Honorande Pater mi. Io non dubito ch’el vi duole assai de la partita,
et tanto più quanto io mi son partito ocultamente da vui; ma io voglio
che intendisti l’animo mio et la volontà mia per queste littere, a
ciò che vi confortati, e che intendiati che io non mi so moso così
puerilmente, come alcuni si credeno. E prima da vui voglio, come da
homo verile e sprezatore de le cose caduce, che più tosto voi siati
sectator de la verità che de le passione, come fanno le feminule; e
che vui iudicate secondo lo imperio de rasone, se io doveva fugire il
seculo et seguir questo mio preposito. In primis, la rasone la quale
me muove ad intrar ne la relegione è questa: prima, la gran miseria
del mondo, le iniquitate de li homini, li stupri, li adulterii, li
latrocinii, la superbia, la idolatria, le biasteme crudele, ch’el
seculo è venuto a tanto che più non si trova chi facia bene; dove io
più volte il dì io cantava questo verso lacrimando: _Heu fuge crudeles
terras, fuge littus avarum_. E questo per che io non potea patire la
gran malitia di cechati populi de Italia; e tanto più, quanto io vedea
le virtute esser spente al fondo e i vitii soblevati. Questa era la
magior passion che io potesse havere in questo mondo; per la qualle
cosa io pregava ogni giorne messer Iesu Christo che me volesse levare
da questo fango; e così faceva continuamente oratione piccolina con
grandissima devotione a Idio, dicendo: _notam fac michi viam in qua
ambulem, quia ad te levavi animam meam_. Hor Idio, quando a lui ha
piaciuto, per sua infenita misericordia, me l’ha mostrata; et io l’ho
riceputa, ben ch’io sia indegno di tanta gratia. Risponditime adoncha:
non è gran virtute de uno homo a fugir le sportitie e le iniquitate
del miser mondo, per voler vivere come rationale e non come bestia fra
li porci. Et etiam non seria stata una grande ingratitudine la mia,
ad haver pregato Idio che mi mostri la via drita per la quale io ho
a caminare, et lui essendosi dignato di mostrarmela, e poi che io non
l’havesse acceptata? Oimè! Iesu mio, più tosto mille morte, che contra
di te io mai sia ingrato per tal modo. Sì che, dulcissime pater, più
tosto haveti da rengratiar messer Iesu, che da pianger; il quale ve
ha dato uno figliolo, e dippoi ve l’ha conservato fina alli XXII anni
assai bene; e non solamente questo, ma anchora si è dignato de farlo
suo melitanto cavaliero. Oimè! non reputati gran gratia havere un
figliolo cavaliero de Iesu Christo? Sed, ut breviter loquar: o vero
che voi me amati, o vero non so ben che non diresti che non me amati.
Se adoncha vui me amati; con sit ch’io habia due parte, cioè l’anima
e ’l corppo, o vero che più amati el corppo o l’anima: non poteti dir
el corpo, per che vui non mi amaresti, amando la più vile parte di me.
Se adoncha più amati l’anima, per che non cerchati anchor lo bene de
l’anima? Chè certo voi doveresti iubilare, e far gran festa di questo
triompho. Sciò ben però, che non si puol far che la carne non doglia
alquanto; ma la se vole refrenare da la ragione, presertim da li homeni
sapienti e magnanimi come sette voi. Non credeti voi ch’el me sia sta
gran doglia a separarne da vui? Certo, io voglio che me crediati; chè
già mai, doppoi ch’io son nato, non hebbi magior dolor nè maggiore
afflitione di mente, vedendome habandonare il proprio sangue, et andare
fra giente ignota, per far sacrifitio a Iesu Christo del corpo mio,
e per vendere la mia propria voluntà ne le mane di coloro che mai non
conobbi: ma, dippoi, ripensando che Idio mi chiama, e che lui non se
sdegnò fra nui vermiceli farsse servo; non seria mai tanto ardito, che
io non mi inclinase alla sua voce dolcissima e tanto pia: _Venite ad
me homnes qui laboratis et onerati estis, et ego reffician vos: tollite
iugum meum super vos_, etc. Ma per che sciò che voi di me vi lamentati,
che così ocultamente sia partito, e quasi fugito da vui; sapiati che
tanto era il mio dolore e la passion ch’io sentiva dentro dil core,
dovendomi partire da vui, che se io ve lo havesse manifestato, io
credo verramente che inanzi che io me fuse partito da vui, il me seria
crepato il core, et haveria impedito il mio pensiere, il mio acto:[433]
sì che non ve meravigliati se io non ve lo dissi. È vero ch’io lassai
certe scripte de dietro da li libri che sono apogiati alla finestra,
le quale vi davano noticia di fatti mei.[434] Vi prego, adoncha, padre
mio caro, che poniati fine a li pianti, e che non me vogliati dare più
tristeza e più dolore, ch’io me habia; non per dolore di questo ch’io
ho fatto, chè certo io nol revocaria, se io credesse de venire maggiore
che non fu Cesaro; ma pur per che anchora io son di carne come vui,
e la sensualità repugna alla rasone, di che il mi convien combatre
crudelmente, a ciò ch’el diavolo non mi salti sopra le spalle; e tanto
più, quanto io sento di vui. Presto passarono[435] questi giorni ne i
quali el male è frescho, e doppo spero che vui et io seremo consolati
in questo mondo per gratia, e poi ne l’altro per gloria. Altro non
resta, se non ch’io vi prego che vui, come virile, confortati mia
matre la qualle io prego insieme con vui, che mi donati la vostra
benedictione; et io sempre pregarò fervente mente per le anime vostre.
_Ex Bononia, die_ XXV _aprilis_, 1475.
Io ve ricomando tutti li miei fratelli e sorelle, ma specialmente io
ve ricomando Alberto, che vui il faciati imparare; per che il vi seria
gran carcho e gran pecato, se lo lassasti perdere il suo tempo.
HIERONYMUS SAVONAROLA
filius vester.
(_Fuori_)
Nobili et egregio viro
NICOLAO SAVONAROLAE parenti optimo.
Ferrariae.