_Preservativi da prendersi per bocca. Erbe e tavolette a questo
effetto. Mitridate minore commendato da molti. Altre bevande,
polveri, conserve, elettuari, vini, unguenti, ecc., creduti
preservativi. Aceto, e lodi d’esso, e d’altri acidi contro il
veleno pestilenziale. Metodo d’alcuni medici per preservarsi nel
commercio con appestati._
Un’altra classe di preservativi contro la peste si è quella dei rimedi
che possono prendersi per bocca. E primieramente in que’ fieri tempi,
siccome vien consigliato dai saggi il non aprir le finestre delle case
se non dopo la nascita del sole, e il chiuderle prima ch’esso tramonti;
e siccome per loro parere non si dee uscir di casa finchè non sia
levato il sole, e vi s’ha a tornare avanti il fine della giornata,
quando gravi urgenze non impedissero l’uso di questa regola, così
ci viene da tutti consigliato il non partirsi la mattina di casa, nè
accostarsi a parlar ad altri, o a medicare infermi, o trattar persone o
robe sospette, senza aver prima preso qualche medicamento preservativo.
Quando altro non s’abbia, almeno si faccia colazione con qualche cibo
sano e una bevuta di vino generoso. Il ventre digiuno è un mal compagno
in questi pericoli. Uscendo dal corpo e specialmente dalla bocca di chi
s’è così premunito una evacuazione odorosa, non tanto per la qualità
della bevanda, quanto perchè l’aiuto sopravvenuto allo stomaco mette
più in moto gli umori del corpo, e viene a formarsi, per così dire,
un’atmosfera di buoni aliti, che hanno forza di tener lontani gl’impuri
e pestilenziali, o pure di correggerli allorchè si accostano.
Ma quali saranno questi interni preservativi? Ne contengono una gran
farragine i libri de’ medici. Io ne trasceglierò quelli che scorgerò
più accreditati dalla sperienza e dalla riputazione degli autori,
dovendosi qui anteporre quelli che per la loro balsamica, odorosa e
spiritosa qualità si conoscono più propri per resistere ai veleni,
alla putredine e ai vapori maligni. Correndo dunque tempi di peste, può
giovare molto, massimamente a quei che debbono uscir di casa, il tenere
in bocca e andar masticando qualche cosa odorosa e sana. L’Ingrascia
asserisce che moltissimi si preservarono dalla peste ch’egli descrive,
e in particolare i beccamorti e i serventi de’ lazzeretti e simili
altre persone, col masticare fra giorno l’erba zedoaria e inghiottir
quella saliva. Altri lodano il tenere in bocca la radice d’essa erba,
o quella di dittamo, o di genziana, o dieci grani di ginepro macerati
in aceto, o pure la polvere di cardo santo. Anche il nostro Falloppio
scrive che a’ suoi dì chi serviva agli appestati, non si preservò
con altro che col masticare la mattina zenzero e bevervi appresso un
bicchiero di malvagìa e coll’andare masticando dipoi tutto il giorno
zedoaria. Così un grano di garofano di quei di Levante tenuto in bocca,
quando non s’abbia di meglio, vien creduto giovevole, siccome ancora le
scorze di cedro o di melangolo. Altrettanto scrivono alcuni della mirra
coll’inghiottire di quando in quando la saliva; ma questa suol riuscire
pel suo sapore troppo spiacevole, e l’Elmonzio l’ha osservata fallace
in casi tali. La radice d’angelica viene assaissimo consigliata ai
poveri da masticare. Quella poi dell’elenio, o masticata secca, o presa
in polvere, o condita con un poco di zucchero, in guisa però che resti
più tosto disgustosa al palato, è sommamente lodata dal Diemerbrochio,
il quale consigliò a moltissimi questo solo preservativo, facendone
mangiar delle condite due o tre o quattro la mattina, perchè dice
d’averle trovate più giovevoli che assaissimi altri medicamenti
preparati con gran fatica e spesa. Jacopo Primerosio ed altri credono
che il tabacco nulla vaglia contro la peste. Ma il fumarlo nelle pipe
vien decretato da altri per un potente preservativo; e il suddetto
Diemerbrochio attesta d’averne provato in sè stesso e in assaissimi
altri un insigne giovamento nel contagio dei suoi giorni; sostenendolo
per un’erba di qualità specifica per resistere a simili veleni e alla
corruzione, ed aggiungendo che non solo moltissimi coll’unico uso del
fumar tabacco restarono illesi da quel morbo, ma che alcuni ancora,
colpiti dal medesimo, coll’uso del solo fumo di tabacco sul principio
del male se ne liberarono. Ma conviene adoperarne, dell’ottimo e colle
foglie non putride e ben torte, e valersene poi anche moderatamente.
Chi però se ne serve (che tutti non possono) si guardi dall’acquavite,
non convenendo insieme tal rimedio con tal disposizione, secondo il
parere di alcuni. Nè credesse persona che il bere sugo di tabacco o
l’inghiottire la sua sostanza, producesse l’effetto medesimo. Sarebbe
anzi un veleno tanto nella preservativa quanto nella curativa della
peste, per le deiezioni di ventre e per gli sconvolgimenti di spirito
che da esso provengono. Il noto, perchè l’esempio d’alcuni pazzi
potrebbe tornarsi a vedere.