PUBBLICATA DAI MEDICI CHE HANNO OPERATO IN ESSA _CON ALCUNE
OSSERVAZIONI_ DI L. A. MURATORI.
Non sarà inutile ai lettori che io presenti loro il compendio di una
Relazione francese intorno al terribil contagio, da cui non è per
anche ben libera la misera città di Marsiglia, affinchè meglio impari
il pubblico a conoscere l’atrocissimo nemico che va desolando la
Provenza e che fa tremare tutti i vicini; e, conosciuto che l’abbia,
ognuno si accinga a quelle diligenze e rigori che possono tenerlo lungi
dall’Italia. Fu composta la Relazione suddetta dai signori Chicoyneau,
Verny e Soullier, medici di Mompelieri, i quali spediti in soccorso
di quella città, con incessante zelo hanno assistito alla medesima in
tanta calamità, con avere anche diligentemente notato gli accidenti
e sintomi d’essa peste, e i tentativi da loro fatti per curarla. Fu
creduto bene di pubblicarla colle stampe in Marsiglia stessa dopo il dì
20 dicembre del 1720, e venne essa immediatamente ristampata in Torino
per pubblico bene. Ecco ciò che ho creduto opportuno di tradurre per
istruzione ancora degl’Italiani.
Tutti i malati di peste in Marsiglia possono ridursi a quattro classi.
La prima, osservata specialmente nel primo periodo, e nella più gran
foga del male, era assalita dai seguenti sintomi. Cioè si notavano
in tali persone dei rigori sregolati di freddo, un polso picciolo,
molle, raro o pure frequente, ineguale, concentrato; una pesezza di
testa sì considerabile, che il malato stentava molto a tenerla su,
parendo egli occupato da uno stordimento e da una turbazione simile
a quella d’una persona ubbriaca; la vista fissa, appannata, che
mostrava lo spavento e la disperazione; la voce tarda, interrotta di
quando in quando, lamentevole; la lingua quasi sempre bianca, sul
fine secca, rossiccia, nera, ruvida; la faccia pallida, di colore
piombino, sparuta, cadaverosa; de’ mali di cuore frequentissimi; delle
inquietudini mortali; un abbattimento e abbandonamento generale, degli
sfinimenti, de’ sopimenti, delle voglie di vomitare, de’ vomiti, ecc.
Le persone in tal forma assalite morivano ordinariamente nello spazio
di alcune ore, d’una notte, d’un giorno, o al più al più di due o tre,
come per consumamento degli spiriti, talvolta con moti convulsivi e
tremori, senza che apparisse al di fuori alcun tumore o macchia. Egli
è facile a giudicare da tali accidenti che infermi di tal fatta non
erano in istato di sostenere il salasso. E in fatti coloro coi quali
si è tentato questo rimedio sono mancati di vita poco tempo dopo. Gli
emetici e i purganti riuscivano loro egualmente inutili, e sovente
nocivi con effetto funesto. I cordiali e sudoriferi erano i soli rimedi
ai quali si ricorreva, ma che nondimeno a nulla servivano, o che al più
facevano prolungare di qualche ora gli ultimi momenti.
La seconda classe è di coloro che tosto risentivano rigori di freddo,
come i precedenti, e la stessa specie di stordimento, e un dolore
di capo aggravante; ma i ribrezzi erano seguitati da un polso vivo,
aperto, gagliardo, ma che nondimeno si perdeva per poco che si premesse
l’arteria. Questi malati sentivano interiormente un ardore che li
bruciava; e intanto il calore al di fuori era mediocre e temperato; la
sete era ardente, e per così dire inestinguibile; la lingua bianca,
o di un rosso scuro; la parola precipitata, balbettante, impetuosa,
gli occhi rossicci, fissi, scintillanti; il colore della faccia d’un
rosso molto vivo, e talvolta inclinante al livido; e provavano mali
di cuore molto frequenti, benchè assai meno dei precedenti. Il respiro
era frettoloso, faticoso, o grande e raro, senza tosse, senza dolore;
nausee e vomiti biliosi, verdastri, nericci, sanguinosi; profluvj
di ventre della stessa specie, senza però tensione o dolore nel
basso ventre; deliri frenetici; orine spesso naturali, qualche volta
torbide, nericce, bianchicce o sanguinose; sudori di odore rare volte
cattivo, che in vece di sollevare il malato, altro non facevano che
indebolirlo; in alcuni casi emorragie, le quali, benchè mediocri, sono
sempre state funeste; un grande abbattimento di forze; e soprattutto
una sì gagliarda apprensione di morire, che non v’era modo da poter
incoraggiare questi poveri infermi, considerandosi eglino dal primo
istante del male come destinati a una morte sicura. Ma quello che
merita d’essere ben osservato, e che sempre è sembrato caratterizzare e
distinguere questo morbo da ogni altro, egli è che quasi tutti avevano
dal principio o nel progresso dei buboni dolorosissimi, situati nelle
parti del corpo descritte nel lib. 2, cap. 8 del Governo della Peste;
come ancora dei carboni, sopra tutto nelle braccia, gambe e cosce;
e delle piccole pustole bianche, livide, nere, sparse per tutta la
superficie del corpo. Di rado si salvavano i malati di questa seconda
classe, ancorchè la durassero un po’ più dei precedenti. Eglino sono
periti quasi tutti con segni d’infiammazione cancrenosa, specialmente
nel cervello e al petto. E una cosa che parrà singolare fu che quanto
più essi erano robusti, grassi, pieni e vigorosi, tanto meno restava
loro da sperare.
Quanto ai rimedi, tali persone non sopportavano meglio delle prime
la cavata del sangue, la quale, a riserva dell’essere fatta al
primiero istante del male, riusciva loro evidentemente nociva. Elle
impallidivano, e cadevano, anche nel tempo del primo salasso, o poco
dopo, in isfinimenti che non potevano per lo più essere attribuiti
ad alcuna paura, ripugnanza o diffidenza, poichè elleno stesse
chiedevano con premura che si aprisse loro la vena. Tutti gli emetici,
eccettochè l’ipecacuana, erano loro spessissimo più nocivi che utili,
cagionando irritazioni e soprappurgazioni funeste, che non si potevano
poi calmare, nè fermare. I purganti alquanto forti e attivi tiravano
dietro a sè i medesimi malanni. I prescritti sotto forma di tisana
rilassativa, come ancora le bevande copiose, nitrose, rinfrescanti e
leggermente alessiterie, recavano qualche sollievo, ma non impedivano
il ritorno degli accidenti. Tutti i cordiali e sudoriferi, se non erano
dolci, leggieri e benigni, non servivano che ad affrettare il progresso
delle infiammazioni interne. In fine, se pure ne scampava (il che era
ben di rado), pareva ch’eglino non da altro dovessero riconoscere la
loro guarigione che dalla sortita del male al di fuori, allorchè questa
notabilmente succedeva o per le sole forze della natura, o coll’aiuto
dei rimedi tanto esteriori come interiori, che determinavano il sangue
a scaricar sè stesso fuori del corpo dal maligno fermento, di cui esso
era infetto, nella forma che si dirà più abbasso.
Bisogna anche por mente che un grandissimo numero di differenti specie
di malati non risentivano accidenti che molto mediocri, la forza e
malignità dei quali pareva assai minore di quella che tutto dì si
osserva nei sintomi delle febbri infiammatorie o putride le più comuni,
o in quelle che comunemente si chiamano maligne, eccettuati i segni del
timore e della disperazione, che erano estremi o nel più alto grado; di
maniera che di questo gran numero di malati, che sono morti, pochissimi
ve n’ha avuto che dal primo istante del male non si sieno creduti
perduti senza riparo, qualunque cosa potessero dire i medici per far
loro animo. Anzi non pochi d’essi, quantunque comparissero innanzi
all’accesso del morbo con un carattere di spirito costante, coraggioso,
e risoluto ad ogni avvenimento, pure appena ne sentivano i primi
assalti, che ai loro sguardi e ragionamenti era facile il conoscere
quanto eglino fossero convinti che il loro male era irrimediabile
e mortale, tuttochè nello stesso tempo nè il polso, nè la lingua,
nè il male di testa, nè il colore della faccia, nè la disposizione
dell’animo, nè in fine la lesione di qualche altra funzione del corpo
umano, indicassero cosa alcuna di funesto, o dessero occasione di
predizione così dura.
La terza classe è di coloro che erano bensì assaliti dagli stessi
accidenti che sono riferiti nella seconda, ma in guisa che tali
accidenti si sminuivano o sparivano da sè stessi al secondo o al terzo
giorno, fosse effetto dei rimedi interni, o a cagione della notabile
sortita de’ buboni e carboni, nei quali il maligno fermento, sparso
nella massa del sangue, pareva tutto raccogliersi, di modo che questi
tumori crescendo di dì in dì, e venendo poscia aperti, e giugnendo a
suppurarsi, i malati scampavano dal minacciato pericolo, per poco che
fossero aiutati. Avvenimenti sì facili indussero i medici a raddoppiar
la loro attenzione durante tutto il corso di questo male, a fine di
affrettare, per quanto comportava lo stato degl’infermi, l’uscita,
l’elevazione, la suppurazione e apertura dei suddetti buboni e carboni,
con intenzione di sbrigare il più presto che fosse possibile per
tal via la massa del sangue dal funesto fermento che la corrompeva,
aiutando la natura con un buon governo e con rimedi purgativi, cordiali
e sudoriferi convenienti allo stato presente e al temperamento degli
infermi.
La quarta ed ultima classe abbraccia tutti i malati che senza sentire
alcuna commozione, e senza che apparisse alcun tumulto o lesione nelle
funzioni, aveano dei buboni e carboni che crescevano a poco a poco,
alcuni dei quali facilmente giugnevano alla suppurazione, ed altri
divenivano scirrosi, e talvolta ancora, ma di rado, si dissipavano
insensibilmente senza lasciare alcuna conseguenza fastidiosa; di
maniera che senza alcun abbattimento di forze e senza mutare maniera
di vivere, si vedeva quantità di tali infermi andare e venire nelle
strade e piazze pubbliche, medicandosi eglino stessi con qualche
semplice empiastro, o chiedendo ai medici e cerusici i rimedi dei quali
abbisognavano per queste specie di tumori suppurati o scirrosi.
Il numero dei malati compresi in queste due ultime classi è stato sì
considerabile, che si crede di poter dire senza esagerazione alcuna che
da quindici a venti mila persone si sono trovate in tal caso, e che se
il male non avesse preso spessissimo questa piega, ora non resterebbe
in Marsiglia la quarta parte de’ suoi abitanti.
In fine i rimedj impiegati qui dai medici sono quelli che per la
loro efficacia e maniera d’operare vengono giornalmente dalla lunga
sperienza commendati, e riconosciuti proprj a soddisfare a tutte
le indicazioni rapportate di sopra, non essendosi per altro ommessi
alcuni pretesi specifici, come la polvere solare, il kermes minerale,
gli elisiri ed altre preparazioni alessiterie comunicate da persone
caritative e attente al pubblico bene; ma furono i medici dalla
sperienza convinti, che tutti quei rimedj particolari non erano al più
al più utili che a rimediare a certi accidenti; ed intanto riuscivano
bene spesso contrarj a molti altri, e per conseguente, incapaci
di guarire un male caratterizzato da un numero di diversi sintomi
essenziali.
Metteremo ora qui i differenti metodi praticati per curare i malati
compresi nelle suddette quattro classi. E, quanto a quelli della prima,
purchè si faccia un poco d’attenzione alla natura degli accidenti
rapportati di sopra, cioè al polso piccolo, ineguale e concentrato,
ai ribrezzi del freddo, e al freddo universale, sopra tutto nelle
estremità, e ai mali di cuore quasi continui, e a quelle facce
piombine, smorte, cadaveriche, all’abbattimento generale di tutte le
forze, egli sarà facilissimo (dicono quei saggi medici) di giudicare
ch’eglino non avevano a ricorrere se non ai cordiali più attivi e più
spiritosi, come la triaca, il diascordio, l’estratto di ginepro, il
fioraliso, o sia giglio delle convalli, le confezioni di giacinto,
d’alkermes, gli elisiri cavati dai misti, che più degli altri abbondano
di sal volatile, le acque triacali e di ginepro, i sali volatili di
vipera, d’armoniaco, di corno di cervo, i balsami più spiritosi, in
una parola tutto ciò che è capace di animare, eccitare, fortificare;
aumentando, raddoppiando e triplicando anche la loro dose ordinaria,
secondo che il caso era più o meno pressante.
Tutti questi rimedj ed altri della stessa natura, erano senza fallo
proprïssimi a rianimare e risuscitare, per così dire, le forze quasi
estinte di quei poveri infermi, e pure (bisogna confessarlo con dolore)
si vedevano perire quasi tutti subitaneamente; cosa che confermava
il sentimento generalmente ricevuto, che la malignità del fermento
pestilenziale è di una forza superiore a quella di tutti i rimedj.
Ma essendo che essi medici in alcuni casi particolari ne videro un
buon successo, perciò s’apre il campo a presumere (e pur troppo se ne
professano essi convinti da una fatale sperienza) che la ritirata, e
il non operare della maggior parte delle persone, le quali potevano
dar soccorso, e la mancanza del nutrimento, dei rimedj e del servigio,
siccome ancora la funesta persuasione d’essere assaliti da un male
incurabile, e la disperazione di vedersi abbandonati senza riparo
alcuno, tutte queste cagioni unite insieme hanno, più che la violenza
del male, contribuito a far perire tanto subitaneamente sì gran numero
di malati, non solo della prima classe, ma ancora delle seguenti.
Perciocchè a misura che questa mortal paura del contagio è andata
diminuendo, e che le persone vicendevolmente hanno dato aiuto l’una
all’altra, la fidanza e il coraggio sono ritornati, e in una parola il
buon ordine si è ristabilito in Marsiglia per l’autorità, la costanza
e la vigilanza del sig. cavaliere di Langeron, per le somme attenzioni
del signor governatore, e per le premure continue e infaticabili dei
signori Escevini, e da lì innanzi si è veduto diminuire insensibilmente
il progresso e la violenza di questo terribile flagello, e i medici
hanno provata più felicità nel governo degl’infetti.
Quanto ai malati della seconda classe, la cura d’essi, più che
quella dei precedenti, ha tenuto in esercizio i medici a cagione
della moltiplicità e varietà degli accidenti, che nello stesso tempo
offerivano molte indicazioni tutte meritevoli d’osservazione. Potevano
queste ridursi a due principali, che esigevano tanto più d’attenzione
e di prudenza, quanto più erano opposte; imperocchè si osservava nel
medesimo malato un miscuglio prodigioso di tensione e di rilassamento,
di freddo e di caldo, d’agitazione e di sopimento; di modo che erano
essi medici obbligati a stare continuamente attenti per cacciare i
maligni fermenti chiusi nelle prime vie, o sparsi in tutta la massa
del sangue, senza però inferocirli, o a corregerli e a rintuzzarne
l’attività, senza però indebolire l’infermo. Bisognava, per esempio,
far vomitare, o purgare, senza irritare o consegnare gli spiriti;
procurare una libera traspirazione, o il sudore, senza dare troppo moto
o infiammare, fortificare senza troppo riscaldare; finalmente temperare
senza rilassare: cose tutte ch’eglino procurarono d’eseguire col metodo
seguente.
Supposto che fossero chiamati sul principio del male, e che l’infermo
non sembrasse loro affatto abbattuto, gli prescrivevano tosto un
rimedio proprio a nettare lo stomaco, cioè un leggier vomitivo,
come l’ipecacuana, avuto sempre riguardo per la dose all’età e al
temperamento, facendolo prendere in un poco di brodo o d’acqua comune.
Usarono essi di rado il tartaro o il vino emetico per ischivare
le troppo gagliarde irritazioni, se non allora che si trattava
di corpi robusti e pletorici, o che qualche accidente particolare
sembrasse richiederlo. Sollevano di poi l’azione del rimedio con
quantità d’acqua tiepida o thè o decozione di cardo santo. Produceva
ordinariamente questo primo rimedio un maggior abbattimento di forze;
e però s’ingegnavano essi di fortificare l’infermo con qualche leggier
cordiale, e massimamente colla triaca e col diascordio, perchè questi
sono proprj a prevenire o fermare le soprappurgazioni.
A questi due rimedj tenevano dietro i purganti mediocri per nettare
senza irritazione gl’intestini dalle materie grosse, che potevano
opporsi all’operare degli altri rimedj, o al loro libero passaggio
nei vasi. Questi purganti erano tisane rilassative fatte con senna e
cristallo minerale, e ordinate per bevanda; le decozioni di tamarindi,
o le infusioni d’erbe vulnerarie, nelle quali si dissolveva manna, sal
prunello, cassia, sciroppi di cicorea col reobaro. A’ quali succedevano
ancora i cordiali e alessiterj dolci, per fortificare e fermare le
soprappurgazioni che infallibilmente avrebbono cagionato qualche
funesto abbattimento di forze. E supposto che la triaca e il diascordio
fossero insufficienti per soddisfare a questa ultima indicazione, essi
aggiugnevano terra sigillata, coralli, bolo armeno, ec., che venivano
renduti anche più efficaci in caso di necessità, mischiandovi qualche
goccia di balsamo tranquillo o laudano liquido, cosa che ha prodotto
buoni effetti in molti casi, non solamente per fermare le evacuazioni
smoderate, ma ancora pei sogni e delirj frenetici, per le emorragie ed
altri sintomi di questa specie.
La polvere solare d’Amburgo, il kermes minerale, ed altri rimedj, loro
comunicati e molto raccomandati, sono stati impiegati come emetici
e purganti, e talvolta con buon successo, avendo anche osservato che
in alcuni casi hanno fatto sudare e traspirare; ma, come si è detto,
comparvero sempre insufficienti ad operare la guarigione radicale di
questo morbo.
Quanto ai sudoriferi, subito che essi medici osservavano qualche
anche menoma disposizione a una traspirazione libera o al sudore,
qualunque fosse il tempo della malattia, attendevano diligentemente
a promuoverla, e tanto più da che alcuni scamparono per questa via,
confessando essi valentuomini di sapere molto bene che tal sorta di
crisi è raccomandata come salutevolissima da tutti gli autori che
trattano di peste. Ricorrevano dunque ai cordiali riferiti di sopra,
e massimamente alla triaca e al diascordio, ai quali si aggiugneva
polvere di vipera, antimonio diaforetico, zafferano orientale, canfora,
ecc. Veniva ajutato l’effetto di tai rimedj da bevande replicate di
thè, infusioni d’erbe vulnerarie degli Svizzeri, acque di scabiosa, di
cardo santo, di ginepro, scordio, ruta, angelica ed altre commendate
per ispingere dal centro alla circonferenza, cioè per depurare la
massa degli umori per la via dell’insensibil traspirazione senza troppo
commovere; osservando sempre che i malati non fossero d’un temperamento
troppo secco ed ardente, o che in procacciando troppo questa sorta di
crisi, egli non venissero a restare esausti con loro rovina.
Si rimediava ai gran caldi, all’alterazione, o sete ardente con
bevanda abbondante e replicata d’acqua di pane, orzate ed altre acque,
nelle quali si faceva distogliere sal prunello o nitro purificato,
mescolandovi di tanto in tanto alcune gocce di spirito di zolfo,
o di nitro dolcificato o di vitriuolo, come ancora le confezioni
di giacinto, d’alkermes, sciroppi di limone, o alcun altro leggier
cordiale per ischivare la sopraccarica e il rilassamento.
Tutti questi rimedi impiegati a proposito e maneggiati colla dovuta
prudenza, bastavano per soddisfare alle diverse indicazioni di questa
seconda classe, purchè il terribil pregiudizio della incurabilità,
la costernazione e la disperazione non ne sospendessero gli effetti;
potendosi all’incontro citar molti esempli di coloro che, sostenuti
da molta fiducia, coraggio e costanza, ne hanno provato un buono
e salutevol soccorso; di maniera che la natura, coll’aiuto di essi
fortificata, sollevata e sbrigata in parte dai maligni fermenti che
l’opprimevano, e sopra tutto liberata dal pericolo d’infiammazioni
interne per mezzo delle eruzioni esterne, voglio dire dei carboni,
buboni, parotidi, ecc., altro più non occorreva che curare
metodicamente questi tumori; al che si applicavano i medici dal
principio del male con tanto maggior premura, quanto che avevano molto
ben osservato che il destino degl’infermi quasi sempre dipendeva dal
successo di queste sortite del morbo, la cura delle quali si dirà
appresso.
Circa il metodo impiegato nel governo de’ malati della terza classe,
conobbero i medici che principalmente doveva esso consistere in ben
curare i buboni e carboni. Egli è vero che i sintomi, i quali si
manifestavano dal principio nei malati di questa classe, erano quasi
gli stessi che quei della seconda; e però si praticarono i rimedi
proprj, come gli emetici dolci; i purganti leggieri e i sudoriferi
della stessa specie, secondo le indicazioni occorrenti, facendo intanto
osservare agli infermi una dieta molto esatta. Ma dipendendo, come è
detto, il buono o tristo successo principalmente dalla notabil sortita
e lodevol suppurazione de’ buboni e carboni, questi tumori erano sempre
l’oggetto primario della diligenza e attenzione de’ medici, la cura de’
quali tumori è stata la seguente, comune a tutte le classi.
Cioè per conto de’ buboni, o sia delle parotidi, che comparivano
in vari siti del corpo ove sono glandule ed emuntorj, in qualunque
tempo che uscissero, si applicavano i medici a curarli. Se il tumore
era picciolo, profondo e doloroso, e restava tempo per procurare
di ammollirlo, si cominciava dall’adoperare cataplasmi emollienti e
anodini. E perciocchè la miseria e l’abbandonamento non permettevano
che si ricorresse a droghe scelte, si faceva preparare e applicar
subito, e caldamente, una specie di pappa con mollica di pane, acqua
comune, olio d’ulivo e qualche rosso d’uovo, o pure una grossa cipolla
cotta sotto le ceneri, bucata prima e riempiuta di triaca, sapone,
olio di scorpioni o d’ulivo, impiegando poscia per le persone comode i
cataplasmi fatti con latte, mollica di pane, rossi d’uova e con polpe
d’erbe e radici emollienti.
Ma perocchè i malati delle prime classi perivano spesso subitaneamente,
e allorchè meno vi si pensava, in tal caso non si perdeva tempo,
e senza altra applicazione di cataplasma s’accingevano i medici
all’apertura del tumore. A questo effetto senza dilazione gli facevano
applicare un caustico, o sia pietra da cauterio, o cauterio potenziale,
lasciandovelo per lo spazio d’alcune ore, più o meno secondo la
profondità, situazione e volume delle parti, e la costituzione grassa o
magra dei malati. Formata l’escara, si tagliava e apriva senza ritardo
per poter poscia meglio esaminare le glandule gonfiate, che bisognava
appresso curare coi digestivi, dopo averle un poco tagliate, o pure
estirparle s’elle erano mobili, e se si potevano cavare senza tirarsi
dietro delle emorragie, le quali, secondochè si osservò, riuscirono
sempre mortifere, quantunque mediocri; per la qual ragione giudicarono
bene di rigettare il metodo di estirpare sì fatti tumori, usato prima
che essi medici entrassero nell’afflitta città di Marsiglia. Quello
di aprirli subito colla lancetta, benchè più spedito che quello de’
cauteri, sembrò loro in molti casi insufficiente e men sicuro, come
quello che recava poco lume e che lasciava bene spesso dopo di sè degli
ascessi, delle fistole e dei tumori scirrosi. Quanto alle ventose e
ai vescicatorj, il loro effetto comparve pigro e inutile, e talvolta
gli ultimi riuscirono pericolosi in certe persone, avendo prodotto
l’applicazione d’essi delle infiammazioni interne, particolarmente
nella vescica.
Ritornando dunque al cauterio o caustico, essendo formata l’escara
e fatto il taglio colla precauzione di ben discoprire le glandole
gonfiate in tutta la loro estensione per non lasciarvi delle reliquie
maligne, non si badava ad altro che a curare queste medesime glandole
per mezzo di buoni digestivi, che si formavano con parti eguali di
balsamo d’arceo, d’unguento d’altea o di basilicon, aggiungendovi
trementina e olio d’ipericon, che si mischiava esattamente. E posto
che vi fosse una corruzione notabile nella parte, si aggiungevano alla
trementina e all’olio d’ipericon le tinture di mirra, aloè, acquavite
canforata e sale ammoniaco; tergendo poscia e nettando la marcia,
allorachè era spessa e troppo corrosiva, con lavande fatte d’acqua
d’orzo, mele rosato, canfora, o con le decozioni vulnerarie di scordio,
assenzio, centaurea minore e aristolochia. Da che l’ulcera era ben
nettata e le glandole gonfie interamente consumate per la suppurazione,
altro non restava da fare che applicare un semplice empiastro per
condurre la piaga a una perfetta cicatrice.
Per conto del curare i carboni, trovarono essi medici, tal sorta di
tumori in un grandissimo numero d’infermi di tutte le classi, benchè
meno frequentemente che i buboni; e si osservavano anche bene spesso
nella medesima persona tutte e due queste eruzioni. Comparivano essi
a tutta prima in forma d’una fistola o di un tumore bianchiccio,
giallognolo o rossiccio, pallido nel suo mezzo, o di colore tendente
al rosso scuro, che diveniva insensibilmente nericcio, con crosta,
specialmente ne’ contorni.
S’intraprendeva tosto la cura d’essi carboni per via di scarificazioni,
facendo dei tagli a diritta e a sinistra, nel mezzo e ne’ contorni,
fino alla carne viva. E posto che l’escara fosse grossa e callosa, si
forava con portar via tutta la grossezza e callosità, per quanto la
situazione delle parti poteva permettere.
Non credettero que’ saggi medici a proposito l’adoperarvi de’ cauterj
attuali o potenziali, perchè avendoli usati sul principio, osservarono
che producevano delle infiammazioni sì considerabili, che ne seguitava
poco appresso la cancrena. Il cauterio potenziale non riusciva bene che
per i piccioli carboni, i quali guarivano quasi, senza verun soccorso.
Dopo avere scarificati questi tumori, vi si applicavano sopra de’
piumacciuoli carichi di un buon digestivo, come si costumava anche
per i buboni, con questa differenza, che ne levavano gl’ingredienti
che fanno marcire, adoperando solamente triaca, trementina, balsamo
d’arceo, olio di trementina. E posto che vi fosse della corruzione, vi
si aggiungevano le tinture d’aloè, di mirra, di canfora, ecc.
Su i piumacciuoli si mettevano cataplasmi emollienti, anodini o
spiritosi e risolventi, come sopra i buboni, secondo la diversità delle
indicazioni. Nel suo proseguimento si faceva la stessa cura ai carboni
che ai buboni, conforme all’esigenza dei casi. E se nel corso della
suppurazione le nuove carni erano di tanta sensibilità che i digestivi
applicati vi cagionassero un dolore vivissimo, come spesso accadeva, si
sostituivano piumacciuoli carichi di unguento nutritum con riportarne
tutto il buon successo che se ne sperava.
Il metodo per la cura dei malati della quarta classe era lo stesso che
degli antecedenti, nè merita particolar menzione. Intanto il detto
fin qui potrà bastare per istruzione ai giovani medici e cerusici,
caso mai (il che Dio non voglia) avessero da governar gente infetta di
peste, e nello stesso tempo affinchè il pubblico sappia quale speranza
egli abbia a collocare in certi metodi particolari e in certi pretesi
specifici sì vantati dal popolo e da alcuni empirici.
Finalmente con lettera sua a parte aggiugne il signor Chicoyneau,
cancelliere dell’università di Montpellier (cioè uno dei tre suddetti
medici inviati in soccorso di Marsiglia, che fino al dì 20 dicembre,
1720, assisterono continuamente alla cure di quel povero popolo, e
fecero la relazione riferita fin qui), ch’egli non entra ad esaminare
la cagion primaria d’un male sì funesto, persuaso che nulla si possa
dire intorno a ciò che non sia molto problematico; e che tutto quello
che ne hanno scritto gli autori e i più valenti fisici è puramente
un’ipotesi, e a nulla può servire per la guarigione degl’infermi.
Perciò soggiugne egli che necessariamente convien contentarsi di por
ben mente alle cagioni evidenti che sono effetti della cagion primaria,
essendo queste cagioni evidenti indicate dai sintomi del morbo.
Per altro dice egli che dopo molte sue riflessioni ed osservazioni
sopra il contagio, egli non è affatto persuaso che questo male
si comunichi per contatto, ma ben più tosto per via di miasmi o
corpicciuoli, i quali scappano fuori o dalle mercatanzie infette, o
dalle viscere della terra, o da qualche sorgente superiore, e che si
spargono per l’aria, o, mischiati con gli alimenti, producono i lor
funesti effetti sopra i corpi e spiriti mal disposti; di maniera che
la ripienezza, le crudità, le passioni dell’animo, e sopra tutto il
terrore, la tristezza, e l’agitazione degli spiriti danno a questi
corpicciuoli forza di operare con tanta malignità. Anzi asserisce egli
di non aver osservato caso alcuno di peste in Marsiglia (nella quale
città nondimeno egli aveva veduto perire di tal morbo quasi 50 mila
persone) che non se possa attribuire con più giusto titolo ad alcuna
delle suddette cagioni, più tosto che al contagio. Finalmente scrive
egli d’aver assistito con molti suoi colleghi medici, dappoichè giunse
in quella città, a un grandissimo numero d’appestati, e ch’eglino gli
aveano toccati, maneggiati ed esaminati, come se questo fosse stato
un male ordinario senza provarne alcun sinistro effetto, e col non
prendere altra precauzione che quella di fare un solo pasto per giorno
all’ora del pranzo, essendo eglino per altro persuasi che tutti i
preservativi che si è costumato di praticare in simil caso sono più
tosto nocivi che utili. Così il signor Chicoyneau.