CANTO I

RINALDO ARDITO

DI

LODOVICO ARIOSTO

FRAMMENTI INEDITI

PUBBLICATI SUL MANOSCRITTO ORIGINALE

DA I. GIAMPIERI E G. AIAZZI

FIRENZE

NELLA TIPOGRAFIA PIATTI

A SPESE DEGLI EDITORI

1846.

_Gli Editori intendono valersi del diritto e privilegio

concesso loro dalle veglianti leggi in materia di stampa

e proprietà letteraria, a danno dei contraffattori._

ALL'ACCADEMIA VALDARNESE

CUI IL POGGIO ZELANTE ED ACUTO DISCOPRITORE

DI RARI MONUMENTI DELLA SAPIENZA LATINA

DAVA VITA

QUESTE PREZIOSE RELIQUIE DEL CANTORE DEL FURIOSO

DIMENTICATE E QUASI IGNOTE

DUE CONSOCI

SEGUACI TROPPO DISEGUALI DEGLI STUDJ DI TANTO FONDATORE

CON GRATO ANIMO INTITOLAVANO

PREFAZIONE

L'annunzio della stampa d'un'Opera del divino Ariosto, non solo

inedita, ma quasi sconosciuta, e tale da essersene perfino impugnata

da solenni scrittori la reale esistenza, ai nostri giorni in cui si

è tanto rovistato e tanti disotterramenti si son fatti dalla polvere

delle pubbliche e private Biblioteche ed Archivi, parve cosa mirabile

e da reputarsi quasi favolosa, ove il fatto di per se stesso non

rispondesse perentoriamente. L'Opera della quale ci avvisiamo parlare è

il RINALDO ARDITO[1], altro poema dell'Omero ferrarese, dettato da esso

dopo l'Orlando Furioso, e sugli ultimi anni di sua vita. Ma perchè la

storia bibliografica e letteraria di questo Poema è nuova del tutto,

ed alquanto intricata, non sia grave al Lettore che noi vi spendiamo

quel tanto di parole che servano a dilucidarla, ed a renderla piana

ed incontroversa. Così operando, verremo a supplire al difetto del Ch.

Fr. Reina Editore del Furioso della Collezione de' Classici di Milano,

il quale nel 1812 prometteva corredare quella ristampa d'un comento,

ed aggiungervi _per la prima volta tutti i frammenti di un altro

poema trovati fra carte dimenticate e già spettanti al D. Giuseppe

Lanzoni_. Onde non conoscendo le cause che lo impedirono a dar fuori

quel comento, e a pubblicare questi Frammenti, ci lusinghiamo che egli

avrebbe a grado che l'avessimo rilevato da questo secondo debito, se il

cielo gli avesse concesso più lunga vita.

Antonfrancesco Doni fiorentino, uno degl'ingegni più bizzarri e

fantastici che coltivassero le lettere italiane sulla metà del Secolo

sedicesimo, fu il solo che nella _Seconda Libreria_[2] palesasse ai

dotti l'esistenza del nostro Poema, con queste nude e magre parole

«_Lodovico Ariosto, RINALDO ARDITO, dodici canti._» Ma al bugiardo (ed

il Doni n'avea fama ben giustificata) non è creduto neppure il vero;

cosicchè tutti coloro che parlarono della vita e delle opere di Messer

Lodovico, dal di lui figlio Virginio sino al Tiraboschi, o si astennero

dal registrare fra queste il Rinaldo Ardito, o lo rammentarono solo

per causa di dileggio e di rimprovero al Doni, tacciando d'impostura

e menzogna la notizia che egli ne dava. Nè questa imputazione, benchè

dura e falsa, può dirsi moralmente temeraria, poichè non si credè

presumibile che il Doni potesse conoscere tutti gli scritti del Poeta

editi ed inediti al tempo suo, meglio di Virginio figlio amatissimo

di esso, il quale conviveva seco lui, ne riceveva precetti e buon

avviamento alle ottime discipline, ed aveva agio e libertà di leggere

tutto ciò che il padre dettava. Ed in fatti fu questi che raccolse

tutte le di lui poesie latine, e che nel 1545 dette ad Antonio Manuzio,

che li stampò per la prima volta, i cinque Canti che seguono la materia

del Furioso, o meglio preparati per altro Poema. Ma comunque la cosa

si fosse, la verità è che il Rinaldo Ardito è esistito, ed in parte

esiste; e forse il Doni lo vide completo in mano dell'Autore, o da esso

medesimo n'ebbe contezza: e dico così, perchè niun altro ne fa parola.

Però non saprei indagare la ragione per la quale gli piacque tenerlo

celato ai suoi più cari e confidenti, pe' quali non avea segreto,

e lo palesasse al Doni: in questa riserva è un qualche enimma, ed

aspetteremo che sorga l'Edipo per darne spiegazione. Frattanto per non

perdersi in vane induzioni e fallaci ipotesi sulla via che condusse il

Doni alla conoscenza di questo componimento, proseguiamo il discorso

diretto sul medesimo.

A questo lavoro par certo ponesse mano l'Ariosto dopo l'Orlando

Furioso, e dopo il 1525; imperocchè nella stanza V a pag. 44 accenna

già successa la prigionia di Francesco re di Francia, che avvenne

in quell'anno sotto Pavia. Il Poeta morì nel 1533, appena compita

la stampa da esso vegliata e corretta del Furioso, nè fra le Opere

manoscritte da esso lasciate si fece motto da veruno trovarsi il

Rinaldo Ardito; da questo silenzio io non saprei altro dedurre, o

che non fu fatto un accurato esame di questi Manoscritti, il che non

sembrerà verosimile, o che a quel tempo il Rinaldo non era più in sue

mani, per averlo passato in quelle di qualche amico e confidente, il

quale si tacque dappoi per ignota ragione sul prezioso deposito. Che

il nostro Manoscritto fosse ab antico custodito nello stesso luogo ed

insieme ad altre opere di questo Autore, ce ne fanno accorti le antiche

macchie d'umidità che deturpanlo in più carte di seguito, macchie dello

stesso colore e della stessa configurazione che vedonsi in molti altri

de' suoi scritti originali, che conservansi nella Biblioteca comunale

di Ferrara, e che perciò attestano aver corso sorte eguale al nostro,

allorquando trovavansi insieme riuniti.

Fermata così l'esistenza effettiva e l'originalità del nostro

Codice, ci manca il filo per proseguire la storia del suo destino,

accompagnandolo nei diversi passaggi che sempre sconosciuto può aver

fatti, dallo studiolo del Poeta alla copiosa e scelta raccolta di

Opere a stampa e manoscritte, messa insieme con pene e dispendio dal

D. Giuseppe Lanzoni Ferrarese, morto nel febbraio del 1730, e quindi

nella libreria dei Marchesi Bevilacqua. E dicemmo sempre sconosciuto,

perchè il Lanzoni stesso che era così generoso e cortese nel favorire

ed accomunare cogli amici suoi l'uso della propria biblioteca, non

conobbe o almeno non palesò a veruno il gioiello che egli possedeva;

mentre nella Vita affettuosa e molto particolarizzata che di questo

egregio e dotto medico scrisse Girolamo Baruffaldi il seniore,[3] non

vien neppure emesso il dubbio ch'egli possedesse il nostro Manoscritto.

L'onore adunque di avere scoperto e messo in luce il ritrovamento dei

frammenti del Rinaldo Ardito, d'averli esaminati e recatone fuori un

saggio, si deve a Girolamo Baruffaldi il giovine, il quale nella Vita

dell'Ariosto a pag. 172 ci fa sapere che _ad altro poema eziandio pose

mano, oltre a quello del _Furioso_: uno squarcio, o piuttosto abbozzo

di esso fu trovato a caso tra le carte dimenticate del chiariss. Medico

Ferrarese Giuseppe Lanzoni; ma riuscendo il manoscritto originale

difficilissimo ad intendersi per la rozza scrittura, per la mala

conservazione de' fogli, e per le varie cancellature, io non ho potuto

relevarne interamente, che alquante stanze, quali saranno poste in

fine..... Io non peno a credere, abbenchè il Barotti lo neghi, che

questo possa essere il Poema dall'Ariosto intitolato il _Rinaldo_,

come accennò il Mazzuchelli sulla relazione del Doni; conciossiachè

nel Canto IV.[4] diffusamente parlasi di questo Paladino, delle sue

imprese, de' suoi viaggi e della sua donna Bradamante[5].... Ed i

frammenti da me veduti non sono che un primo abbozzo informe in molti

luoghi scorretto fino al leggervisi una stanza scritta seguentemente di

soli sette versi[6]._

Era oltrepassato mezzo secolo dalla morte del Lanzoni al tempo che il

Baruffaldi scriveva la vita dell'Ariosto, di maniera che avrebbe potuto

manifestare la persona presso la quale egli ebbe agio di studiare e

trascrivere degli squarci del nostro Codice, nè saprei indovinar la

causa per cui si tacque: era forse tuttora in casa Bevilacqua?..... Ma

tralasciando le congetture, e venendo alla storica certezza, diremo che

il Sig. Canonico Vincenzio Faustini, uomo fornito di buone lettere,

ereditò dal padre suo il nostro Codice, ed a noi come possessor

legittimo ne fece legittima cessione nel luglio dell'anno decorso; onde

io mi do a credere che essendo il padre del Sig. Can. Faustini assai

versato in questi studj e nella paleografia, ed avendo vissuto negli

anni in cui per straniera invasione tanti insigni stabilimenti rimasero

soppressi, e tanti pubblici e privati monumenti di libri e scritture

andarono dispersi o per ignoranza distrutti, fu una fortuna che queste

preziose reliquie venissero alle mani di lui, che seppe raffigurarle

e tenerle nel pregio che meritavano. Quindi se mancano ad appagare la

curiosità del Lettore notizie positive e speciali sulla sorte corsa

da esse, ciò vien largamente compensato dalla sodisfazione che gli

deriverà dal percorrere queste pagine, ove stampava sì luminose tracce

della fecondità del suo immortal genio il Cantore del Furioso; e se

qualche gusto gli rimane della buona poesia, e se qualche scintilla

d'amor patrio gli scalda le vene, sarà contento aver veduto in questa

età aumentarsi il patrimonio delle nostre lettere, e di nuove fronde

rinfrescarsi la corona immortale che cinse l'onorata fronte del Poeta

che, se Dante non era, sarebbe per primo inchinato.

Che poi questi Canti fossero dettati per innestarli all'Orlando

Furioso, come opinò taluno, oppure dovessero unirsi ai cinque altri

postumi pubblicati da Virginio, la lettura attenta dei medesimi, ed

il filo delle storie che vi son narrate, benchè interrotto, mostrano

chiaramente che questa opinione non ha sussistenza; imperocchè il

Furioso fu in ogni sua parte perfezionato dal Poeta nell'edizione

del 1532, e tutte le storie intessutevi hanno il loro pieno sviluppo

particolare. Di più nel Rinaldo compariscono personaggi ed attori

diversi da quelli rammentati nell'Orlando, e toltone tre o quattro,

nuovi affatto. E finalmente alla pag. 45 si allude ad alcuni

avvenimenti storici occorsi in Italia al tempo dell'Ariosto, che

erano stati narrati prima nei Canti III, XIV e XXXIII dell'Orlando;

cosicchè se questi Canti fossero stati destinati ad inserirsi in

esso, ne sarebbe resultata un'inutile ed oziosa ripetizione di fatti;

però l'inesauribil vena del Poeta non abbisognava di tali sussidj, nè

l'avrebbe consentito l'alterezza del suo genio. Mi fo meglio a credere

che, avendo ideato questo nuovo Poema, volle mostrare ad Alfonso suo

Mecenate, che non si lasciava fuggire occasione di cantare e ricantare

le sue belle imprese, ogni volta che gli cadeva in acconcio di farlo

solennemente.

Il titolo di RINALDO ARDITO, credo che sia stato dato al poema, perchè

apparisce dalla pag. 31, che questo famoso Paladino, protagonista

dell'azione, onde ottener certa vittoria sull'esercito infedele, si

travestisse da Saraceno, e sotto le mentite spoglie potè conoscere

le forze del nemico; quindi dopo aver tutto esplorato, allorchè i due

eserciti stavansi a fronte, avendo per mezzo della sorella Bradamante

avvisato dell'inganno i capitani di Carlo, pose lo scompiglio nel

campo nemico, e coll'aiuto dei Cristiani accorsi in tempo, disfecero

l'oste pagana; e termina l'impresa colla conversione al Cristianesimo

dei principali condottieri Saraceni e di Fondrano loro capo e Signore.

Questo in breve pare che fosse il concetto del Poeta, innestandovi al

solito vaghissimi episodj, che per la loro varietà e pel loro festivo

colore ne rendono oltremodo gradevole la lettura.

Accennata la storia del nostro Codice e del suo contenuto, ci resta

da prevenire il Lettore sull'ordine da noi seguito in questa prima

pubblicazione, cominciando dall'esatta descrizione del Manoscritto

qual si trova attualmente. Questo si compone di trenta carte numerate

modernamente da una sola parte, e distribuite in quattro quinternetti.

Il primo di essi conduce da 1 a 6; il secondo da 7 a 14; il terzo da

15 a 22; ed il quarto da 23 a 30. È necessario però avvertire che il

terzo è contrassegnato nel margine inferiore della pag. 15 di mano

dell'Autore con _b_, ed il quarto medesimamente a pag. 23 con _D_: il

primo e secondo non portano segnature; ogni pagina contiene quattro

ottave, meno che la 2 che ne ha cinque, la 19 la quale ne ha otto,

scrittevi a doppia colonna, e la 29 che ne ha tre; cosicchè formano

nell'insieme dugento quaranta quattro ottave. Ai quattro quinternetti

serve di custodia una cartella di rozzo cartone bianco, che in avanti

fu destinata a conservare dei conti e delle ricevute. Un cordoncino

di seta rosso trapassa nella costola per traverso il cartone e i

quinternetti, ed è fissato in fine con nodo; i due capi di esso poi

son fermati nell'interno con cera di Spagna e sigillo della pubblica

Biblioteca di Ferrara, ad autenticare il Certificato che qui si riporta

in nota[7].

Ora venendo alla disposizione materiale della stampa, la lettura

del Manoscritto, nell'ordine in cui si trova, ci fece dubitare che

le carte non seguissero regolarmente e con progresso razionale la

materia, ma che i quinternetti fossero stati a caso in tal guisa

disposti; ed il dubbio dell'interpolazione divenne certezza, quando

le segnature del terzo e quarto c'indicarono chiaramente, che questi

invece dovevano precedere i due senza segnatura: ed a questa via ci

attenemmo. E volendo che il Lettore si convinca co' propri occhi

della giustezza della nostra risoluzione, s'imagini che la stampa

nell'ordine del Codice avrebbe cominciato da pag. 46 colla stanza X.

fino a pag. 85 stanza XXX., avrebbe proseguito colla pag. 1 stanza

I. fino a pag. 46 stanza IX., talchè alla lettura in questo senso ne

resulta la narrativa de' casi incomposta ed a ritroso. Ed in fatti,

nella nuova disposizione, si trovano in principio alcuni capitani

infedeli combattenti contro l'esercito cristiano, quindi si veggono

abbracciare il Cristianesimo ad insinuazione d'Orlando. Vi si legge

pure un'avventura di Ferraù, il quale cade per inganno nell'acqua, e

per forza d'incanto si vede trasportato nel giardino di Venere, ove è

presente al trionfo d'Amore ec. ec. dovecchè adottando l'altro modo, ne

sarebbe derivato una mostruosità, non procedendo naturalmente il filo

della materia e degli avvenimenti raccontati.

La ragione per la quale si è creduto bene render minutissimo conto di

questo nostro materiale riordinamento, deriva dall'aver voluto fuggir

la taccia d'arbitrarj, ove cadesse in mente a taluno raffrontar la

stampa col manoscritto, giacchè ne piacque conservarlo religiosamente

intatto ed inviolato nella sua compaginazione, alla quale va unita

la preziosa autentica dell'originalità ed autografia del medesimo;

onde precludere affatto il campo agli scettici, ai maligni ed agli

ignoranti di sentenziare a sproposito. E giudicammo opportuno questo

schiarimento, solo per quanto concerne la materialità del codice; che

quanto al merito poetico, alla vivacità delle immagini ed al pregio

dell'invenzione, tocca al Poeta a svelarsi, e a dar di se quelle prove

irrefragabili che per unico lo caratterizzano, e per le quali come

astro fulgidissimo risplende nell'italiano Parnaso: nè qui temiamo

esserci ingannati.

Ora venendo al modo da noi adoprato nel dar fuori questo lavoro,

diremo che siamo stati scrupolosissimi a produrre il testo nella sua

genuinità, riportandone perfino le voci viziate per eccesso o per

difetto od anche per trasposizione di qualche lettera, rettificando

però le principali in piè di pagina, affinchè non si credessero errate

per colpa nostra. La stanza V del C. II, la XVI e XXVII del C. IV, si

son lasciate difettose nella loro tessitura, nè ci prendemmo briga di

raddrizzare qualche verso zoppicante; tutte negligenze comprovanti

maggiormente l'originalità di questo primo getto, che l'Autore

avrebbe eliminate dappoi, e che veruna pena ci sarebbe costato il

togliere. Le frasi e gl'intieri versi rigettati e cancellati dal

Poeta, sostituendovi quelli che gli parvero migliori, si son riportati

in calce come varianti, per mostrare sensibilmente l'ordine delle

concezioni di quel prepotente ingegno. Quanto poi alla puntuazione,

ci siamo tenuti a quel metodo che credemmo il più conveniente ed il

più seguito, quello cioè di agevolare possibilmente l'intelligenza

dei concetti, senza gran fatica nè bisogno di ricorrere per tortuose

ambagi il filo del discorso. Ai Canti si è dato abusivamente un

numero progressivo dal I al V; non perchè così ce li abbia indicati

l'Ariosto, ma pel comodo del Lettore e delle citazioni; giacchè Esso

nei titoli lasciò in bianco la numerazione, e di sua mano non numerò

che il _terzo_, il quale, per la lacuna indefinita tramezzo, siamo

stati obbligati a chiamar _quarto_; a questa numerazione si son pure

subordinati gli altri, che da penna più moderna e con altro inchiostro

erano stati notati. Per servire egualmente alla comodità, si sono

numerate le stanze d'ogni Canto, tornando da capo a ciascuno, come è

stile; e dove esistono lacune, non si è omessa l'avvertenza.

Resa sommariamente ragione di questa qualunque siasi fatica, onde

impetrare alla medesima, se non il suffragio generale, almeno il

benigno compatimento dei dotti, potremmo addurre a favor nostro le

assidue e gravi cure sostenute di buona voglia nel breve ma spinoso

aringo, non che le vinte difficoltà, che parvero quasi insuperabili

al Baruffaldi, il qual pure avea tanta dimestichezza cogli scritti

dell'Ariosto[8]. E la conferma della di lui genuina confessione

si presenterà a chiunque si dia a confrontare le stanze da esso

pubblicate per saggio di questi Frammenti, dalla pag. 310 alla 314

della rammentata Vita del Poeta, con quelle stesse ristampate da noi; e

speriamo che questo ragguaglio porrà in maggior chiarezza le diligenze

da noi usate.

Forse non mancherà chi disapprovi ed anzi condanni lo zelo di aver

messo in luce un'Opera mutila ed informe in molte parti, quale

sfortunatamente si è questa. Per costui non abbiamo discolpa, nè

sapremmo fargli altra risposta, che mostrandogli un gran numero di

opere di sommi scrittori greci e latini, che hanno avuto la stessa

sorte, avvalorando la nostra sentenza col giudizio di tale, che nè la

materia nè il luogo consentono di nominare[9]. Gli additeremmo ancora

tanti e tanti bellissimi antichi capolavori in bronzo ed in marmo, che

si ammirano ne' Musei, i quali non sono che insigni monumenti dell'Arte

più o meno frammentati. E questi scritti e questi monumenti ci saran

sempre di modello, rimanendo a testificare dell'eccellenza degl'ingegni

che li produssero, ed a rimproverare mutamente l'incuria, l'ignoranza

o la perversità degli uomini che li ridussero in tale stato, e

risveglieranno nel cuore dei buoni almeno il desiderio che sorga chi

vaglia a ristorarne del danno.

Finalmente poichè colla stampa collettiva di più componimenti d'uno

stesso Autore (i quali pubblicati a parte in varie occorrenze divengon

rari e fuori di commercio) si provvede alla maggior diffusione dei

medesimi, e posson considerarsi come rami che si ricongiungono al

tronco principale, così credemmo incontrare il pubblico gradimento

riproducendo la gentilissima Canzone colla quale Messer Lodovico

piangeva la partenza da Firenze per oltremonte della sua Ginevra[10].

Il Ch. Sig. L. M. Rezzi la trasse in luce per la prima volta da un

codice miscellaneo Barberiniano, in occasione dei fausti sponsali di

Donna Carlotta Luisa Barberini col Marchese Raffaele Casali del Drago,

rivendicandola con critico ragionamento al nostro Autore, e ponendone

in bella mostra i delicati pregi che l'adornano.

Saggio del carattere dell'Ariosto preso dalla pag. 30 dell'Autografo

[Illustrazione: manoscritto]

CANTO I

. . . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . . .

I.

Così poteansi ritenere appena

I cavalier di non entrar la ciuffa[11],

E a ciascuno il tardare era gran pena,

Nè può star fermo e si apparecchia e buffa;

Di quei si parla che hanno animo e lena,

Chè a un vil codardo incresce ogni baruffa,

Come chi va alla forca, e che prolunga,

Perchè quanto più può tardi vi giunga.

II.

Artiro e Salomone alla avanguarda,

L'uno Affricante, e l'altro Cristiano,

Stan per ferirsi in punto, e ciascun guarda

Al segno general del capitano;

Or dato il segno, alcun più non ritarda,

E all'inimico va cum[12] l'arme in mano;

Ma prima ch'entri in così orribil guerra,

Feraguto vo' trar dall'aqua in terra.

III.

Ormai tanto che dentro vi è caduto,

Che non dovrebbe aver di ragion sete;

Sapete come cade[13] Feraguto?

Cum quale astuzia cade augello in rete;

Egli avea già nelle aque il cuor perduto,

Nè ad altro pensa che alla strema quiete,

Che essendo armato, e d'armi di gran pondo,

Non potendo nuotar, discese al fondo.

IV.

Nè crediate ch'al fondo già restasse,

Anci[14] di là dal fondo fu tirato,

Che una dama gentil subito il trasse

Fuora delle acque in luoco assai più grato;

Nè già pensò che 'l ciel tanto lo amasse[15],

Vedendosi nelle onde trabuccato;

Ma il cielo il tutto a suo modo dispensa,

E spesso all'uomo avvien quel che non pensa.

V.

Come chi per errore o per disgrazia,

Cui sotto il ceppo ha il col[16] per esser morto,

E fatta gli vien poi subito grazia

Prima che moia o per ragione o torto,

Che attonito rimane e il ciel ringrazia,

E quasi muor di subito conforto:

E così appunto a Feraguto accade,[17]

Vedendosi ritrar dove pria cade[18].

VI.

Fu in una ciambra[19] il cavalier condutto

Che tutta di cristallo era smaltata;

Il palco tutto a specchi era costrutto,

E intorno intorno tutta ad or frissata[20];

Vedendosi il barone ivi ridutto,

Gli fu tal sorte allor non poco grata,

E tutto che suspetto ancora stava,

Pur più ch'in l'umide acque ivi sperava.

VII.

E volto Feraguto alla donzella,

Deh dimmi, dama, disse, se ti agrada,

Chi sei, e come è qua stanza sì bella,

Che in fondo alle acque mi par cosa rada?[21]

A Feraguto allor rispose quella:

Sappi ch'io fui nemica a quella Fada[22]

Che poco anzi occidesti, e d'ogni intorno

Faceva a' circumstanti iniuria e scorno.

VIII.

E quella son che ti donai quel tanto

Lucido, adorno e prezioso scuto

Cum che vinto hai la Fada e ogni suo incanto,

A te di onore e a' circumstanti aiuto;

E de infiniti sol ti puoi dar vanto

Avere un tal triunfo oggi ottenuto,

Di che grato non solo agli uomin sei,

Ma fatto ne hai piacere insino a i Dei.

IX.

La Fada di coloro era nemica,

Che d'altre che di lei fussero amanti;

Anci ogni industria usava, ogni fatica

Per rovinarli; e ben ne ha occisi tanti,

Che indarno è lo espettar, baron, ch'io dica

Quanti ne ha uccisi la malvagia, e quanti

Presi e in pregione morti per disagio,

Vetando loro il cibo, e il stare ad agio.

X.

Onde tanto costei Venere adonta

Che sol di lei cercava aspra vendetta,

E[23] a tale impresa in fin persona pronta

L'amorosa mia don[24] gran tempo espetta;

Ma solo hai vendicato ogni sua onta,

E però ne serai persona eletta,

A Vener grato, e per il tuo valore[25]

Fortunato serai sempre in amore.

XI.

E quantunque infelice per adrieto

Sempre sii stato in l'amoroso laccio,

Nell'avenir serai jucundo e lieto,

Poi che distolte[26] ne hai di tanto impaccio;

E perchè intendi quel che ti è secreto,

Quel che richiesto me hai io non ti taccio:

Sappi che ninfa son nasciuta in l'acque,

E di questo liquor sto corpo nacque.

XII.

Delle Naiade son la più onorata,[27]

(Che così d'acqua son le ninfe dette)[28]

Liquezia ho nome, e a Venere dicata,

Sono delle sue care e più dilette,[29]

E a te fui col bel serto mandata[30]

Per animarti a far le sue vendette;

Questa è mia stanza: e qui poserà tanto

Ch'io torni a rivederlo in l'altro canto.

Rinaldo ardito: Frammenti inediti pubblicati sul manoscritto originale · 第 1 / 5 章