_Altri medicamenti per curar la peste. Quali usati ne’ contagi
del 1630 e 1656. Canfora commendata assai, e varie composizioni
canforate. Solfo, e suoi pregi contro la pestilenza. Bolo armeno,
triaca, diascordio, ed altri antidoti o lodati, o riprovati._
Per espugnare l’interno veleno della peste hanno sempre studiato i
medici, ma senza trovar finora medicamento alcuno sicuro, specifico ed
universale. In difetto di ciò si sono eglino rivolti a prescrivere que’
rimedi che per la loro naturale attitudine sono o paiono contrari ai
veleni, ed atti ad impedire o correggere la corruzione, o il troppo o
troppo poco moto dei fluidi del corpo umano, e non senza apparenza di
aver eglino con ciò aiutata di molto la natura, allorchè ne seguita la
sanità degl’infermi. Egli è incredibile, quanta copia di radici, erbe,
fiori, frutta, semi, oli, pietre, sali, estratti, siroppi, conserve,
conditi, minerali, polveri, elettuari, ecc., ci venga posta davanti nei
libri loro col bell’elogio di medicamenti efficaci o mirabili contro la
peste, sì semplici come composti. Io non prenderò qui ad esporre, come
fa l’Untzero con assai curiosa minutezza, ad una per una tutte l’erbe,
radici, frutta, ecc., che servono o si pensa che possano servire contro
i morbi pestilenziali. Non crederebbono nè pure gli altri a me, siccome
io non credo a tanti discorsi prolissi degli altri intorno alla virtù
di sì gran copia di medicamenti. E dopo ancora che avessi riferito
tutto, ci resterebbe da imparare a fare il medico (che tale non sono
nè pur io) per sapere a chi convengano questi medicamenti, e come
s’abbia a mescolare ed usare ora questo ed ora quello; cosa nondimeno
anche difficile per i medici stessi, perchè dipendente dal giudizio
pratico e dalla prudenza, con la quale, per colpire nel segno, s’hanno
da considerare non solamente il mal della peste, ma ancora i sintomi
che l’accompagnano, e il temperamento, le forze degl’infermi, ed altre
non poche circostanze, dalle quali nascono diverse indicazioni. Mi
ristringerò io dunque a notar solamente i primari e più facili de’
medicamenti e rimedi che sono creduti a proposito per guarire, piacendo
a Dio, il morbo della pestilenza. E sono principalmente, per quanto
ho ricavato da vari autori, gli aromatici e balsamici, de’ quali vien
creduto che possano col loro sale volatile oleoso resistere, diciamo
così, alla corruzione degli umori; e i diaforetici, o sia sudoriferi,
prescritti con intenzione di espellere fuori della cute il veleno
pestilenziale, ed aiutar la crisi più salutevole che possa tentar la
natura. Hanno pure tra questi alessifarmaci il luogo loro e le lor
lodi molti acidi, i quali possono in alcune pesti impedire o levare
lo squagliamento e sfibramento degli umori e del sangue, e talvolta
ancora, secondo il parere d’alcuni, o col precipitare o col dar tuono
alle fibre, contribuire all’operazione del sudore, alla quale dee
allora particolarmente mirare la diligenza dei medici.
E primieramente nella peste del 1630, per quanto apparisce
dall’Avvertimento stampato allora in Modena, si vede che in molte
città fu costume, subito che appariva la vanguardia più ordinaria del
morbo contagioso, cioè febbre mista con dolore di capo, il prendere in
bevanda alquanto di polvere, creduta cordiale, con un poco di brodo
o acqua di scorzonera, ed ungere la regione del cuore con olio del
Granduca o del Mattiuolo. Poco dopo si bevea una dramma di triaca o di
elettuario del Mattiuolo, distemperata in 6 once dell’acqua suddetta,
o in altra simile, per promuovere il sudore, dopo il quale solevano
uscire i carboni, o buboni. Il corno di cervo, la terra sigillata e gli
occhi di granchio si costumavano ancora con profitto; cose nondimeno
che non veggo tenute per rimedi di gran forza contro il ferocissimo
assalto della pestilenza. Anzi essendo stato osservato da altri che
i coralli, gli occhi di granchio e la creta sono medicamenti che
opprimono l’acido e levano l’appetito, perciò vien consigliato che
si vada cauto a valersene nelle pesti, le quali pur troppo sogliono
indurre inappetenza. Non trovo poi qual altro preciso rimedio
giovasse allora, se non era il ben curare i carboni e i buboni; del
che parleremo a suo luogo. È bensì notato ivi che tutti gli altri
esperimenti contro la febbre pestilenziale di quel tempo riuscivano
vani, e che nella forma suddetta quasi tutti cominciarono a guarire; il
che però si noti essere stato avvertito solamente nella declinazione
della peste, lasciando ciò dubitare che forse nel suo furore anche il
mentovato metodo riuscisse inutile, siccome avviene allora di tanti
altri medicamenti.
Nel contagio di Roma del 1656 per quanto abbiamo dal cardinal Gastaldi,
parve che giovassero le seguenti cose: Cioè, scoperta in alcuno la
malattia pestilenziale, ungergli la region del cuore con olio del
Mattiuolo o della comunità di Ferrara o del Granduca e simili; dargli
prontamente bocconi cordiali di confezion di giacinto, d’alchermes
e altri di tal fatta; nel secondo giorno fargli bere sugo di cedro
mischiato con acqua triacale e con alquante gocciole di spirito di
vitriuolo e con polvere di bolo armeno in brodo o acque distillate
di galega, scabbiosa, sonco, scorzonera e simili alessifarmaci.
Di più parea salutifero l’applicare i vescicanti nel principio,
particolarmente alle gambe. Si osservò ancora giovevole nello stesso
ardore della febbre il bere orzate, e spezialmente nel tempo estivo,
temperandosi anche la sete col tenere in bocca sal prunello. Bernardino
Cristini espone anch’egli il metodo da sè tenuto in medicare nella
medesima peste di Roma. Certo farà egli prendere più coraggio a chi
subito voglia accomodar la sua fede a quanto egli lasciò scritto nel
suo libro intitolato _Arcana Riverii_. Chi però non crede sì tosto alle
magnifiche promesse dei chimici, nè si lascia incantare dai grandi o
strani nomi delle cose, anderà lento a fidarsene.
Secondo lui, per medicare allora gl’infetti, non v’era cosa più potente
delle confezioni ristorative in forma soda o liquida, prese per bocca,
e massimamente giovavano i bezoartici diaforetici, o sia sudoriferi.
Prescriveva egli in forma soda il seguente
_Antidoto curativo._
℞. _Conserva di fiori di borraggine, di rose, di viole, ana mez. onc;
fiori di cedro, di pomi medici, di anthos, ana dram. 2; conserva di
tutto cedro, radici di tormentilla, d’angelica, bistorta, scorzonera,
contrajerva, ana dram. 1; confezion d’alchermes, di giacinto, ana dram.
1 e mez.; unicorno vero, bezoartico animale, corna di cervo, bezoartico
solare, joviale, lunare, minerale, ana mezza dram. Mischia insieme, e
prendine un cucchiaio per volta cinque o sei volte il dì, come ancor
nella notte._
_Antidoto curativo in forma liquida._
℞. _Acqua di cardo santo, di scorzonera, di ruta capraria, di
borraggine, di scordio, di acetosa di rose, di tutto cedro, ana onc.
6; spirito di zolfo, dram. 1; essenza di triaca, di contrajerva, di
ginepro, d’angelica, di carlina, di tormentilla, di bistorta, scorze
di cedro, elixir vitae, elissire di proprietà, balsamo di vita, balsamo
di salute, ana mez. scrup. Mischia insieme, e prendine 2 onc. per volta
quattro o cinque volte il dì e altrettante la notte._
Questi medicamenti, se crediamo all’enfasi del suddetto autore, faceano
dei miracoli, richiamando uomini ad una nuova vita; e quantunque
possa parere diversamente a molti medici, pure tal sorta di rimedj
fra gl’infiniti che furono adoperati, questa dice egli che fu divina.
Aggiunge d’aver egli dato ad alcuni infermi con dei bezoartici bolo
armeno e terra sigillata che a questo effetto son decantati da molti
per mirabili; ma che in quel contagio servivano solamente a far del
male, nè mai operavano bene. Ordinava egli per le stanze dei malati,
affinchè non s’infettassero anche le camere e case dei sani, alcuni
profumi di legni di ginepro, cipresso, incenso, mirra, belzoino,
storace calamita e simili. Erano profumi più gagliardi quei ch’egli
due volte il giorno adoperava nelle stanze sue e de’ suoi amici, cioè
le fecce di regolo antimoniale; ma perciocchè riesce troppo ingrato
l’odore solfureo, vi aggiungeva pastelli composti di storace o altri
simili grati odori, con che egli e tutti i suoi amici si conservarono
sempre sanissimi in mezzo ai lazzeretti.
Passiamo noi innanzi a cose forse più sicure. E primieramente la
canfora nella cura della peste è esaltata dal Goclenio, dal Cratone,
dal Minderero, dal Sennerlo e da altri per uno de’ più potenti ed
efficaci rimedj, e alcuni la tengono quasi il migliore di tutti. Fra
gli altri l’Etmullero scrive che la canfora leva la palma a tutti gli
altri alessifarmaci nella peste. Certo in lodarla assai s’accordano i
migliori medici, considerata la sua qualità e attesi i buoni effetti
che ne ha fatto veder la sperienza. Perciò abbiamo dagli autori varj
medicamenti, ne’ quali entra la canfora. Il Minderero loda come più
utile di tutti i più preziosi bezoartici, purchè non vi sieno dolori
gagliardi di capo o di ventricolo, la seguente polvere descritta anche
dal Platero e del Diemerbrochio, e commendata dal Follino.
_Polvere canforata._
℞. _Zucchero candito dram. 3; zenzero bianco dram. 2; canfora dram.
1. Si faccia polvere. La dose è di dram. 1 in liquore conveniente e si
beva._
Il Riverio prescrive quest’altra, di cui dice essersi egli felicemente
servito.
_Altra polvere canforata._
℞. _Bezoartico minerale dram. 3; sal prunello dram. 2; canfora dram.
1. Se ne formi polvere e se ne prenda dram. 1 in acqua di cardo santo o
altra conveniente._
Il Cratone si valeva d’un elettuario lodato poi come eccellente da
altri medici. Eccone la ricetta.
_Elettuario canforato._
℞. _Scordio dram. 3; tormentilla, dittamo bianco, zedoaria, genziana,
angelica, garofanata, ana dram. 1; zafferano, canfora, ana scrup. 2.
Polverizzato sottilissimamente si spruzzi con acqua di cardo santo, in
cui sieno state disciolte 2 dramme di triaca, e con sciroppo di sugo di
cardo si formi elettuario._