterla con

successo fare, ove tutto è prescritto, tutto determinato, ove piú

naturali desideri debbono essere repressi, ove le pene e i pericoli che

piú all'uomo ripugnano debbono accettarsi ed ove il piú alto sagrifizio

deve farsi, cioè l'abnegazione della volontá. Per acquistare una

chiara idea di quanto dicemmo, necessario ci sembrò, profittando delle

piú scelte produzioni dell'epoca, di ritrarre dal loro esame quasi

la scienza prima che dá delle altre ragione e loro assegna il posto

nell'ordine dello scibile umano.

La filosofia è questa scienza legislatrice suprema: in essa si

condensano e cercano spiegazione tutt'i fatti che dall'intelligenza

o dalla volontá sorgono. Trattando dell'uomo, del mondo e di Dio

ci eleva alle piú alte questioni sui nostri destini, descrive e

circoscrive le nostre forze deducendole dalle nostre facoltá, misura

le relazioni della intelligenza con la volontá e della volontá con

l'intelligenza, e spiega perché il detto di Bacone è una veritá

primitiva «che la scienza è forza e che l'uomo tanto può per quanto

sa», giacché è costante che l'uomo è debole in presenza de' fenomeni

che non comprende e riprende forza quando in una legge gli ha fatti

rientrare. Quali sieno le relazioni della filosofia con le scienze

belliche è facile il conoscere, perché altro non sono che quei rapporti

naturali che aver deve una scienza superiore con le subordinate. E come

la filosofia tratta dell'uomo, del mondo e di Dio, e la guerra ha per

agente principale l'uomo, per teatro il mondo ed è un istromento de'

misteriosi fini di Dio, ne risulta che queste relazioni vi sono piú

complete, perché in un esercito vi è una societá tutta intera con le

sue condizioni ed ha un fine a raggiungere.

In fuori di una memoria originale sulla teorica, cercammo su questo

ramo dello scibile come negli altri profittare delle pregevoli opere

uscite alla luce per isvolgere queste idee e dedurne gli enunciati

rapporti, e preferimmo, com'era naturale, quelle che trattavano della

storia della scienza e la coordinavano con quella della societá nei

diversi periodi, mostrando come nel movimento della intellettuale

coltura era stata una determinata disposizione a rinnovare l'influenza

della civiltá antica che era stata oscurata dalla dominazione dei

popoli del nord nelle contrade occidentali, perché consideravamo questo

fatto morale e sociale come il piú importante a notarsi nella storia

moderna, che sorgeva con abbattere quella del medio evo negli elementi

che dalla conquista sorgevano; e le scienze che trattammo, nelle loro

relazioni tutte, a questo fine conducono nel loro svolgimento. Ciò

fatto, ci era meno difficile dedurne il nesso che tutte le scienze

hanno tra esse e quello che costituiva l'oggetto principale del nostro

lavoro. Tutti questi lavori sussidiari sulle scienze morali formano

trentanove discorsi, di cui quattordici sono di giá nella _Miscellanea_

pubblicata al 1836 e preceduti da una prefazione per mostrarne il

legame.

Cosí credemmo che quanto asserimmo nei nostri _Discorsi_ veniva

appoggiato dai nostri lavori sussidiari; e che se in essi si trovava

che da qualunque punto si prendeva ad osservare il movimento della

societá e dello scibile, questo svelava la loro unitá, ben dicevamo

in conseguenza quando stabilimmo che lo stato della scienza militare

presso un popolo doveva iniziare all'insieme del suo stato sociale. Il

che dir voleva il chiaro signor Cousin quando nella sua lezione nona

del _Corso_ del 1828 queste eloquenti parole pronunziava: — «Datemi —

egli diceva — lo stato militare di un popolo e il suo modo di far la

guerra, ed io m'incarico di rintracciare tutti gli altri elementi della

sua storia, poiché tutto a tutto si lega e si risolve nel pensiero

come principio e nell'azione come effetto, nella metafisica e nella

guerra. Perciò l'organizzazione degli eserciti, la strategia stessa

importa alla storia. Voi tutti avete letto Tucidide. Vedete il modo di

combattere degli ateniesi e de' lacedemoni. Atene e Sparta vi son tutte

intiere».

Questo luogo riportato, che basta al nostro fine e che dá un appoggio

autorevole alla nostra tesi, vien confermato da quanto un uomo illustre

nella guerra, nella pace e nelle lettere diceva sullo stesso subbietto.

Ecco come il generale Foy si esprime nella _Guerra della penisola_ da

esso dettata (pagina 259, libro quinto): — «Il genio della distruzione

ha le sue sublimi rivelazioni, le quali risvegliano una potenza di

pensiero superiore a quella che presiede alla creazione della poesia

e della filosofia, e la piú alta parte dell'arte, la strategia, è

filantropica nei suoi svolgimenti».

Chiara è la concordanza de' due autori i quali partendo l'uno dalla

filosofia e l'altro dalla guerra, giungono ad esporre la stessa veritá,

base del nostro lavoro.

Avendo cosí dimostrato il nesso della guerra con le scienze fisiche e

morali, dovemmo per il metodo adottato trattare piú particolarmente

le quistioni secondarie della guerra e farne apparire le relazioni

ed il nesso con le principali; per cui profittammo della militare

_Antologia_, di cui il benemerito redattore fu compiacente a

permetterci d'inserire una serie d'articoli che avevano per fine di

risolvere alcune quistioni della scienza che importanti ci sembrano e

che sono le seguenti:

Della scienza militare · 第 5 / 31 题