_Petecchie, febbre, delirio, vigilia, sonno, vomito, siccità
di lingua, emorragie, ed altri sintomi delle pestilenze.
Sollecitudine necessaria in curar per tempo gl’infetti. Veleno
pestilenziale se coagulante o squagliante il sangue. Quai rimedi
maggiormente s’abbiano ad aver pronti per i tempi della peste._
Suol anche scoprirsi il veleno pestilenziale per via di certe macchie,
picciole per lo più, e di colore purpureo, le quali veggono chiamate
petecchie. Io non son da tanto che possa mettermi ad esaminare
se queste sieno prodotte della coagulazione o dallo scioglimento
del sangue, siccome ancora se sieno porzioni di questo, fermatesi
nelle boccucce delle vene capillari, o pure efflorescenze di sali
volatili d’esso sangue venuti alla cute. Lascio volentieri ai medici
l’importanza di queste riflessioni per regolamento de’ pronostici e
della cura in tali casi; e solamente oserò, fidato sul parere de’ più
saggi, chiamar esse petecchie, nella peste vera, peggiori degli stessi
carboni, con farne di più un infausto pronostico, per essere stato
osservato allora che comparendo esse, o purpuree, o verdi, o violacee,
hanno quasi sempre annunziata vicina la morte. Alcuni medici di gran
nome le hanno credute salutevoli; ma è da vedere se tal credenza
sia stata appoggiata solamente sopra acuti raziocini, perciocchè la
sperienza ha fatto apparir troppe volte l’opposto, mentre in alcune
pesti non è campato nè pur uno di quei che le aveano, e senza giovare
che fossero in poca quantità, poichè il caso era tuttavia disperato.
Così parlo io secondo l’altrui sentenza e sperienza, non lasciando però
di concepire che si possano dar pestilenze di tal natura e discretezza,
che lascino anche guarire le persone assalite dalle petecchie,
perciocchè son persuaso che da una sola peste non si può nè si dee
misurare ogni altra peste, per quel che riguarda alcuni medicamenti e
sintomi. Non è costume delle petecchie il dare allora tempo a’ rimedi.
Ma prendendo gl’infermi senza dilazione alcuna i sudoriferi e gli
altri antidoti contro la pestilenza, può accadere che la natura (mi sia
lecito il valermi sempre di questo nome, perchè qui non occorre entrar
nelle dispute delle scuole) con altre più favorevoli crisi si liberi
dai sali pestilenziali intenti ad opprimerla, e prevenga le petecchie,
indizio allora di morbo già troppo avanzato e malignato.
La febbre è uno degli ordinari corteggi della peste, e ad espugnarla
servono gli antidoti finora descritti. Ed avvertasi accadere spesso in
tempi di peste che le febbri continue, terzane e simili, e i vaiuoli,
ed altri mali, facilmente degenerino, ed anche molti giorni dipoi,
in febbre pestilenziale; e perciò saggiamente opereranno i medici,
trattando allora tutte le febbri nel principio d’esse come veramente
pestilenziali, e prescrivendo i sudoriferi ed antidoti che sono a
proposito contro la peste. Probabilmente però non succederà questo,
ove si tenga il malato in debita distanza dall’aria, ambiente le
persone, robe e case appestate. Appresso con questo fierissimo morbo
s’accompagna sovente una fiera doglia di capo, che porta intollerabil
tormento agl’infermi; ma anch’essa suol cedere agli antidoti suddetti;
e, occorrendo, i medici possono prescrivere qualche anodino. Lo stesso
dico del delirio e della frenesia, avvertendo qui che il dar bevande di
mandorle, che mandolate si chiamano, e vengono lodate contro il delirio
e il dolor di capo, ecc., s’è osservato non solamente lontano dal
giovare, ma anche molto nocivo, cagionando esse dipoi vomiti, ansietà,
ed altri gravi sintomi. Così i medicamenti oxirrodini, e i frigidi, e
i narcotici, e i meri sonniferi sono da fuggire, non potendosi allora
adoperare senza pericolo d’altri sconcerti. Scrive il Belcaire che in
una peste di Firenze le fanciulle divenendo frenetiche, si andavano ad
affogar ne’ pozzi; ma fatti per ordine dal magistrato strascinare per
la città i cadaveri nudi delle sommerse, un tale spettacolo indusse
cotanta vergogna e terrore nell’altre, che si frenò meglio con questo
ripiego, che col timore della morte la loro insania. _Sit fides
penes auctorem_. Trovo io però in Eliano che le fanciulle di Mileto,
benchè non corressero tempi pestilenziali, caddero in una somigliante
disgrazia, e vi fu adoperato il medesimo rimedio. La vigilia è stato
avvertito che non fa gran danno. Bensì ne porta dei gravissimi il
sonno nel principio del morbo, e finchè non sieno presi i sudoriferi,
al contrario di quel che si osserva in altri mali, ne’ quali ricevono
gl’infermi tanto ristoro dal sonno, e massimamente solendo esso
contribuir molto all’operazione del sudore. Perciò allora a tutti i
patti bisogna tenere svegliati gl’infermi, permettendo poi loro dopo il
terzo o quarto giorno di dormire per tre o quattro ore, finchè abbiano
ricuperata la sanità. Al più al più, quando la vigilia fosse continua,
unger loro le tempie con olio di noce moscata spremuto; ma non dar loro
nè oppiati, nè altri soporiferi per bocca, a riserva della triaca, del
diascordio, dell’orvietano, e d’altre simili composizioni, che sono
bensì alquanto oppiate, ma non in guisa da nuocere per questo, essendo
poi necessarie per altri effetti. L’aceto canforato, lo sbuffar nel
viso alquanto di vin bianco generoso, ed altri rimedi possono giovare
a tenersi svegliato. Dopo il sudore suol cessare la gran voglia di
dormire.
Sono ancora compagni per l’ordinario del morbo pestilenziale una somma
debolezza, un’ansietà di cuore e un vomito o nausea fastidiosissima,
inutile, anzi sommamente nociva, di modo che non si vuol prendere,
nè si può ritenere alcun medicamento. Per provvedere a tutto vengono
sommamente lodate le seguenti composizioni dal Diemerbrochio.
_Rimedi per la debolezza e pel vomito._
℞. _Conserva di rose rosse onc. 1 e mez.; diascordio del Fracastoro
dram. 3 ovvero 4; acqua triacale descritta di sopra in questo libro
onc. 4; sugo di limoni fresco, acqua di cinnamomo, ana onc. 1 e mez.
Mischia, e dopo aver lasciato posare per una o due ore, cola tutto
con pezza bianca. Aggiugni alla colatura confezione di giacinto
senza muschio dram. 1, e mischia. Prendine spesse volte il giorno un
cucchiajo._
_Linimento._
℞. _Olio di noce moscata spremuto, olio di scorpioni del Mattiuolo o
di lauro, triaca, ana dram. 1; olio di ginepro mez. scrup., di succino
scrup. 1, di garofani o di cannella gocce 3. Mischia insieme, e fanne
linimento, col quale tiepido ungi la bocca dello stomaco due o tre
volte il giorno. Dipoi mettivi sopra la seguente_
_Pasta._
℞. _Radici di calamo aromatico, noce moscata, ana dram. 1; garofani,
benzoino, ana mez. dram; foglie di menta dram. 2. Polverizzato il tutto
sottilmente, aggiungi onc. 3 o 4 di mollica di pane, e aceto rosato
quanto basta, e fanne pasta, che stesa sopra una pezza, e scaldata,
applicherai alla regione del ventricolo._
Il Sennerto, citando la sua sperienza, scrive che a comprimere la
voglia del vomitare è rimedio quasi miracoloso il dare una dramma
di sale di assenzio in un cucchiajo di sugo fresco di limoni. Altri
danno del vino bianco con entro polvere di cannella e di noce moscata
caldissimo all’infermo, e il fanno alquanto dormire. Per rimettere
l’appetito del cibo consigliano altri lo spirito dolce di sale e
l’elisire di proprietà. Così vien creduto che conforti assai l’olio di
scorpioni del Mattiuolo o del Granduca, per tacere altri rimedi.
Alla gran siccità della lingua molte abluzioni sono prescritte dai
medici. S’è osservato che la migliore di tutte è l’acqua semplice. Il
mischiarvi aceto fa che dopo essersi sciacquato ritorni la sete e la
siccità più molesta di prima. Non occorre sperar rimedio agli spessi
starnuti, nè al singhiozzo nella peste, perchè questi sono irritazioni
convulsive, e segni allora di morte imminente ed inesorabile; e
poco ci manca a poter dire lo stesso delle orine grosse, oleose e
nericce. Rarissime volte ancora accade che in tempi tali si freni lo
sputo del sangue, o il suo flusso per le parti d’abbasso, cagionato
probabilmente dai sali corrosivi della peste, che aprono le bocche dei
vasi, e sfibrano, e disciolgono il sangue. Alla emorragia bensì delle
narici, quantunque non tanto pericolosa, e ai flussi naturali, ma fuor
di tempo, delle donne, si può talvolta rimediare, ed è necessario
rimediare, per quanto si sa, non essendo questa per l’ordinario in
tempi pestilenziali una salutevol crisi della natura (come alcuni si
sono figurato, e può esser vero in altri morbi acuti) ma un effetto
pernicioso della violenza del male. Tutte le emorragie sono allora
indizio di pericolo, o pure di morte inevitabile. Così scrivono
comunemente i medici, e l’avverte ancora Paolo Barbetta; ma non vo’
lasciar d’avvertire anch’io venire asserito dal medesimo Barbetta che
chi nella peste del suo tempo aveva l’emorragia del naso e il flusso
mestruo, per lo più si salvava. Qualora dunque si scorga nocivo il
flusso del sangue, converrà dar di piglio a rimedi esterni ed interni,
refrigeranti ed astringenti, come insegna la medicina, e non perdere
tempo. In Firenze si trovò molto buono il sugo d’ortica, con cui si
bagnava la fronte e le tempie, turando ancora le narici con due taste
intinte nel medesimo sugo. Altri pigliavano pelo di lepre tirato
finissimo, e il soffiavano nel naso. In quanto alla diarrea, conosciuta
dai più saggi anch’essa per uno dei più perigliosi sintomi della peste,
e massimamente allorch’ella sopravviene a chi è già ferito dalla peste
(essendo all’incontro la stitichezza un indizio lodevole); la ragione e
la sperienza hanno insegnato che s’ha da procurar di fermarla e senza
menoma dilazione, altrimenti il malato sen va. Quando ciò non succeda
nel principio, si rende questo incomodo incurabile. I sudoriferi ed
antidoti astringenti sono quelli che debbono usarsi e che possono
domarlo, scegliendo specialmente i più propri per resistere al veleno e
alla putredine della pestilenza. Il Pareo loda assaissimo la seguente
_Polvere per curare il flusso del ventre._
℞. _Bolo armeno, terra sigillata, pietra ematite, ana dram. 1; pece
navale dram. 1 e mez.; corallo rosso, perle preparate, corno di cervo
bruciato e lavato con acqua di piantaggine, ana scrup. 1 e mez.;
zucchero rosato in tavolette onc. 1. Se ne faccia polvere, di cui si
dia un cucchiajo al malato prima del cibo o con un rosso d’uovo._
Eustachio Rudio per la cura di questo flusso loda molto lo scordio dato
con zucchero rosato o conserva d’acetosa. Più gioverebbe prendendolo
colla suddetta polvere, o pure con un poco di triaca o di diascordio,
ovvero, se la febbre fosse ardentissima, con alquanto di conserva di
rose rosse, o con rob di cornio, o sia corniolo, o di acacia.
Ed ecco ciò che ho creduto di dover notare intorno alla cura e al
Governo Medico del morbo pestilenziale. — Finirò con alcune poche
osservazioni. La prima, e più importante di tutte, si è che in ogni
male, ma specialmente in questo, è pericoloso ogni indugio nel prendere
i medicamenti. Non bisogna perder tempo, nè si vogliono imitare que’
poveri sconsigliati che per paura di perdere il commercio, o di tirarsi
addosso altri danni, occultano il male con sua ed altrui inevitabile
rovina. Allorchè il veleno s’è impossessato degli umori ed ha indotta
la corruzione in essi o nelle viscere, non c’è rimedio che vaglia,
e l’esterminio è certo. Attesta il Rondinelli, che fu spettatore del
contagio in Firenze l’anno 1630, che _coloro i quali presto ricorrevano
ai rimedi per lo più guarivano_; e il Sennerto, ed altri valentuomini
hanno anch’essi troppo spesso osservato in pratica che molti i quali
appena sentendo d’essere feriti dalla peste, ricorrevano ai sudoriferi
ed antidoti, dopo copioso sudore si trovavano sani; siccome per
lo contrario di cento che tardavano molto a curarsi, appena uno ne
campava. Talvolta il veleno pestilenziale preso sarà poco, sarà debole,
si potrà con facilità espugnare da chi non è pigro coi medicamenti,
ma se gli si lascerà prender piede e forza, egli resterà il vincitore
senza difficoltà. E specialmente avverto ciò per le donne, e molto più
per le fanciulle, alle quali venendo buboni ed altri perniciosi effetti
della peste in parti che il pudore tien celate, facilmente nascondono
il male, perendo esse, e facendo perire altri poco appresso. Presto
dunque ai rimedi; che il far presto in casi tali si può chiamare il
_recipe_ principale e il più efficace rimedio.
Appresso, in ogni costituzione di peste hanno immediatamente i medici
da considerare tutti i suoi più ordinarj sintomi, procurando anche,
prima che arrivi il morbo, di risaperlo da chi già ne ha fatto o ne fa
miseramente la prova, per poi stabilire, se fia possibile, la qualità
del suo veleno, e qual metodo sia da tenere per curarlo ed espugnarlo.
Dichiamola però schietta: questo non è che troppo difficile, e
più difficile ancora sarà che felicemente colpisca il bianco in
tali dispute chi non è libero da certi ciechi pregiudizj in favore
dell’antichità, e solo incensa Galeno ed Avicenna, (benchè non mai
letti) e non sa, o non ha mai ben pesato il valore di molte opinioni
moderne. A determinare le qualità precise d’un veleno pestilenziale,
molto più de’ meri empirici, potrà giovare un chimico non visionario
e un acuto e sincero esaminator della natura, perchè meglio intendente
della combinazione, configurazione e risoluzione delle particelle dei
misti, dei sali, ecc. Nulla dirò io delle opinioni dell’Elmonzio,
del Langio e d’altri, se non che sembrano a me molto improbabili.
Altrettanto avrei detto ancora dell’opinione del P. Atanasio Chirchero,
il quale fa consistere le pestilenza in certi vermicciuoli infettanti
e corrompenti il sangue degli uomini, se il chiarissimo nostro signor
Antonio Vallisnieri in una sua lettera al signor Cogrossi intorno al
male contagioso de’ buoi, ultimamente pubblicata in Milano, non avesse
corretto insieme e mostrato possibile, anzi probabile un sì fatto
sistema. Vero è (per tacer altre cose) che presso di me resta incerto,
se, posti anche vermi nel sangue de’ corpi appestati, sieno essi poi
subito da dirsi cagione di quel morbo, e tanto più ove si ammettesse
col Levenocchio che trovinsi vermi anche nel sangue dei sani. Vero è
altresì, non trovar io finora spiegata una cosa, di cui son persuaso,
cioè quel diffondersi dal fiato e dalla traspirazione di tutto un corpo
vivente appestato (e proporzionatamente ancora dei cadaveri), fino ad
una certa distanza, semi di pestilenza per l’aria, i quali possono e
sogliono infettare chi s’avvicina e non va premunito; il che non so
come ben cammini in questo sistema, e perciò figurarmi io tuttavia per
più verisimile che la peste consista in effluvj e spiriti velenosi. Ma
ciò non ostante confesso io pure ingegnosa ed utile, anche per altre
ricerche, l’opinione suddetta; e potrebbe un dì la sperienza recar
lumi tali che maggiormente credibile ce la rendessero. Intanto nel
mio, cioè nell’ordinario sistema, gioverà considerare i veleni come di
due specie, secondochè vien fatto da molti moderni, cioè o dissolventi
o coagulanti, proprio de’ quali si è o lo squagliare e disciogliere
il sangue e gli umori del corpo umano, o pure di coagularli e di
legare gli spiriti necessarj alla vita. Si dovrà dunque osservare
se si potesse ad una di queste due spezie ridurre la pestilenza che
corre, la quale in fine altro non pare che sia, se non un veleno, per
determinare con quali antidoti si debba susseguentemente combattere
in tal congiuntura. A questa diversità è probabile che s’abbia da
riferire il trovarsi alcuni rimedj giovevoli in una peste, e non
giovevoli o nocivi in un’altra. Il Willis, il Langio, il Doleo e il
Rivino tengono che il veleno della peste operi col coagulare. Carlo
della Fonte difende l’opposto, e seco s’accordano il Diemerbrochio, il
Barbetta, il Graff, Luca Tozzi ed altri. Veramente sembra più probabile
che d’ordinario le pesti sieno un veleno dissolvente, perchè non se
ne troverà forse alcuna, in cui i medicamenti acidi non sieno riusciti
un efficace rimedio tanto nella preservazione, quanto nella cura della
medesima, e perchè ordinariamente si osserva divenire il sangue negli
appestati sì fluido e sottile che spesso prorompe fuori del naso e per
bocca e per i canali dell’infimo ventre e talvolta infin per la cute,
di modo che per lo più è difficile, o impossibile il metter freno
all’emorragia. Taccio altre ragioni. Ma perchè io non veggo stabili
alcuni supposti di chi tiene questa sentenza, e discordano fra loro
i medici nel descrivere i sintomi di varie pesti, perciò volentieri
sospendo qui il mio giudizio, e confessando che da una, due o tre
pesti non si dee, nè si può dedurre una regola generale per tutte le
altre, rimetto all’accurata osservazione de’ medici il deliberare su
questo punto, allorchè s’avesse la disavventura di doverne mirare il
terribil aspetto. Noterò solo, pensare il Sydenham che questo veleno
consista in particelle infiammatorie che rompano le fibre del sangue;
e Francesco de le Boe Silvio il fa consistere verisimilmente in un
sale volatile, lisciviale ed agro, il quale penetrando nel sangue il
renda più fluido del solito, sfibrandolo e inducendo la putrefazione
in esso o in altri umori e parti del corpo, dove egli si scarica o
si ferma. E conciossiachè, secondo il suo sistema, da questo maligno
sale vien diminuito o distrutto l’acido che era, ed ha da essere nel
sangue, utilissimo per conseguente, anzi necessario per rimetterlo
si è il ricorso all’aceto, agli agrumi, al vitriuolo ed altri simili
acidi, riuscendo all’incontro nocivi i medicamenti puramente alcalici.
Così l’acquavite semplice o triacale ed altri alcali si sono osservati
pregiudiziali a molti in que’ tempi; il che non suol avvenire degli
acidi, purchè presi colla debita moderazione e senza esorbitanza.
Chi nondimeno abborrisse gli acidi meri in bevanda, non farà male
mischiando con esso loro un poco d’acquavite, o temperando in altra
guisa l’austero o acerbo d’alcuni acetosi, per accidente spiacevoli. In
fine si ricordino bene i saggi medici di ciò che viene avvertito anche
dal suddetto sig. Vallisnieri nel tom. X de’ Giornali d’Italia, cioè
darsi o potersi dare dei veleni pestilenziali che rechino seco tutti e
due i sintomi dello squagliamento e della coagulazione; nel qual caso
poscia s’intenderà il perchè ne’ rimedj antipestilenziali si mescolino
gli acidi e gli alcalici.
Per altro può di leggieri accadere che nè pure a’ valenti medici riesca
di determinare la vera natura e il costitutivo d’una peste, perchè
la sua malignità potrebbe consistere in altre cagioni e maniere a
noi incognite. Nulla però dovrebbe conferir tanto alla conoscenza del
male, quanto il vedere quali rimedj o cose giovino o nuocano allora.
Pazienza, se questa non è forma diritta di filosofare e s’ella è
suggetta a molti inganni. Può essa nondimeno avvicinarsi non poco al
vero. Ordinariamente si medicano, e talvolta bene, tanti altri mali; e
pure la vera loro essenza e cagione è poco nota ai medici. Non voglio
qui lasciar di aggiungere che dai professori della chimica son forte
lodati nella peste i rimedj e le preparazioni antimoniali. E certo
essendoci degli antimoniali che per la lor preparazione son privi
di forza emetica e catartica, e solamente son diaforetici, questi
potrebbono senza gran paura, anzi con isperanza di molto vantaggio,
consigliarsi e accettarsi nella cura delle pestilenze, siccome sono
utili e lodevoli in altri mali. Anche Giovanni Zvelfero avverte che
la maggior parte di quei che infetti di peste usarono al peso d’una
dramma l’antimonio diaforetico, restò guarita, ed egli medesimo si
confessa testimonio di sì felici successi. Molti altri autori citati
da Paolo Boccone gli danno la stessa lode; e Pietro Moratti in una
Relazion della peste del 1630 attesta che in Bologna riuscì molto
utile un estratto d’esso antimonio diaforetico, triaca, zedoaria,
angelica e fiori di solfo, infondendo tutto prima in ispirito di vino
per lo spazio di quattro giorni, poi colando e di nuovo infondendolo,
con farlo finalmente esalare a bagnomaria. Se ne davano dram. 2 al
paziente in acque, o brodi, o siroppi, con che si movevano sudori le
più delle volte puzzolenti e si provocavano le orine. Ma non è da tutti
il preparar così bene l’antimonio ch’esso riesca solamente sudorifero,
e non ritenga, o non ricuperi la forza emetica, o sia vomitoria. E
perciò ripeterò io qui ciò che ha il nostro sig. Zannichelli nella
Dissertazione della Neve di ferro: _Agitur de vita hominum; proinde
satis admirari neque facilitatem, qua medicamenta, præsertim ex
mercurio et antimonio passim conficiuntur: res certe plena periculi,
adeo ut non solum artificibus quibusdam mechanicis, se ipsis etiam
artis professoribus timorem incutere debeat. Caveant qui ista jactitant
absque sufficienti peritia et diligentia; sed multo magis caveant,
qui eisdem fidunt, propriamque vitam hujusmodi farinæ hominibus
committant._ Questi sono sentimenti d’un saggio ed onorato chimico; e
perciò non sarà se non bene per conto di certi antimoniali e d’altri
simili strepitosi rimedj l’assicurarsi prima colle felici prove altrui
dell’innocente e benefica loro natura. Il Willis descrive alcuni
sudoriferi e cordiali, proprj per combattere contra la coagulazione, ed
altri contra la dissoluzione del sangue.
Ma perciocchè, posta o l’una o l’altra natura della peste, non si
saprà combinar seco da alcuni il tanto poi lodarsi l’uso di non pochi
medicamenti, che paiono opposti fra loro, e pure sono stati commendati
da me, io lascerò volentieri sì fatte quistioni e ricerche alla scuola,
e mi contenterò di dire che comunque si senta dalla natura della peste,
resterà sempre certo che gli acidi e il solfo e i sudoriferi sono i
rimedj più potenti e i più approvati della peste, secondo il parere di
tutti i medici e di qualunque pratico di que’ fieri tempi, il che più
di tutto a noi importa di sapere. E però venendo contagi, chi non ha,
nè può aver medici, medicamenti e speziali, vegga di provvedersi almeno
di buon aceto e di solfo, che questo può bastare. L’aceto suol mancare
a pochi e il solfo è facile negli stati del principe nostro ad averlo,
ed ottimo, dalla miniera di Scandiano. Silvio de le Boe tiene che nulla
ci sia di sì vigoroso per mitigare l’acrimonia del sale pestifero e
di fissare la fluibilità del sangue, come il solfo minerale, ch’egli
però desidera prima fissato dall’arte. Per parere di lui il salnitro,
e massimamente lo spirito di nitro, hanno somma virtù per fissare ed
espugnare il sale maligno della pestilenza, dovendosi però questi, come
anche altri acidi, temperare con umore acqueo conveniente, acciocchè
soli non recassero altri mali. Abbiam lodato assaissimo la canfora,
la triaca, il diascordio, l’olio di scorpioni. A questi pochi rimedj
si può ridurre la privata spezieria di chi non ha maggiori comodità.
Dell’erbe e di molte altre cose da noi commendate in questo libro, per
l’ordinario non ci vuol fatica o spesa a trovarne. Coraggio dunque,
che ancora con provvisione di sì poco, e senza fastose e lunghe
ricette, possono le persone condur seco la speranza di preservarsi e
guarire dalla pestilenza col nome del Signore, del cui potentissimo e
necessario aiuto passerò ora a parlare, con esporre da qui innanzi il
Governo ecclesiastico ne’ tempi di contagio.